«La porta nel muro» di H.G.Wells

Redazione

Numero 11, appena edito da Feltrinelli nella traduzione di Maria Giulia Castagnone, è l’attesa nuova fatica del romanziere brummie Jonathan Coe. Il libro ha una struttura assai particolare, essendo composto da cinque novellas interrelate tra loro in cui i protagonisti spesso ricompaiono nello svolgimento delle vicende, e vi fanno capolino alcun vecchie conoscenze della famiglia Winshaw, a vent’anni di distanza dall’omonimo romanzo. In Giardino di cristallo, in particolare, Coe rievoca e riscrive in senso postmoderno uno dei più celebri racconti di H.G. Wells, La porta nel muro. Pubblicato nel 1911 nella raccolta eponima, in questo racconto Wells mette in mostra tutte le sue contraddizioni di scrittore dalla fervida venatura visionaria e di scienziato dalla razionalità cristallina nel riuscito personaggio e, se vogliamo suo alter ego, Lionel Wallace.

In una serata di confidenze, nemmeno tre mesi fa, Lionel Wallace mi raccontò questa storia di una porta nel muro e all’epoca pensai che, almeno per ciò che lo riguardava, si trattasse di una storia vera.

Me la raccontò con una convinzione così schietta, così semplice, che non potei fare a meno di credergli. Ma al mattino seguente, nel mio appartamento, mi ero risvegliato in un’atmosfera diversa, e mentre me ne stavo sdraiato sul letto a ricordare le cose che m’aveva detto, spogliate del fascino di quella sua voce seria e cadenzata, denudate di quella luce così soffusa e avvolgente proveniente dalla lampada del tavolo, dell’atmosfera fioca che lo circondava e delle cose piacevoli, i dolci e i bicchieri e le vettovaglie che avevamo diviso, che allora ci avevano isolato in un piccolo e luminoso mondo tagliato fuori dalla realtà quotidiana, riconsiderai il tutto come francamente incredibile. «Stava mistificando!» mi dissi, dopodiché: «Ma quanto lo faceva bene! …Di tutte le persone non avrei mai detto che lui avesse questo talento.»

In seguito, mentre me ne stavo seduto sul letto a sorbire il mio tè mattutino, mi tentai di spiegarmi quel sentore di verità che, nelle sue reminescenze, mi rendeva perplesso, supponendo che in qualche maniera queste suggerissero, presentassero, descrivessero – mi riesce difficile capire quale parola usare – esperienze altrimenti impossibili da raccontare.

Ebbene, adesso non faccio più ricorso a quella spiegazione. Nel frattempo sono venuto a capo dei miei dubbi. Ora credo, come lo credevo allora nel momento in cui me lo raccontava, che Wallace fece del suo meglio per spogliare la verità del suo segreto. Ma se lui stesso avesse davvero visto coi suoi occhi, o magari avesse solo pensato di vedere, se avesse avuto quell’inestimabile privilegio, o fosse solo la vittima d’un sogno fantastico, da parte mia, non posso fingere di saperlo. Persino il fatto concreto della sua morte, che pose per sempre fine ai miei dubbi, non ha fatto poi tanta luce a quel riguardo. Ma su questo il lettore potrà giudicare da sé.

Non ricordo ora quale mio commento fortuito o quale appunto abbia mosso un uomo così reticente a confidarsi a me. Penso stesse difendendosi contro un’imputazione, che gli avevo fatto, di pigrizia e inaffidabilità, relativa a un grande movimento pubblico nel quale mi aveva deluso. Ma di getto si precipitò a dire: «Io… ho una preoccupazione».

«Lo so» continuò dopo una pausa in cui s’era dedicato allo studio della cenere del proprio sigaro, «di essere stato negligente. Il fatto è che – non è un caso di apparizioni o fantasmi – ma – è una cosa singolare da dire, Redmond – io sono posseduto. Posseduto da qualcosa che toglie la luce dalle cose, che mi riempie di desideri…»

Fece una pausa, trattenuto da quella timidezza così inglese che spesso ci vince quando dobbiamo parlare di cose commoventi o gravi o belle. «Sei sempre stato a Saint Athelstan» disse, il che per un momento mi sembrò abbastanza irrilevante. «Bene» e si bloccò. Dopodiché, dapprima a scatti e poi con più facilità, cominciò a raccontarmi di quella cosa che aveva finito per insinuarsi nella sua vita, la memoria ossessiva di una bellezza e di una felicità che gli riempivano il cuore di desideri insaziabili e che gli facevano sembrare sbiaditi e tediosi e vani tutti gli interessi e lo spettacolo della vita mondana.

Ora che ne ho indizio, questa cosa sembra ce l’avesse scritta nitidamente in faccia. Ho una fotografia nella quale è stato catturato, e viene intensificato, proprio quel suo sguardo distaccato. Mi ricorda ciò che una volta una donna disse di lui; una donna che l’aveva amato immensamente. «All’improvviso» disse, «è come se ogni suo interesse svanisse di colpo. Si scorda di te. Non gl’importa più un fico di te che gli stai proprio sotto al naso…»

Eppure non è che fosse sempre così e, quando gli riusciva di mantenere l’attenzione su di una cosa, Wallace sapeva essere un uomo di grande successo. La sua carriera, del resto, era costellata di successi. Mi aveva lasciato indietro parecchio tempo fa; guardandomi dall’alto e ritagliandosi uno spazio al mondo che io stesso non sarei mai stato in grado di costruirmi. Era di un anno ancora sotto ai quaranta e, come sostengono in molti, se fosse ancora vivo, ora sarebbe con ogni probabilità in carica nel gabinetto di governo. A scuola era sempre stato più bravo di me, senza sforzo, come se gli spettasse per natura. Eravamo entrambi al Saint Athelstan’s College di West Kensington, e lì facemmo quasi tutti i nostri studi. Era entrato come mio pari ma, nonostante ritenga di aver compiuto da me un percorso abbastanza discreto, lui si era diplomato ben al di sopra del mio livello, in un fiorire di borse di studio e voti eccellenti. Ad ogni modo fu a scuola che sentii parlare per la prima volta della porta nel muro – cosa di cui avrei sentito parlare solo in un’altra occasione, un mese prima della sua morte.

