Blu, Bologna e la cecità

«A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà finché i magnati magneranno. Per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi». Questo il breve messaggio con cui Blu, street artist italiano di fama internazionale, ha spiegato sul proprio blog  la scelta di cancellare le sue opere dei muri di Bologna. La storia è ormai nota: i magnati in questione sono quelli di Genus Bononiae, potente istituzione culturale attiva nel capoluogo emiliano, e in particolare il presidente Fabio Roversi Monaco, reo (confesso) di aver fatto staccare alcuni disegni di Blu dai muri di Bologna senza il consenso del diretto interessato per esibirli all’interno della mostra Street Art-Banksy & Co. L’arte allo stato urbano (titolo la cui disarmante e sintomatica bruttezza meriterebbe un’analisi a parte), inaugurata poco meno di un mese fa a Palazzo Pepoli. Armati di scalpelli e pittura – e con tanto di banda al seguito, per un’azione configuratasi come una sorta di performance, finita anche su YouTube – i ragazzi dei centri sociali Xm24 e Crash hanno aiutato Blu a rimuovere le sue opere, disseminate per la città felsinea. Nonostante la protesta, tuttavia, i disegni dell’artista sono stati comunque esposti presso la mostra promossa da Genus Bononiae.

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Ancora una volta, dunque, il museo che si riafferma come luogo di controllo e di potere – secondo un’idea molto in voga nei cosiddetti Museum Studies, ma che assomiglia ormai pericolosamente a un pensiero non elaborato criticamente ma dato per buono come presupposto pacifico – e che tenta di riassorbire al proprio interno una forma espressiva (la street art, appunto) nata e cresciuta in contrasto con e in opposizione ad esso? O, per andare più indietro nel tempo, lo spazio museale che si ripresenta come cimitero della cultura e delle opere d’arte, sottratte alla vita e neutralizzate per diventare semplice materia di informazione, secondo lo sguardo conservatore di Valéry (analizzato da Adorno in un celebre scritto del 1953)? Come spesso accade alle opinioni diffuse, entrambe le prospettive – ma se ne potrebbero citare tante altre di uguale peso e dignità intellettuale – sembrano fornire solo delle mezze verità, buone per analisi generiche e, in fin dei conti, poco utili per comprendere casi specifici particolarmente rilevanti come questo. Intervistato dall’Espresso in merito alle polemiche seguite al gesto di Blu, Roversi Monaco si è difeso sottolineando come le opere prelevate «erano su edifici privati in corso di abbattimento nella zona industriale di Bologna» e dunque «in realtà le abbiamo salvate dalla distruzione e dovrebbero ringraziarci»; poi, ha concluso il presidente di Genus Bononiae, «uno potrà dire “non si dovevano salvare”: è un modo di ragionare che capisco benissimo ma siamo partiti dal presupposto lo meritassero».

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Ecco, il problema può essere analizzato e, forse, compreso meglio proprio a partire da quest’ultima osservazione, e da quel «modo di ragionare» che Roversi Monaco comprende «benissimo», ma che evidentemente ha preferito liquidare in nome di una logica dell’appropriazione e di una retorica del fare («Più che fare, molti bolognesi preferiscono non far fare» ha aggiunto) che non sembrano guardare in faccia niente e nessuno. Il quesito, per coloro i quali ragionano in modo diverso da Roversi Monaco, è infatti il seguente: ha davvero senso salvare delle opere dichiaratamente site specific, che assumono pregnanza e significato (se e quando lo assumono, sia chiaro) proprio in virtù della relazione, necessariamente precaria, con il luogo per cui sono state pensate e realizzate? E, viene dunque da chiedersi in seconda battuta, salvare effettivamente da cosa? Da quella contingenza che invece sembra essere proprio il punto di partenza e il centro intorno a cui si articola molta (non tutta, ovviamente) arte pubblica? E non sono forse la documentazione fotografica e quella video le modalità più adeguate per «salvare», rendere conto e, in ultima battuta, integrare opere e interventi del genere? La questione è dunque tanto politica quanto, per così dire, teorica, relativa allo statuto artistico di un’operazione come quella di Blu (ammesso che i due piani, in casi come questo, siano realmente separabili).

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Si tratta, in altri termini, sia di opporsi ad una mostra che, nelle parole del collettivo Wu Ming, rappresenta «il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi», sia di denunciare un modo totalmente errato di pensare e comprendere interventi artistici – e giocoforza politici – come quelli di Blu. E di contrastare l’arroganza e la cecità di un personaggio come Roversi Monaco. «L’affluenza darà un giudizio in poco tempo sulla qualità» ha dichiarato il presidente di Genus Bononiae incalzato in merito alla legittimità di esporre quelle opere e al senso complessivo della mostra. Un appello alla logica dei vincitori, in altri termini, fondato sull’idea che il successo (commerciale o meno) rappresenti l’unico criterio di valutazione per un’operazione del genere. Che è appunto la cosa più arrogante e insopportabile che ci sia, soprattutto quando si parla di arte (pubblica) e di cultura.