«Due amiche» di Mary Eleanor Wilkins Freeman

Redazione

Mary Eleanor Wilkins Freeman e Mary Wales vissero assieme per quasi venti anni dal 1883 fino al 1902, quando la prima cedette alla corte serrata di Charles Freeman, un medico alcolizzato, e acconsentì a sposarlo. Nata a Randolph nel Massachussets nel 1852, cresciuta nel rurale Vermont, e autrice di oltre una dozzina di raccolte di racconti, Mary Eleanor Wilkins Freeman è una fine narratrice di interni familiari, ma anche di storie di fantasmi in cui a un realismo domestico di base si fondono elementi soprannaturali.

Due amiche assieme a Il lungo braccio – di prossima pubblicazione su Altri animali nella rubrica del racconto del martedì –, finiti nel dimenticatoio e mai ripubblicati in antologie, sono oggi considerati a tutti gli effetti racconti a tema lesbico e bene illustrano il clima di accettazione generale dell’epoca riguardo alle unioni tra donne che non facevano particolare mistero dei loro orientamenti sessuali.

«Mi farebbe solo il piacere di dare un’altra occhiata per strada, Miss Dunbar, e vedere se riesce a scorgere Abby che arriva?»

«Non se ne  vede neanche l’ombra. Bel problema essere così miopi, eh Sarah?»

«Direi proprio di sì. Be’, non ci crederà, ma per strada non ce n’è mai uno che mi riesca di riconoscere. Vedo giusto qualcosa che si muove, ecco tutto, a meno che non ci sia qualcosa di particolare che me li faccia distinguere. Riesco sempre a riconoscere il vecchio Mr Whitcomb, che ha quell’andamento zoppicante quando cammina, no? E pure Miss Addison White che porta sempre un parasole con sé riesco a riconoscerla. Vedo qualcosa che traballa sopra la testa e so chi è.»

«Strano come porti sempre quel parasole, no? Chissà perché, l’ho vista con quella roba pure nel cuore dell’inverno, col sole alto, e faceva un freddo da cani; mica c’è sempre bisogno del parasole…»

«Lo porta con sé per ripararsi dal sole e dal vento perché ha gli occhi deboli, secondo me.»

«Ah sì? Non lo sapevo mica.»

«Abby dice che glielo ha detto lei. Una volta l’ha incontrata con quel coso e le è scoppiata a ridere in faccia.»

«Non ci credo!»

«Giuro: grasse risate. Mi ha detto che non riusciva a fermarsi; sa com’è Abby, ha la ridarella facile. Mi ha detto che c’era Miss White che veleggiava col suo parasole issato, pregiato come un violino. Sa com’è Miss White ad ogni buon conto, cammina un po’ come se andasse sempre di fretta ed è sempre tutta agghindata. E poi era una giornata tremendamente fredda, nuvolosa, così diceva Abby. Il sole non brillava, ma nemmeno pioveva, e non c’era una sola ragione al mondo per portarsi il parasole appresso. Così le si è messa a sghignazzare di fronte. Immagino che d’improvviso l’abbia trovato divertente. Miss White si è riscossa altrettanto in fretta, ha detto Abby, e ha tagliato corto dicendo che i suoi occhi sono terribilmente deboli, e che li deve tenere all’ombra tutto il tempo quando sta fuori casa; ordini del dottore. Abby s’è sentita punta nel vivo. Ancora non la vede arrivare, vero?»

«No, no. Pensavo d’aver visto qualcuno, ma no. È il ragazzo dei rammendi, credo. Sì, è lui. E che ne pensa di Abby, Sarah?»

«Che ne penso di Abby! In che senso, Miss Dunbar?»

«Sì, nel senso: che ne dice, com’è? Pensa che la sua tosse vada migliorando?»

Sarah Arnold, che era una donna minuta e snella sui cinquant’anni, dal collo sottile e imbottita nei punti giusti, con occhi blu protrudenti dal viso pallido e piccolo, serrò le labbra e continuò a lavorare. Stava cucendo delle rose rosse su una cuffia di pizzo.

