«Il mulatto» di Victor Séjour

Redazione

I primi raggi dell’aurora biancheggiavano appena sulle nere cime delle montagne, quando m’incamminai dal Capo per giungere a Saint Marc, piccolo borgo di Santo Domingo, oggi Repubblica d’Haiti. Ne avevo viste tante di belle campagne, di foreste così alte e profonde, da credermi ormai distaccato, in verità, da certe virulente bellezze della Creazione. Eppure, dinanzi a quest’ultima città, con la sua pittoresca vegetazione, la sua natura bizzarra e inaspettata, rimasi stordito e confuso davanti alla sublime varietà dell’opera del Signore.

Subito, al mio arrivo, fui accostato da un vecchio negro; almeno settuagenario. I suoi passi decisi, la sua testa alta, la sua stazza imponente e vigorosa; niente di lui avrebbe fatto pensare all’età che aveva, se non fosse stato per l’evidente canizie dei capelli crespi. Secondo il costume del paese aveva il capo cinto da un gran cappello di paglia, era vestito con un largo pantalone di tela grigia, ed aveva una specie di camicetta in batista grezza.

«Buongiorno padrone!» mi disse palesandosi ai miei occhi.

«Ah, eccovi!» E gli tesi la mano, che strinse con riconoscenza.

«Padrone» disse «è un gesto dal cuore nobile il vostro. Non sapete che un negro è più vile d’un cane? La società lo rigetta, le persone lo detestano, le leggi lo maledicono. Ah! non c’è creatura più miserabile: non gli è concessa nemmeno la consolazione di potersi rendere irreprensibilmente virtuoso, o l’eventualità che possa nascere buono, nobile, generoso, o che Dio gli doni un’anima leale e grande. Oltre a ciò, spesso finisce nella tomba con le mani tinte di rosso e con il cuore ancora avido di vendetta. Perché più d’una volta ha visto distrutti i propri sogni di gioventù; perché dall’esperienza ha capito che le sue buone azioni non hanno alcuna rilevanza e che non gli è dato d’amare né la propria donna né i propri figli; perché un giorno lei verrà sedotta dal padrone mentre il sangue del suo sangue verrà dato via come nulla fosse, di fronte al proprio supplizio. Allora, cosa volete che diventi? Deve forse rompersi il cranio sul lastricato di questa strada? Uccidere il proprio seviziatore? O pensate che il cuore umano possa addirittura forgiarsi di fronte a tali sfortune?»

Il vecchio negro si fece silenzioso per un istante, come ad attendere una mia risposta.

«È così insensato» riprese poi accalorato. «Se egli vive, è solo per vendicarsi; poiché prima o poi si alzerà e… il giorno in cui deciderà di dare una scossa alla propria servilità al padrone converrà ascoltare le urla di quella tigre affamata ai suoi fianchi, piuttosto che incontrarla faccia a faccia.»

Mentre parlava la sua fronte s’illuminava, i suoi occhi scintillavano e il suo cuore batteva con forza. Non credevo di poter trovare tanta energia sotto un involucro così datato. Approfittando di questa strana forma d’esaltazione gli dissi:

«Antoine. Avete promesso di raccontarmi la storia del vostro amico Georges.»

«Volete ascoltarla proprio adesso?»

«Volentieri…» E facemmo per sederci, lui sul mio baule ed io sulla mia valigia.

Ecco ciò che mi raccontò.

Vedete quell’edificio che si staglia così graziosamente al cielo e sembra specchiarsi nell’acqua del mare? Quell’edificio che assomiglia per la sua originalità a un tempio e per la civetteria a qualche palazzo reale? Quella è la magione di St. M***.  In una delle stanze di quel palazzo ogni giorno si riunivano flaneur, possidenti e grandi proprietari terrieri. E mentre gli uomini delle prime due specie giocavano a biliardo, oppure fumavano deliziosi sigari cubani, gli ultimi si davano all’acquisto di negri, cioè di uomini liberi, strappati con la frode o con la forza dalla patria e diventati, attraverso la violenza, un bene, una proprietà per uomini del tutto simili a loro. Qui si consegnava il marito privato della moglie, là la sorella senza il fratello, poco più lontano la madre senza i figli. Siete turbato? Eppure di queste vendite infami se ne vedono ogni giorno. Comunque, a un certo punto, si presentò una giovane senegalese, talmente bella che da ogni bocca uscivano fuori sempre le medesime parole:

«Com’è graziosa!» Tutti la volevano per farne la propria amante, ma nessuno osava opporsi al giovane Alfred, uno dei più ricchi proprietari del paese, allora ventiduenne.

«Quanto chiedete per questa femmina?»

