Anni Zero: la voce di Tommaso Pincio, il doppio che (si) sdoppia

Questo articolo è uscito sulla versione online della Treccani

Tommaso Pincio è un doppio, un gemello, un’impostura, una finzione, a partire dal nome che ha scelto per sé stesso, da scrittore. Penso si possa parlare, a ragione, di una retorica del doppio, per i suoi romanzi: più Pynchon che Pincio fino a Cinacittà; più Pincio che Pynchon – il doppio di un romano -, poi.

Un doppio anche nel senso di appartenenza/diversità rispetto alle caratteristiche della narrativa italiana degli anni Zero (prendendo come termini M., 1999, e spingendoci alla maturazione del Pincio romano inCinacittà, 2008), rintracciabile poi stilisticamente nelle prove narrative successive: da un lato Pincio è uno scrittore degli anni Zero, dall’altro è il nemico per eccellenza del traduttese.

Traduttese in bocca cinese

Dopo lo sperimentalismo cannibale, la lingua della narrativa italiana ha iniziato a essere più pacata, moderata. Gli anni Zero si caratterizzano per il ritorno a un italiano neostandard: un ritorno che conduce a un apatico stile non-stile, o a stili provvisori che fanno registrare «una forma romanzo più fluida» caratterizzata da una sorta di «vulgata della narrativa» che Maurizio Dardano, qualche anno fa, riassumeva così:  brevità delle frasi; prevalere della paratassi sull’ipotassi, con la frase nominale nelle sue diverse modalità; funzione focalizzante e prosodica della punteggiatura, ormai ridotta al massimo della semplificazione; similitudini, metafore, traslati in cui la funzione esornativa prevale su quella cognitiva.

Una lingua che somiglia sempre più alla lingua delle traduzioni, e a cui per certi versi Pincio somiglia, ma per altri incarna quello che Giuseppe Antonelli ha definito traduttese che, però, nel Pincio romano di Cinacittà è in bocca al suo antagonista cinese, appunto.

La chimica del legame

Analizzando la sua prosa, la doppiezza si rende manifesta anche in alcuni espedienti retorici. La prosa di Tommaso Pincio si regge sull’idea di doppio.

“Doppio”, nel senso di legame tra due elementi diversi.

Paragoni: il suo sguardo rimbalzava da un angolo all’altro della mappa come la pallina di un flipper muto (RL: 66); vidi così il seno, due rotondità piccole ma perfette come il bulbo di una lampadina a incandescenza (C: 155)

Espressioni metaforiche: la sera era sopraggiunta con la grazia di un’interruzione pubblicitaria (RL: 53); c’era una luce rosata, color alcol denaturato (RL: 39)

Personificazioni: in giro per lo Spazio (M: 162), (SF: 4; 5); il Vuoto, solo lui e il Vuoto (SF: 4, 5, 9); le sinestesie: sprofondare nel freddo grigiore (AM: 15); odorava di nostalgia (AM: 16); il sapore di pioggia (AM: 47).

Oppure “doppio” nel senso di ripetuto.

Poliptoto: vedeva ciò che era andato perduto nel tempo e ciò che si sarebbe perso di lì a breve. (RL: 197); Ero l’uomo più solo dell’universo e le pale del ventilatore seguitavano a ruotare, lo sterminatore elettrico seguitava a friggere zanzare (C: 49); l’anafora: sono stato io a fare tutto, sono stato io ad andare e tornare, sono stato io che mi sono addolorato e lamentato (SF: 4); Soltanto ora queste sue parole mi riecheggiano nella mente per quel che in effetti volevano dire. Soltanto ora me ne rendo conto. (C: 17); le terne: innaturale; inumano; inaccettabile (M: 131);unico, magnifico e sproporzionato (M: 139); è inconcepibilmente erotico, torbido, bestiale (M: 182); amore universale, eterno e infantile (SF: 49); la creatura più incongruente, insensata, istintiva dell’universo (SF: 80)

Figure di accumulazione (elenchi e climax): di pensieri, di arrovellamenti, considerazioni, deduzioni, ipotesi, analisi, intuizioni, fantasticherie(M: 95); avrebbe deciso di volta in volta, giocattolo per giocattolo, richiesta per richiesta, troglodita per troglodita (AM: 21); Nei ritagli del tempo si occupano del resto: sgobbano come formiche, mangiano, fumano, sputano, chiavano (C: 303).

