Oltre l’accoglienza

Questo articolo è uscito su Lo Straniero che ringraziamo.

Alla fine degli anni novanta cominciano flussi consistenti di rifugiati e richiedenti asilo provenienti dall’Africa subsahariana e dal Medio Oriente verso l’Italia e i paesi del Nord Europa. Tra le prime barche ad attraversare il canale di Sicilia di cui si ha notizia c’è quella di un gruppo di sudanesi del Darfur. Il racconto di quel viaggio destò grande sorpresa tra chi già era arrivato a Roma seguendo via terra la rotta balcanica. Prima di loro nessuno aveva mai sentito parlare di uomini che dalla Libia avevano attraversato il mare arrivando a Lampedusa. Molto è cambiato da allora. Forse il mondo era più grande e diviso di come lo percepiamo adesso e molto meno veloce. Sembra passato un secolo eppure sono passati poco più di quindici anni. Quella strana umanità che arrivava da noi attraverso lunghi viaggi fatti di marce, deserto e mare e che cominciava a riempire piccoli centri di accoglienza era ancora qualcosa di molto poco conosciuto. Soprattutto non avevano ancora conquistato la duplice icona di profughi e terroristi, ma rimanevano, al di là delle loro ragioni e sofferenze, dei semplici stranieri con usi e costumi e colore della pelle ancora non così familiari e consueti. Alieni loro e alieno chi cominciava spinto dalla curiosità e dalla solidarietà a occuparsene. Eravamo alla periferia di tutto, dei discorsi politici, educativi, dell’intervento sociale, della percezione dell’impatto culturale che la maggioranza aveva di questa realtà. Una realtà che avrebbe da lì a poco trasformato un aspetto fondamentale del nostro vivere: il sentire di non essere più soli, ma il dover condividere volenti o nolenti con altri, diversi e simili, i nostri spazi, il nostro tempo. Almeno così è stato per l’Italia, diverso certamente per i paesi del Nord Europa in cui il processo è stato ben più lungo e significativo del nostro.

Fino a poco tempo fa lavorare con rifugiati e richiedenti asilo era come stare nelle catacombe, equivaleva a occuparsi di una piccolissima fetta di popolazione di cui poco si sapeva e che molto poco condizionava il pensiero sul futuro. Ora la loro presenza qui tra noi, ma anche la loro semplice esistenza al di là dei confini europei, costituisce una grande minaccia per i più e una grande opportunità per altri o comunque qualcosa che non può essere rigettata ma accolta. Mentre prima non c’era un discorso pubblico sul tema dell’accoglienza e su chi fossero queste persone ora la coscienza si è molto allargata e coinvolge in larga scala praticamente tutta la popolazione. Infatti tutti e non solo una piccola parte di operatori e volontari sono coinvolti nella crisi morale e politica tra accoglienza e respingimento. Ci troviamo in una fase di passaggio in cui la popolazione europea si scopre cambiata e sente che continuare a cambiare nella direzione di una società sempre più multietnica costituisce una grande minaccia alla sua sopravvivenza. Gli attentati terroristici da una parte e i continui naufragi che coinvolgono donne e bambini nel Mediterraneo dall’altra, sono i due estremi di questa grande crisi morale oltre che politica. Prima degli attentati non si pensava ad altro che all’emergenza dell’accoglienza in termini molto semplicistici e brutali, ora la questione si è molto complicata perché è subentrato lo spettro del dopo. E dopo? Dopo che sono entrati che cosa succederà? Mentre prima il respingimento delle persone alla frontiera veniva dettato da basilari sentimenti razzisti, di ignoranza, di mancanza di volontà di capire cosa c’era dietro quel viaggio, da quali paesi e perché le persone fuggivano, di mettersi in contatto con la sofferenza dell’altro, ora quello stesso sentimento vive la prova dei fatti che accogliere equivale al suicidio della nostra società perché chi arriva non è disposto a integrarsi, ma è portatore di un fanatismo che un giorno o l’altro troverà la sua strada violenta per esprimersi.