«Millecinquecento piastre» rispose il venditore.

«Millecinquecento piastre» ripeté Alfred meccanicamente.

«Sì signore»

«Trattabili?»

«Non trattabili.»

«È terribilmente caro.»

«Caro…» riprese il venditore con l’aria stupita. «Ma non vedete com’è graziosa? Quant’è luminosa la sua pelle, com’è soda la sua carne. Ha diciott’anni o poco più…» E nel parlare passava le mani impudiche sulle forme prosperose e seminude della bella africana.

«È illibata?» chiese Alfred, dopo un momento di riflessione.

«Più pura della rugiada» rispose il venditore. «Ad ogni modo potete farla…»

«No, no… È inutile» riprese Alfred interrompendolo. «Mi fido di voi»

«Non ho mai venduto merce avariata» disse ancora il venditore, toccandosi le basette con aria trionfante. Firmato l’atto di vendita e adempiute le formalità, il venditore si approcciò quindi alla giovane schiava:

«Quest’uomo è adesso il tuo padrone» gli disse indicando Alfred.

«Lo so» rispose freddamente la negra.

«Ne sei felice?»

«Che me ne importa… o lui o un altro.»

«Be’ comunque…» balbettò il venditore in cerca di una risposta.

«Comunque cosa?» Rispose l’africana sarcasticamente. «E se non mi va bene?»

«Ah pure! Sarebbe una sfortuna, visto che tutto è deciso…»

«Allora quello che ho da dire lo terrò per me.»

Dieci minuti dopo, la nuova schiava di Alfred salì su di un rimorchio che prese lo chemin des  guêpes, una strada abbastanza comoda che porta verso quelle splendide campagne che accerchiano Saint-Marc, come giovani vergini ai piedi di un altare. Una cupa melanconia le avvolgeva l’anima e si mise a piangere. Il conducente capiva troppo bene cosa stesse passando per azzardarsi a distrarla, ma quando vide la bianca villa di Alfred apparire in lontananza si chinò involontariamente verso la povera sfortunata e con una voce piena di lacrime gli disse:

«Sorella, qual è il tuo nome?»

«Laisa» rispose lei, senza alzare la testa.

Al suo nome il conducente sembrò agitarsi, ma trattenendo le proprie emozioni rispose:

«E tua madre?»

«È morta.»

«Tuo padre?»

«Morto.»

«Povera bambina» mormorò poi.

«Da dove vieni Laisa?»

«Dal Senegal.»

Gli vennero le lacrime agli occhi, aveva incontrato una compatriota.

«Sorella» disse asciugandosi gli occhi. «Conosci sicuramente il vecchio Chambo e sua figlia»

«Perché?» rispose la ragazza alzando improvvisamente la testa.

«Perché» continuò il conducente angosciato «il vecchio Chambo è mio padre e…»

«Mio Dio!» esclamò l’orfana senza lasciargli il tempo di finire. «Tu sei…?»

«Jacques Chambo»

«Fratello mio!»

«Laisa!»

Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro. Ed erano ancora avvinghiati quando il rimorchio fece ingresso nella parte principale della tenuta di Alfred. Lì li aspettava l’amministratore: «Cosa vedo…» esclamò, srotolando una lunga frusta che portava continuamente attaccata alla cintura. «Jacques che abbraccia davanti ai miei occhi la nuova arrivata. Quale affronto!»

Colpi di frusta fioccarono sul malcapitato, e fiotti di sangue gli zampillarono via dal volto.

Alfred era forse buono, umano, leale con i suoi pari. Ma, senza dubbio alcuno, diventava un uomo duro, meschino, quando doveva confrontarsi con i suoi schiavi. Non scenderò nel dettaglio su quello che fece per possedere Laisa, visto che venne pressappoco violentata. Di lì a un anno portava in grembo il frutto del suo padrone, ma Alfred cominciava già ad averne abbastanza: la trovava brutta, fredda, insolente. Fu allora che la povera donna partorì un figlio che chiamò Georges. Alfred lo misconobbe, lo allontanò dalla presenza della madre, facendola relegare nella più angusta capanna della tenuta, benché convinto, nei limiti di quanto è dato sapere, che fosse il padre di quel bambino.

Georges crebbe senza che il padre fosse mai nominato, e se talvolta provava a squarciare il mistero che aleggiava intorno alle proprie origini, trovava sua madre inflessibile e muta alle sue domande. Una volta soltanto gli disse:

«Figlio mio, non saprai il suo nome finché non avrai venticinque anni, perché allora sarai un uomo, e sarai più disposto nell’affrontare un simile segreto. Non hai idea di chi mi ha proibito di parlarti di lui, sotto la minaccia dell’odio nei tuoi confronti e… vedi Georges, l’odio di quest’uomo, è la morte stessa.»

