Su «Sono il guardiano del faro». Intervista a Éric Faye

Éric Faye è uno scrittore, saggista, giornalista e corrispondente francese per la Reuters, nato nel 1963. Dopo il primo romanzo Le général solitude (in Italia Il generale solitudine per Clichy), tratto da un racconto omonimo, e un primo saggio sullo scrittore Ismail Kadaré (Conversazioni con Kadaré per Guanda), pubblica la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, grazie a cui vince il Prix des Deux Magots nel 1998. Tra gli ultimi lavori, la cura del numero monografico su Kafka per Autrement e la pubblicazione di Nagasaki (Barbès), con cui si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Accademia française.  Je suis le gardien du phare è stato pubblicato in Italia da Racconti edizioni nel 2016 col titolo Sono il guardiano del faro. La traduttrice di quest’ultimo libro, Valentina D’Onofrio, ha intervistato e tradotto le parole di Faye in questa intervista.

I lettori italiani la conoscono per Il Generale Solitudine e Nagasaki. Entrambi si sviluppano intorno a una questione centrale: la solitudine dell’essere umano. Nelle sue storie la solitudine in seno alla società appare dapprima come scelta consapevole per poi rivelarsi come ineluttabile condizione esistenziale. Possiamo dire che alla fonte della sua ispirazione vi sia una visione della vita come traiettoria illusoria e solitaria illuminata, di quando in quando, da epifanie passeggere destinate a svanire, un po’ come accade in Lo straniero di Camus?

Penso che in fondo in fondo, nonostante tutto, ognuno è solo. Nonostante l’amore e l’amicizia, la società, ognuno si ritrova solo di fronte alle proprie decisioni, sofferenze e gioie. Jacques Brel, che cantava molto d’amore e d’amicizia, ha scritto una bella canzone sul tema: Seul. In qualunque situazione, conclude lui nel ritornello, «on se retrouve seul». Eppure, nel profondo di ognuno di noi, riposa il desiderio di non esserlo più, una magnifica utopia.

I suoi protagonisti, o antieroi, sono sempre degli uomini. Le donne sono quasi del tutto assenti, profili quasi irraggiungibili. Spesso i protagonisti provano ad attribuire loro la ragione stessa del proprio allontanamento. Oggetto del desiderio, a volte incarnano per l’uomo la possibilità di salvarsi, di uscire dal fosso, eppure restano inafferrabili. Se alcuni autori, come l’italiano Dante o il portoghese Saramago attribuiscono alla figura femminile il ruolo di salvatrice, nelle sue storie questa assomiglia più che altro a un miraggio nel deserto, una speranza vana che si dissolve (proprio come la guardiana idealizzata del protagonista guardiano del faro). Qual è il suo ruolo o non ruolo?

In altri miei libri, la protagonista è una donna, come nel romanzo Il faut tenter de vivre oppure in Les lumières fossiles o ancora in Les cendres de mon avenir. Inoltre, proprio in Nagasaki, la metà della storia è raccontata da una donna. A volte, lascio addirittura la parola alla protagonista femminile che diventa così la narratrice. Dal punto di vista del personaggio l’altro sesso diventa il Graal, la stella inaccessibile. Se tutto fosse accessibile non ci sarebbe letteratura. Si scrive quasi sempre sull’assenza, su ciò che manca. La scrittura mira a riempire i vuoti.

Tornando al concetto d’irreversibilità della vita, tutti i personaggi delle sue storie seguono la stessa evoluzione: spinti da ingenue convinzioni giovanili credono di poter raggiungere la luce in fondo al tunnel. In età adulta, le convinzioni si rivelano essere solo mere illusioni. Ciò è tradotto spesso da espressioni quali: «niente è così semplice» o «ma le cose non vanno proprio così». Attimi di felicità esplodono rapidamente all’orizzonte per estinguersi immediatamente, la prospettiva è sempre verticale. La vita non è altro che una scalata? L’uomo nient’altro che un Sisifo?

In un certo senso sì, ma la strada proposta da Camus è comunque bella, non le sembra? Essere un Sisifo è già tanto. Quel che lei descrive, e che io illustro in alcuni racconti, è un po’ la sindrome del sottotenente Drogo assegnato alla fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari, un romanzo che mi ha sempre toccato e che riassume la condizione umana. L’importante è vivere nell’illusione che un giorno vedremo i Tartari all’orizzonte. Secondo me è quest’illusione che permette di vivere e di vivere bene.

I riferimenti alla letteratura italiana sono alquanto espliciti nella raccolta. Nel racconto Notizie dalla porte dell’inferno, parlando di aldilà, ci si imbatte nello studio Dante; in Sono il guardiano del faro, lei crea un parallelo tra il guardiano del faro e della fortezza Bastiani dell’autore Dino Buzzati. Alla domanda «perché ha scelto proprio un soldato?» Buzzati risponde che l’ambiente militare gli sembrava il più adatto a illustrare il tema della vanità della speranza e delle regole; cosa l’ha spinta a collocare il suo protagonista nel bel mezzo dell’oceano? Qual è per lei il peso di questi riferimenti letterari? Quale il suo sguardo sulla letteratura d’oltralpe?