«Per quanto mi riguarda non ho mai pensato che la sua tosse fosse poi così brutta» disse infine.

«E come mai? Faceva dei suoni abbastanza brutti, direi. Sono piuttosto in pensiero.»

«Cosa vuole che sia se non una raucedine. Sua madre prima di lei tossiva alla stessa identica maniera. Sembra un po’ pesante, ma non è il tipo di tosse che ti ammazza. Sì, e poi anche io passo la metà del tempo a tossire.»

Sarah tossiva un poco mentre parlava.

«Quindi la vecchia Miss Vane è morta di consunzione, giusto?»

«Consunzione! Quella era consunta quanto me. Miss Vane è morta per un disturbo del fegato. Credo di saperlo. Vivevo proprio accanto a casa sua.»

«Be’ certo, lo saprà meglio lei. Pensavo solo d’aver sentito così, ecco tutto.»

«Qualcuno ha detto che era consunzione, ma non lo era. Abby si vede?»

«No, non la vedo. Non sarà mica preoccupata per lei?»

«Preoccupata? No. Non c’è ragione di preoccuparsi, per quello che ne so io. È abbastanza grande da badare a se stessa. Solo che, il tavolo per la cena va apparecchiato tra un’ora e lei non si vede. Era giusto uscita per andare al negozio a prendere il caffè.»

«È un po’ umido stasera.»

«Non abbastanza da farle male, credo, sta bene del resto.»

«Magari no. Bella cuffia che sta facendo.»

«Be’, penso che verrà proprio bene. Non me l’aspettavo. Non è tutto merito mio.»

«Presumo sia per Abby.»

«Certo che è per Abby. Non mi vedrà mai uscire di casa con una cuffia simile.»

«E perché Sarah, non è poi tanto più vecchia di Abby.»

«Siamo diverse» disse Sarah, con uno sguardo che avrebbe potuto significare orgoglio.

Le due donne erano sedute in una piazzetta a lato della casa bianca da un piano e mezzo. Davanti alla casa c’era un giardinetto con due ciliegi. Più in là si stendeva la via, e dopo c’erano dei pianeggianti campi verdi dove gracidavano le rane. L’erba di questi prati era d’un verde bagnato, e c’erano dei ciuffi di gigli che si stagliavano anche in lontananza. Oltre quei campi c’era il cielo del sudovest, basso e rosso e chiaro, con gli uccelli dentro. Erano le sette di una serata d’estate.

Miss Dunbar, alta e slanciata, con una faccia scura di cuoio, le cui fattezze erano sagomate con grazia, sedeva rigida su una sedia di legno, più in alto rispetto alla sedia a dondolo di Sarah.

«Lo so che ad Abby sta bene praticamente qualsiasi cosa» disse lei.

«Non l’ho mai vista provarsi addosso qualcosa che non le stesse bene. È pieno di belle donne, ma come Abby ce n’è poche. Per quasi tutte dipende da come portano la cuffia, ma lei non ne ha mai avuto bisogno. Azzurro cielo o verde prato, quello che sia; sembrerà sempre come se l’abbiano cucita apposta per lei. Si vede arrivare qualcuno?»

Miss Dunbar voltò la testa, e il suo profilo scuro si stagliò nell’aria limpida. «C’è qualcuno che arriva, ma immagino non sia… Ah sì, eccola. Sta arrivando.»

«La vedo» disse Sarah, gioiosa, un minuto dopo.

«Abby Vane, dove sei stata?» le diede una voce.

La donna in arrivo guardò in su e rise. «Credevi di avermi persa?» disse, sopraggiungendo nello spiazzale. «Sono andata da Miss Parson e mi sono trattenuta più del dovuto. C’era Agnes, era appena tornata a casa e…» Al che prese a tossire violentemente.

«Non dovevi andare a stuzzicare la gola, Abby» disse Sarah, recisa.

«È meglio se entra in casa al riparo da quest’aria umida» disse Miss Dunbar.