«Che m’importa…» esclamava impetuosamente Georges «se non altro potrei rimproverargli la sua condotta infame.»

«Fa’ silenzio, fa’ silenzio Georges. I muri hanno orecchie, e i cespugli sanno parlare» mormorava la povera madre tutta tremante.

Qualche anno dopo quella donna infelice moriva, lasciando come sola eredità a Georges, suo unico figlio, un piccolo sacco in pelle di daino, in cui si trovava il ritratto di suo padre; ma soltanto in cambio della promessa di aprirlo non prima del suo venticinquesimo compleanno. La madre lo abbracciò, e la testa le cascò giù sull’orecchio. Era morta. Il grido di dolore che gettò l’orfano attirò gli altri schiavi. Si misero a piangere, a battersi il petto, a strapparsi i capelli dalla disperazione. Dopo questi primi segni lasciati dal dolore, lavarono il corpo della defunta e lo esposero su di una specie di lungo tavolo sostenuto da cavalletti.

La morta sdraiata sul dorso, il viso rivolto a l’oriente, vestita dei suoi migliori abiti e le mani incrociate sul petto. Ai suoi piedi stava una piccola coppa piena d’acqua santa, sulla quale galleggiava un ramo di gelsomino e infine, ai quattro angoli della camera mortuaria, si ergevano delle fiaccole. Ciascuno, dopo aver benedetto i resti della defunta, si inginocchiò e pregò perché la maggior parte delle razze negre, malgrado i loro feticci, crede profondamente nell’esistenza di Dio. Terminata quella prima cerimonia ora ne cominciava un’altra, non meno singolare. Ecco le grida, i pianti, i canti, e poi le danze funebri.

Georges aveva tutte le carte in regola per diventare un uomo molto onesto, ma già sorgeva una volontà di quelle altere e tenaci, una di quelle macchinazioni orientali che, dirette ben lontano dal cammino della virtù, si spingono senza ritegno su di un percorso criminoso. Ci sarebbero voluti ancora dieci anni di vita per conoscere il nome di suo padre, eppure egli non osava violare quella solenne promessa, fatta a sua madre sul letto di morte. Come se la natura stessa fosse a spingerlo, egli amava Alfred, tanto quanto è concesso di amare un uomo; a tal punto che anche lui lo stimava, sebbene di quella stima che sente il cavaliere nei confronti del più bello e vigoroso dei suoi destrieri. A quel tempo, un’orda di briganti stava portando desolazione in quelle regioni, già più d’un colono era stato vittima dei loro soprusi. Una notte, non saprei dire per quale fortuita combinazione, Georges venne informato sui loro propositi. Avevano giurato di assassinare Alfred. Così lo schiavo si affrettò subito dal padrone.

«Padrone, padrone!» esclamò. «Seguitemi, in nome del cielo.»

Alfred aggrottò le sopracciglia.

«Su! Venite, venite, padrone!» continuò il mulatto con trasporto.

«In nome di Dio» rispose Alfred «che fai, mi dai ordini adesso?»

«Perdonatemi, padrone, chiedo perdono, sono troppo scosso, non so quel che dico. Ma in nome del cielo venite, dovete seguirmi perché…»

«Adesso spiegati!» disse Alfred con tono collerico.

Il mulatto esitò.

«Voglio sapere, te lo ordino!» riprese Alfred, ergendosi con aria minacciosa.

«Padrone, questa notte vi uccideranno.»

«Santa Vergine, tu menti!»

«Padrone, ce l’hanno con voi.»

«Chi?»

«I banditi.»

«Chi te l’ha detto?»

«Padrone, è un segreto» disse il mulatto con voce sommessa.

«Sei armato?» riprese Alfred, dopo un attimo d’esitazione.

Il mulatto spostò quei pochi stracci che aveva indosso e lasciò intravedere un’ascia ed un paio di pistole.

«Bene» fece Alfred armandosi precipitosamente.

«Padrone, siete pronto?»

«Andiamo.»

«Andiamo» ripeté il mulatto, facendo un passo verso la porta.

Alfred lo trattenne per un braccio.

«Ma dove possiamo andare?»

«Dal più vicino dei vostri amici, il signor Arthur.»

Fecero per uscire, quando si udì un cigolio di cardini.

«Diamine» mormorò il mulatto, «è troppo tardi.»

«Che dici?»

«Sono di là» rispose Georges indicando la porta.

«Ah!»

«Padrone, che vi prende?!»

«Nulla… un malore…»

«Non abbiate timore, prima d’arrivare a voi dovranno passare sul mio cadavere» disse lo schiavo con un aria calma e rassegnata.