Giochi di parole. Attraverso un cambiamento all’interno del corpo di una parola, si porta il lettore di fronte a una ripetizione variata, accendendo una spia – forse – proprio sulla doppiezza insita nel linguaggio: «Il nome orientatrice, contenendo la parola Oriente, ammantava inoltre tutta la faccenda di esotismo e colorava di accattivante mistero la disponibilità della commessa» (SF: 23); «Poi scoprì la politica e rimediò ai suoi problemi di socializzazione diventando socialista» (C: 183).

Sdoppiamento nel metalinguaggio

Sono frequenti, poi, nella prosa di Pincio, momenti di riflessione metalinguistica; ovvero momenti in cui il narratore – ancora una volta – si sdoppia, instaurando un dialogo col lettore, come quando commenta l’uso che ha appena fatto di un sintagma logoro e difende la sua originalità proprio rivendicando la non-originalità della scelta: «Gli anni passarono, come si dice» (AM: 38).

Simili osservazioni metalinguistiche rientrano nell’ottica di un autore che è l’anfibio di sé stesso, che è colui che scrive ma anche che pensa – e spesso – alla reazione che potrà avere il lettore.

Per esempio, rievocando la sua peculiare dolce vita, in Cinacittà, il narratore usa molte digressioni, diversi flashback che accelerano o dilatano il ritmo della confessione. Interviene a volte in maniera metatestuale per fare una pausa, recuperare il filo della narrazione e l’attenzione del lettore: «Ma prima di raccontare come tutto è precipitato bisogna che faccia una pausa, una digressione qualunque per recuperare la calma» (C: 240).

Da Pynchon a Pincio

Proprio in Cinacittà matura un nuovo Pincio: più Pincio che Pynchon; un Pincio che non è più il «doppio di nessuno» (questo il significato del suo pseudonimo, come ha dichiarato in un’intervista, anni fa), ma è il doppio di un romano. Il doppio di un romano che diventa un narratore sapiente, abile, ma che denuncia – astutamente – anche le sue difficoltà: «Da principio, non avendo mai scritto una riga prima, ho incontrato qualche intoppo. Poi mi sono sciolto» (C: 334). E un  personaggio che gioca esplicitamente su sé stesso quando afferma: «Ero diventato un personaggio da romanzo» (C: 132).

La maschera di Marcello

Il Pincio romano, lo pseudo-Marcello di Cinacittà, è un narratore autodiegetico e pluridiscorsivo, col suo italiano stratificato, ma tutto azzimato e costruito. E anche la lingua di C è plurivoca, visto che nel romanzo, a parlare –  oltre al narratore –, ci sono anche altri personaggi, dalle voci diverse: Wang, la cui lingua è una perfetta incarnazione del traduttese (in contrasto non solo con quella degli altri cinesi ma anche con quella dello stesso narratore); Yin, una presenza silenziosa, enigmatica e passiva.

Ma concentriamoci su Marcello: parla – anzi scrive – sfruttando uno stile semplice dal punto di vista sintattico, costruito e posticcio dal punto di vista lessicale. È un lessico, però, che si addice alla sua personalità passiva, indolente, di riporto: una maschera (ancora una volta). Una parvenza esteriore, come quella che indossa la stessa città di Roma, col Colosseo ridotto a lazzaretto, con la Fontana di Trevi senza una goccia di acqua. Insomma Roma è un’altra Roma e Marcello è in effetti qualcun altro, come insegna la tradizione dei romanzi di Pincio. Marcello nello specifico è ciò che Wang vuole che sia, almeno da un certo punto in poi della storia. Un narratore che diventa il portavoce di sé stesso, ma di un sé stesso deciso dal suo amico cinese, una sua «gemellare identità», tanto per restare in tema di doppi: «la gemellare identità di uno degli ultimi romani rimasti a Roma».

L’ultimo dei romani

L’ultimo dei romani scrive così: frasi brevi, prevalere della paratassi sull’ipotassi, funzione focalizzante e prosodica della punteggiatura, ormai ridotta al massimo della semplificazione. Tutti elementi ravvisabili largamente nella narrativa italiana degli anni Zero. Scrive, poi, usando non pochi modi di dire, come, per esempio, non avere il becco di un quattrino (C: 65) o raccontare la rava e la fava (C: 143). La fraseologia che assorbe molte espressioni dell’uso e spesso diatopicamente marcate in direzione del romanesco (che pure il protagonista tenta di tenere lontano dal suo modo di esprimersi).

Il romanesco (l’atmosfera romana) si fa sentire anche in alcuni aspetti lessicali. La voce del narratore dice, infatti: ‘nticchia; petecchia;bazzicata; caciarone; scaciato; dindarolo; appenicandosi; gabbio.

