Quel simulacro di politica che si indigna ma frantuma la cultura

Una scelta incomprensibile, un’offesa alla nostra cultura, un atto di provincialismo e sottomissione culturale. Sono questi alcuni dei commenti arrivati dai principali esponenti della politica italiana dopo la decisione, presa da alcuni funzionari pubblici, rimasti finora nell’ombra, di coprire un gruppo di statue di nudi dei Musei Capitolini in occasione della visita del presidente iraniano Hassad Rohani. Da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, passando per Pippo Civati e Beatrice Brignone, fino al capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli, scandalizzato da una decisione che «offende la cultura occidentale, la supremazia dell’arte come veicolo di cultura e di libertà», la levata di scudi è stata bipartisan.

renzironaiDa segnalare anche l’interrogazione parlamentare presentata da Maurizio Gasparri, schieratosi apertamente contro «un gesto di prostituzione culturale ordinata a beneficio di un personaggio che nel suo paese applica la pena di morte». All’iniziativa di Gasparri, che a suo tempo aveva difeso la scelta di ospitare Gheddafi a Roma con tanto di tenda beduina e ragazze al seguito, ha fatto eco la petizione lanciata su Change.org dall’esponente di Sel Gianluca Peciola. Lo stesso ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, d’altronde, ha fortemente criticato la decisione di coprire le statue, rivelando come né lui né Renzi fossero stati informati in anticipo dai responsabili.Da destra a sinistra, dunque, per opportunismo politico o per reale convinzione, tutti schierati in difesa del patrimonio culturale e più in generale della cultura intesa, in modo vago e indistinto, come un misto di storia, arte, usi e tradizioni buona per ogni (e in realtà nessuna) occasione.

Denunciare la scarsa dimestichezza della nostra classe politica con tutto ciò che ha a che fare con il concetto di cultura sarebbe fin troppo facile e, a conti fatti, poco utile. In un Parlamento che tra i propri ranghi annovera personaggi dello spessore di Antonio Razzi, la cultura, in qualsiasi senso essa la si voglia intendere, è di casa come il sushi in Nord Africa. Più interessante, al contrario, è notare come la costante opera di messa a reddito (il più delle volte privato) del nostro patrimonio storico e artistico, avviata negli ultimi anni, non abbia mai incontrato un’opposizione così strenua.

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Palazzi o interi musei affittati per sfilate ed eventi esclusivi. Opere d’arte spostate da chiese e istituzioni pubbliche (dove sono visitabili gratuitamente) per ingrossare le fila di mostre-eventi prive di qualsiasi valore scientifico e culturale o, ancora peggio, per diventare icone (pop) da celebrare e ammirare in esposizioni incentrate su una singola opera. Centri storici trasformati in parchi a tema per turisti affamati di conoscenza mordi e fuggi (e di pizza scadente a prezzi altissimi).

Con la cultura non si mangia, diceva l’ex ministro Tremonti che invitava provocatoriamente «a farsi un panino con Dante». Eppure, in Italia, con il patrimonio artistico e la cultura, intesa in questo senso come petrolio, si mangia e si continua a mangiare da anni. Anche grazie al silenzio di una politica spesso connivente con le (poche) società che si spartiscono la fetta delle concessioni. Con buona pace dei cittadini, trasformati in clienti fedeli e pronti a fare la fila e pagare per l’ennesima mostra dedicata ad una tela di Caravaggio.