«Senza filtro. Chi controlla l’informazione» di Alessandro Gazoia

Dal sequestro Moro della primavera 1978 al tweet con cui  Mario Monti annuncia la propria candidatura politica nel dicembre 2012, passando per i grandi casi internazionali, fino all’attualità più fresca: c’è un filo rosso che collega l’evoluzione della nostra società mediatizzata. La domanda che si pone Alessandro Gazoia, saggista ed esperto di giornalismo, media e informatica è: chi ha oggi il potere sulla comunicazione? Il libro Senza filtro. Chi controlla l’informazione, uscito da poco per minimum fax, cerca di fornire una risposta sulla base di un lavoro puntuale di ricostruzione, analisi e interpretazione di alcuni eventi che hanno profondamente inciso sul rapporto tra realtà e opinione pubblica, mediato dai nuovi attori della comunicazione.

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La centralità di social media e web è ormai un fatto che segnala lo slittamento dei luoghi del consumo di informazione: dal focolare della casa alla tasca dei jeans, dal televisore allo smartphone. Non si tratta solo di ricambio tecnologico: stanno mutando in profondità i nostri schemi interpretativi e le nostre stesse coscienze. Il concetto di democrazia viene ridiscusso e così i suoi principi fondamentali come il diritto di parola e la libertà d’informazione. Emergono nuove categorie preponderanti come la sharing economy insieme agli imperativi categorici del «mercato». Cambiano anche le gerarchie dell’informazione con la miscela o ibridazione dei ruoli di produttori e fruitori. Il saggio di Alessandro Gazoia parla di tutto questo e altro con un tono divulgativo e una penna scorrevole, senza rinunciare alla pertinenza degli esempi e alla profondità delle argomentazioni.

Ogni fatto, ogni notizia e ogni nome (comunista, combattente, terrorista, gerarca, processo, popolare, prigioniero politico) veniva contrattato, non in un ideale dibattito delle idee, dove  — per citare uno dei primi grandi testi sulla libertà di stampa, gli Areopagitica di John Milton (1644)  — verità e falsità si sfidano in un incontro libero e aperto, ma in uno spazio tragico dove lottano molti attori non sempre ben definiti e con motivazioni raramente trasparenti, e dove tutte le parti sono unite solo dal credere che la verità è legata alla forza capace di imporla.

Così Gazoia descrive il gioco di potere (comunicativo) che si instaura tra Brigate Rosse, arena politica e opinione pubblica in occasione del sequestro Moro. Si tratta in questo caso di quella «geometrica potenza» dimostrata nella vicenda di cui parlava Franco Piperno, dove «geometrico è precisamente l’atto di strutturare lo spazio pubblico come fosse un set».

Così come l’ Io so ma non ho le prove di Pier Paolo Pasolini, articolo uscito sul Corriere della Sera nel 1974 per denunciare la colpevole carenza di informazioni sulla strage di Milano del 12 dicembre 1969. In questo caso a Pasolini viene assegnato «uno statuto speciale riservato all’intellettuale che mette insieme i pezzi disordinati» e con relativa facilità opera la ricostruzione della verità. Non ha le prove, neanche indizi, ma è in  grado di sapere perché intellettuale attento, scrittore e romanziere, e non perché giornalista. Assume quindi un ruolo attanziale in quel cortocircuito tradizionale dell’informazione italiana in cui «la dipendenza della grande stampa dal potere è assunta come elemento immutabile del quadro, fattore costante in ogni operazione informativa».

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Diversamente dal 1978 e dal caso Moro, la funzione di filtro dei mass media tradizionali è oggi in buona parte operata dai social media e dai motori di ricerca come Google. Diventa molto difficile impedire a un contenuto di propagarsi, una volta captato dalla rete. È quindi lecito chiedersi come questi nuovi protagonisti filtrino i contenuti e se abbiano o meno una linea editoriale.