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Il momento focale dei discorsi sulla migrazione, focale perché la mette a fuoco, è sempre stato l’arrivo, lo sbarco, la marcia, il naufragio, il campo profughi a ridosso dei muri di contenimento, non è mai stato il discorso del perché si fugge e da che cosa e neppure in che condizioni ci si trova a vivere una volta che si è riusciti a superare le frontiere naturali, giuridiche e militari. Ora però il dopo l’arrivo, ovvero che cosa queste persone possono diventare una volta arrivate, potenziali terroristi, usurpatori di territorio, sconvolgitori dell’assetto sociale, valoriale, estetico delle nostre città si somma con l’antico motivo dello sbarramento alla frontiera contro una minaccia sconosciuta che è bene arrestare senza sapere a cosa si va incontro. È come se a quel rifiuto incondizionato si sia sommata la coscienza di quale realtà queste persone possono diventare una volta stabilitisi in Europa. Come se paure ataviche abbiano ricevuto conferme razionali tramite tragedie collettive in cui il male viene dall’interno. Da giovani benestanti di origine straniera e religione musulmana, educati nelle università, che come i nostri giovani sposano i valori del mercato, del consumo e del piacere edonista, ma che a un certo punto aderiscono a un’ideologia omicida contro tutto questo fino al martirio. In questa situazione il respingimento come sentimento europeo si rafforza e conquista la maggioranza dei moderati facendoli diventare dei fanatici a loro volta. Il prima della fuga rimane sconosciuto, qualcosa di lontano di cui si ha una vaga percezione, l’arrivo di chi fugge diventa un campo di battaglia non solo più appannaggio delle forze di polizia degli Stati ma anche di privati cittadini e del dopo scompare ogni forma di analisi, intervento.

Per molti anni abbiamo sostenuto un blando multiculturalismo professando l’accoglienza senza mai andare a vedere cosa succedeva alle persone e a noi stessi insieme a loro, che conflitti si generavano. Si è nascosto quello che non si sapeva capire e fare ovvero affrontare il dopo. Grazie all’immigrazione c’è stato o no quel surplus di cultura, quella possibilità di reciproco completamento? E su quali basi doveva avvenire? Su quali valori e convinzioni condivise? Si è mai attivato un vero confronto serrato e positivamente conflittuale su stili di vita, comportamenti civici rispetto agli obblighi che si hanno verso gli altri in un vivere comune? Quali doveri oltre che diritti, quali obblighi oltre che solidarietà da dare e da ricevere si hanno verso gli altri e il posto dove si vive? è possibile generare con le persone straniere che popolano i quartieri e le scuole discorsi politici sul bene comune per cui combattere insieme? O viviamo separati indifferenti gli uni agli altri, come sconosciuti, affetti da strane malattie sociali tra tolleranza e acuti risentimenti come gruppi fondamentalisti dell’una e dell’altra parte? Di fatto si è costruita una società profondamente disgregata, divisa tra migliaia di operatori che lavorano nell’accoglienza e nell’advocacy pro immigrati e rigurgiti di pura violenza contro il diverso mentre in mezzo rimane una massa totalmente indifferente. Gli uni e gli altri si sopportano sperando (migranti compresi) che altri ancora non arriveranno a compromettere il precario equilibrio sociale e privato delle proprie esistenze.

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Il prima, ovvero il perché le persone fuggono, e il dopo, come le persone possono vivere in un nuovo paese, dovrebbero oggi assorbire tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sforzi per capire e per trovare soluzioni comuni. Eppure rimaniamo schiacciati da un presente fatto di muri e violenza sulla soglia delle nostre frontiere. Vediamo e reagiamo solo all’effetto di realtà oscure che si muovono intorno e dentro di noi, l’arrivo dei profughi e l’odio fanatico di giovani con origini straniere che portano dentro le città europee quello che sconvolge milioni di persone appena fuori dai suoi confini. Ne vediamo e subiamo l’effetto, a quello reagiamo senza chiedere e chiederci un’azione e una volontà di cambiamento delle ragioni di quella disperazione, sofferenza, povertà e ingiustizia.

Da che parte stiamo? Da che parte sta la maggior parte delle persone, dei cittadini europei? È un tipo di scelta non secondaria perché a quanto pare un intero continente ha chiuso gli occhi verso un’umanità che bussa alle sue porte in fuga dalla barbarie. Se non si può prescindere dall’accoglienza di questa umanità, non si può prescindere dalla consapevolezza delle guerre che si stanno combattendo e che queste colpiscono soprattutto la popolazione, non si può neppure prescindere dal domandarsi come dovrebbe essere una volta accolti la nostra convivenza, cosa si può accettare e cosa no. E questa è la parte più complicata, come lavorare, stare, vivere, discutere, essere vicini di casa, amici, con persone così simili e così diverse. Come vivere e cosa fare in questo groviglio di somiglianze e differenze? Ha ragione Kureishi quando in La parola e la bomba dice: «Le vere differenze in Gran Bretagna oggi non sono politiche, oppure basate sulle classi sociali, riguardano invece la razza e la religione, con la loro storia di sfruttamento, umiliazione e incapacità.»

