Mappe della cultura Tronca-ta

Lo scenario è quello di un caos Capitale: una città con due papi ma senza sindaco, agitata da straordinarie contraddizioni. Giubileo e commissariamento, misericordia e ruspe, emergenza abitativa e  scandalo affittopoli, cantieri e decoro. Alla voce sgomberi, poi, l’emblematica confusione tutta interna al concetto di legalità, che – questa volta rispondente al nome di delibera 140/14 –  è l’arma con cui si stanno minacciando molte esperienze di autogestione a Roma. Un primo round, tutto firmato Giunta Marino, aveva sancito la chiusura del Teatro Valle Occupato (per lavori «improcrastinabili», tutt’ora mai avviati); del Rialto Sant’Ambrogio (sequestrato «preventivamente» per «ragioni di sicurezza»); del Cinema America (sgomberato dopo le promesse di Marino agli occupanti di una prossima assegnazione); dell’Angelo Mai (ora parzialmente dissequestrato); dello Scup (immobile pubblico sgomberato per ben due volte nel corso di un losco passaggio di proprietà) di Communia (per «rischi di instabilità strutturale»). Negli ultimi mesi il commissario Paolo Francesco Tronca, sostituto del defenestrato sindaco, ne prosegue la prospettiva annichilente ed invia lettere di sgombero al Corto Circuito, all’ESC Atelier, ad Auro & Marco e al Casale Falchetti. E non solo centri sociali: ad essere nel mirino sono anche numerose associazioni, circoli culturali, spazi autogestiti.

Uno sguardo al di fuori del baricentro romano potrebbe accogliere con favore questa manovra apparentemente corretta. Potrebbe sembrare, infatti, che il settore pubblico abbia la nobile intenzione di riappropriarsi dei suoi immobili, ingiustamente sottratti alla loro precedente funzione collettiva da alcuni occupanti che li (ab)usano a proprio vantaggio. Se non fosse che l’unica funzione propria è un silenzio spettrale. Si tratta, insomma, della situazione diametralmente opposta: sequestri, sgomberi, sfratti e sigilli sono volti esclusivamente alla svendita di questi spazi, con l’effetto di desertificare ancor più il già prosciugato panorama culturale romano. Il paradosso: anziché ostacolare l’appropriazione del patrimonio pubblico da parte di privati, che quindi ne deprivano della funzione pubblica, Tronca e Spadoni (questo l’abbinato cognome del subcommissario con delega al Patrimonio di Roma Capitale) deprimono quella parte di cittadinanza che cerca di tutelarne un uso civico.

Le realtà citate offrono infatti palestre popolari, biblioteche ed aule studio, corsi di italiano per stranieri e lezioni di recupero scolastico, proiezioni di documentari, spettacoli teatrali, laboratori, rassegne di film, fiere indipendenti, eventi, dibattiti pubblici, presentazioni di libri, assemblee. Luoghi di sperimentazioni dove esercitare concretamente la cittadinanza, con l’intento di riappropriarsi di una minima parte di quella Roma abbandonata, che conta oltre 250mila immobili vuoti (di cui una fetta consistente di proprietà pubblica). Una pratica in linea con gli articoli 41 e 42 della Costituzione che sanciscono la legittimità da parte della comunità, nell’eventualità di una proprietà privata in abbandono o  nel caso di immobili demaniali, di ripristinarne una funzione sociale.  Ispirandosi proprio a questi principi della Costituzione e constatando i livelli allarmanti di dismissioni immobiliari a Roma, nel 2013 nasce la rete Patrimonio Comune. A seguito di assemblee e gruppi di studio viene redatta una proposta di delibera per l’uso sociale del patrimonio pubblico e privato in disuso. Tra le richieste della delibera anche quella di rendere consultabile al pubblico un repertorio e una mappatura degli spazi abbandonati, sia pubblici che privati. Al momento l’unica mappa reperibile e implementabile sembra essere quella realizzata dal collettivo del Cinema America. Non disponibile al pubblico, sebbene esistente, è invece l’inventario e la Mappa del patrimonio immobiliare comunale che conta 58.016 beni di proprietà comunale.