Il primo degli alieni

La romanità del protagonista si manifesta spesso; ma si manifesta pure il suo «senso estetico o presunto tale»: quell’abito linguistico-stilistico forzatamente ricercato che lo fa apparire spesso comico perché fuori luogo, falso, ridicolo e alieno. Ecco allora la preferenza per verbi e nomi appartenenti a un registro alto, letterario, come quando deride l’odiato linguaggio giornalistico: «mi figuro i titoli: il mostro che ruba le battute, l’assassino che non parla con parole sue». Marcello scrive: rammento (C: 269); corpi discinti e orientati alla concupiscenza(C: 211). Poi, per mimetizzarsi con il pubblico ministero che lo interroga: giungere anziché venire; vetusto anziché vecchio.

Un linguaggio mimetico, che si sdoppia tendendo a prendere la forma che più si addice alla materia o al personaggio descritto. Se da un lato questa voce sembra quella di un libro stampato, dall’altro denota aspetti che rimandano alla grammatica del parlato con dislocazioni a destra (se lo meritano, il disprezzo), frasi scisse (è stato allora che l’ho vista) e pseudo-scisse (questo è quello che credi tu) e, ancora, con l’uso del c’è presentativo («C’è l’elemento fallico, la stecca, e ci sono le femmine rappresentate dalle sei buche»).

Il narratore assume spesso, in virtù della sua condizione di “ultimo esponente della romanità”, un tono sentenzioso e aforismatico: «mai fidarsi dei momenti fatidici, non sono mai come uno se li aspetta» (C: 43).

Lingue senza anima?

Niente traduttese, neutra lingua senz’anima: Pincio sceglie di parlare con la voce dello pseudo-Marcello, perché Marcello ha la volontà di avere un’anima, seppure sporca, bassa, o comica e la ricerca forse solo per rinnegarla, invece Wang no. In Pincio c’è la volontà di sporcarsi con una lingua viva (per riconsegnarla morta) che abbia qualcosa di riconducibile a quella di tutti i giorni e non sia la perfetta trasposizione di un italiano senz’anima come quello di Wang. Non per essere veri, ma forse solo comici, buffi, falsi. Essere qualcuno che non sa. Con la volontà di confessare mancanze, porsi come un falso ingenuo, attraverso presunte incapacità. In quel non capire, non voler essere più, ma in realtà capire ed essere ancora qualcos’altro, in questa doppia contraddizione c’è il gioco letterario e linguistico di Pincio, il gioco di chi sa che la letteratura è sempre e comunque prima d’ogni altra cosa menzogna. Ma non per questo non può essere vera. Perché la letteratura, come lo pseudo-Marcello che si reca alla Città Proibita, «quando getta via la propria anima trova il proprio destino».

Da Pincio a Esquilino

Nel suo ultimo romanzo, Panorama, a fare da sfondo alla storia una Roma pinciana, futuribile, ma non troppo, raccontata con una lingua, come sempre in Pincio, attenta e sorvegliata. Ancora Roma, dunque, e ancora doppi, se è vero che accanto al protagonista Ottavio Tondi compare anche un Mario Esquilino: un nome da uomo qualunque, ma un cognome che potrebbe nascere dall’idea di Pincio di volere un eteronimo da ricondurre alla toponomastica romana. Esquilino è il doppio di un doppio e controlla la vita di Tondi, come Wang controllava quella di Marcello in Cinacittà

Alla fine, Panorama è una lettura sul piacere della lettura; Tondi è l’epitome del lettore: Pincio lo mette al centro della storia, lo usa per giocare, per annullare l’autore, dimostrare che è superfluo, è niente, è nessuno. Pincio si sdoppia e continua a sdoppiarsi fino a voler dimostrare di essere proprio ‘il doppio di nessuno’ e quindi che l’autore non è nessuno?

Forse, come Tondi, sarà sempre un altro: «votarsi alla marginalità della poltrona a vivere la vita attraverso le parole degli altri» (P: 67), un altro che cerca altri e somiglianze perché, forse, come è scritto sulla quarta di copertina di Panorama, «La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio».

Romanzi di Tommaso Pincio

M = M., Cronopio, Napoli, 1999

SF = Lo spazio sfinito, Fanucci, Roma, 2000 (ripubblicato da Minimum Fax nel 2010, edizione di riferimento)

AM = Un amore dell’altro mondo, Einaudi, Torino, 2002

RL = La ragazza che non era lei, Einaudi, Torino, 2005

C = Cinacittà, Memorie del mio delitto efferato, Einaudi, Torino, 2008

Panorama, NN Editore, Milano, 2015