Almeno per lui, la porta nel muro consisteva in una vera porta che attraverso un vero muro conduceva verso realtà immortali. Di questo, adesso, sono piuttosto sicuro.

E apparve nella sua vita presto, quando era solo un bambino tra i cinque e i sei anni. Mi ricordo di come ragionasse e facesse stime sulla data mentre era seduto a farmi la sua confessione con quella sua lenta gravità: «Al suo interno c’era» mi disse, «una vite del Canada color cremisi, tutta una uniforme di un cremisi brillante nella chiara e ambrata luce del sole di contro a un muro bianco. Non so perché mi rimase impresso e non ricordo chiaramente come, ma c’erano foglie d’ippocastano sul pavimento pulito, fuori della porta verde. Erano chiazzate di giallo e di verde, capisci, non erano marroni né sporche, quindi dovevano essere appena cadute. Suppongo voglia dire che era ottobre. Ogni anno faccio attenzione alle foglie d’ippocastano, quindi dovrei saperlo.»

«Se ho ragione al riguardo, dovevo avere circa cinque anni e quattro mesi.»

Disse d’essere stato un ragazzino un poco precoce: aveva imparato a parlare in età insolitamente bassa, ed era allora così saggio e «vecchia maniera», come si usa dire, che gli era concesso di prendere iniziative che la maggior parte dei bambini ottiene a malapena verso i sette o gli otto anni. Sua madre morì di parto e lui finì sotto la tutela meno vigile e autoritaria di una governante. Il padre era un avvocato rigido e grave, che gli diede poca attenzione, aspettandosi tuttavia in cambio grandi cose. Penso che, per quanto fosse in gamba, trovasse la vita un po’ troppo grigia e scialba. E quindi un giorno se ne andò di casa.

Non riusciva a ricordarsi della particolare negligenza che gli aveva permesso di scappare e nemmeno il tragitto che percorse attraverso le strade di West Kensington. Tutto rimaneva scolorito tra le pieghe appannate della memoria. Eppure il muro bianco e la porta verde spiccavano distintamente.

Per come ricordava quella remota esperienza d’infanzia, quella porta gli suscitò un’emozione davvero peculiare già a prima vista; un’attrazione, il desiderio di aprirla e attraversarla.

E allo stesso tempo aveva la più chiara convinzione che per lui fosse imprudente o sbagliato – non sapeva dire quale delle due – cedere a quella tentazione. Insistette su quest’aspetto curioso: che lui sapeva sin dal principio – a meno che la memoria non gli stesse giocando un tiro mancino – che quella porta non era chiusa a chiave, e che sarebbe potuto entrare a piacimento.

Mi pare di vedere la figura di quel bambino, attratto e repulso. E aveva ben presente, per di più – sebbene questo non lo spiegò mai – che suo padre si sarebbe arrabbiato molto se fosse entrato in quella porta.

Wallace mi descriveva tutti questi momenti d’esitazione con la massima scrupolosità. Passò oltre alla porta e poi, con le mani in tasca e tentando infantilmente di fischiettare, continuò a passeggiare oltre la fine del muro. Di lì si ricordava una serie di negozi sporchi, brutti e in particolare uno di decorazioni e forniture idrauliche, con un disordine polveroso di tubi in ceramica, rubinetti, rotoli di carta da parati e latte di smalto. Se ne stava a far finta di esaminare quelle cose bramando e desiderando appassionatamente la porta verde.

Dopo, mi disse, ebbe una folata d’emozione. Si mise a correre, dimodoché l’esitazione non lo cogliesse di nuovo, aprì di forza con la mano aperta la porta verde e la lasciò sbattere dietro di sé. E così, in un battibaleno, si ritrovò nel giardino che fini per ossessionarlo tutta la vita.

Per Wallace fu molto difficile restituirmi il senso di quel giardino in cui era entrato.

C’era qualcosa d’esilarante nell’aria stessa, qualcosa che dava un senso di leggerezza, di freschezza e di benessere; c’era qualcosa che a prima vista rendeva tutto d’un colore pulito e perfetto e sottilmente luminoso. L’istante in cui fece il suo ingresso fu un istante squisitamente felice: in rari momenti, quando si è giovani e gioiosi, si può essere felici a questo mondo. E lì tutto era bellissimo…

Wallace si fermò a meditare prima di continuare. «Vedi» disse con l’inflessione dubbiosa di un uomo che si blocca di fronte alle cose incredibili, «c’erano due grosse pantere lì… Sì, pantere maculate. E io non avevo paura. C’era un lungo, largo sentiero di marmo orlato da fiori su entrambi i lati, e queste due enormi bestie vellutate giocavano con una palla. Una guardò in su e si avvicinò a me, sembrava un po’ curiosa. Mi arrivò di fronte, si strofinò gentilmente il soffice orecchio rotondo contro la manina che avevo teso e fece le fusa. Lo dico francamente, era un giardino incantato. Lo so. E com’era grande! Oh, si allargava a destra e a manca, sopra e sotto. Credo ci fossero delle colline in lontananza. Lo sa il Signore dove era andata a finire West Kensington. E in qualche misura era proprio come tornare a casa.

