American Crime Story: il popolo americano e la questione razziale

American Crime Story è una nuova serie statunitense il cui episodio pilota è stato trasmesso negli USA lo scorso 2 febbraio. Creata da Ryan Murphy, già autore di American Horror Story, anche American Crime Story si presenta come una serie antologica, in cui ogni stagione racconterà lo svolgimento di un processo realmente avvenuto negli Stati Uniti.

La prima stagione ripercorre il processo del 1995 contro Orenthal James Simpson, noto ex giocatore di football e attore americano che fu accusato dell’omicidio dell’ex moglie Nicole Brown e del presunto amante Ronald Goldman. Subito dopo essere stato accusato, Simpson tentò la fuga in auto e l’inseguimento venne trasmesso in diretta su molte televisioni americane, così come il processo che seguì. La vicenda scatenò un enorme caso mediatico che vide il popolo americano diviso tra chi credeva che l’attore fosse colpevole, e chi lo riteneva un’innocente vittima di quella discriminazione razziale che aveva contraddistinto le azioni di diversi poliziotti americani negli anni precedenti. Gli stessi avvocati di Simpson fecero perno sulla questione della razza, poiché erano entrati in possesso di una registrazione in cui si poteva sentire Mark Fuhrmann, l’investigatore che aveva trovato una delle prove principali che incastravano Simpson, inveire pesantemente contro i neri.

oj simpsIl primo episodio contestualizza subito la vicenda nel proprio periodo storico: le prime immagini che vediamo sono i filmati del pestaggio di Rodney King, avvenuto il 3 marzo 1991, e delle conseguenti rivolte scoppiate a Los Angeles nel 1992. Subito dopo facciamo un salto di due anni e arriviamo alla sera in cui un passante trovò i corpi di Brown e Goldman, e subito dopo vediamo il personaggio di O.J. Simpson (Cuba Gooding Jr.) in partenza per Los Angeles durante la notte. Per tutto il primo episodio, Simpson viene presentato come una persona molto impulsiva, le cui azioni e reazioni sono spesso opinabili. Le sue dichiarazioni di innocenza vengono sempre contraddette o smentite in qualche modo.

Se volessimo procedere di pari passo e contestualizzare l’uscita di questa serie nel proprio periodo storico, dovremmo constatare che da diversi anni molte serie televisive drammatiche si sono concentrate sull’approfondimento dell’eroe negativo: che sia la lenta deriva etica di una persona perbene o l’analisi intimistica di un uomo dichiaratamente infimo, azioni e reazioni dei protagonisti colpiscono gli spettatori proprio per le contraddizioni che suscitano, come se quegli stessi personaggi, commettendo errori, diventassero delle lenti di ingrandimento puntate sulle controversie dei comportamenti umani.

American Crime Story riesce a rinnovare questo schema, perché se è vero che O.J. Simpson funge da lente di ingrandimento per analizzare l’essere umano, non sono i suoi comportamenti a stimolare la riflessione, bensì quelli di tutti gli altri. Non è un caso che la prima stagione sia intitolata proprio The People vs. O.J. Simpson: i protagonisti sono le persone, principalmente quelle coinvolte nel processo, ovvero gli avvocati di difesa e di accusa, ma anche e soprattutto il popolo americano inteso come massa.

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La serie si concentra sull’impatto che la vicenda ebbe sul popolo stesso. Lo status di celebrità di O.J. Simpson portò la gente a interessarsi all’argomento, a esprimere la propria opinione e le TV a focalizzarsi su quelle opinioni piuttosto che sui fatti, trasformando la vicenda nel caso mediatico che è diventato. Ma la questione non si esaurisce in una riflessione negativa sulla considerazione delle celebrità da parte delle masse, poiché le opinioni della gente venivano condizionate da un altro fattore fondamentale: il fatto che Simpson fosse nero. Come dicevo, il primo minuto della prima puntata ci mostra i riots di Los Angeles sottolineando che, appena due anni prima del processo, le reazioni agli atti di discriminazione razziale erano arrivate fino a quel punto e che la questione della razza era ancora una ferita aperta per la società americana. Questo fu determinante per l’andamento e per gli esiti del processo e, come possiamo vedere nella serie, condizionò le prese di posizione di molte persone al riguardo.

Molti dialoghi della serie partono proprio dallo scambio di opinioni sull’accaduto per poi focalizzarsi inevitabilmente sulla questione razziale, come se appunto Simpson fosse solo un espediente per parlare di qualcos’altro. Questo non prescinde però da uno studiato approfondimento dei personaggi. Tutti gli avvocati che vedremo ci vengono presentati inizialmente nella loro quotidianità, ci dicono qualcosa di loro prima ancora di essere coinvolti nella vicenda. Questo restituisce tridimensionalità a tutte quelle persone il cui nome era noto alle masse solamente per il ruolo che avevano svolto nel processo.

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Il team degli avvocati d’accusa è guidato da Marcia Clark (Sarah Paulson), tenace avvocatessa mossa da un forte senso di giustizia, e comprende Cristopher Darden (Sterlin K. Brown), giovane avvocato d’ufficio afroamericano. Entrambi credono che O.J. sia colpevole, forti delle prove in loro possesso il cui valore verrà via via invalidato dagli stessi media che dichiarano di voler fare chiarezza sull’accaduto, tra testimoni che venderanno la propria storia alle televisioni e telefonate di Nicole Brown alla polizia che verranno rese pubbliche dai Tg. 

La difesa è guidata invece da Johnnie Coachran (Courtney B. Vance), avvocato di colore che accetta il lavoro vedendolo come una vocazione, poiché interpreta l’accaduto nella chiave delle discriminazioni di razza sopra citate. Altri importanti membri del team di difesa sono Robert Shapiro (John Travolta), personaggio eccentrico che studia ogni strategia possibile per scagionare O.J. perché preoccupato delle ripercussioni che una sconfitta potrebbe avere sulla propria immagine pubblica, e Robert Kardashian (David Schwimmer), amico personale di O.J. che, a causa di questo legame affettivo, è forse l’unico dei personaggi principali ad essere realmente convinto della sua innocenza.

Una serie, dunque, dedita a raccontare una storia realmente avvenuta, riuscendo però a preservare una certa dose di suspense anche per quelle persone che seguirono assiduamente il caso mediatico. Al contempo American Crime Story punta a istigare una riflessione sulla tendenza delle masse a idolatrare o giudicare una celebrità proiettandole addosso caratteristiche derivanti da fattori emotivi esterni, fino al punto in cui le opinioni superano la realtà dei fatti.

Quindi se O.J. Simpson rappresenta per lo spettatore una lente di ingrandimento puntata sui difetti umani, per gli altri personaggi della serie diventa un vetro rifrangente, che riflette su ognuno di loro quello che per loro rappresenta. Ecco uno dei tanti dialoghi, tra Christopher Darden e un suo vicino nero durante l’inseguimento di Simpson da parte della polizia, in cui affiora questo concetto: Christopher lo sente parlare con gli amici di vecchie glorie sportive di O.J. Simpson e ribatte dicendo che Jim Brown era un giocatore migliore. Il vicino controbatte uscendo subito dall’ambito sportivo:

V. – O.J. è di qui. Andava alla Galileo High School!

C. – E allora? O.J. non ha mai restituito nulla. Vedete parchi in suo nome qui intorno? O centri per l’infanzia? Vedete, Jim Brown aveva a cuore i neri. Era un attivista, si faceva sentire. Quando ha fatto i soldi, O.J. si è dileguato e non è più tornato.  È diventato bianco.

V. – Beh. I poliziotti lo stanno inseguendo. Ora è nero!