La felicità è una domanda scomoda come un calzino bucato

I vagoni della metro di Roma aprono le loro porte ogni minuto, più o meno. Lasciano entrare chiunque, ognuno con la stessa espressione. Soprattutto dalle 18 alle 20, quando si dice addio alla giornata e si mette una X sull’ennesimo giorno perso del calendario. Non c’è molto da stare allegri e c’è poco da dire: quelle facce dicono che c’è qualcosa che non va. Sarà la vita moderna, sarà che alle cinque del pomeriggio vorremmo dedicarci a noi stessi piuttosto che aspettare un altro paio di ore e scoprire quanto poco spazio ci serva per sopravvivere sui mezzi pubblici. Le facce parlano chiaro: il capo, il lavoro, cosa vorrei, i fiumi di mail, il tempo che non c’è, i contratti che non si sa se, la città, il Paese, i doveri e il si dice, il si deve fare – accettare – uniformare; irritano, invadono, scatenano. Forse sarebbe il caso che lo zio di Kurt Vonnegut facesse un giro in metro almeno una volta alla settimana. «Una delle cose che trovava deplorevole negli esseri umani era che si rendevano conto troppo raramente della loro stessa felicità».

Attenzione, lo zio Alex non era certo l’ultimo degli scemi e non è un caso che venga in mente nei bassifondi della metro. La sua frase è un trampolino di lancio per domande scomode come un calzino bucato, non tanto una sentenza. Siamo incapaci di riconoscere se e quando siamo felici o la domanda stessa sulla felicità è un privilegio che ormai spetta a pochi? Chi parlava il greco antico aveva il coraggio di interrogarsi e fornire risposte utili, chi abita e governa il ventunesimo secolo, invece, ha smesso di indagare. Allora si dovrebbe tornare al 1999, entrare all’Agnes Scott College in Georgia, prendere posto insieme agli studenti americani e ascoltare cosa aveva da dire Vonnegut. Insomma, leggere Quando siete felici, fateci caso, serie di discorsi dello scrittore edita da minimum fax. Guardare dal vivo il periodo breve che ha ispirato il post e chiedersi chi sia e quante cose possa essere la signora F. E sarebbe il caso di farlo in massa, e sarebbe il caso, per quanto possibile, di avvicinare la vita a qualsiasi personale idea di felicità. Impossibile? Viste le facce in metro, meglio l’impossibile che il reale.