«L’uomo che non credeva alla fortuna» di Jerome K. Jerome

Redazione

Salì in carrozza a Ipswich con sette settimanali diversi sottobraccio. Notai come ognuno di questi premonisse il lettore contro la possibilità d’infortuni o morte per incidenti ferroviari. Sistemò il suo bagaglio nella cappelliera sopra di lui, si tolse il cappello e lo posò sul sedile accanto al suo, si lucidò il cranio pelato con un fazzoletto di seta rossa e dunque si risolse a scrivere alacre il suo nome e indirizzo su ciascuno dei sette giornali. Io gli sedevo di fronte e leggevo Punch. Leggo sempre vecchie riviste satiriche quando viaggio, trovo che distenda di molto i nervi.

Passando sopra allo scambio di Manningtree il treno sbandò un poco e un ferro di cavallo che aveva accuratamente piazzato nella cappelliera sopra di lui sgusciò dalla rete, cadendo con un trillo musicale sulla sua testa.

Lui non sembrò né sorpreso né arrabbiato. Dopo aver tamponato la ferita col suo fazzoletto, si chinò, raccolse il ferro di cavallo, lo scrutò, con quella che io pensai fosse un’espressione di disapprovazione, e lo fece cadere con gentilezza fuori dalla finestra.

«Si è fatto male?» chiesi.

Era una domanda stupida. Me lo dissi nello stesso momento in cui la proferii. Quella roba doveva pesare quantomeno un chilo e mezzo; era un ferro eccezionalmente grosso e pesante. Il bozzo sulla sua testa andava gonfiandosi visibilmente davanti ai miei occhi. Chiunque, persino un idiota, avrebbe potuto vedere che gli aveva fatto male. Mi aspettavo una risposta irritata. Me la sarei data io stesso, fossi stato al suo posto. Invece, per qualche ragione, sembrò guardare alla mia richiesta come a una naturale e gentile espressione di simpatia.

«Ebbene sì, un poco» rispose.

«Cosa ci faceva con quello?»  domandai. Era un tipo d’oggetto singolare da portarsi dietro in un viaggio.

«L’ho trovato per strada fuori dalla stazione» spiegò. «L’ho preso come portafortuna.» Ripiegò il suo fazzoletto così da portare una superficie più fredda a contatto col livido, mentre io mormoravo qualcosa di geniale a proposito dell’imperscrutabilità della Provvidenza.

«Sì» disse lui, «ho avuto un bel po’ di fortuna da giovane, ma non è mai andata a finir bene.»

«Sono nato di mercoledì» continuò, «che, come immagino lei sappia, è il giorno più fortunato in cui un uomo può nascere. Mia madre era una vedova e nessuno dei miei parenti si diede mai la minima pena per me. Dicevano che aiutare un ragazzo nato di mercoledì era come vendere ghiaccioli agli eschimesi; e mio zio, quando morì, lasciò ogni penny in suo possesso a mio fratello Sam, come compensazione parziale del fatto che era nato di venerdì. Tutto ciò che mi riusciva d’ottenere erano consigli sul dovere e sulle responsabilità derivanti dalla ricchezza, quando sarebbe arrivata, e anche suppliche di non trascurare chi mi aveva aiutato, una volta divenuto ricco.»

Fece una pausa mentre ripiegava i suoi opuscoli assicurativi e li ficcava nella tasca interna del suo cappotto.

«E poi ci sono i gatti neri» continuò, «si dice siano fortunati. E mai ci fu gatto più nero di quello che mi seguì nelle mie stanze a Bolsover Street proprio la prima notte che vi trascorsi.»

«Non le ha portato fortuna?» chiesi io, notando che si era bloccato.

Uno sguardo distante apparve sui suoi occhi.

«Ebbene, ovviamente, tutto dipende» rispose sognante. «Forse non sarebbe mai funzionata tra di noi; la si può sempre vedere in questa maniera. Eppure, mi sarebbe piaciuto aver tentato.»

Sedette immobile a guardare fuori dal finestrino e per qualche momento non ebbi il cuore di intromettermi nelle sue memorie evidentemente dolorose.

