L’italiano sta bene: vivo e imbarbarito

Questo contributo è stato pubblicato sulla versione on line della Treccani

Il colpo di mano dello zar ha scatenato un massacro: i tafferugli avvenuti ieri allo stadio non hanno nulla a che vedere con lo sport. La manovra per ripristinare la rotta si mostra difficile. Le scialuppe sono ormai esaurite: un iceberg ci aspetta lungo la rotta del nord.

Se credete che questa frase sia italiana avete ragione: lo è. È anche, però, zeppa di forestierismi, cioè di parole che sono state importate da altre lingue nei secoli passati. A nessun italiano verrebbe in mente di lamentarsi della parola scialuppa e di proporre l’uso di barca di salvataggio. Un momento: anche salvataggio è un forestierismo, e per la precisione un francesismo. Ma se non ci preoccupiamo di queste parole, perché ci preoccupiamo così tanto degli anglicismi?

La lingua non è un insieme di parole. Partiamo da un presupposto: la lingua non si può stabilire a tavolino. Non la si può indirizzare, non la si può costringere. Si può provare a farlo, con grande sforzo, ma non è detto che ci si riesca, soprattutto quando si tratta di stabilire quali parole possano entrare nell’uso e quali no. Quindi, preoccuparsi dell’invasione di parole aliene è un passatempo elegante, ma niente di più. Oltre a questo, una lingua non è un insieme di parole: è un sistema sintattico (grammaticale), fonologico (di suoni), morfologico (di regole per la formazione delle parole). Una parola inglese che entri nell’italiano verrà quasi immediatamente adattata alla sua grammatica, resa italiana. Non sarà più una parola straniera.

Che l’italiano non corra alcun pericolo lo dimostra una semplice osservazione: da una parte ci sono i puristi che propongono versioni italiane di parole come manager, check in e internet, e dall’altra ci sono gli anglofili che si infastidiscono nel sentir pronunciare manàggement, cecchín o ìììnterneeet, e che continuano a spiegarci che stepchild in inglese non vuol dire niente. La sintesi delle due posizioni è anch’essa rivelatoria: possiamo certamente sopportare l’idea di guardarci un filmetto, ma brieffare qualcuno a voce è un’aberrazione! Ma come si fa a brieffare! Questa parola non esiste né in inglese né in italiano!

Gli anglofili disapprovano. E già: gli anglofili hanno ragione. Queste parole, nella lingua d’origine, non si pronunciano come le pronunciamo noi, e molte di esse non esistono in inglese, certamente non con il significato che noi attribuiamo loro. È proprio questo il punto: queste parole non esistono in inglese perché sono parole italiane. L’italiano ha preso la parola inglese, l’ha adattata, l’ha fatta sua. Ne ha cambiato l’accento secondo il proprio sistema prosodico (manàgement anziché mànagement); vi ha aggiunto una desinenza secondo le proprie regole morfologiche: la geminazione della consonante finale della parola inglese prima del suffisso italiano è un processo squisitamente italiano (l’inglese non ha nemmeno le geminate, tanto per cominciare). E quindi briffare è proprio come stoppare o snobbare. Queste parole non esistono in inglese, come non esistono footing (con il significato di corsetta) o smoking (con il significato di abito elegante maschile). Ovvio: sono parole italiane!

E come la mettiamo con la stepchild? Non si potrebbe usare configlio? Si potrebbe, certamente, ma non si capisce perché si dovrebbe: anche stèpciaild è una parola italiana. L’abitudine linguistica di ridurre le parole inglesi al primo membro del composto è del tutto italiana, e solitamente avviene (udite udite!) con composti neoclassici: etero per eterosessuale, foto per fotografia, tele per televisione; per l’inglese, oltre a stepchild conosciamo night (night club), beauty (per beauty case), e body (body clothes): a nessun inglese verrebbe mai in mente di eliminare la testa del composto per lasciare solo il modificatore. È l’italiano che lo fa, e così facendo importa, adatta. E si arricchisce.

Gli italofili disapprovano. Ma, sosterranno gli italofili, se esiste l’alternativa italiana perché usare l’inglese? Qualche tempo fa il movimento #dilloinitaliano ha proposto una lista di alternative italiane agli anglicismi, nella quale si proponeva di usare dietro le quinte invece che backstage, pausa invece di break, incremento invece di escalation, criminale invece di gangster e così via. È vero: per molti termini inglesi esistono parole italiane corrispondenti, ma solo in alcuni contesti. Quasi nessuna delle parole italiane proposte ha esattamente la stessa distribuzione, in tutti i contesti d’uso, del corrispettivo inglese. Backstage evoca un concerto, mentre dietro le quinte evoca uno spettacolo teatrale. Di più: dietro le quinte è una locuzione avverbiale, backstage in inglese è un avverbio ma in italiano è un nome. La preparazione avviene dietro le quinte/ NEL backstage. L’italiano ha importato una parola inglese modificandone la categoria sintattica e la distribuzione. Il risultato è che backstage e dietro le quinte non hanno la stessa distribuzione, mentre se ci fossimo attenuti alla versione originale inglese l’avrebbero avuta.

Stesso discorso per in pausa. In break? Escalation ha una connotazione negativa ed è femminile in italiano, incremento una connotazione positiva ed è maschile. Il gangster è prototipicamente il mafioso italoamericano, non un semplice criminale. Insomma: i sinonimi non vanno mai controllati fuori dal contesto, e le parole italiane proposte in sostituzione di quelle inglesi non sono quasi mai loro sinonime.

Ci arrendiamo? E allora dobbiamo arrenderci? Beh, ognuno è libero di combattere le battaglie che preferisce. Solo che alcune di esse sono perse in partenza. Scriveva (probabilmente) Machiavelli: «Aggiugnesi a questo che, qualunque volta viene o nuove dottrine in una città o nuove arti, è necessario che vi venghino nuovi vocaboli, e nati in quella lingua donde quelle dottrine o quelle arti son venute; ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene. E così i vocaboli forestieri si convertono in fiorentini, non i fiorentini in forestieri; né però diventa altro la nostra lingua che fiorentina. E di qui dipende che le lingue da principio arricchiscono, e diventono più belle essendo più copiose; ma è ben vero che col tempo, per la moltitudine di questi nuovi vocaboli, imbastardiscono e diventano un’altra cosa; ma fanno questo in centinaia d’anni; di che altri non s’accorge se non poi che è rovinata in una estrema barbaria».

«Le lingue arricchiscono e diventano più belle essendo più copiose». E poi? «Imbastardiscono». L’italiano odierno (o quello di trent’anni fa, quando non c’erano tutti questi anglicismi) è la versione fortemente imbarbarita di quello di Machiavelli. Eppure molti di noi lo difendono come se fosse puro e perfetto, come se esso dovesse restare congelato e immobile a partire dal preciso momento storico in cui noi abbiamo iniziato a parlarlo. Una lingua viva prende in prestito, trasforma, e adatta. Una lingua morta resta invece immobile e invariata, perfetta da contemplare. Nessun prestito inglese entrerà mai nel latino, e non credo che questo sia un buon segno.