In qualche modo mi sono già espresso sulla letteratura d’oltralpe che amo dagli autori latini – Seneca, Ovidio e Marco Aurelio – fino a Malaparte, Buzzati, Calvino e Svevo, più vicini a noi. Quanto all’idea dell’oceano, m’è venuta in modo molto semplice in quanto all’inizio degli anni Novanta andavo spesso a trovare un amico a Cassis, sulla costa mediterranea, nei pressi di Marsiglia. La sera andavamo a passeggiare al faro e a guardare il mare. Di sera, di notte, non si vede praticamente mai nessuna nave da quelle parti. Ed è lì che m’è venuta l’idea di un meccanismo assurdo, di una forma di letteratura perpetua intorno alla situazione improbabile di un faro che non avrebbe avuto niente da segnalare se non la sua stessa esistenza. Da lettore amavo e amo ancora la letteratura dell’assurdo e il racconto Sono il guardiano del faro è stato per me un momento di scrittura felice e fecondo.

Spesso il guardiano del faro si proietta oltre la sua stessa esistenza con il timore che il faro continuerà a svolgere il proprio compito senza di lui, un’evidenza che svela l’inutilità del compito stesso e quindi della sua intera esistenza. Si direbbe soprattutto che egli abbia più paura di perdere gli altri, o di averli già persi, che di affrontare la propria fine, non è così? C’è un legame tra l’attesa del guardiano e la morte?

Il guardiano del faro mi faceva pensare al creatore – lo scrittore, il musicista, il cineasta – che riflette sul post. Che ne sarà di quel che ho creato dopo la mia morte? Scrivendo ci si rivolge agli uomini della propria epoca o agli uomini in generale e quindi anche a quelli futuri? Come rivolgersi a loro? Ciò che scrivo resisterà al tempo, anche breve?

COP_faye.indd

I protagonisti si trovano costantemente di fronte all’assurdità delle regole e della burocrazia, assurdità enfatizzata da un linguaggio vuoto fatto di formule inconsistenti. Se la burocrazia è ridicola, può comunque essere abbastanza potente da determinare il destino di una città e la cancellazione di un’identità (come in Il vento delle sei e diciotto) o l’applicazione di regole che, fuori contesto, risultano inutili (come l’installazione di un’uscita d’emergenza all’interno di un faro che si trova in mezzo all’oceano). Potremmo pensare a un riferimento kafkiano?

Kafka è diventato il nostro totem per ogni volta che dobbiamo compilare un modulo amministrativo. Amo moltissimo la sua opera. Ma il mondo che ha intravisto all’inizio del XX secolo ha fatto, da allora, dei progressi enormi per quanto riguarda la burocrazia e l’assurdo. Se Kafka e Orwell si svegliassero oggi, guarderebbero (quasi) alla loro epoca come a un’età dell’oro…

In questo momento storico-politico e alla luce di quel che sta avvenendo in Francia (e in Europa) con i rifugiati, in particolare alla frontiera di Calais, che lettura potrebbe darci del racconto Frontiere? Per lei è un’allegoria di qualsiasi frontiera umana e geografica? Il mare ossevato dal guardiano del faro è sempre lo stesso eppure è diventato irriconoscibile: «incatenato da frontiere… ovviamente non lo vediamo più con gli stessi occhi». «Che resta del suo flusso e riflusso?» L’abbiamo forse trasformato in frontiera, in muro invalicabile? E chi sono i viaggiatori oggi?

Mi limiterò qui a una lettura letteraria. Ho sempre pensato che le frontiere, indubbiamente perché sono una zona tragica intorno alla quale si acuiscono le passioni umane, fossero per lo scrittore un giacimento letterario fecondo. Le frontiere, la loro assurdità, la loro necessità o inutilità, la loro evoluzione, mi hanno sempre affascinato come viaggiatore così come autore. La frontiera nasconde o proibisce ciò che si trova dall’altra parte ed è il bisogno di trasgressione dell’uomo, il quale non vuole essere fermato da niente al mondo, che m’interessa.

Nel racconto Il vento delle sei e diciotto possiamo constatare un certo lirismo, accentuato dalle rime che danno il ritmo alla prima parte. Nel racconto Sono il guardiano del faro, sorta di un monologo teatrale, si direbbe quasi che lei si diverta con la lingua, giocando con le parole. Questa raccolta, scritta tra il 1990 e il 1997, è stata per lei una sorta di laboratorio sperimentale?

Questa raccolta di racconti contiene i testi più vecchi che abbia scritto, parallelamente al romanzo Il Generale Solitudine, la cui idea è nata nello stesso periodo. Poiché non avevo ancora pubblicato niente di letterario, questi racconti sono stati per me dei veri e propri esperimenti di laboratorio. Continuo a scrivere racconti, tinti di fantastico e d’assurdo. È attravero il racconto che riesco a posare il mio sguardo più singolare e scostato sul mondo che ci circonda.

 

* Sono il guardiano del faro è disponibile in libreria dal 19 maggio ed è acquistabile sul sito di Racconti edizioni (qui)

 

Intervista e traduzione di Valentina D’Onofrio