Ventimila topi sotto i piedi

Il mio rapporto coi topi si è sviluppato di pari passo a quello con l’India – per molti una grande madre, per me un Fidanzato amatissimo, tanto complesso quanto esilarante, a tratti insopportabile, con cui la convivenza è praticamente impossibile. Ogni anno pensavo di lasciarlo. Non verrò mai più. Non so bene perché – certo, andavo a caccia di autori indiani da tradurre, però avrei potuto farlo in 10, 15  giorni, non 10, 15 settimane –  ma ho passato quasi sette anni della mia vita nel subcontinente, spalmati nei mesi invernali in circa venticinque anni. Però  non ho mai pensato di viverci. Per moltissime ragioni.

Per esempio, i topi. Praticamente tutti sanno che il topo è veicolo di Ganesh, il dio elefante, e gli sta sempre letteralmente tra i piedi. In India le divinità sono tantissime, pare trentatré milioni. Trovo la mitologia locale del tutto soporifera, ma mi eccito sempre davanti a divinità assurde tipo scimmie, tori gibbosi, capre, motociclette, falli giganti, e soprattutto davanti a gente all’apparenza normale – grasse casalinghe in sari, impiegati in camicia e cravatta, scarni tassisti, tronfi commercianti ­­– che si butta con foga ai piedi di scimmie, motociclette, cazzi eccetera, proprio come da noi con San Gennaro o Padre Pio. Uno spasso. Non che mi diano fastidio, i topi, ma in ogni casa e albergo in cui ho soggiornato dovevo necessariamente superare il battesimo dei roditori, i veri padroni di casa.

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Foto di Gioia Guerzoni

Topi minuscoli da appartamento, color talpa, tre quattro centimetri. Carini ma non quando ti mangiano le mutande o il giornale infilato sotto la porta. O i corn flakes.

Topi giganti da esterno, le famigerate pantegane grandi quanto un gatto. In un alberghetto di Bombay avevo implorato pateticamente i boys di usare le trappole (senza ucciderli, per carità) e/o di togliere la monnezza con più regolarità. Risultato: i boys mi bussavano alla porta due o tre volte al giorno – mentre ero lì tutta concentrata a tradurre o a leggere manoscritti – per mostrarmi orgogliosi le grasse prede. All’inizio facevo la dura, alla terza volta mi sono messa a ridere e quindi niente, hanno vinto i topi. Scorrazzavano e si rotolavano giocosi nell’altrimenti gradevole dehors dell’albergo. Gli amici indiani mi guardavano come una povera pazza. Ci ho messo qualche  inverno per cambiare  albergo (quindi avevano ragione loro).

Topi medi da interno: schifosetti, grigi, coda lunga.

In una stamberga dell’Orissa, lo stato con gli alberghi più squallidi mai visti in India, arrivo a mezzanotte e trovo il receptionist sedicenne sdraiato sul bancone della reception. Tipico. Una cosa che mi fa sempre ridere. Chiedo la camera migliore. «DeLuxe Madam?».«Of course!», 10 euro, ottimo. È una camera orribile e puzzolente, ma quello c’è. «Scusi, c’è molta puzza di toilette», dico. «Don’t worry Madam», dice lui, serio serio. «Every room is the same toilet smell!». Va be’. Metto giù la borsa e vedo un topo medio che corre sull’onnipresente luce al neon. Dico: «Bara chua!». Grande topo. Non mi viene altro da dire, che idiota. E lui, tutto  gioviale, «Madam, we are near nature, it’s natural!». E apre una porta scorrevole con vista su campi di erba stitica punteggiati di rifiuti e un fiumiciattolo prosciugato e maleodorante. Il topo sfreccia verso la finestra e io mi addormento pensando che sono una povera pazza. Il mattino dopo visito templi meravigliosi e penso che ne valeva la pena. Forse. Amo questo Fidanzato India, un po’ stranino ma lo amo.

Quest’anno sono volata da Lui pensando: è finita, è una relazione ormai consumata, stanca, è l’ultima volta che ci vediamo. Ma ci torno con un lavoro nuovo, dicendo basta stamberghe, basta topi e topaie, quest’anno tutto pagato e alberghi a cinque stelle. Vedrò il mio Amato con occhi diversi.

Una settimana prima della partenza scopro che alla mia squadra (in pratica faccio da vaga consulente per un format televisivo, con tre troupe da dieci persone che vagano per tutta l’India) è stato assegnato il celeberrimo tempio dei topi nel villaggio di Deshnoke, in Rajasthan. Karni Mata. Ventimila topi che zampettano grassi e felici in poche centinaia di metri quadri. Secondo la leggenda, nel 1400, Karni Mata, incarnazione di Durga, chiese al dio della morte, Yoma, di riportare in vita il figlio di un cantastorie disperato. Quando Yoma si rifiutò, Karni Mata promise che tutti i cantastorie (maschi ovviamente) si sarebbero reincarnati come topi nel suo tempio. Un po’ noioso, sì, ma il fatto che da allora pellegrini e devoti arrivino a migliaia da tutta l’india per spupazzarsi i topi chiamandoli kaba, cioè piccoli figli, è abbastanza stupefacente, in effetti. Incredible India!