«Cosa successe allora?» chiesi, tuttavia, alla fine.

Lui rinvenne dalla sua fantasticheria a occhi aperti.

«Oh» disse. «Nulla di straordinario. Lei dovette allontanarsi da Londra per un periodo e mi lasciò in custodia il suo canarino per il tempo in cui sarebbe stata via.»

«Ma non fu colpa sua» insistei.

«No, forse no» convenne lui, «ma creò una freddezza di cui altri non furono lenti ad approfittare.»

«Le offrii persino il gatto» aggiunse, più per lui che per me.

Sedemmo e fumammo in silenzio. Sentivo che le commiserazioni di un estraneo sarebbero suonate deboli.

«Sono fortunati anche i cavalli pezzati» osservò, battendo la cenere della sua pipa contro la fasciatura del finestrino. «Ne ho avuto uno, una volta.»

«Che cosa le combinò?» chiesi.

«Mi fece perdere il miglior lavoro che abbia mai avuto in tutta la mia vita» fu la secca replica. «Il capo fu paziente molto più di quanto io avessi il diritto di aspettarmi; ma a un certo punto non si può tenere un uomo che è sempre ubriaco. Dà una pessima reputazione alla ditta.»

«È vero» concordai.

«Vede» continuò lui, «non ho mai avuto la stoffa del bevitore. Ad alcuni uomini non fa quell’effetto, ma il primo bicchiere era sufficiente a scombussolarmi. Non sono mai stato abituato.»

«Ma perché beveva?» persistetti. «Il cavallo non la faceva mica bere, giusto?»

«Dunque, funzionava così» spiegò lui, continuando a massaggiarsi gentilmente il bernoccolo, che ormai aveva assunto le dimensioni di un uovo. «L’animale era appartenuto a un gentiluomo che viaggiava a vino e liquori, e che era abituato a visitare ogni pub che incontrava per la sua strada. Il risultato era che non si poteva far oltrepassare un pub a quel cavalluccio, o perlomeno a me non riusciva di guidarlo oltre. Li avvistava da oltre un quarto di miglio di distanza e puntava dritto alla porta. Al principio ci lottavo, ma portarlo via era un lavoro che poteva durare tra i cinque e i dieci minuti, con la folla di persone che si radunava attorno per scommettere su chi l’avrebbe avuta vinta. Penso che, forse, avrei continuato a adoperarmi al riguardo, non fosse stato per un astemio che si fermò un giorno e si mise a tener lezione alla folla dall’altro lato della strada. Mi chiamò Pellegrino e disse che il cavalluccio era Pollion, o un altro nome del genere, e continuava a schiamazzare che io avrei dovuto combatterlo per una corona in paradiso. Dopodiché, tutti presero a chiamarci “Pellegrino e Pollion che combattono per la corona”. Mi innervosiva molto, ecco cosa, e alla prima taverna che incontrammo, quando il cavallo cominciò a tirare, mi fermai, scesi e dissi “Sono venuto per un paio di scotch”. Quello fu l’inizio. Mi ci vollero anni per smettere.»

«Ma ecco» continuò lui, «è sempre la stessa storia. Non erano nemmeno passate un paio di settimane in questa situazione che il mio capo mi diede un’oca da tre chili e mezzo come regalo di Natale.»

«Be’, quella non le avrà certo fatto danno» rimarcai. «Mi sembra una bella fortuna.»

«E così dissero gli altri impiegati all’epoca» rispose lui. «Il vecchio gentiluomo non era certo noto per elargire doni. “Si vede che gli piaci,” dicevano loro, “sei un fortunello!”.»

Sospirò profondamente. Sentivo che c’era una storia dietro.

«Che cosa ne ha fatto?» chiesi.

«Quello fu il problema» disse di ritorno. «Non sapevo proprio cosa farci. Erano le dieci della vigilia di Natale quando me la diede, proprio quando stavo andando via. “La Tiddling Brothers mi ha mandato un’oca, Biggles” mi disse, mentre lo aiutavo col suo soprabito. “Molto gentile da parte loro, ma io non la voglio. Può averla lei!”.»

