Il triplo tempo di «Panorama», il social network di Tommaso Pincio

Leonardo Neri

Panorama, ultimo romanzo di Tommaso Pincio edito da NN Editore, è ambientato in un triplo tempo non esattamente definito. Un appena futuribile, un passato recente e malinconico ma anche un presente alternativo e possibile; non è solo per la duttilità delle attitudini dei personaggi, per la concretezza della proiezione in avanti o per via della verosimiglianza della storia che si dà questa trinità temporale, anzi l’eleganza sopraffina della scrittura di Pincio sta proprio nel nascondere il più possibile i tre momenti, confondendoli e mischiandoli, e nel materializzarli nell’uso di tre tempi verbali, tanto differenti quanto coerenti con lo scorrere dell’intreccio: passato remoto, imperfetto e presente storico.

La storia racconta la vita di Ottavio Tondi, uomo isolato in un eremo casalingo in cui si dedica unicamente alla lettura. Il distacco e il disprezzo del padre, commercialista immerso in affari loschi, ha provocato in Tondi un senso irrisolto di rivincita che cerca di metabolizzare divorando la personale collezione della sua libreria. Quando il diletto della lettura diventa anche un mestiere e Tondi incontra seppur tangenzialmente il mondo esterno, la sua esistenza prende delle pieghe inaspettate e singolarissime. L’amore per la letteratura si trasforma e un senso di vaga impotenza si riflette nelle vicissitudini di coinvolgimenti sentimentali inafferrabili e una ribalta mediatica conquistata senza volerlo.

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Panorama è ambientato in un unico spazio marmoreo e cupo dai tratti apocalittici e prossimi allo stesso tempo. È lo spazio che dà unità temporale alla narrazione, uno spazio quasi bidimensionale così come lo è, in apparenza, quello di una pagina scritta. L’austerità dei porticati del quartiere Esquilino di Roma e la loro monumentalità ormai lercia, il fiume Tevere che scorre nero attraverso la pioggia fitta e gelida di Trastevere forniscono al protagonista la decodifica di quel preciso stato dell’anima, quella atavica nostalgia, che egli profonde lungo la sua esistenza. Tondi non legge per ricevere emozioni, per comprendere qualcosa in più sulla vita, per superare le sue paranoie, Tondi legge unicamente per il gusto di leggere. E in ciò ritrova una specie di purezza di cui è unico scopritore e solitario estimatore. Una dimensione intima e controversa, tenace e così fredda da non ammettere la possibilità di scrivere. Tondi non scrive nulla e se lo farà sarà soltanto perché ha perso tutto, compresa la facoltà di leggere.

Fuori dalla sua casa, mausoleo letterario e libreria arcana dove persegue apodittico la sua missione di lettura, c’è tutto ciò che trama contro questa monastica e incrollabile fede: il mondo editoriale. Un sistema pienamente incastonato negli ingranaggi sociali più aberranti e per questo così degenerante da risultare in fondo estraneo alla realtà. Un complesso di giornalismo di bassa lega, direttori editoriali che non leggono ma che fiutano benissimo l’odore delle banconote e scrittori falliti che si affannano per essere giudicati da chicchessia; ma anche un pubblico abbacinato dai giochi d’artificio dello spettacolo e privo di senso critico, e in fin dei conti civico. Un’impalcatura che si piega su se stessa declinando in vanità autoreferenziali e poi svanisce quasi del tutto, se non per qualche piccolo eroe di strada che si ostina a credere ancora nella lettura.

Tutto ciò in un romanzo perfettamente confezionato da un narratore semi-onnisciente che potrebbe essere l’autore stesso e che racconta un mondo a lui vicino (e forse emotivamente lontano) e volteggia disinvolto in un linguaggio pratico e caratteristico, imprimendo alla narrazione tratti di saggistica e atmosfere da mockumentary insieme a espedienti propri del thriller come suspense, falsi indizi e tensione, ma inserendo anche episodi scabrosi e pratiche sessuali al limite del perverso.

Il gioco di pseudonimi e misteriose identità, la probabile sovrapposizione tra autore e narratore, l’universo citazionista, il campionario umano di piccole e grandi immoralità e infantili vanaglorie, l’immaginario di caducità della letteratura e della società: tutti elementi che uniti alla menzione di personaggi davvero appartenenti al settore editoriale (amici di Pincio come Giuseppe Genna, Teresa Ciabatti, Andrea Cortellessa, Francesco Pecoraro e Antonio Gnoli) catapultano il lettore in un clima teso tra realtà e finzione, tra probabilità e invenzione dove tutto viene messo in dubbio. Nel pieno di quello «spirito di complessità», per cui il romanzo «è il territorio del gioco e delle ipotesi» come insegna la lezione di Milan Kundera.

Soprattutto è il dio letteratura a essere venerato, scarnificato e poi sostituito da un social network, Panorama per l’appunto, che raccoglie tutte le incongruenze di un mondo che pare evolversi sempre più velocemente ed efficientemente, ma senza voler capire la propria direzione; e di pari passo modifica e stravolge le relazioni umane spacciando un controllo asfissiante per libertà, come esplicitamente Pincio illustra riferendosi al Panopticon di Jeremy Bentham: quella prigione di cui Panorama riprende la struttura senza mostrare agli utenti l’evidente e deprimente analogia. Un luogo in cui potenzialmente un unico fantomatico guardiano potrebbe controllare in qualsiasi momento ognuno dei prigionieri. È per questo motivo che i prigionieri, assaliti dall’asfissia del controllo, finiscono per controllarsi da soli senza che la presenza del guardiano diventi effettivamente necessaria, come già suggeriva il Foucault di Sorvegliare e punire.

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Panorama è il racconto di un romanzo post letterario, intriso di metaletteratura e di quella autofiction già nota ai lettori di Tommaso Pincio. Un’opera che rimane sempre in bilico sul baratro della denuncia e che non smette mai di alimentare una sotterranea ironia sardonica che percorre le pagine ribollendo in superficie come un processo carsico. Un libro che è un inno decadente alla letteratura e che affascina per la sua capacità di disorientare e orientare allo stesso tempo il lettore e sembra celebrare quanto affermato da Emil Cioran: «Gli scrittori non aspirano ad aver ragione in nulla, si divertono a spese delle verità».