«Sai, nel preciso istante in cui la porta si richiuse dietro di me, dimenticai la strada con le sue foglie d’ippocastano in terra, le carrozze e i carretti degli artigiani, dimenticai quella sorta di forza gravitazionale della disciplina e dell’obbedienza di casa, mi dimenticai di tutte le esitazioni e le paure, dimenticai la discrezione, dimenticai tutte le verità istintive di questa vita. In un momento, divenni un bambino assai felice e meravigliato; in un altro mondo. Era un mondo di una qualità diversa, più caldo, con una luce più penetrante e melliflua, con una chiara, tenue contentezza nell’aria, e i ciuffi di nuvole baciate dal sole nel blu del suo cielo. E davanti a me correva questo lungo sentiero invitante, con aiuole senza erbacce su entrambi i lati, ricco di fiori trascurati, e quelle due grandi pantere. Senza paura misi le mie manine sulla loro morbida pelliccia, e accarezzai le loro orecchie rotonde e gli angoli sensibili sotto le orecchie, e giocai con loro, ed era come se mi stessero dando il bentornato a casa. Anzi, avevo in mente un chiaro senso di ritorno a casa e quando dopo poco una ragazza chiara e alta mi apparve venendomi incontro sul sentiero, sorridente, dicendomi «Be’?», alzandomi e baciandomi, e poi riposandomi a terra, e conducendomi per mano, allora non ci fu meraviglia, ma solo l’impressione che tutto fosse deliziosamente giusto, il ricordo di cose felici che per qualche strana ragione erano state trascurate. C’erano larghi scalini, mi ricordo, tra le punte dei delphinium, e vi salimmo per giungere a una strada in mezzo a vecchissimi alberi scuri e ombrosi. Lungo tutta questa via, sentimi bene, tra rossi steli frastagliati, c’erano statuari troni di marmo e colombe addomesticate e molto amichevoli…

«E lungo la via la mia bellissima amica mi conduceva, guardandomi dall’alto – ricordo le piacevoli frasi, il mento finemente modellato del suo volto dolce e gentile –e facendomi domande in una voce soffice, gradevole, e dicendomi cose, cose piacevoli ne sono certo, sebbene cosa mi dicesse non riesca mai a ricordarmelo… Dopo un poco una scimmietta cappuccina, molto pulita, con un pelo color vermiglio e dolci occhi nocciola, scese giù da un albero e mi corse accanto, guardandomi in su e ridendo, e di lì a breve saltandomi sulla spalla. Così ce ne andavamo per la nostra strada in tutta felicità…»

Si fermò nel racconto.

«Continua» dissi io.

«Mi ricordo piccole cose. Ricordo che passammo oltre un vecchio che rimuginava tra gli allori, e per un luogo gaio abitato da parrocchetti, e giungemmo attraverso un largo e ombreggiato colonnato fino a un palazzo fresco e spazioso, pieno di fontane gradevoli, pieno di cose belle, pieno della qualità propria e della promessa di un cuore desideroso. E c’erano molte cose e molte persone, alcune delle quali ancora spiccano nitidamente mentre altre sono un po’ più vaghe, ma tutte erano bellissime e gentili. In qualche modo, non so come, il messaggio che mi arrivava era che queste persone fossero tutte gentili con me, contente di avermi lì, e i loro gesti mi riempivano di gioia, per il tocco delle mani, per il benvenuto e l’amore nei loro occhi. Sì…»

Meditò un istante. «Avevo trovato dei compagni di gioco lì. Questo significava molto per me, perché ero un bambino solitario. Facevano questi giochi deliziosi nel prato di un cortile dove la meridiana del sole s’appuntava sui fiori. E nel frattempo che si giocava ci si amava…»

«Ma è strano, ho un vuoto nella memoria. Non ricordo i giochi a cui giocavamo. Non li ho mai ricordati. Dopo, da bambino, avrei speso lunghe ore, arrivando persino alle lacrime, a cercare di riportare alla mente la forma di quella felicità. Volevo giocare così di nuovo, all’asilo, da solo. No! Tutto ciò che ricordo è quella felicità e due cari compagni di gioco che passarono, più degli altri, il tempo con me… Dopo un po’ di tempo, sopraggiunse una fosca donna scura, con un volto pallido e grave e gli occhi sognanti, una donna fosca che indossava una lunga, soffice vestaglia di un viola pallido, che portava con sé un libro e mi convocò, prendendomi da parte con lei e conducendomi per una galleria sopra un atrio; sebbene i miei compagni fossero riluttanti a lasciarmi andare, e smisero di giocare e si fermarono a guardare mentre venivo portato via. “Torna da noi!” strillavano. “Torna presto!” Io guardai in su al suo volto, ma lei non prestava alcuna attenzione. Aveva il volto gentile e serio. Mi condusse a una sedia nella galleria e io me ne stavo accanto a lei, pronto a guardare nel libro che lei si aprì sulle ginocchia. Le pagine si aprirono. Lei mi fece segno, e io guardai, meravigliandomi, poiché nelle vive pagine di quel libro vedevo me stesso; era una storia su di me, e dentro c’erano tutte le cose che erano successe da quando ero nato…

«Era splendido, perché le pagine di quel libro non erano immagini, capisci, ma realtà.»