«Chiaramente lo ringraziai e fui molto riconoscente. Mi augurò il buon Natale e se ne andò. Io legai quella roba in una carta marrone e me la misi sottobraccio. Era un uccello bellissimo, ma pesante. Viste le circostanze ed essendo Natale, pensai di concedermi un piccolo regalo, un bicchiere di birra. Andai in un pub, piccolo e tranquillo, all’angolo della via e posai l’oca sul bancone. “È un affare bello grosso eh” disse l’oste, “Do-mani si man-gia!” Le sue parole mi fecero pensare, e per la prima volta mi colpì il fatto che io non volevo l’uccello, il quale non m’era d’alcun uso. Dovevo passare le festività coi parenti della mia fidanzata nel Kent.»

«Era la signorina del canarino?» lo interruppi.

«No» rispose lui. «Questo accadeva prima. È stata proprio quell’oca a mettere in moto tutto. Ebbene, i suoi genitori erano dei grandi agricoltori: sarebbe stato assurdo portargli un’oca, e non conoscevo nessuno cui darla a Londra. Quindi quando l’oste si presentò di nuovo gli domandai se gli interessasse comprarla. Gli dissi che gliel’avrei messa a poco. “Per me non la voglio” mi rispose, “ne ho già tre in casa. Forse uno di questi signori vorrà fare un’offerta.” Si voltò e c’erano un paio di tizi che sedevano a bere gin. Tra tutti e due non mi sembravano valere il prezzo d’un pollo. Il più trasandato disse che gli sarebbe piaciuto dargli uno sguardo, comunque, e io slegai il pacchetto. La strapazzò considerevolmente, mentre allo stesso tempo m’indagava per sapere come l’avessi ottenuta, finendo poi per versarci sopra un bicchierone di acqua e gin. Al che mi offrì una mezza corona. Mi infuriai così tanto che presi la carta marrone e le stringhe in una mano e l’oca nell’altra e uscii fuori senza dire una parola.

«La portai a quella maniera per un bel pezzo, perché ero sovreccitato e non m’importava come la portavo. Ma quando mi calmai, riflettei su quanto ridicolo dovessi sembrare. Uno o due ragazzini avevano evidentemente notato la stessa cosa. Mi fermai sotto un lampione e provai a legarla di nuovo. Con me avevo un ombrello e una sacca allo stesso tempo e la prima cosa che feci fu di far cadere l’oca nel canale di scolo, cosa che ci si poteva attendere avrei fatto tentando di maneggiare simultaneamente i quattro articoli e un metro di laccio con due sole mani. Con l’oca ripresi almeno un quarto di fango, la cui gran parte finì per andarmi su mani e vestiti con un bel po’ sulla carta marrone. E poi iniziò a piovere.

«Feci un mucchio di tutto, lo misi sotto al braccio e mi infilai nel pub più vicino, dove, pensavo, avrei chiesto un pezzo di spago così da fare un pacchetto ordinato. Il bar era affollato. Spintonai fino ad arrivare al bancone e fiondai l’oca di fronte a me. Gli uomini più vicini smisero di parlare per guardarla e un ragazzotto accanto a me disse: “Be’, l’hai ammazzata.” Va detto che ero in uno stato di agitazione. La mia intenzione era quella di tentare di venderla un’altra volta qui, ma certamente non erano i tipi giusti. Mi scolai una pinta di ale – poiché mi sentivo alquanto affaticato e accaldato -, scrostai tutto il fango che potei dall’uccello, rifeci il pacchetto e uscii.

«Attraversando la strada ebbi un’illuminazione. Pensai di alzarci una riffa. D’un tratto mi risolsi a cercare un pub dove avrei potuto trovare qualcuno interessato. Mi costò tre o quattro whisky – perché non mi andava più di bere birra, visto quanto mi scombussola facilmente -, ma alla lunga trovai il pubblico che desideravo: un posticino tranquillo e dall’atmosfera casalinga appena dietro Goswell Road. Spiegai all’oste la mia idea e lui non ebbe nulla da obiettare, ma si attendeva che avrei pagato un giro di bevute dopo. Dissi che ne sarei stato ben felice e gli mostrai l’uccello.