Quell’aria calma, quella nobile devozione, avrebbero rassicurato il più pusillanime dei mortali. Per contro, ascoltate quelle ultime parole, Alfred iniziò a tremare ancor di più, non appena un’idea orribile lo invase: si immaginò che il generoso Georges fosse complice dei suoi assassini. D’altronde così sono i tiranni: giudicano il resto degli uomini incapaci di sentimenti elevati, incapaci di una devozione senza limiti, perché le loro anime sono anguste e perfide. Non sono che una terra incolta, dove non crescono che erbacce, come l’edera o la radica.

La porta sbatté violentemente. Questa volta Alfred non riuscì a trattenere la propria viltà, ebbe l’impressione che il mulatto stesse sorridendo: era un sorriso di gioia o di collera? La questione non venne posta.

«Miserabile!» gridò, tuffandosi nella stanza più vicina. «Tu volevi farmi assassinare! Ma i tuoi piani saranno sventati!» e sparì. Georges si morse le labbra dalla rabbia, ma non aveva alcun tempo per riflettere, poiché la porta s’aprì di colpo e quattro uomini spuntarono dalla soglia. Pronto come un lampo il mulatto armò le sue pistole e si appiattì contro il muro, gridando con voce stentorea.

«Infami! Cosa volete!?»

«Vogliamo parlarti in faccia» rispose uno di loro, sparando a Georges a bruciapelo

«Bel tiro» mormorò quello convulsamente.

Il proiettile gli aveva sventrato il braccio sinistro. A sua volta rilasciò un colpo. Uno dei briganti si girò tre volte su se stesso e cadde morto stecchito. Un secondo tiro lo seguì subito dopo. Allora come fa un leone furioso tormentato dai bracconieri, Georges, l’ascia in pugno e il pugnale fra i denti, si precipitò sui suoi avversari. Iniziò una lotta furibonda: i combattenti si spingono, si urtano, si allacciano. L’ascia brilla, il sangue cola via, il pugnale, fedele alla mano di chi lo infilza, lacera il petto del nemico. Ma non un grido, non una parola, non un soffio esce dalle bocche dei tre uomini che scalciano fra cadaveri come fossero in mezzo a un’orgia. A vederli così, pallidi e sanguinanti, muti e disperati, ci si immagina tre fantasmi che si stringono e si decompongono sul fondo di una tomba. Georges è coperto di ferite, si regge appena. Ormai non rimane più nulla dell’intrepido mulatto: l’ascia affilata gli si leva sopra la testa… Ma improvvisamente si odono due spari e i due briganti crollano bestemmiando Dio. In quel momento rientra Alfred, seguito da un giovane negro. Fa trasportare il ferito nella sua capanna, ordinandogli di accompagnarlo dal suo medico. Ora sentite come Georges venne salvato dallo stesso uomo che l’accusava di tradimento: appena allontanatosi, Alfred sentì il rumore di un’arma da fuoco e il tintinnio del ferro; arrossendo per la propria viltà, andò a svegliare il suo valletto e si precipitò a soccorrere il suo liberatore.

Mi ero dimenticato di dirvi che Georges aveva una compagna, chiamata Zelie, che egli amava immensamente con tutta l’anima. Era una mulatta dai diciotto ai vent’anni, formosa di corporatura, dai capelli neri, piena d’amore e di desiderio nei suoi riguardi. Georges rimase dodici giorni fra la vita e la morte. Alfred l’andava a trovare spesso e, spinto da non so quale fatalità, s’invaghì di Zelie, ma sfortunatamente per lui, lei non era una di quelle donne che vendono il loro amore né di quelle che ne fanno omaggio al proprio padrone. Zelie respinse con umile dignità ogni proposta di Alfred, non dimenticando mai quanto fosse ancora il padrone a parlare alla schiava. Per non essersi lasciata portar via questa virtù così rara fra le donne, soprattutto fra le donne che, come Zelie, sono schiave, e vedono ogni giorno le loro impudiche compagne prostituirsi ai coloni, alimentando il loro libertinaggio; per non essersi concessa, dicevo, Alfred s’irritò. Ma come? A lui, il despota, il bey, il sultano delle Antille, vedersi disprezzato da una schiava… quale ironia! Eppure aveva giurato a se stesso di doverla possedere. Qualche giorno prima della convalescenza di Georges, Alfred fece chiamare Zelie nella sua stanza. Allora, non ascoltando altro che i propri istinti criminali, la strinse fra le braccia e le schioccò sulla sua guancia un sonoro bacio: la giovane schiava pregò, supplicò, resistette; ma invano. Ormai l’aveva trascinata verso il letto dell’adulterio, era già lì quando la virtuosa schiava, piena di nobile indignazione, lo respinse con un ultimo sforzo, ma così bruscamente, così energicamente che Alfred perse l’equilibrio e si ruppe la testa per la caduta. Di fronte a quello spettacolo, Zelie si strappò i capelli dalla disperazione, e pianse di rabbia, poiché aveva capito, la sfortunata, che per aver fatto sanguinare un essere così vile ormai l’attendeva la morte. Quando ebbe pianto per bene fece visita al marito. Egli la stava certamente sognando, poiché aveva stampato un sorriso sulle labbra.