Wallace, serio, fece una pausa, e mi guardò dubbioso.

«Va’ avanti» dissi, «ti capisco.»

«Erano realtà, sì, dovevano esserlo. In quelle pagine le persone si muovevano e le cose andavano e venivano; la mia cara madre, che avevo quasi dimenticato; e poi mio padre, rigido e austero, i domestici, l’asilo, e tutte le cose famigliari di casa. Poi la porta di fronte e il brusio delle strade, col traffico su e giù: io guardavo e mi meravigliavo, e guardavo di nuovo con un che di dubbioso il volto della donna e continuavo a girar pagina, saltando questo e quello, per vedere ancora di più di questo libro, e così via, e infine mi ritrovai a trastullarmi esitante fuori dalla porta verde nel lungo muro bianco, e sentii di nuovo il conflitto e la paura.

«“E poi?” gridai, e avrei voltato ancora la pagina, se non fosse stato per la fredda, grave mano della donna che mi bloccava.»

«“E poi?” insistei, lottando garbatamente con la sua mano, tirandole le dita con tutta la mia forza di bambino e mentre lei cedeva e la pagina si apriva, si chinò sopra di me come un’ombra e mi baciò il sopracciglio.»

«Ma la pagina non mostrava il giardino incantato, e neppure le pantere, né la ragazza che mi aveva guidato per mano, né i miei compagni di gioco che erano stati così restii ad abbandonarmi. Mostrava una lunga strada grigia di West Kensington, in quell’ora gelida del pomeriggio prima che i lampioni venissero accesi, e io ero lì, una piccola figura miserabile, che singhiozzava forte, perché non mi riusciva di trattenermi, e stavo piangendo perché non potevo ritornare dai miei cari compagni di giochi che mi chiamavano: «Torna da noi! Torna presto!». Io ero lì. Non era la pagina d’un libro, ma la dura verità; quel luogo incantato e la ferma mano della grave madre sulle cui ginocchia ero seduto erano spariti. Dov’erano finiti?»

Sì fermò di nuovo, e rimase a fissare il fuoco per un pezzo.

«Oh, la miseria di quel ritorno» mormorò.

«Ebbene?» dissi dopo un minuto o giù di lì.

«Povera creatura sciagurata che ero, riportata indietro in questo mondo grigio! Mentre realizzavo in pieno ciò che m’era successo, cedetti a un’afflizione ingovernabile. E la vergogna e l’umiliazione di quel piagnucolio pubblico e la disgrazia del mio ritorno a casa rimangono ancora salde dentro di me. Vedo ancora quel vecchio signore dall’aria benevola in occhiali dalla montatura d’oro che si fermò e mi parlò, punzecchiandomi prima col suo ombrello. “Povero piccolo” disse, “ti sei perso?” A me, un bambino londinese di cinque e passa anni! E dovette pure richiamare l’attenzione di un gentile, giovane poliziotto che mi scortò fino a casa, dopo che mi si era adunata tutta una folla attorno. Singhiozzante, impaurito e sotto i riflettori, dal giardino incantato giunsi alla soglia di casa di mio padre.»

«Questo è tutto ciò che riesco a ricordare della mia visita nel giardino; quel giardino che ancora mi ossessiona. Certo, non mi riesce di comunicare nulla di quella indescrivibile qualità di irrealtà traslucida, quella diversità dalle cose comuni dell’esperienza che vi aleggiava tutto intorno; ma questo, questo è ciò che è accaduto. Se fosse un sogno, sono sicuro che era uno straordinario sogno a occhi aperti… Uhm, naturalmente ne seguì un interrogatorio terribile, da mia zia, mio padre, la tata, la governante, da tutti…

«Provai a spiegarmi, e mio padre mi diede una prima, bella lezione per aver raccontato bugie. Dopo, quando tentai di dirlo alla zia, lei mi punì ancora per la mia maligna persistenza. Al che, come ho detto, a tutti venne proibito di darmi retta, di ascoltare da me una sola parola a tal proposito. Per un po’ mi tolsero persino i miei libri di fiabe, perché ero “troppo fantasioso”. Eh sì, lo fecero sul serio! Mio padre era della vecchia scuola… e così dovetti farmi carico da solo della mia storia. La sussurravo al cuscino, quel mio cuscino che così spesso era umido e salato di lacrime infantili sulla mia bocca bisbigliante. E aggiungevo sempre questa sentita richiesta alle mie preghiere ufficiali e meno ferventi: “Ti prego Dio, lasciami sognare il giardino. Oh, ti prego, riportami al giardino! Riportami al mio giardino!”

«Sognavo spesso del giardino. Avrò pure aggiunto qualcosa, potrei pure averlo alterato; non lo so… Tutto questo, capisci, è un tentativo di ricostruire un’esperienza infantile a partire da ricordi frammentari. E tra quell’esperienza e il filo dei ricordi della mia infanzia si apre un abisso. Alla fine giunse il tempo in cui mi sembrò impossibile che avrei mai potuto parlare di nuovo di quello scorcio così meraviglioso.»

Feci una domanda ovvia.