«Oddio! L’aria non le farà certo male. Ma magari è meglio se entri Abby. Ti voglio far provare questa cuffia. Mi piacerebbe venisse anche lei, Miss Dunbar, così mi potrebbe dire se dietro è abbastanza profonda.»

«Ecco!» disse Sarah, dopo che tutt’e tre le donne furono dentro, e lei aveva legato la cuffia sulla testa di Abby, chiudendo i fiocchi con delicatezza.

«È veramente molto grazioso su di lei» disse Miss Dunbar.

«Rose rosse su una donna della mia età!» rise Abby. «Sarah mi vuole far passare per una ragazzina.»

Abby stava in piedi davanti allo specchio del piccolo soggiorno. Le imposte erano abbastanza larghe da lasciar entrare un po’ di luce serale. Abby era una donna robusta, ben tornita. Teneva in su la testa con la cuffia e indietro il mento con un’aria di orgoglio malizioso. Le rose rosse sbocciavano in coincidenza sulla sua candida fronte femminile.

«Se c’è qualcuna che può indossare rose rosse, quella sei tu» disse Sarah, guardandola con orgoglio e risentimento. «Potresti pure metterti un vestito bianco e comunque non ci sarebbe nessuna alla tua altezza.»

«Guarda qua, dove hai trovato il pizzo per questa cuffia?» chiese Abby, all’improvviso. Se l’era tolta e la stava esaminando da vicino.

«Oh, ne avevo un po’.»

«Adesso mi racconti la verità, Sarah Arnold, capito? Non è che l’hai preso dal tuo vestito di seta nero?»

«L’ho preso da dov’era avanzato.»

«Quindi sì. Cosa te l’ha fatto fare?»

«Niente di cui valga la pena parlare. Non m’era mai piaciuto sul vestito.»

«Sarah Arnold, perché?! Ecco gli scherzi che mi combina» disse Abby a Miss Dunbar. «Se non la tenessi d’occhio, non si lascerebbe una cosa da mettersi addosso.»

Dopo che Miss Dunbar se ne fu andata, Abby, seduta su una grossa sedia a dondolo con una coperta, si appoggiò con la testa all’indietro. Gli occhi incrociati e i denti all’infuori. D’improvviso aveva un’aria terribile.

«Cosa ti affligge?» chiese Sarah.

«Nulla. Sono solo un po’ stanca.»

«Com’è che ti tieni stretta il fianco?»

«Oh niente. Mi fa un po’ male, ecco tutto.»

«È tutto il pomeriggio che fa male anche a me. Penso sia meglio se entri a mangiare qualcosa; il tavolo è apparecchiato da un’ora e mezza.»

Abby si alzò docilmente e seguì Sarah in cucina con una sorta di fiacca maestosità. Aveva sempre avuto una camminata regale. Se un giorno Abby Vane dovesse esser vittima di consunzione, nessuno potrà dire che se la sia cercata non osservando le regole dell’igiene. Da giovane attraversava lunghe miglia di strade di campagna con il suo bel passo vivace, le spalle gettate bene all’indietro, la testa eretta. Era lei a occuparsi completamente dell’orto, era lei a diserbare e zappare e scavare, lei a spaccare la legna e a rastrellare il fieno, e a raccogliere mele e ciliegie. Tra le due donne c’era sempre stata una divisione del lavoro amichevole e pensata. Abby faceva il lavoro sporco, quello da uomo di casa, e Sarah, con la sua figura esile e magra, le faccende da donne. Tutta la sartoria e la modisteria era affare di Sarah, come pure la cucina, il rassettare e arredare la casa. Era Abby ad alzarsi prima la mattina e ad appicciare il fuoco, e a pompare l’acqua e a prendere la tinozza per lavarsi. Abby teneva anche i cordoni della borsa. Ne avevano letteralmente una in due, un vecchio portafogli di pelle nera consunta. Quando si recavano all’emporio del paese, se era Sarah a fare l’acquisto, Abby era quella che tirava fuori i soldi per pagare il conto.