Lo spazio pubblico operato dal settore privato, la sorveglianza digitale, l’assoluta asimmetria nel potere e nella conoscenza tra utente e piattaforma (e tra utente e piattaforma integrata con uno o più governi) sono il retro non illuminato degli entusiasmi sulla connessione universale e la capacità di comunicare liberamente, senza filtro.

Il caso del video dell’assassinio, da parte dell’Isis, del fotoreporter americano James Foley nel 2014 è emblematico. Tra la possibilità di veicolare o meno questo tipo di contenuti sanguinolenti, Twitter fa una chiara scelta editoriale: cancella account e propaganda dell’Isis insieme a foto e video relativi pubblicati da altri utenti.  Non è più quindi una semplice piattaforma per la diffusione dei contenuti come si autodefiniva, ma una struttura con linea editoriale che si schiera esplicitamente contro il terrorismo.

Tuttavia Gazoia ci ricorda di «non odiare i media» e, soprattutto per quanto riguarda la rete, di considerare le potenzialità di un’informazione bottom up che riesca a svincolarsi dal circolo vizioso per cui potere e informazione tradizionale sono destinati a duettare in valzer. Il contesto in cui siamo, in ogni caso, non può prescindere da un’operazione di filtro (che spesso avviene dopo la pubblicazione) dei contenuti informativi svolta da professionisti. «Diventa quindi fondamentale riconoscere chi o cosa compie quest’operazione, in quali forme e a quali condizioni di responsabilità e trasparenza editoriale».

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Si potrebbe cominciare dal comprendere che «la non trasparenza e la possibilità di modificare l’esperienza di fruizione senza consenso degli utenti coinvolti e senza preavviso costituisce per Facebook una risorsa fondamentale». Quindi «l’utente Facebook che s’informa soprattutto tramite le segnalazioni dei contatti e delle pagine seguite mostra  insieme la frammentazione della fruizione, lo spacchettamento dei contenitori, il filtro editoriale della piattaforma, la convergenza o meglio la riduzione di internet a un solo ambiente […] e la propria strutturale manipolabilità».

Per altro verso è anche il potere che intercetta il ribaltamento della piramide informativa. Non è un caso che Mario Monti abbia annunciato la propria candidatura, il 25 dicembre 2012 alle 23.31, tramite Twitter e non passando per i tradizionali canali informativi (come Ansa o Corriere della Sera).

Siamo di fronte alla disintermediazione del giornalismo laddove, invece, si intensificano le attività dei nuovi professionisti della comunicazione politica. Lo spin doctor, con clamoroso ritardo rispetto al panorama del mondo occidentale (soprattutto americano), entra di prepotenza nel gioco dei ruoli che determina il rapporto tra realtà e opinione pubblica. Il Casaleggio di Grillo e il Filippo Sensi di Renzi, nell’arretrato contesto italiano, rappresentano ancora figure dai connotati di Eminenza grigia. Tuttavia nell’attività di Sensi, per esempio, si individua «una forte continuità con pratiche antiche, a cominciare dalla piena consapevolezza del ruolo della stampa nel nostro paese: la solerzia con cui ricerca e cura il filtro dei singoli giornalisti e intellettuali » si accompagna ai processi di disintermediazione degli hashtag di Renzi. Siamo nel grande alveo della personalizzazione della politica, sia orientata alla figura del leader sia diretta a sollecitare ogni singolo cittadino al contatto, al contributo.

Se non è affatto facile tracciare traiettorie certe per il futuro, senza dubbio il libro di Alessandro Gazoia fornisce delle coordinate, dei punti in uno spazio complesso attraverso i quali riflettere e organizzare la propria relazione coi media e con l’opinione pubblica. Alcuni degli aspetti sottolineati e approfonditi dall’autore sembrano essere proprio sotto il nostro naso. Talvolta, però, la velocità della società mediatizzata non concede il beneficio dell’indagine. Senza filtro. Chi controlla l’informazione scatta un’istantanea di quella spinosa matassa che è la realtà filtrata da nuovi e vecchi protagonisti dell’informazione e sprona il lettore a fermarsi a guardare qualcosa che lo riguarda da molto vicino.