«No» disse. «In quei primi anni, non ricordo d’aver mai provato a ricercare la via per quel giardino. Mi sembra bizzarro adesso, ma penso che per evitarmi di andare a zonzo, molto probabilmente, stessero tenendo d’occhio i miei movimenti dopo quella disavventura. No, non fu fino a che non ci conoscemmo che tentai di ritrovare quel giardino. E penso che ci fu un periodo, per quanto ora possa sembrare incredibile, in cui mi scordai del tutto del giardino, quando avevo otto o nove anni all’incirca. Ti ricordi di me da bambino alla Saint Athelstan?»

«Abbastanza.»

«A quel tempo, davo forse qualche segnale di aver un sogno segreto?»

Mi guardò con un sorriso improvviso.

«Ha mai giocato al Passaggio a nord-ovest con me? No, certo che no.

«Era quel tipo di gioco» continuò lui, «a cui ogni bambino con un po’ di fantasia vorrebbe giocare tutto il giorno. L’idea era di scoprire il Passaggio a nord-ovest per arrivare a scuola. La strada per la scuola era abbastanza lineare; il gioco consisteva nel trovare un percorso che non fosse lineare, il tempo era di dieci minuti e bisognava partire per una direzione che non avesse nessuna speranza e trovare il modo di arrivare all’obiettivo attraverso strade mai viste. E un giorno mi ritrovai invischiato nelle strade popolari dall’altro lato di Campden Hill, e iniziai a pensare che per una volta mi sarei dovuto complicare la vita e che sarei dovuto arrivare a scuola tardi. Cercai piuttosto disperatamente una strada che sembrasse un cul de sac, e trovai un passaggio alla fine. Mi affrettai dentro con rinnovata speranza. “Forse ce la faccio ancora”, mi dissi, e passai una schiera di negozietti trasandati che mi erano inspiegabilmente familiari, e attenzione! Ecco il mio lungo muro bianco e la porta verde che conduceva al giardino incantato.»

«La cosa mi colpì, d’improvviso. Alla fine, quel giardino, quel giardino meraviglioso, non era un sogno!»

Si fermò.

«La mia seconda esperienza con la porta verde credo che marchi tutta la differenza del mondo tra la ricca vita di uno scolaro e l’infinito tempo libero di un bambino. Ad ogni modo, questa seconda volta non pensai nemmeno per un istante di entrare direttamente dentro. Vedi… Per prima cosa, in testa avevo l’idea d’arrivare a scuola in tempo, così da non infrangere il codice riguardo i ritardi. Devo aver sicuramente sentito un qualche desiderio di provare a girare la maniglia, sì devo averlo sentito… Ma mi sembra di ricordare l’attrazione verso la porta più che altro come un altro ostacolo alla mia sopraffacente volontà di andare a scuola. Fui subito interessato da questa scoperta che avevo fatto, ovviamente. Me ne andai con la testa in subbuglio, ma comunque me ne andai. Non mi fermai. Corsi oltre, tirando fuori l’orologio e scoprendo di avere ancora dieci minuti, e poi andai per la discesa tornando a paraggi più familiari. Entrai a scuola, senza fiato sì e bagnato dal sudore, ma pur sempre in tempo. Ricordo d’aver appeso il cappotto e il cappello… Ci sono passato giusto accanto e l’ho lasciata dietro di me. Strano, eh?

Mi guardò pensieroso. «Chiaramente, allora non sapevo che non sarebbe sempre stata lì. Gli scolari hanno una fantasia limitata. Credo pensassi che fosse una cosa incredibilmente bella averla lì, sapere come ritornaci, ma c’era sempre la scuola a tirarmi per la giacca. M’immagino d’esser stato assai distratto e disattento quella mattina, al ricordo di quelle strane e bellissime persone che avrei potuto vedere di nuovo, di lì a poco. Abbastanza stranamente, non avevo dubbi che loro sarebbero state contente di vedermi… Sì, devo aver pensato al giardino quella mattina giusto come una sorta di bel posto nel quale ci si poteva rifugiare negli interludi di una strenua carriera scolastica.

«Quel giorno non ci tornai per niente. Il giorno successivo facevamo mezza giornata, e questo deve aver pesato sulla mia scelta. Magari pure l’indolenza ebbe un ruolo nel farmi abbassare le pretese e nel restringere il tempo necessario per la deviazione. Non lo so. Quello che so è che nel frattempo il giardino incantato era così tanto nei miei pensieri che non potevo più tenermelo solo per me.

«Lo raccontai a – come si chiama? – un ragazzetto con l’aria da furetto che avevamo soprannominato Squiff.»

«Il giovane Hopkins» dissi io.

«Sì, si chiamava Hopkins. Non mi piacque raccontarglielo, avevo come la sensazione che dirglielo fosse contro le regole, eppure lo feci. Si faceva insieme parte della strada verso casa; era un chiacchierone, e se non avessi parlato del giardino incantato ci saremmo detti qualcos’altro, e per me era intollerabile pensare a qualsiasi altra cosa. Così glielo spifferai.

«Be’, lui raccontò il mio segreto. Il giorno dopo a ricreazione mi ritrovai circondato da una mezza dozzina di ragazzi più grandi, che un po’ mi prendevano in giro, ma che morivano dalla voglia di saperne di più sul giardino incantato. C’era Fawcett, quello grosso, te lo ricordi? E anche Carnaby e Morley Reynolds. C’eri anche tu per caso? No, penso che me ne ricorderei…

«Un bambino è una creatura attraversata da strani sentimenti. Credo davvero che, malgrado la mia segreta e scarsa autostima, fossi un poco lusingato dall’attenzione di questi ragazzi più grandi. In particolare ricordo il momento di piacere successivo alla lode di Crawshow, ti ricordi di Crawshow, il fratello maggiore? Il figlio di Crawshow il compositore? Disse che era la miglior bugia che avesse mai sentito. Ma allo stesso tempo c’era anche una risacca di dolorosa vergogna a raccontare in giro quello che io sentivo davvero come un segreto sacro. Quella bestia di Fawcett fece una battuta sulla ragazza vestita di verde.»