Da che parte stare non è una domanda scontata se è presumibile che la maggioranza oggi, seppure confusamente, comunque è schierata. Quanti sono a favore di una Turchia discarica d’Europa per milioni di profughi? O quanti tirano un sospiro di sollievo guardando le immagini di un gruppo di maschi che strattona cercando di buttare a mare una giovane siriana, guidati dal gruppo di estrema destra Alba Dorata nell’Isola di Lesbo? Nei talk show bulgari ha un grande seguito il wrestler Dinko che va a caccia di migranti nei boschi al confine con la Turchia a bordo di pick-up e che quando li trova li fa sdraiare a pancia in giù con le mani sulla testa. Quanti in Europa tirano un sospiro di sollievo venendo a conoscenza del suo operato? Sono solo alcuni degli ultimi fatti di cronaca che ci parlano di una tendenza che serpeggia in tutta Europa nel suo nuovo modo di confrontarsi con profughi e rifugiati. E quanti invece si sentono rappresentati dall’umanità del medico di Fuocoammare, oppure dagli attivisti che a Lesbo come altrove provano a prendersi cura delle persone che arrivano, o con il Papa che il 16 aprile dopo essere stato a Lampedusa, al confine con il Messico, nel centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto vicino Roma, arriva anche a portare il suo messaggio ai profughi dell’isola greca? Non è una domanda scontata perché la scala della tragedia in corso riguarda milioni di persone e le scelte che si faranno segneranno le generazioni future. Accanto alla violenza di Stato si sta sommando quella di privati cittadini che si organizzano per una «giustizia fai da te» a cui molti, più di quanto possiamo immaginare, plaudono nei diversi paesi europei.

Da che parte stare? Con una folla inferocita che vuole gettare a mare una ragazza siriana o con i sentimenti di solidarietà e misericordia che tra i potenti sulla terra vengono incarnati oggi solo dal Papa? Bisogna portare a galla questi estremi e farli dialogare, è bene che questo conflitto venga affrontato piuttosto che far parte silenziosamente di una società che approva la giustizia fai da te parallela a quella di Stato.

Mentre il punto qui nelle nostre città e non ai confini degli Stati resta come incontrarsi, collaborare, sentirsi vicini e appartenere a uno stesso spazio pubblico.

Vivo in un quartiere dove la maggior parte della popolazione residente proviene dal Bangladesh. Oggi ho letto sul giornale l’ennesima notizia di una manifestazione pubblica che esultava all’uccisione di un attivista per la laicità dello stato. è lecito domandare ai miei vicini cosa ne pensano? E come ci si dovrebbe comportare se scoprissimo che le persone o non hanno un’opinione in merito o addirittura l’appoggiano? Questo dovrebbe mettere in crisi la mia capacità di accogliere l’altro? Un effettivo multiculturalismo lì dove nelle città già è nei fatti non dovrebbe essere propagandato semplicemente da feste e cibo ma affrontato con uno scambio di idee molto serio, conflittuale, che vale la pena sopportare piuttosto che affrontare domani cose ben più drammatiche. Questo dovrebbe dire occuparsi oggi del futuro e del dopo l’arrivo. Con chi è appena arrivato e con chi sta crescendo insieme a noi.

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Così come è lecito criticare le scelte del prossimo per la costruzione di un vivere comune più giusto per tutti allo stesso modo lo si deve fare nei confronti di chi è straniero. Non è il suo essere straniero a renderlo automaticamente immune da comportamenti sociali e privati inaccettabili. Questo passaggio psicologico e culturale tra chi è propenso all’accoglienza non è stato fatto perché molto più complicato che professare il buonismo dell’accoglienza. Oggi non si può più lasciare il campo della critica solo a chi è dichiaratamente violento verso l’altra umanità. Credo che questa sia la parte più difficile da sostenere e anche quella in cui è più difficile trovare nelle persone straniere alleanze robuste e serie con cui affrontare queste sfide. Inoltre le vere sfide non sono solo quelle della messa in comune di somiglianze e differenze, valori religiosi e laici rispetto alla sacralità della persona umana e del suo rispetto, ma anche e soprattutto battaglie comuni in cui ci sentiamo in obbligo verso le prossime generazioni che sono la qualità della vita nelle nostre città, l’ambiente, le guerre, il potere politico ed economico, la mercificazione della nostra vita, la mutazione antropologica in cui tutti europei e stranieri siamo coinvolti a partire dalla dipendenza dalla tecnologia e dal consumo. Davanti a tutto ciò è davvero difficile trovare realtà di alleanza interculturale. Spesso gli stili di vita che vediamo assumere dai nostri amici stranieri non rispecchiano assolutamente le nostre scelte personali ed etiche. È possibile oggi aprire un confronto anche su queste cose? O dobbiamo rimanere schiacciati nell’accettare tutto quello che viene dall’altro in quanto straniero per non sentirsi razzisti? Perché non chiedo a loro lo stesso tipo di alleanza che chiedo a quelli che sento simili a me sui grandi temi di oggi e che riguardano tutti? Tutto ciò mi sfugge, mi sfugge come nell’intervento sociale tutto si minimizzi in un fare così superficiale come se la mia parte di responsabilità la assolvessi nel semplicemente essere accogliente con l’altro e non nel costruire ambiti di alleanze culturali e politiche di lotta a quegli stili, comportamenti, credenze che reputo come inaccettabili. Le accetto da loro e le combatto con i miei simili. È un paradosso da cui non riesco a uscire. E credo che sia da questo che provenga una spaccatura tale tra noi e gli altri per cui in questi anni non si è creata nessuna vera alleanza civile, politica, intellettuale che prema sul presente e sul futuro in termini di consapevolezza e cambiamento.