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Foto di Gioa Guerzoni

A vent’anni avevo visitato il tempio di Karni Mata, con un fidanzato che ci era già stato e mi aveva convinto che sarebbe stata un’esperienza memorabile. Io dico quasi sempre di sì alle novità, e poi ovviamente gli credevo. Il tempio in sé era bruttino e per dieci minuti avevamo zampettato sul marmo bianco del tempio mentre i topi ci zampettavano tra i piedi («Porta fortuna!»). Un posto assurdo, ma avevo vent’anni e tutto mi sembrava eccitante e meraviglioso. Ero innamorata del fidanzato e soprattutto follemente innamorata di quel paese, che visitavo per la seconda volta. Ormai era una droga, non potevo più farne a meno. Che belli tutti questi topini, che meraviglia, tutti li imboccano e cercano di carezzarli. Che popolo meraviglioso! Amo gli indiani! Dieci minuti dada, surreali. Era il 1989.

Stacco. Febbraio 2016. La troupe non è proprio entusiasta di questa nostra nuova magica avventura (ci aspettavano tante avventure nel magico Punjab, che ignari). Io ho un vago ricordo di quegli elettrizzanti dieci minuti. Vedremo. Eccoci qua, appena fuori dal tempio: gli operatori girano una prima scena con il cast davanti al banchetto dei souvenir:  collanine con l’immagine della dea circondata dai topi, orologi con la dea e i topi, soprammobili con i topi, dolcetti da offrire ai topi. Il banchetto pullula di topi veri. Un po’ di disgusto ma fin qui ce la si può fare. Arriva il tragico momento di togliere le scarpe. Obbligatorio. Per fortuna si possono tenere le calze. Qualcuno comincia a dire parolacce.

L’autrice del format indossa tre paia di calze (che butterà con gesto teatrale), più i soprascarpe da ospedale/aeroporto. Geniale! Ci ha pensato fin da casa. Massimo rispetto e venerazione.

Un operatore ha addobbato le calze con il nastro adesivo verde fosforescente, che forma una specie di suola. Che efficienza, che ingegno! D’altronde, è salernitano e si sa, i cliché, ecc. La producer ha le scarpette giapponesi da operaio, i jikatabi, che passano per calze. Fortunella! Tutti gli altri tapini, inclusa me, entrano con le calzette. Orrore: una gigantesca pozzanghera all’entrata. E no, non si può saltare. E cosa ci sarà in quell’acqua torbida visto che siamo circondati da ventimila topi saltellanti? Parecchie parolacce.

E poi via entriamo: Salerno e io come apripista verso l’altare. Madò!, sento. Ma non ci si può credere. So’ pazzi. Risate nervose. Allora un conto è stare nel tempio per dieci minuti dada a vent’anni, un conto per mezz’ora, che poi diventano due ore, in età molto più avanzata. La puzza! Il brulichio peloso. Stare attenti a non pestarli che porta tantissimo sfortuna. E devi ripagare il tempio con un ratto in oro massiccio. Meglio di no.

Devoti che si prostrano verso la dea mentre i topini zampettano sopra di loro. Vecchiette che stanno sedute a chiacchierare tra i topi come se fossero al bar a prendere un tè. Ciotolone piene di latte bordate di topi che si abbeverano. Pujari, i sacerdoti, che li imboccano con piccoli pezzi di banane. Hanno letteralmente  decine di topi eccitati in braccio. Musicanti che cantano nenie tristissime con  il fruscio delle zampette in sottofondo. Discepoli che addentano offerte mangiucchiate dai topi («Altamente propizio e benefico!»).

Mo vomito. Aiuto. Sono pazzi. Nervosismo in aumento. Parolacce in aumento. La troupe entra, fonico operatori reporter cast producer tutti dentro. Tutti che smadonnano. Si gira. Facciamo in fretta eh. Oh, ma non è che puoi tagliare quella scena? Non si respira. No dai non rifacciamo questa. Sono fuori di testa. La religione è l’oppio… Madonna guarda quella cicciona che accarezza il topo. Non ci posso credere. Non ci voglio credere. Un piccione mi ha cagato in testa! Lo schifo!.

Il cast che si fa i selfie con i topi. Io sono mediamente schifata. Però quando c’è da mettersi davanti a una specie di grande gabbia con dentro migliaia di topi per vedere se anch’io riesco a vedere il topo albino che porta tantissima fortuna («È la dea stessa!») corro e rimango con il fiato sospeso.

Lo vedo. Il topo bianco. Ecco. Che felicità.

Adesso basta.

Ciao Fidanzato India, grazie, è stato bello. Addio.

 

Chi è l’autrice?

Gioia Guerzoni vive a Milano e traduce letteratura.

Per Racconti edizioni tradurrà Altaf Tyrewala.

http://gioiaguerzoni.tumblr.com/

https://www.instagram.com/gioiaguerzoni/