«Georges… Georges…» gridò angosciata.

Il mulatto aprì gli occhi. La prima cosa di cui sentì il bisogno fu di sorridere alla sua dolce amata. Zelie gli raccontò tutto quello che le era successo. Non ci voleva credere, ma presto se ne sarebbe convinto per il dolore che di lì a breve avrebbe provato. Alcuni uomini entrarono nella capanna imbavagliando sua moglie, che piangeva. Georges fece un ultimo sforzo per alzarsi, ma era ancora troppo debole e così ricadde sul letto, gli occhi sconvolti, le mani contratte, il fiato spezzato.

Dieci giorni più tardi due piccoli creoli bianchi stavano sul ciglio della strada.

«Charles» disse uno dei due. «Dicono che quella mulatta che voleva uccidere il suo padrone verrà impiccata domani.»

«Alle otto» rispose l’altro.

«E tu ci vai?»

«Sicuro.»

«Sarà piacevole vederla fare piroette fra il cielo e la terra» riprese il primo. E si allontanarono ridendo.

Forse vi stupite nel sentire due bambini di dieci anni parlare così allegramente della morte altrui: ma non è che una conseguenza, forse fatale, della loro educazione. Dall’infanzia non gli si ripete altro che noi siamo nati per servire loro, creati per i loro capricci, e che loro non devono considerarci né più né meno che cani. Che cosa gli importa della nostra agonia, delle nostre sofferenze? Non vedono morire spesso i loro cavalli migliori? E certo non piangono, perché sono ricchi, domani ne comprerebbero di nuovi… Nel momento in cui quei due bambini parlavano, Georges era in ginocchio davanti al proprio padrone.

«Padrone, grazia, grazia!» gridò piangendo. «Abbiate pietà di lei, padrone, salvatela… Sì salvatela, perché voi potete farlo! Parlate… non dovete far altro che dire una parola, una sola, e lei vivrà!» Alfred non rispose.

«Per pietà!… padrone, ditemi che la perdonerete. Parlatemi!… rispondetemi padrone. È vero che la perdonerete?» Quel poveraccio si contorceva dal dolore.

Alfred, ancora impassibile, si voltò dall’altra parte.

«Vi prego!» riprese Georges supplicandolo. «Rispondetemi… una sola parola… almeno dite qualcosa, non vedete che il vostro silenzio mi tortura il cuore, mi uccide!»

«Non posso farci niente» rispose infine Alfred con un tono glaciale.

Il mulatto asciugò le proprie lacrime e si rialzò in tutta la sua altezza.

«Padrone» continuò con voce profonda. «Ricordate cos’è che mi diceste mentre mi contorcevo agonizzante sul mio letto?

«No…»

«Ebbene… io invece me ne ricordo. Il padrone ha detto allo schiavo: “Tu mi hai salvato la vita, cosa vuoi come ricompensa? Vuoi la libertà?” “Padrone” ha risposto lo schiavo, “io non posso essere libero, dal momento che mio figlio e mia moglie sono schiavi.” Allora il padrone ha risposto: “Se mai mi pregherai per qualcosa, io giuro che i tuoi desideri verranno esauditi”. Lo schiavo però non aveva sentito il bisogno di pregare, perché era felice d’aver salvato la vita al proprio padrone. Ma adesso che sa che entro diciotto ore sua moglie non vivrà più, è corso a gettarsi ai vostri piedi per gridarvi: “Padrone, in nome di Dio, salvate mia moglie.”» E il mulatto, le mani giunte, lo sguardo supplicante, si rimise in ginocchio piangendo fiotti di lacrime.

Alfred si girò dall’altra parte.

«Padrone… padrone, per pietà, rispondetemi. Dite che volete che lei viva ancora, in nome di Dio. Per vostra madre… chiedo grazia, chiedo misericordia…» e il mulatto baciò la polvere ai suoi piedi.

Alfred restò in silenzio.

«Ma almeno parlate a questo pover’uomo che vi supplica» rispose singhiozzando.

Alfred non disse niente.