“Sembra messo un po’ male” disse. Era un uomo del Devonshire.

“Oh non è nulla” spiegai. “Mi è caduto. Nulla che non si possa lavare.”

“Ha anche un odore un poco strano.” disse lui.

“È fango,” risposi, “lo sa com’è il fango di Londra. E un signore c’ha versato su del gin. Nessuno ci farà caso quando sarà cotto.”

“Be’,” rispose lui, “non credo che da parte mia farei un’offerta. Ma se qualcuno di questi signori la facesse, sarebbero affari suoi.”

«Nessuno sembrava entusiasta. Feci partire l’asta a sei pence e presi un biglietto io stesso. Il garzone ebbe l’opportunità gratuita di soprintendere ai procedimenti e, contro la loro volontà, riuscì a indurre cinque altri uomini ad aggiungersi. La vinsi io e sborsai due pence per il giro di bevute. Un individuo dall’aria solenne, che era stato a russare in un angolo, si svegliò d’improvviso mentre me ne stavo andando e mi offrì sette pence e mezzo penny per l’oca – perché proprio sette pence e mezzo penny non lo saprò mai. L’avrebbe portata via, io non l’avrei mai più vista e tutta la mia vita sarebbe potuta essere diversa. Ma il fato mi era sempre avverso. Risposi, con un’altezzosità forse non necessaria, che non era il fondo per la cena di Natale dei bisognosi e uscii fuori.

«Si andava facendo tardi e avevo di fronte una lunga camminata fino ai miei alloggi. Stavo iniziando a desiderare di non aver mai visto quell’uccello. In quel momento, stimavo il suo peso a sette chili. Mi occorse l’idea di venderlo a un pollivendolo. Cercai un negozio. Ne trovai uno su Myddleton Street. Non c’era nemmeno un cliente nei paraggi, ma da come strillava il tizio si sarebbe detto che tutto il commercio di Clerkenwell fosse sulle sue spalle. Tolsi l’oca dal pacchetto e la deposi sul bancone di fronte a lui.

“Che roba è?” chiese lui.

“È un’oca” risposi io. “Te la metto a poco.”

Tirò su quell’affare per il collo e me la lanciò contro. Schivai, ma mi colpì di striscio il lato della testa. Non può avere idea, se non è mai stato colpito alla testa da un’oca , di quanto faccia male. La raccolsi e lo colpii con la stessa arma, quando un poliziotto sopraggiunse col solito: “Cosa sta succedendo qui?”.

«Io diedi ragione dei fatti. Il pollivendolo si sporse dall’orlo del marciapiede e apostrofò l’universo intero. “Guardi il negozio” disse, “sono le dodici meno venti e ci sono sette dozzine d’oche appese che devo dar via e questo scimunito mi chiede se ne voglio comprare un’altra.”

«Mi accorsi che la mia pensata era stata una fesseria e seguii il consiglio del poliziotto, me ne andai sommesso, portando con me l’uccello.

«Allora mi dissi: “Lo darò via. Sceglierò un poveraccio che se lo meriti e gli regalerò questa bestia maledetta”. Passai in rassegna un bel po’ di persone, ma nessuno sembrava abbastanza bisognoso o meritevole. Sarà stato l’orario o forse il quartiere, ma chiunque incontravo non mi sembrava degno dell’uccello. A Judd Street, lo offrii a un uomo che pensavo sembrasse affamato. Venne fuori che era un ruffiano ubriaco. Non mi riusciva di fargli capire cosa intendevo e mi inseguì per strada insultandomi a pieni polmoni, finché, girando un angolo senza rendersene conto, s’infilò per Tavistock Place e continuò a gridare dietro a un altro uomo. Su Euston Road fermai una bambina mezza morta di fame e le misi l’oca tra le mani. Lei urlò: “No, io no!” e corse via. La sentii strillare con la voce acuta: “Chi ha rubato l’oca?”.