valleLa dimensione spaziale degli immobili dismessi a Roma ha come correlato sociale la totale assenza di ogni politica di welfare, nonché di una città che stenta ad offrire e produrre cultura contemporanea. L’esistenza delle numerosissime occupazioni romane, situazione davvero unica in Europa, attesta da sola la portata di questo vuoto istituzionale. Gli occupanti non vogliono certo porsi come supplenti volontari del settore pubblico che sta perdendo consistenza, ma mirano in maniera conflittuale alla denuncia di questa lacuna ed esigono il riconoscimento del valore sociale di queste realtà. Non è solo un fattore economico: si tratta di spazi spesso in condizioni estremamente disagiate che necessitano di spese per ristrutturazioni, messa in sicurezza, costruzione di impianti. Insomma un lavoro immenso che a volte richiede anni di raccolte fondi e lavori per i quali la pubblica amministrazione dovrebbe riconoscere credito, non certo debito. Accade invece esattamente il contrario: assieme alle lettere di sgombero, il Comune invia richieste di risarcimento come nel caso di Auro & Marco, al quale è stata richiesta la cifra esorbitante di 6 milioni di euro di arretrati.

Tornando alla delibera 140/2015, matrice di queste operazioni. Avviata dalla Giunta Marino e dall’ex vicesindaco Luigi Nieri (che aveva la delega al Patrimonio) ha preso il posto della precedente delibera 26, risalente al 1995 e approvata da Rutelli. Di iniziativa popolare, quest’ultima delibera aveva il compito di regolamentare l’utilizzo degli immobili di proprietà comunale per uso sociale, culturale, ricreativo. La 140, che riguarda all’incirca 800 realtà, sancisce il principio di rimessa a bando pubblico che su un piano meramente astratto dovrebbe garantire una maggior trasparenza e pari opportunità (pratica estremamente discutibile ai tempi di Mafia Capitale). La questione preoccupante, però, è che prevede un affitto degli spazi una volta assegnati a prezzi di mercato. Quindi una manovra tutta interna al paradigma del far cassa e non certo pensata in vista di una accessibilità e fruizione collettiva. Senza tener conto della storicità dei vari progetti e il loro ruolo nella ricostruzione del tessuto sociale nei quartieri romani. Che questa delibera sia stata o meno distorta rispetto alle sue intenzioni iniziali (sul sito del manifesto è consultabile il botta e risposta tra Luigi Nieri e la Rete per il diritto alla città) gli effetti sono vistosamente disastrosi e hanno suscitato una immediata reazione dei movimenti sociali.

Dopo una partecipata assemblea dello scorso 26 gennaio ad ESC Atelier, il 19 febbraio gli spazi sociali hanno temporaneamente occupato la sede del Dipartimento del Patrimonio, sviluppo e valorizzazione del Comune, ottenendo un incontro con il subcommissario Spadoni, che si è impegnato a convocare a breve un tavolo di discussione circa gli atti di sgombero e la loro gestione. Per il 19 marzo è invece promosso un corteo di mobilitazione contro le politiche di privatizzazione, che ha come obiettivo polemico DUP, il Documento Unico di Programmazione per il 2016-2018, approvato da Tronca lo scorso 24 dicembre. Si tratta di un armamentario di ben settecentoquaranta pagine pronte a privatizzare la città (dagli asili nido alla gestione dell’acqua) sotto lo scudo del debito pubblico da saldare. Riguardo all’alienazione del patrimonio pubblico, si prevede di trarne dei proventi per 15 milioni euro l’anno, fino al 2018.

È utile ricordare che nel processo di privatizzazione la proprietà pubblica non svende quanto è suo, ma perde un bene appartenente a ciascun membro della comunità. Mentre la proprietà privata gode di una sostanziale sicurezza, nella nostra tradizione giuridica e politica assistiamo a una concreta mancanza di tutela nei confronti dei beni pubblici. Negli ultimi decenni si è rivelata in tutta la sua portata l’assenza di strumenti sufficienti per la tutela del pubblico dall’aggressione neoliberista. Ogni immobile pubblico in stato di abbandono suscita la preoccupazione di assistere, di volta in volta, ad un pezzo di sovranità in lista d’attesa per essere svenduto. Per scongiurare una città lottizzata e privata della sua funzione civica, composta da meri residenti e nella quale ogni aspetto venga subordinato al monetizzare, è lecito ribadire, in quanto suoi abitanti, l’elementarità di un principio: che Roma non è in vendita.