«Dio mio… mio Dio! Sono maledetto…» e si contorse sul pavimento strappandosi i capelli dalla disperazione.

Alla fine Alfred si decise a parlare:

«Vi ho già spiegato che non sta più a me perdonare.»

«Padrone» mormorò Georges ancora in lacrime «mia moglie verrà probabilmente condannata, ma io e voi, fra di noi, sappiamo che è innocente.»

A queste ultime parole del mulatto la rabbia montò in volto ad Alfred come la collera nel suo cuore.

Georges capì che non era più tempo di pregare, ormai aveva sollevato il velo che nascondeva il crimine del padrone; in quel momento si alzò con aria risoluta.

«Uscite… vattene!» gli gridò Alfred.

Al posto di uscire il mulatto incrociò le braccia, e con uno sguardo feroce squadrò il padrone dalla testa ai piedi.

«Vattene, vattene ti dico!» ripeté Alfred, con i nervi a fior di pelle.

«Non uscirò» rispose Georges.

«Mi stai sfidando, miserabile!» e fece un movimento per colpirlo, ma la mano gli rimase incollata alla coscia, per quanto odio e quanta fierezza potevano scorgersi nello sguardo di Georges.

«Ma come! Sareste capace di lasciarla ammazzare, sgozzare, assassinare» disse il mulatto «quando voi la sapete innocente, quando vigliaccamente avete voluto sedurla.»

«Insolente, che dite?!»

«Dico che lasciarla morire non sarebbe che un gesto infame.»

«Georges… Georges.»

«Dico che non siete altro che uno scellerato» urlò Georges dando sfogo alla collera e stringendo Alfred per il braccio. «Lei morirà, lei morirà perché voi siete il suo padrone… infame seduttore.»

«Georges, fa’ attenzione» rispose Alfred tentando di assumere un’aria sicura di sé. «Fa’ attenzione che invece di una sola il boia domani potrebbe farne due di vittime»

«Parli di vittime e di boia, miserabile» urlò Georges. «Significa che lei morirà… la mia Zelie… ma ciò che non sai è che la tua stessa vita è attaccata alla sua.»

«Georges!»

«Non sai che la tua testa rimarrà sulle tue spalle solo finché anche lei rimarrà viva.»

«Georges… Georges!»

«Non sai che io ti ucciderò, che berrò il tuo sangue, se le verrà torto anche solo un capello.»

In tutto questo tempo il mulatto aveva strattonato Alfred con tutta la forza che aveva.

«Lasciatemi!» gridava Alfred.

«Ah si!? lei morirà… lei morirà!?» urlò il mulatto delirando.

«Georges, lasciatemi!»

«Zitto! Zitto, miserabile! Ah si!? lei morirà. Bene! Che il boia tagli via gli ultimi giorni di mia moglie…» continuò con un sorriso inquietante.

Alfred era talmente scosso che non gli riuscì di vedere Georges andar via. Fu egli stesso a tornare di fretta alla capanna, in cui, dentro una soffice culla di liane, dormiva un bambino di due anni. Egli lo prese e scomparve.

Per capire meglio ciò che segue, sappiate che dalla villa di Alfred non si doveva attraversare che un fiumiciattolo per trovarsi in mezzo a quelle fitte foreste che sembrano abbracciare il Nuovo Mondo.

Per circa sei ore Georges camminò senza sosta; infine si fermò ad appena qualche passo da una capanna, nel bel mezzo della foresta più nera. Capite bene quale specie di gioia poté brillargli negli occhi, sappiate infatti che quella piccola capanna, del tutto isolata, non era che la capanna dei Cimarroni, ovvero di coloro, fra gli schiavi, che erano scampati alla tirannia dei loro padroni. In quel momento tutta la capanna fu in subbuglio, si poteva sentire la foresta intera sussultare e, giurando che quel rumore non provenisse da alcun animale, il loro capo armò il fucile e uscì. Tutt’a un tratto la boscaglia stessa sembrò inchinarsi a lui, era ora faccia a faccia con uno straniero.

«Per la libertà!» esclamò squadrando lo sconosciuto. «Conosci bene il nostro covo».

«Africa e libertà» rispose Georges, spostando via, senza alcuna esitazione, la canna del fucile. «Sono dei vostri.»

«Il tuo nome.»

«Georges, lo schiavo di Alfred.»

Si diedero la mano e s’abbracciarono.

L’indomani una folla di schiavi si stringeva attorno al patibolo, sul quale era sospeso il corpo di una giovane mulatta. Non appena smise di muoversi il boia distese il cadavere in una cassa d’abete. Dieci minuti più tardi il corpo veniva gettato con tutta la bara in una fossa, alle porte della foresta.