Si potrà circostanziare quanto si vuole ricorrendo a tutte le contestualizzazioni possibili del perché siamo propensi a giustificare da parte dei cosiddetti altri certi comportamenti, ma un dato di fatto c’è, come c’è qualcuno che vuole e sceglie ciò che vuole e a volte questa scelta può essere molto diversa e lontana da tutto ciò in cui credo e per cui sento di voler combattere.

Quello che negli anni è stato descritto come un conflitto culturale tra noi e gli altri aveva sempre come protagonisti noi, gli indigeni, che non accettavamo l’altro diventando per questo fondamentalisti, fanatici. Le cose sono molto più complesse di così perché nel confronto-incontro con l’altro non è solo una parte a non accettare l’altra ma è anche l’altra a non accogliere la nostra diversità. Così si crea uno scontro fra fanatismi ovvero quella peculiarità umana per cui qualcuno pensa di essere nel giusto e vuole costringere l’altro a vivere a proprio modo. Ma appunto non siamo solo noi a voler integrare forzosamente l’altro ma anche l’altro a volerlo fare con noi. La parte più debole, perché minoritaria, non ha le forze per affermare il suo fanatismo allora si rinchiude, si separa, vive nell’indifferenza dell’altro, si auto-ghettizza. Ma questa indifferenza reciproca che viviamo nei nostri quartieri ha alla base da entrambe le parti questo fanatismo di fondo. Esempi di incontri e scambi di completamento culturale vero che può scaturire dal confronto e dall’incontro con persone diverse per certe cose e simili per molte altre avvengono molto di rado.

Sempre in La parola e la bomba Kureishi si domanda perché molti giovani vogliono deliberatamente allontanarsi dal piacere, cedere gran parte della propria autonomia, della preziosa libertà della propria mente a un’antica religione molto autoritaria: «I giovani facevano dei grandi sforzi per crearsi un dio punitivo al quale sottomettersi.»

Nello stesso saggio che precede il racconto Mio figlio il fanatico cita un volantino che veniva distribuito durante una manifestazione di giovani musulmani: «Crimine endemico, omosessualità, crisi delle famiglie, abusi di droga e alcool, mostrano come le libertà occidentali non funzionano.»

Secondo Kureishi nella mente di questi giovani c’è l’essere stati resi inferiori due volte, una volta nel paese di origine dei loro genitori con il colonialismo e poi nel loro paese, in Europa, dal razzismo e dall’umiliazione. Non si è arrivati a un senso di appartenenza e quindi è nata rabbia e delusione che hanno trovato oggi una sponda politica di combattenti. Uno degli attentatori in un video diceva: «Pensate di potere essere solo voi a decidere come va il mondo?» «Una vecchia religione», scrive sempre Kureishi, «sta andando incontro a uno scopo nuovo ed è questo scopo che ci dovrebbe interessare.» Da entrambe le parti e in modi diversi si stanno affermando forme di fanatismo che non potranno che scontrarsi come già sta avvenendo.