La casa era di proprietà di Abby; l’aveva ereditata da sua madre. Sarah aveva qualche azione nella banca del paese, il che provvedeva al cibo e ai vestiti. Quasi tutti i nuovi vestiti comprati erano destinati a Abby, sebbene Sarah dovesse impiegare parecchi sotterfugi per farli arrivare. Solo lei poteva sbrogliare le sottigliezze di quella diplomazia grazie alla quale il nuovo cashmere era fatto per Abby invece che per sé, per la quale la nuova mantella era su misura per le spalle larghe e voluminose di Abby invece che per le sue, ossute e curve.

Se Abby fosse stata un’imperatrice barbara, una di quelle che chiedono la testa del cuoco come pena per un errore, non avrebbe potuto trovare un’artista più fedele e ansiosa di Sarah. Tutte le ricette casalinghe del New England che Abby amava scintillavano come se fossero state scritte per Sarah in lettere d’oro. La finezza con cui regolare il suo appetito senza nausearlo per la troppa frequenza né stuzzicandolo troppo con il desiderio era per lei materia di studio continuo. «Ho scoperto esattamente quante volte alla settimana ad Abby piace mangiare la mince pie» raccontava una volta, trionfante, a Miss Dunbar. «L’ho studiata. Le piace la mince pie giusto un paio di volte alla settimana, per godersela davvero. Le altre volte la mangia, ma non è che la voglia davvero. Sono sei settimane che tengo il conto, ora posso dirlo con una certa sicurezza.»

Anche Sarah non aveva cenato quella sera, così si sedette con Abby al tavolino quadrato appoggiato al muro della cucina. Abby non aveva molto appetito, ma si sforzò. Sarah la osservava, prendendo a malapena qualche boccone. Aveva questo trucchetto di ingoiare compulsivamente ogni volta che Abby lo faceva, che stesse mangiando o meno.

«Che ne dici di un po’ di torta alla crema?» chiese Sarah. «Perché no? C’ho faticato e l’ho fatta apposta per te.»

Abby prese a ridere. «Be’, ti dirò come va, Sarah» disse lei, «come meglio riesco: per il cibo provo quello che prova una federa che viene riempita di piume.»

«Hai mangiato niente questo pomeriggio?»

«Nient’altro che qualche ciliegia prima di uscire.»

«Ecco cosa ti ha guastato l’appetito. Non riesco mai a mangiare una cosa tra un pasto e l’altro senza che poi me ne accorga.»

«Be’, credo di poter dire che è stato quello. C’è rimasta qualche ciliegia in casa?»

«Sì, ce n’è un po’ nella credenza. Ne vuoi?»

«Le prendo io.»

Sarah schizzò in piedi e prese un piatto di bellissime ciliegie rosse e le piazzò sul tavolo.

«Fammi indovinare, queste vengono dall’albero Sarah» disse Abby, meditativa. «Non ce n’era una sull’albero Abby, quest’anno.»

«No» disse Sarah, tagliando corto.

«Un po’ curioso, no? Ha sempre fruttato, fin da quando ho memoria.»

«Non ci vedo nulla di così curioso. La scorsa primavera s’era gelato quando aveva fatto quel periodo di freddo. Ecco spiegato perché è in sofferenza.»

«E perché l’altro non s’era gelato?»

«È più esposto.»

I due rotondi, simmetrici ciliegi nel giardino di fronte erano stati chiamati Abby e Sarah fin da quando le due donne ne avessero memoria. Il capriccio s’era originato in qualche modo durante l’infanzia, e da allora erano stati «l’albero Abby» e «l’albero Sarah». Entrambi avevano fruttato abbondantemente fino a questa stagione, quando al momento di fiorire l’albero di Abby aveva mostrato solo foglie verdi, e soltanto quello di Sarah s’era ritrovato rosso di ciliegie. Quella sera Sarah ne aveva raccolte un po’, in equilibrio precario su una sedia sotto ai rami, con un cestino sottobraccio, affacciando il suo pallido e curioso viso nelle bellezze sempreverdi del suo albero omonimo. Abby era abituata a raccogliere le ciliegie in una maniera più vigorosa, con la scala, ma quest’anno non s’era offerta.