Così quella donna, solo per essersi dimostrata troppo virtuosa, è morta per il supplizio di gente infame; non credete che solo questo fatto sia sufficiente a rendere un uomo dolce il più meschino e sanguinario?

Tre anni erano trascorsi dalla morte della virtuosa Zelie. In un primo momento Alfred fu tremendamente tormentato; durante il giorno credeva continuamente di vedere una mano vendicatrice abbassarsi sulla propria fronte mentre durante la notte tremava, poiché quelle ore non gli portavano che sogni terribili e obbrobriosi; ma presto così il penoso ricordo della martire come la tremenda minaccia di Georges furono scacciati via dai suoi pensieri; egli si sposò, e divenne padre. Come fu fortunato! Quando gli venne detto che i suoi desideri sarebbero stati esauditi, proprio lui che ogni sera baciava umilmente il lastricato del tempio, supplicando la Santa Vergine di dargli un figlio.

Georges ebbe anche lui la sua buona parte di soddisfazione per la venuta al mondo di quel bambino. Poiché se aveva passato tre anni senza sapere come colpire il boia di sua moglie, se aveva trascorso le notti insonne, con il furore nel cuore e la mano sul pugnale, era solo per attendere che anche Alfred avesse, come lui, una moglie e un figlio; solo perché voleva ucciderlo proprio nel momento in cui quei cari e preziosi legami l’avrebbero stretto a questo mondo. Georges aveva sempre tenuto relazioni segrete con uno degli schiavi di Alfred, l’aveva visto tutte le settimane e ora quello schiavo non poteva trattenersi dall’annunciargli la venuta al mondo del neonato. Ben presto si diresse in fretta alla dimora del nemico, incontrando sul cammino una negra che portava una tazza di brodo alla signora di Alfred. La fermò, gli disse qualcosa di insignificante e s’allontanò via… Dopo non poche difficoltà, riuscì a strisciare come una biscia nella camera da letto di Alfred… là, nascosto dietro il letto, aspettò il suo padrone. Alfred rientrò un attimo dopo fischiettando, aprì il suo forziere da cui prese uno scrigno in diamanti che aveva promesso a sua moglie qualora gli avesse dato un figlio, e attraversato dalla gioia e dalla contentezza si dovette sedere con la testa fra le mani, come qualcuno che non riesce credere all’inattesa felicità. Ma non appena sollevò la testa si vide davanti una sorta di ombra immobile, le braccia incrociate e due occhi ardenti che avevano tutta la ferocia d’una tigre che si appresta a lacerare la sua preda. Alfred fece come per alzarsi, ma una mano pesante lo ricacciò sulla sedia.

«Che volete da me?» scandì Alfred con voce tremante.

«Complimentarmi per la nascita di tuo figlio» rispose un sibilo che sembrava uscire dalla tomba. Alfred rabbrividì dalla testa ai piedi, i capelli si drizzarono e un sudore freddo gli inondò le membra.

«Non vi conosco…» mormorò fiaccamente Alfred.

«Il mio nome è Georges.»

«Voi…»

«Mi credevi morto, non è vero?» disse il mulatto, preso da un riso convulso.

«Aiuto! Aiuto!» gridò Alfred.

«Chi ti soccorrerà?» disse ancora il mulatto. «Non hai congedato i tuoi domestici, chiuso tutte le porte, per rimanere solo con tua moglie? Sai bene che le tue grida sono inutili. Quindi raccomanda l’anima a Dio.»

Alfred s’era poco a poco rialzato dalla sedia, ma a queste ultime parole vi ricadde pallido e tremante.

«Pietà Georges… non mi uccidere oggi.»

Georges alzò le spalle. «Padrone, non è orribile morire proprio quando si è felici? Di sdraiarsi nella tomba nel momento in cui si sono appena visti realizzare i propri sogni? Non è terribile?» disse il mulatto ridendo come un diavolo.

«Grazia, Georges…»

«Ormai» riprese a dire, «questo è il tuo destino. Morirai oggi, a quest’ora, a un minuto da adesso, senza dire addio a tua moglie.»

«Pietà, pietà!»

«Senza abbracciare una seconda volta tuo figlio appena nato»

«Ti prego! Grazia, grazia!»

«Giudico la mia vendetta degna della tua. Ho promesso la mia anima a Satana in cambio di quest’istante.»

«Grazia, misericordia!» disse Alfred gettandosi ai piedi del mulatto.

Georges alzò le spalle, e con esse anche l’ascia.

«Ancora un’ora della mia vita!»

«Per abbracciare tua moglie, giusto?»

«Un minuto!»

«Per rivedere tuo figlio, giusto?»

«Oh… per pietà!»