Un caro amico afgano molto religioso e che frequenta settimanalmente la moschea del quartiere e che adesso ne vorrebbe aprire una specificatamente afgana a pochi isolati dall’altra vive con una coppia lesbica e fino a poco tempo fa con una ragazza molto sbandata che faceva assiduamente uso di droghe. Di lei più che le droghe non sopportava il disordine e la sporcizia, mentre con la coppia lesbica convive amichevolmente da molto tempo ormai. All’inizio quando era arrivato in Italia affermava che era del tutto sconveniente anzi peccaminoso fare sesso occasionale, come prendere per mano una ragazza durante una passeggiata se fuori dal matrimonio. Era inscalfibile su questo e deprecava i suoi amici e coetanei afgani che secondo lui erano venuti in Europa non per sfuggire alla guerra o per avere un futuro migliore ma solo per scopare, farsi le canne in libertà e bere, ovvero svincolarsi da una famiglia e stili di vita castranti. Con il tempo ha molto ridimensionato i suoi giudizi nel senso che ha mantenuto le sue regole di vita ma non ha più quel fanatismo con cui vorrebbe costringere gli altri a vivere come lui crede sia giusto. Anzi è diventato un vero saltatore di muri, un vero traditore della compattezza etnica, un ruolo oggi fondamentale per far incontrare le parti esattamente come prefigurava Alex Langer, avendo imparato la lezione appunto in contesti di alta conflittualità e di guerra. L’Europa non è in guerra ma se non vorrà combattere una guerra in casa ci sarà bisogno di prendere la questione molto sul serio e trovare i modi di un vero confronto.

Il fanatismo è alle porte della nostra convivenza perché in certe situazioni può diventare l’unico modo per riscattare la propria frustrazione.

«È un atteggiamento», scriveva Alex Langer, «che nasce dal fatto di sentirsi resi insicuri da tante cose che in genere vengono dall’alto e non dal basso. E dal momento che verso l’alto non si sa reagire, si reagisce verso il basso. Succede perciò che chi si sente privato in modo sostanziale della sua identità, dell’abitabilità della propria città, del luogo in cui vive, pensa: ‘io qui non mi ci riconosco più, pretendono da me comportamenti, abitudini, modi di mangiare e di vestire, di passare il tempo, divertimenti che mi sono sempre più estranei’. E cerca poi la ragione di questa estraneazione, di questo sentirsi stranieri nel proprio habitat, ma la cerca in quelli che davvero sono ancora più stranieri di lui e che vede allora come gli inquinatori. Mentre, probabilmente, la televisione, l’industria del divertimento oppure il modo di abitare o la ghettizzazione urbana, da questo punto di vista, hanno contribuito molto di più a metterlo in quella condizione.» E sarebbero proprio questi, gli argomenti «alti» del nostro reciproco disagio, delle ingiustizie che viviamo che dovrebbero diventare materia e motivo di alleanza comune.

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Il fanatismo nelle nostre società è quello che occorre veramente combattere e per farlo dobbiamo capire che abbiamo bisogno di svincolarci dai superficiali discorsi sull’accoglienza e provare a costruire discorsi che dal basso vadano verso l’alto e non ci costringano a combatterci reciprocamente. Ma per fare questo abbiamo bisogno prima di capire che combattere il fanatismo non vuol dire combattere con i valori dell’Islam o del mondo arabo ma che si tratta del conflitto tra fanatismo e pragmatismo, tra fanatismo e tolleranza, tra fanatismo e pluralismo. «Il fanatismo», scrive Amos Oz, «è la cosa più antica del mondo e appartiene all’uomo, a tutti gli uomini. Ed è spesso legato a un contesto di profonda disperazione, dove le persone non avvertono altro che disfatta, umiliazione e indegnità. L’unico modo per respingere la disperazione è quello di generare speranza presso i moderati.» Il fanatismo è conformismo e uniformità, il bisogno di appartenere e sottomettersi e che tutti gli altri appartengano e si sottomettano. Il fanatismo appartiene a tutti perché è quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. «Il fanatico è altruista, vuole salvarci dai nostri empi valori, il materialismo, pluralismo, democrazia, libertà di parola, emancipazione delle donne.»

Di questi empi valori bisognerà parlare e tracciare un limite. Meglio il disaccordo e lo scontro che l’indifferenza e la separazione senza conoscenza reciproca. E questo vale per entrambe le parti, non è una questione etnica ma una questione che riguarda tutti. Se non la si affronta con gli altri è perché non li si reputa capaci di avere un confronto sulle grandi questioni e questo è quasi peggio del razzismo. Ed è un confronto da porre con la massima urgenza fuori dagli schemi dell’accoglienza come professione e del diniego dell’altro come unico orizzonte mentale. Verticalmente come diceva Langer, dal basso verso l’alto non per scontrarsi, per sostituirsi, ma trovare un senso comune, un’alleanza che ancora non si vede e non si cerca veramente.