«Non ce l’ho fatta a prenderne molte: non raggiungevo che i rami più bassi» disse Sarah quella sera, guardando Abby mangiare le ciliegie. «Mi sa che ti toccherà prendere la scala domani. Sono belle mature e gli uccelli se le stanno pappando. Oggi ho spaventato via uno stormo intero.»

«Be’, lo farò se posso» disse Abby.

«Lo farai se puoi! Perché, c’è una qualche ragione per cui non potresti?»

«No, non che io sappia.»

Il mattino seguente Abby trascinò dolorosamente la lunga scala attorno alla casa e fino all’albero, e svolse il compito che le era stato assegnato. Una volta Sarah si affacciò alla porta per osservarla e Abby stava tossendo sofferente su, fra i grossi rami verdi.

«Abby, non ti arrendere a quel prurito in gola, per carità!» dette una voce.

La risata di Abby fluttuò in risposta, come una canzone coraggiosa, dall’albero.

Presto Miss Dunbar apparve sul sentiero; viveva da sola, ed era una presenza fissa. Se ne stava sotto all’albero, alta e slanciata e vigorosa nel suo vestito di cotone marrone con la gonna diritta.

«Oh Signore, Abby! Non mi vorrà dire che sta raccogliendo ciliegie?» strillò. «È impazzita?»

«Shhh!» bisbigliò Abby, tra le foglie.

«Non vedo perché dovrebbe essere impazzita» parlò Sarah; «le raccoglie sempre lei.»

«Non mi beccherà a smettere di raccogliere ciliegie finché non sarò una centenaria» disse ad alta voce Abby. «Sono un fringuello che torna sempre alle sue ciliegie.»

Sarah rientrò presto nella casa, e subito dopo Abby scendeva lentamente la scala. Stava gocciolando dal sudore, e tremava.

«Abby Vane, ho perso la pazienza» disse Miss Dunbar.

Abby si afflosciò a terra. «È l’ultima stagione per questo fringuello da ciliegie» disse lei, con una scintilla patetica negli occhi.

«Non ha senso fare così.»

«Be’, ne ho raccolte abbastanza per un  po’, credo.»

«Mi dia quell’altro cestino» disse secca Miss Dunbar, «così salgo lassù e le raccolgo.»

«Le può raccogliere per sé» tossì Abby.

«Non mi piacciono» disse Miss Dunbar, scattando su per la scala. «Si tolga da terra ed entri dentro.»

Abby obbedì senza altre chiacchiere. Si mise seduta sulla sedia a dondolo del soggiorno, e appoggiò la testa indietro. Sarah armeggiava nella cucina, e non entrò in salotto, e lei ne fu felice.

Nello spazio di pochi mesi questa sedia fuori moda, coi suoi cuscini verdi, aveva sostenuto Abby dalla mattina alla sera. Non usciva più. Aveva resistito finché aveva potuto. Ogni domenica d’estate si era seduta tutta agghindata accanto a Sarah in chiesa, con quelle coraggiose rose rosse sulla testa. Ma quando era arrivato il freddo, le frecce del nemico erano diventate troppo appuntite perfino per il suo forte messaggio di amore e risoluzione.

Il comportamento di Sarah sembrava inesplicabile. Perfino ora che Abby era innegabilmente indebolita, lei la pungolava costantemente a svolgere i vecchi compiti. Si rifiutava di ammettere che fosse malata. Si ribellò quando fu chiamato il dottore: «Non c’è alcun bisogno d’un dottore, per nulla al mondo» disse.

Le cose andarono avanti così fino alla metà dell’inverno. Abby s’indeboliva sempre di più, ma Sarah sembrava ignorarlo. Un giorno si recò da Miss Dunbar. Una delle altre vicine se ne stava seduta con Abby. Sarah entrò d’improvviso. La porta si apriva direttamente nel salone di Miss Dunbar, e lei si portò dietro una zaffata di aria gelata.

«Come sta Abby?» chiese Miss Dunbar.