«Ha più senso pregare che una tigre affamata lasci perdere la propria preda.»

«In nome di Dio, Georges.»

«Non ci credo più.»

«In nome di vostro padre…»

A queste parole la collera di Georges si placò. «Mio padre… mio padre» disse il mulatto, lacrime agli occhi. «Voi lo conoscete! Ditemi il suo nome, come si chiama!? Dite, ditemi il suo nome… vi posso benedire, vi potrei perdonare.»

Il mulatto era pronto a mettersi in ginocchio davanti al padrone. Ma all’improvviso si udirono delle grida stridule.

«Per amor del cielo… è la voce di mia moglie» esclamò Alfred lanciandosi dalla parte di quelle grida.

Come egli ravvisò a se stesso, il mulatto si ricordò che era andato dal padrone non per sapere il nome del padre ma per riscattare dalla moglie il debito di sangue che aveva con lui. Trattenendolo subito dall’andar via, si rivolse a lui con sul volto un orribile sogghigno.

«Fermati padrone. Non è nulla.»

«Gesù Maria, non senti che chiede aiuto?!»

«Non è niente, ho detto.»

«Lasciatemi, lasciatemi, è la voce di mia moglie!»

«No, non è che il rantolo di una moribonda.»

«Miserabile, tu menti!»

«L’ho avvelenata.»

«No!»

«Ascolta questi lamenti… sono i suoi.»

«Inferno…»

«Ascolta queste grida… sono le sue.»

«Maledizione…»

Durante tutto questo tempo, Alfred si sforzava di scappare dalle mani del mulatto, ma quello lo stringeva sempre più; ormai aveva la testa offuscata dall’esaltazione, il cuore in subbuglio; si era interamente calato nel suo terribile ruolo.

«Alfred aiuto!… acqua… soffoco…» chiamò la donna trascinandosi in messo alla stanza. Era pallida e sfatta, gli occhi fuori dalle orbite, i capelli in disordine.

«Alfred, Alfred… in nome del cielo, aiutami, un po’ d’acqua… un po’ d’acqua. il sangue brucia… il cuore si contrae. Acqua, acqua…»

Alfred compiva inutili sforzi per soccorrerla, ma Georges lo bloccava con il suo pugnale e ridacchiando come un dannato, gli gridava contro: «No padrone, no. Voglio che tua moglie muoia, qui, davanti ai tuoi occhi. Capisci padrone, davanti a te, ti chiede dell’acqua, dell’aria, senza che tu possa aiutarla.»

«Che tu sia maledetto, maledetto!» urlava Alfred dimenandosi come un forsennato.

«Avrai di che maledire, di che bestemmiare» rispose il mulatto. «È così che deve andare.»

«Alfred» boccheggiò di nuovo la morente, «addio, addio… muoio.»

«Guarda» riprese il mulatto ridacchiando ancora. «Guarda come rantola finalmente! Una sola goccia di quest’acqua la riporterebbe in vita. E gli mostrò un piccolo flacone.»

«Tutta la mia fortuna per quella goccia.»

«Sei folle, padrone.»

«Ah! Quell’acqua, quell’acqua… non vedi che sta morendo? Datemela, datemela allora!»

«Tieni…» e il mulatto infranse il flacone contro il muro.

«Siate maledetto!» urlò Alfred, stringendo Georges per il collo. «La mia vita intera, la mia anima per un pugnale!»

Georges si divincolò dalle mani di Alfred.

«Ora che lei è morta, è giunto il tuo turno, padrone» disse sollevando l’ascia. «Colpisci, boia, colpisci… dopo averla avvelenata finalmente puoi ammazzare tuo pa… L’ascia si abbassò e la testa di Alfred rotolò sul pavimento, ma la stessa testa rotolante mormorò distintamente le ultime sillabe dre… Georges credeva di aver sentito male, ma la parola padre, come un rintocco a morto, risuonava ormai alle proprie orecchie. Per rendersene conto aprì finalmente il sacco fatale. «No!» gridò allora. «Sono maledetto». Si sentì uno sparo; l’indomani accanto al cadavere di Alfred si ritrovò quello del povero Georges.

Traduzione di Emanuele Giammarco

 

Chi è l’autore?

Victor Séjour, nome completo Juan Victor Séjour Marcou et Ferrand (New Orleans, 2 giugno 1817 – Parigi, 20 settembre 1874), è stato uno scrittore e drammaturgo statunitense naturalizzato francese, di lingua francese.

Dopo l’espatrio lavorò in Francia. Anche se è pressoché sconosciuto agli scrittori afroamericani più recenti, la sua short story Le Mulâtre (Il mulatto) è la prima opera di narrativa che si conosca di un autore afroamericano