La voce di Wallace affondò nella memoria nitida di quella vergogna. «Feci finta di non sentire» disse. «Be’, allora Carnaby mi disse che ero un ragazzino bugiardo e litigammo quando gli confermai che era tutto vero. Dissi di sapere dove si trovava la porta verde, e che potevo portarceli in dieci minuti. Carnaby divenne scandalosamente morigerato, e disse che avrei dovuto dar prova delle mie parole, altrimenti me l’avrebbero fatta pagare. T’ha mai girato il braccio, Carnaby? Allora forse capirai com’è andata. Giurai che la storia era vera. Non c’era nessuno a scuola che potesse salvarmi da Carnaby, anche se Crawshaw ci mise una buona parola. Carnaby aveva la sua sfida. Io ero emozionato, le orecchie mi si arrossarono ed ero anche un po’ spaventato. M’ero comportato come un povero sciocco e, invece di potermene andare nel giardino incantato da solo, di lì a poco li stavo guidando – guance rosse, orecchie bollenti, occhi lucidi e l’animo bruciante di miseria e vergogna – in una spedizione di sei beffardi, curiosi e minacciosi compagni di scuola.

«Non trovammo mai il muro bianco e la porta verde…»

«Intendi dire che…»

«Intendo dire che non mi riuscì di trovarla. L’avrei trovata se avessi potuto.»

«Dopodiché, anche quando trovai il modo di andarci da solo, non mi riuscì di trovarla e non la trovai più. Adesso, mi sembra di averla cercata per tutti quegli anni di scuola, ma non mi ci sono mai più imbattuto.»

«Gli altri ragazzi hanno reso la faccenda più sgradevole?»

«Bestialmente… Carnaby tenne un concilio su di me per le mie menzogne smodate. Mi ricordo di come sgattaiolai verso casa e su per le scale a nascondermi a frignare. Ma quando infine mi piansi addosso fino a addormentarmi, non fu per Carnaby, ma per il giardino, per il bellissimo pomeriggio in cui avevo sperato di passare le ore, per le dolci donne amichevoli e per i compagni di gioco in attesa e per il gioco che speravo di imparare di nuovo da capo; quello splendido gioco dimenticato…»

«Credevo fermamente che se non gli avessi raccontato… Me la vidi brutta dopo quell’occasione: piangevo di notte e di giorno ero trasognato. Per due quadrimestri battei la fiacca e presi brutti voti. Ti ricordi? Certo che sì! Eri tu a battermi in matematica e se non fosse stato per te non sarei mai tornato al tran tran di nuovo.»

Per un bel pezzo il mio amico stette in silenzio a fissare il cuore rosso del fuoco. Poi disse: «Non la vidi più fino ai diciassette anni.»

«Mi balzò agli occhi per la terza volta, mentre mi dirigevo in carrozza da Paddington verso una borsa di studio a Oxford. La vidi solo di sfuggita. Mi ero sporto sopra al davanzale della mia carrozza fumando una sigaretta, e senza dubbio pensando a me come a un uomo di mondo, e improvvisamente ecco la porta, il muro, il caro senso di cose indimenticabili e pur tuttavia raggiungibili.»

«Passammo oltre, nel fragore degli zoccoli. Fui preso troppo alla sprovvista per poter fermare subito la carrozza, finché non oltrepassammo l’angolo. Quindi ebbi un momento curioso, un doppio e divergente moto della mia volontà: bussai alla finestrella della carrozza, e andai a pescare l’orologio col braccio. “Sì, signore?” disse brioso il cocchiere. “Ehm, be’, non è niente” gridai. “Errore mio! Non abbiamo molto tempo! Vada avanti!” E proseguì oltre…

«Presi la mia borsa di studio. E la notte dopo che me lo comunicarono, me ne stavo seduto accanto al fuoco nella mia stanza al secondo piano, il mio studio, nella casa di mio padre, con i suo elogi – i suoi rari elogi – e i suoi giudiziosi consigli a risuonarmi nelle orecchie, e fumavo la mia pipa preferita – la formidabile pipa bulldog dell’adolescenza – e pensavo a quella porta nel lungo muro bianco. “Se mi fossi fermato” pensavo, “avrei rinunciato alla borsa di studio, avrei rinunciato a Oxford, mi sarei rovinato la bella carriera che ho davanti! Ora comincio a vedere le cose per quello che sono!”. M’addormentai così ragionando e non avendo dubbi sul fatto che questa mia carriera fosse valsa bene il sacrificio.

«Quei cari amici e quell’atmosfera di nitore mi sembravano molto dolci, molto belli, ma remoti. Ora, i miei occhi erano fissi sul mondo. Vedevo schiudersi un’altra porta: la porta della mia carriera.»

Di nuovo appuntò lo sguardo sul fuoco. Per un istante, le luci rosse delinearono una forza testarda sul suo volto, e poi tutto svanì.