«Al solito, più o meno.» Sarah se ne stava ritta, a fissare. In testa aveva uno scialle di tartan blu, e lo stringeva con le sue rosse dita ossute. «Ho qualcosa per la testa» disse, «e devo dirlo a qualcuno. Sto impazzendo.»

«Di che parla?»

«Abby sta morendo, e io ho qualcosa per la testa. Non l’ho trattata bene.»

«Sarah Arnold, la prego, per carità, di stare calma e di sedersi!»

«Sono calma quanto basta. Oh, ma che devo fare?»

Miss Dunbar obbligò Sarah a sedersi, e le prese lo scialle. «Non si deve sentire così» disse lei. «Ha dedicato ad Abby tutta la sua vita, e lo sanno tutti. Lo so che quando la gente muore siamo portati a credere di non averli trattati bene, ma non ha senso che stia così.»

«So di cosa parlo. Ho qualcosa di orribile per la testa. Devo raccontarlo a qualcuno.»

«Sarah Arnold, che vuole dire?»

«Lo devo dire.»

Sul magro, duro volto dell’altra donna c’era un’espressione di sconcerto. «Be’, se c’è qualsiasi cosa che voglia raccontare, lo può fare, anche se non riesco a immaginare dove vuole andare a parare.»

Sarah fissò gli occhi al muro alla destra di Miss Dunbar.

«Cominciò molto tempo fa quando eravamo ragazze. Sa che andai a vivere con Abby e sua madre dopo che morirono i miei. Abby e io siamo sempre state assieme. Si ricorda di quel John Marshall che aveva l’emporio dov’è ora Simmons, una trentina d’anni fa. Quando Abby aveva circa vent’anni, lui prese a farle la posta. Era un bel tipo, e pure sveglio secondo me, per quanto a me non piacesse.

«Usciva matto per Abby; ma non piaceva a sua madre. Lei gli fu contro fin dall’inizio, e non lo degnava di uno sguardo. Si impuntò che non poteva averla. Abby non disse molto. Rideva e diceva alla madre di non agitarsi, ma a lui, quando veniva, lo trattava abbastanza bene.

«Credo che le piacesse. Io la osservavo, e penso di sì. E lui continuava a passare e ripassare. Comunque erano tutti pazzi per lei. Era la ragazza più bella che si fosse mai vista in giro. Rideva e parlava con tutti loro, ma penso che Marshall fosse quello giusto.

«Be’, finalmente Miss Vane fece un tale bailamme che smise di venire. Successe circa un anno prima che lei morisse. Non lo seppi mai, ma presumo che Abby glielo disse. Lui se ne andò difilato in Messico. Abby non disse una parola, ma io sapevo che ci stava male. Non le importava più molto di uscire in compagnia e non si comportava come al solito.

«Ecco, la vecchia Miss Vane morì all’improvviso, no? Soffriva di consunzione da anni, tossiva da sempre per quanto ne so, ma alla fine se ne andò in fretta, e Abby era via. Era andata a trovare sua zia Abby a Colebrook e ci sarebbe rimasta per un paio di giorni. Nemmeno la zia se la passava bene, e lei voleva vederla, e la madre sembrava d’accordo, così pensò di poter andare. La mandammo a chiamare non appena Miss Vane volse al peggio, ma non riuscì a tornare a casa per tempo.

«Così ero con Miss Vane quando morì. Era in grado di intendere e volere, e lasciò un’ultima parola per Abby. Disse di dirle che acconsentiva a farle sposare John Marshall.»

Sarah tacque. Miss Dunbar attese, fissandola.

«Non gliel’ho detto da quel giorno a oggi.»

«Cosa!?»

«Non le ho mai raccontato quello che disse la madre.»

«Perché, Sarah Arnold, perché no?»

«Oh, non avrei potuto – non potrei – non posso, Miss Dunbar. Anche il solo pensarlo mi uccide. Non potevo permettere che a lei piacesse chiunque altro, che si sposasse. Non sa quello che ho passato. Tutti i miei parenti erano morti prima che compissi i sedici anni, e Miss Vane era scomparsa, e lei per me era stata come una madre. Non avevo nessuno al mondo se non Abby. Non potevo, non potevo, non potevo.»

