Perché il nome Altri Animali?

Emanuele Giammarco

Quando si è alla ricerca di un nome, si vive un’insolita sovrapposizione di stati d’animo. Da un lato scalpita febbricitante un’attesa, ci si spreme nel tentativo di tirar fuori dal cilindro il nome perfetto, come il mago col coniglio. Dall’altro si è subito presi come da un’ansia sinistra, nella sghemba prospettiva di potersi illudere da soli e destinare fatalmente e irrimediabilmente quel qualcosa, o qualcuno, al più cacofonico e ridicolo dei nomignoli. Così in verità ci si stanca presto. Si cominciano a tirar fuori, e a caso, nomi fra i più maldestri, appositamente o quasi, come ad esorcizzare un possibile errore grossolano e contemporaneamente far di soppiatto un ennesimo tentativo, nella speranza che quest’ultimo venga magicamente accolto. Ecco che si comincia a sghignazzare, a far battute e a perdere il filo; e alla fine prende una certa malinconia: ci manca da morire… ma chi, cosa, se ancora non ha un nome?

Per «altri animali», il nostro blog, non è andata diversamente. Anzi, non bisognerebbe dirlo, ma la scelta è frutto di un ripescaggio non privo di dubbi e ripensamenti. Ma perché non macchiare di colore il preludio alla nascita di una propria creatura? Abbellirla di ghirigori fantastici? La verità è che la verità è meglio, è preferibile, quantomeno come principio primo della comunicazione. O almeno ci siamo detti così, un po’ mugugnando, come capita quando si dicono cose giuste ma scontate.

In apnea, in quell’oceano di nomi possibili, si cercava qualcosa che rendesse l’idea di una condivisione e al contempo di una continua messa a problema. Un confessionale laddove critica e autocritica si potessero incontrare per confessarsi l’una con l’altra i rispettivi peccati. Una sorta di terapia di gruppo per assidui frequentatori di grattacapi. Niente di definitivo, di certo, di saldo. In fondo ci piaceva l’idea che all’origine del nome ci fosse un certo iniziale disorientamento, una certa impasse, e insieme il riconoscimento dell’uno e dell’altra, da parte nostra e dei futuri lettori. Dovrebbe trattarsi non di riempire la pagina ma di scrivere in senso forte. Mettersi alla ricerca, e quindi partire da un originario disorientamento. Un blog di scritture, anzitutto, che sapesse segnare lungo la via il cammino, senza saper bene dove andare; non poteva che nascere da una qualche primordiale confusione.

Per descrivere questa contemporaneità, inoltre, volevamo che rimanesse viva una certa tensione dei contrari. In «altri animali» ci ha colpito il singolare binomio linguistico, quel contrasto capace di insinuarsi nello spazio bianco fra le parole, quel magnetismo incombente, ed evidente solo quando un termine s’avvicina all’altro. Non si sa. Si tentava, con la scelta del nome, di far convivere insieme un ventaglio, uno spettro di suggestioni e allusioni, anche contraddittorie – tanto meglio – per riuscire a farle vibrare. A convivere immediatamente d’altra parte sono due sostantivi aggettivati, o aggettivi sostantivati, che dominano l’oggi secondo aspetti decisivi e coerenti l’uno con l’altro: la destituzione della centralità dell’uomo e quella del soggetto nel mondo. Ci sentiamo e intendiamo sentirci decentralizzati forse, ecco il come e il perché di quel nome.

L’uomo? Solo un altro animale, l’animale che dunque è. Oppure un animale altro? La domanda vorremmo sorgesse spontanea e che i possibili incastri, almeno per quanto ci riguarda, restassero tutti validi. È bene, anzi, che una tale biunivocità dei termini possa rimanere sempre in piedi. Che ne resti presente il chiasmo nascosto – altri animali, animali altri.

La sensazione infatti è che, iniziando a scrivere, si debba fare i conti con i propri limiti e, in verità, con l’idea stessa di limite. Fra il bianco della pagina e l’inchiostro della penna, fra lo scrittore e il lettore, il detto e il non detto: non si tratta di travalicare un confine, quanto piuttosto di camminarci sopra, come un equilibrista sul filo. Ci sembra di dover rendere ragione del nostro stare sempre a metà, animali e umani appunto, in continuo allontanamento e avvicinamento con un che di recondito: balbettare nella lingua, o scrivere in nome degli animali morenti, come argomentava Deleuze. Impossible arrivare a tanto; speravamo che il nome potesse aiutarci e ispirarci.

Dovunque ci conducano i nostri articoli, però, non possiamo non rivendicare, con l’alterità e l’animalità, il nostro essere a metà, in fieri, il nostro rimanere indecisi e continuamente da decidersi. Il dovere di rispondere a un’immancabile istanza di perpetua messa in discussione, di praticare una sana skepsi e, dove non si trovano appigli, di mostrare limpida la domanda di fondo. In questo senso speriamo ci assista il dovere all’ironia e all’auto-ironia. Una certa desacralizzazione, un sano destituire e decostruire da cui soltanto si apre una onesta dialettica fra pari. Solo scendendo e facendo scendere dal piedistallo è possibile situarsi davvero in una prospettiva capace di rendere conto di un’alterità autentica.

Quindi guardare all’altro o almeno provarci: volevamo fosse il nostro primo pensiero, magari latente, magari inconsciamente tradito, ma vivo. Tenere sempre in ascolto un orecchio all’altro da sè e quindi sapersi contraddire e mettersi in discussione. Volevamo che rispetto a Racconti ci fosse qualcos’altro, qualcosa di altro, anche da quell’ascolto di storie diverse che vorremmo contraddistinguesse il nostro approccio all’editoria. Che ci fossero altri animali oltre al nostro scarafaggio, un piccolo Gregor Samsa ribaltato, già da tempo il più diverso e paradigmatico degli esseri auto-ironici e rimasti in sospeso.