«Be’» disse e sospirò, «ho servito quella carriera. Ho lavorato sodo. Ma ho sognato quel giardino incantato in migliaia di sogni, e da allora ho visto quella porta, o quantomeno l’ho sbirciata, quattro volte. Sì, quattro volte. Per un po’ il mondo mi parve così brillante e interessante, così pieno di significato e di opportunità che a paragone il fascino quasi eclissato del giardino era gentile e remoto. A chi interessa dar pacche alle pantere se ha in programma una cena con notabili e belle donne? Da Oxford tornai a Londra come un uomo dalle grandi promesse, e ho fatto di tutto per mantenerle. Di tutto, ma ci sono state pure le delusioni…»

«Mi sono innamorato due volte – non mi ci soffermerò – ma una volta, mentre andavo da qualcuno che, lo so, dubitava avessi il fegato di andare, tirando a indovinare presi una scorciatoia per una strada poco battuta vicino Earl’s Court, e così mi imbattei nel muro bianco e nella familiare porta verde. “Toh!” mi dissi, “pensavo che fosse a Clampden Hill. Non so perché, ma non riesco mai a trovarlo questo posto – un po’ come provare a contare le pietre di Stonehenge – dove ebbi quel curioso sogno a occhi aperti.” E tirai dritto verso il mio scopo senza che quel pomeriggio esercitasse alcun fascino su di me.

«Ebbi solo l’impulso momentaneo di provare la maniglia, ma sarei dovuto tornare indietro di qualche passo – anche se nel mio cuore non ero abbastanza certo che si sarebbe aperta – e poi pensai che facendolo sarei arrivato tardi a un appuntamento in cui pensavo fosse coinvolto il mio onore. Dopo mi sarei pentito della mia puntualità; perlomeno avrei potuto sbirciare dentro, pensai, e salutare quelle pantere, ma a quel tempo ne sapevo abbastanza da non cercare di nuovo, e in ritardo, ciò che non era stato trovato la prima volta. Sì, col tempo mi pentii eccome…

«Anni di duro lavoro, in seguito, e mai che mi capitò di avvistare la porta. Solo recentemente m’è tornata alla mente. Assieme a quel ricordo è sopravvenuta una sensazione come se una piccola macchia si stesse allargando in tutto il mio mondo. Cominciai a pensare amaramente che fosse una vera sciagura che non potessi rivedere quella porta. Forse soffrivo per il troppo lavoro, forse era quello che avevo sentito dire sull’arrivo dei quaranta. Non lo so. Ma certamente, di recente, la brillantezza che ti rende ogni sforzo semplice era sparita, e proprio in un periodo come questo, con tutti questi sviluppi politici, proprio quando avrei dovuto stare a lavorare. Strano, vero? Ma inizio a trovare la vita pesante, e le sue ricompense, nel mentre che mi ci avvicino, poca cosa. Qualche tempo fa cominciai a desiderare fortemente il giardino. E sì, l’avevo visto tre volte.»

«Il giardino?»

«No, la porta! E non ero entrato!»

Si sporse sul tavolo verso di me, con un dolore immenso nella voce. «Ho avuto la mia occasione per tre volte, tre volte! Giurai, se mai quella porta dovesse offrirsi di nuovo a me ci entrerò, via da quest’afa e dalla polvere, via da quest’arido luccichio di vanità, via da questa faticosa futilità. Andrò per non tornare. Stavolta ci rimarrò… Lo giurai e quando fu il momento, non entrai.

«Tre volte in un anno passai quella porta e non riuscii a entrare. Tre volte nell’ultimo anno.»

«La prima volta fu nella notte dello strappo sulla legge per il rimborso dei locatari, in cui il governo fu salvato da una maggioranza di tre voti. Ti ricordi? Quella notte nessuno dei nostri, e forse in pochi anche nell’opposizione, si aspettava quella fine. Poi il dibattito collassò come un guscio d’uovo. Io e Hotchkiss stavamo cenando con suo cugino a Brentford, nessuno dei due era in coppia, e fummo chiamati al telefono, e partimmo immediatamente con l’automobile del cugino. Arrivammo giusto in tempo, e per strada passammo il muro e la porta, lividi nel chiarore lunare, chiazzati d’un giallo caldo mentre i nostri fari li abbagliavano, ma inconfondibili. “Dio mio!” gridai. “Cosa?” chiese Hotchkiss. “Niente!” risposi, e l’attimo passò.

«“Ho fatto un grande sacrificio” dissi al responsabile di partito mentre entravo. “L’hanno fatto tutti” disse lui, e s’affrettò.

«Non vedo come avrei potuto fare altrimenti allora. E l’occasione successiva fu mentre mi affrettavo al letto di morte di mio padre, per dare l’addio a quel vecchio austero. Anche allora, le pretese della vita erano imperative. Ma la terza volta fu diversa: successe una settimana fa. Il solo riportarlo alla mente mi colma di un rimorso bruciante. Ero assieme a Gurker e Ralphs, come sai non è più un segreto che mi sono consultato con Gurker. Cenavamo da Frobisher’s, e i discorsi fra noi s’erano fatti più personali. La questione del mio posto all’interno del ministero ricostituito affiorava sempre sotto al livello della discussione. Sì, sì. È tutto già deciso. Non c’è bisogno di parlarne ancora, ma non è una ragione per tenertelo segreto… Sì, grazie! Grazie! Ma lasciami raccontare la mia storia.

