«Il mio debutto nell’alta finanza» di Stephen Leacock

Redazione

Non appena entro in banca mi irrito. Mi irritano i cassieri, mi irritano gli sportelli, mi irrita la vista dei soldi; mi irrita tutto. Nel momento in cui oltrepasso la soglia di una banca e provo a occuparmi di affari, divento immediatamente un idiota irresponsabile.

L’ho sempre saputo. Ma mi avevano aumentato lo stipendio di cinquanta dollari al mese e quindi avevo come la sensazione che stavolta mi sarebbe toccato d’andarci.

Così entrai di getto e timidamente cercai con lo sguardo un cassiere. Avevo come l’idea che una persona sul punto d’aprire un conto avesse bisogno di consultarsi col direttore.

Andai a uno sportello con su scritto CONTABILE. Il tale era un diavolo di spilungone di ghiaccio. Il solo vederlo m’innervosì. Parlai con voce sepolcrale.

«Posso vedere il direttore» dissi e aggiunsi solennemente, «in privato». Non ho idea del perché dissi «in privato».

«Certamente» disse il contabile, e lo mandò a chiamare.

Il direttore era un uomo grave e calmo. Io impugnavo i miei cinquantasei dollari appallottolati in tasca.

«È lei il direttore?» chiesi. Lo sa Dio che non ne dubitavo affatto.

«Sì» disse lui.

«Posso vederla» chiesi, «in privato?» Non avevo voglia di ripetere «in privato», ma se non l’avessi fatto sarebbe sembrato auto-evidente.

Il direttore mi scrutò con un certo allarme. Credeva che avessi un orribile segreto da rivelargli.

«Venga, per di qua» disse, e mi condusse a una stanza privata. Girò la chiave nella serratura.

«Qui siamo al sicuro da interruzioni» disse lui; «si sieda.»

Ci mettemmo seduti e ci guardammo negli occhi. Non trovavo la voce per parlare.

«Lei deve essere uno della Pinkerton, presumo» disse.

Per via delle mie maniere misteriose s’era figurato che fossi un investigatore. Sapevo cosa stava pensando, il che rese le cose peggiori.

«No, non della Pinkerton» buttai lì, implicando di essere di un’agenzia rivale. «Per dire la verità» proseguii – come se mi avessero stimolato a mentire –, «non sono affatto un investigatore. Sarei venuto ad aprire un conto. Intendo versare i miei averi in questa banca.»

Il direttore sembrò sollevato, ma ancora serio; ora aveva concluso che fossi il figlio del barone Rothschild o un giovane Gould.

«Immagino si tratti di una somma rilevante» disse lui.

«Abbastanza rilevante» bisbigliai. «Propongo di depositare cinquantasei dollari adesso e cinquanta dollari ogni mese.»

Il direttore si alzò e spalancò la porta. Dette una voce al contabile.

«Mr Montgomery» disse con un tono di voce maleducatamente alto, «questo signore vorrebbe aprire un conto: depositerà cinquantasei dollari». E rivolto a me: «Buongiorno».

Mi alzai.

Una pesante porta di ferro si aprì a lato della stanza.

«Buongiorno» dissi io, e mi incamminai verso la cassaforte.

«Esca di lì» disse il direttore, freddo, e m’indicò l’altro ingresso.

Tornai allo sportello del contabile e gli lanciai la palla di denaro con un veloce movimento convulso, come se stessi facendo un gioco di prestigio.

Avevo la faccia d’un pallore spettrale.

«Ecco» dissi «li depositi.» Il tono delle parole sembrava significare «sbrighiamo questa pratica dolorosa finché possiamo».

Prese i soldi e li passò a un altro cassiere.

Mi fece scrivere la somma su una distinta e firmare un registro. Non sapevo più cosa stavo facendo. La banca quasi mi nuotava davanti agli occhi.

«Sono stati depositati?» chiesi con una voce svuotata, vibrante.

«Sì» disse il contabile.

«Allora vorrei staccare un assegno.»

La mia idea era quella di ritirare sei dollari per le faccende quotidiane. Qualcuno mi fece avere un libretto d’assegni attraverso uno sportello e qualchedun altro prese a raccontarmi come compilarlo. I bancari dovevano avere l’impressione che fossi un milionario invalido. Scrissi qualcosa sull’assegno e lo infilai nella fessura, verso il cassiere. Lo guardò.

«Che? Vuole ritirare già tutto di nuovo?!» chiese colto di sorpresa. Al che realizzai d’aver scritto cinquantasei invece di sei. Ero andato troppo oltre per mettermi a ragionare. Avevo la sensazione che fosse impossibile spiegare la cosa. Tutti i cassieri s’erano bloccati e mi fissavano.

Non pago della mia miseria, m’avventurai.

«Sì, tutto quanto.»

«Vuole ritirare i suoi soldi dalla banca?»

«Ogni centesimo.»

«Non vuole più depositare?» chiese il cassiere, sbigottito.

«Nossignore.»

Una speranza idiota mi si insinuò nel cuore: potevano pensare che qualcosa m’avesse oltraggiato mentre stavo scrivendo l’assegno e che avessi cambiato idea. Feci un tentativo raffazzonato di sembrare un uomo dal temperamento paurosamente volatile.

Il cassiere preparò i soldi.

«Come li vuole?»

«Che?»

«Come li vuole?»

«Ah» raccolsi ciò che intendeva e risposi senza nemmeno provare a pensare. «Da cinquanta.»

Mi diede una banconota da cinquanta dollari.

«E i sei?» chiese asciutto.

«Da sei» dissi io.

Me li diede e mi scapicollai fuori.

Mentre il portone mi si richiudeva dietro, colsi l’eco di un ruggito di risate che si alzava fino al soffitto della banca. Da quel momento ho smesso d’andare in banca. Tengo i soldi in contante nelle tasche dei calzoni e i risparmi in dollari d’argento in un pedalino.

Traduzione di Stefano Friani

Stephen Leacock è stato tra gli umoristi più letti del mondo anglosassone tra il 1910 e il 1925. Canadese, ma nato nell’Isola di Wight, oltre alla sua vena leggera e nonsense, ha anche e soprattutto scritto di economia politica, storia e di teoria dello humour.