«La feci cadere di proposito in un angolo oscuro di Seymour Street. Un uomo la raccolse e mi rincorse per ridarmela. Non fui in grado di mettermi a questionare. Gli diedi due pence e continuai ad arrancare oltre. I pub stavano chiudendo, così entrai in uno per il bicchiere della staffa. Per dirla tutta, ne avevo bevuti più che a sufficienza, essendo, come sono, poco avvezzo a qualcosa in più dell’occasionale bicchiere di birra. Ma mi sentivo scoraggiato e, pensai, che m’avrebbe tirato su di morale. Mi pare che presi un gin, che è una cosa che aborro.

«Volevo fiondarla a Oakley Square, ma un poliziotto mi teneva d’occhio e mi seguì due volte attorno alla cancellata. Su per Golding Road, cercai di gettarla in un posto, ma il tentativo fu frustrato alla stessa maniera. L’intero corpo di polizia notturna di Londra sembrava non avesse altro da fare che prevenire il mio tentativo di disfarmi dell’oca.

«Sembravano così ansiosi a riguardo da farmi considerare che gli sarebbe piaciuto averla. Andai incontro a uno per Camden Street. Lo chiamai “Bobby” e gli chiesi se voleva un’oca.

“Ti dico cosa non voglio” replicò severo, “non voglio nessuno della tua risma”.

«Fu molto offensivo e naturalmente io gli risposi. Non ricordo cos’è successo, ma andò a finire con lui che mi annunciava l’intenzione di prendermi in custodia.

«Gli sfuggii dalle mani e scappai per King Street. Lui soffiò nel fischietto e mi corse dietro. Un uomo sbucò fuori da una porta su College Street e cercò di fermarmi. Lo bloccai con un colpo allo stomaco e tagliai per il Crescent e tornai sui miei passi a Camden Road passando per Batt Street.

«Al ponte sul canale, mi guardai indietro e non vidi nessuno. Lasciai cadere l’oca oltre il parapetto e cadde con un tonfo nell’acqua.

«Un sospiro di sollievo mi gonfiò il petto, mi girai e m’incamminai per Randolph Street. Lì mi acciuffò un agente. Stavo discutendo con lui quando arrivò ansimante lo sciocco di prima. Mi dissero che avrei dovuto spiegare un po’ di cose all’ispettore ed ero decisamente d’accordo.

«L’ispettore mi chiese perché ero corso via quando l’altro poliziotto mi voleva prendere in custodia. Gli replicai che l’avevo fatto perché non avevo alcun desiderio di passare le mie vacanze di Natale in gattabuia, il che dovette sembrargli un’argomentazione indubitabilmente singolare e debole. Mi chiese cosa avevo gettato nel canale. Gli dissi che era un’oca. Mi chiese perché avessi gettato un’oca nel canale. Perché ero stanco e stufo di quell’animale, gli risposi.

«A quel punto un sergente entrò per dire che erano riusciti a recuperare il pacco. Lo aprirono sul tavolo dell’ispettore. Conteneva un bambino morto.

«Puntualizzai che non era il mio pacco e che non era il mio bambino, ma loro non si presero neppure il disturbo di mascherare il fatto che non mi credevano.

«L’ispettore disse che era un caso troppo grave per la cauzione, il che, visto che non conoscevo nemmeno un’anima a Londra, era del tutto irrilevante. Mandai un telegramma alla mia fidanzata per dirle che ero inevitabilmente trattenuto in città, e passai il Natale e il Boxing Day più quieto e senza avvenimenti che mi sia capitato di trascorrere.

«Alla fine, le prove contro di me vennero ritenute insufficienti per giustificare una condanna e me la cavai col reato minore di ubriachezza molesta. Ma persi il lavoro e la fidanzata, e non voglio più vedere un’oca in vita mia.»

Ci stavamo avvicinando a Liverpool Street. Tirò giù il suo bagaglio e, prendendo il cappello, provò a metterselo in testa. Ma in conseguenza del bernoccolo causato del ferro di cavallo, proprio non gli riusciva di farlo calzare e così lo abbandonò tristemente sul sedile.

«No» disse tranquillo, «non posso dire di credere molto alla fortuna.»

 

Traduzione di Stefano Friani