«Quella sera la cosa era abbastanza nell’aria. La mia posizione era piuttosto delicata. Ero molto ansioso di avere qualche rassicurazione precisa da Gurker, ma ero intralciato dalla presenza di Ralphs. Usavo il cervello meglio che potevo per tenere il discorso su toni leggeri e distratti, non troppo orientati al punto che mi riguardava. Dovevo farlo. Il comportamento successivo di Ralphs avrebbe giustificato la mia prudenza… Ralphs, lo sapevo, c’avrebbe lasciato oltre Kensington High Street, e poi avrei potuto prendere di sorpresa Gurker con una franchezza improvvisa. Delle volte ci si deve ingegnare con questi mezzucci… Ed ecco che ai margini del mio campo visivo inquadrai ancora una volta il muro bianco e la porta verde in fondo alla strada.

«La oltrepassammo chiacchierando. Io la oltrepassai. Posso ancora vedere l’ombra del profilo marcato di Gurker, il cilindro inclinato sopra il naso sporgente e le molte pieghe del foulard di fronte alla mia ombra, mentre passeggiavamo oltre.

«Passai a meno di cinquanta centimetri dalla porta. “Se gli do la buona notte ed entro” mi chiesi, “cosa succede?” Ed ero tutto un fremito per quelle due parole con Gurker.

«Nel garbuglio dei miei molti problemi, non potei rispondere a quella domanda. “Penseranno che sono matto” riflettei. “E immagina se sparissi ora: ‘incredibile scomparsa di un politico in vista!’ Mi trastullai con quel pensiero. Mi trastullai con un migliaio di piccole, inconcepibili inezie in quella crisi.»

Al che si voltò verso di me con un sorriso malinconico e, parlando lentamente, mi disse: «Eccomi qua!».

«Eccomi qua!» ripeté, «e la mia occasione è sfumata. La porta mi si è offerta tre volte in un anno: quella porta che conduce alla pace, alla delizia, alla bellezza oltre ogni sogno, a una gentilezza che nessun uomo in Terra può conoscere. E io l’ho rifiutata, Redmond, e l’ho persa…»

«Come lo sai?»

«Lo so. Lo so. Ora tocca a me trovare la soluzione, impegnarmi nei compiti che mi hanno trattenuto così fortemente quando ho avuto le mie opportunità. Tu dirai: Hai successo – questa cosa così volgare, dozzinale, seccante, invidiata – sì, ce l’ho.» Aveva una noce nella sua grossa mano. «Se questo fosse il mio successo» disse, e poi la frantumò, porgendomela per farmela vedere.

«Lascia che ti dica una cosa, Redmond. Questa perdita mi sta distruggendo. Per due mesi, quasi dieci settimane oggi, non ho lavorato affatto, eccetto per i doveri più necessari e urgenti. La mia anima è piena di rimpianti inesorabili. Di notte, quando è meno probabile che mi si riconosca, esco. Vago. Sì. Mi chiedo cosa direbbe la gente se lo sapesse. Un ministro di governo, il direttore responsabile del dipartimento più vitale di tutti gli altri, che vaga da solo – depresso – salmodiando da solo – per una porta, per un giardino!»

Adesso mi torna in mente la sua faccia pallida e l’insolito, fosco fuoco di cui s’erano accesi i suoi occhi. Me lo rivedo vividamente quella notte. Me ne sto seduto a ricordare le sue parole, il suo tono, e la Westminster Gazette di ieri sera, ancora sul mio divano, con su stampata la notizia della sua morte. A pranzo, al club tutti parlavano di lui e dell’assurdo enigma del suo fato.

Hanno trovato il corpo nel primo mattino di ieri, in uno scavo profondo vicino la stazione di East Kensington. È uno dei due cantieri in costruzione per l’estensione della ferrovia in direzione sud. L’accesso al pubblico è protetto da un cartellone che affaccia sulla strada principale, nel quale è stata ritagliata una porticina per la comodità di alcuni operai che vivono in quella direzione. La porta era stata lasciata aperta per via di un disguido tra due capisquadra, e lui era passato di lì…

Ho la mente offuscata da domande e misteri.

Sembrerebbe che abbia camminato da Westminster quella notte – tornava spesso a piedi fino a casa durante l’ultima seduta – e così mi figuro la sua sagoma scura che batte le strade deserte e buie, imbacuccata, tesa. Forse il pallore delle luci elettriche vicino alla stazione lo hanno infine ingannato, colorando quei listelli grezzi di una parvenza di bianco? Forse quella porta fatalmente aperta ha risvegliato qualche memoria?

C’è poi mai stata, dopo tutto, una porta verde nel muro?

Non lo so. Ho raccontato questa storia come lui l’ha raccontata a me. Ci sono volte in cui credo che Wallace fu soltanto vittima della coincidenza tra un raro ma non inedito tipo di allucinazione e un trabocchetto dei sensi, ma non è ciò in cui credo più profondamente. Siete in diritto di ritenermi superstizioso, e ingenuo; ma, davvero sono più che convinto che avesse sul serio un dono soprannaturale e la sensazione, qualcosa – non saprei dire cosa – che sotto le sembianze di quel muro e di quella porta gli si offrisse un portale, un passaggio segreto e particolare per fuggire in un altro mondo, un mondo decisamente migliore. Ad ogni modo, direte voi, alla fine tutto questo lo ha tradito. Ma lo ha tradito davvero? Qui si tocca con mano il più profondo mistero di questi sognatori, di questi uomini visionari e immaginifici.

Noi vediamo il mondo chiaro e tondo, il cartellone e la fossa. Per i nostri criteri di uomini diurni, lui ha camminato dalla sicurezza dritto nelle braccia dell’oscurità, del pericolo e della morte. Ma lui stesso, la vedrebbe così?

Traduzione di Stefano Friani