«Sarah Arnold, ha vissuto con lei tutti questi anni, e siete state così amiche, e ha tenuto questa cosa chiusa in un cassetto della mente. Di cosa è fatta?»

«Oh, ho fatto tutto quello che potevo per Abby: tutto.»

«Non può farsi perdonare da lei in una maniera del genere.»

«Non sembrava che la cosa la bruciasse poi tanto.»

«Non si può mai dire.»

«Io lo so. Oh, Miss Dunbar devo dirglielo? Devo?»

Miss Dunbar, con la sua faccia intenta, ascetica fronteggiava Sarah come se la sua coscienza avesse preso corpo.

«Dirglielo? Sarah Arnold, non lasci che il sole tramonti una volta di più sulla sua testa, prima di dirglielo.»

«Oh, non credo che ci riuscirò.»

«Non perda un solo minuto. Adesso vada diritta a casa a diglielo, se mai vorrà un po’ di pace a questo mondo.»

Sarah stette a fissarla per un minuto, tremante. Dopodiché si tirò lo scialle sulla testa e prese la via della porta.

«Be’, vedrò» disse.

«Non aspetti un attimo!» le urlò dietro Miss Dunbar, rimanendo a guardare la disgraziata figura snella che sgattaiolava giù per la strada. Dopo si chiese un bel po’ di volte se Sarah le avesse parlato; sospettava di no.

Sarah la evitava, e non fece cenno mai più alla questione. Tornò a adagiarsi sulla sua vecchia filosofia. «Non è nulla che Abby non possa superare» diceva alla gente. «Non è nei polmoni. Si alzerà non appena arriverà il bel tempo.»

Ora trattava Abby con la massima tenerezza. La accudiva giorno e notte. Ogni prelibatezza che la malata avesse mai desiderato stava in attesa sui ripiani del ripostiglio. Sarah andava in giro senza scarpe e pantaloni per potersele permettere, malgrado le possibilità che lei potesse assaporarla fossero scarse.

Ogni momento libero che aveva, cuciva per lei, e piegava e appendeva nuovi indumenti non sarebbero mai stati indossati. Se Abby si avventurava nelle rimostranze, Sarah si indignava, e cuciva di più; seduta per lunghe notti invernali, orlava e metteva punti con uno zelo feroce. Razziava il suo stesso guardaroba per le materie prime, e si lasciò a malapena un vestito intero da indossare.

Verso la primavera, quando arrivarono i pochi dividendi, comprò della roba per un nuovo vestito per Abby: cashmere soffice di un blu stupendo. Prese la fantasia, e tagliò e provò e pieghettò al meglio delle sue povere abilità di campagnola.

«Ecco Abby» disse quando fu completo, «ora hai un bel vestito da metterti per quando uscirai di nuovo.»

«È davvero bellissimo, Sarah» disse Abby, sorridendo.

Abby non morì fino all’ultimo giorno di maggio. Era seduta sulla sua sedia alla finestra, e guardava fievole la giovane erba spuntare e la pellicola verde spandersi sopra i grossi rami degli alberi. Più giù, nel giardino di un vicino c’era un pesco. Abby faticava a vederlo.

«Guarda solo quel pesco laggiù» sussurrò a Sarah una sera. Era tutto rosso e in fiore. «È il primo albero a fiorire quest’anno. Credi che anche l’albero Abby fiorirà?»

«Immagino di sì» disse Sarah; «sta fogliando ora.»

Abby sembrò rimuginare sulla fioritura dell’albero Abby. Non faceva che parlarne.

Una mattina vide che alcuni ciliegi nel giardino a fianco avevano fiorito, e chiamò Sarah con impazienza.

«Sarah, hai visto se l’albero Abby ha fiorito?»

«Certo che ha fiorito. Cosa ti cruccia?»

Il volto di Abby era raggiante. «Oh Sarah, lo voglio vedere.»

«Be’, dovrai aspettare fino al pomeriggio» disse Sarah, con la voce tremante. «Ti porterò davanti alla porta dopo cena, così potrai guardare da lì.»

Quella mattina, i passanti potevano fissare Sarah Arnold lavorare in modo curioso nel giardino di fronte. Sull’albero Abby non c’era nemmeno un bocciolo, mentre l’albero Sarah era bianco. I suoi rami delicatamente ghirlandati si agitavano soffici, ed emanavano un odore dolce. Le api mormoravano tra loro. Sarah aveva una scala piantata a lato di tutto quel dolce fiorire che affacciava sulla strada, e stava segando e tagliando i rami bianchi. Dopodiché barcollava verso l’altro albero con le braccia piene. Li trascinava sul prato verde, li disponeva sulle spalle come baionette bianche. Dappertutto, attorno a lei, c’erano petali che volavano in aria. Sembrava una specie di primaverile angelo del focolare. Poi legava questi rami chiari e li intrecciava nel lato che dava verso casa dell’albero Abby. Lavorava sodo e veloce. Quel pomeriggio chi avesse guardato all’albero dalla casa sarebbe stato ingannato. Quel lato dell’albero Abby era ricolmo di fiori.

Sarah trasportò Abby sulla sua sedia per il breve tragitto fino alla stanza di fronte. «Ecco!» disse.

«Oh! Ma non è bellissimo?» strillò Abby.

I rami bianchi ondeggiavano di fronte alla finestra. Abby se ne stava seduta a guardare con un sorriso di pace sul viso.

Quando fu tornata al suo vecchio posto nel salotto, diede uno sguardo di gioia in su verso Sarah.

«Non c’è ragione di preoccuparsi» disse lei, «l’albero Abby fiorirà.»

Sarah scoppiò a piangere d’improvviso: «Oh, Abby! Abby! Abby! che devo fare!». Si gettò ai piedi della sedia di Abby, e mise il volto tra le ginocchia magre. «Oh, Abby! Abby!»

«Perché, Sarah, non devi» disse Abby.

«Non posso farlo» disse Sarah, in un minuto. Si alzò e si strofinò gli occhi. «So che stai meglio, Abby, e ne uscirai presto. È solo che sei stata malata a lungo, e la cosa un po’ mi ha logorato, e ora è come se fosse venuta fuori tutt’insieme.»

«Sarah» disse solenne Abby, «quello che succede succede. Devi guardare alle cose ragionevolmente. Noi siamo due, e una di noi se ne andrà prima dell’altra; l’abbiamo sempre saputo. Non sarà brutto come pensi. Miss Dunbar verrà a vivere con te. Mi ci sono messa d’accordo. È forte abbastanza, e può fare il fuoco, e prendere l’acqua per la tinozza. Hai cinquant’anni, e ancora diversi anni davanti. Ma si tratta di alzarsi un giorno dopo l’altro e coricarsi alla sera, e passeranno. Puoi superarli. Ci sono strade da percorrere per tutte le cose, e davanti ci sono persone con le lanterne a guidare. Tu…»

«Oh, Abby! Abby! Smettila!» irruppe Sarah. «Come se sapessi tutto quello che c’è da sapere. Non lo sai! Non lo sai! Non ti ho trattato bene, Abby. No. Non ti ho mai detto una cosa.»

«Cos’è che non mi hai mai detto, Sarah?»

Al che Abby la ascoltò. Sarah raccontò. Sulla splendida bocca di Abby c’era sempre stata una curvatura maliziosa: uno sguardo di dolce diletto nei confronti della vita. Era uscito fuori verso la fine del racconto di Sarah. La malata, poveretta, rise di gusto, con un allegro, fascinoso trillo.

Uno sguardo di meraviglia gioiosa si dipinse sul volto disperato di Sarah. Rimase a bocca aperta.

«Sarah» disse Abby, «non mi sarei presa John Marshall nemmeno se dal Messico avesse fatto tutta la strada per venire a cercarmi in ginocchio!»

 

Traduzione di Stefano Friani