«Effetto Werther». Quando Goethe incontra Marilyn

Una delle classiche domande che mi viene fatta quando dico di studiare medicina è: «Ma voi siete veramente come quelli di Grey’s Anatomy?». E poi, a seguire: «Ti emozioni se c’è una malattia rara o un’operazione da osservare? Come fai a parlare di un’autopsia come se stessi parlando di una puntata di Masterchef? Come fai a non sentirti male?».

Quando sei uno studente di medicina, non è raro trepidare per qualcosa che la maggior parte della gente ritiene abominevole – un intervento chirurgico, una medicazione, una sutura – tutto sarà nuovo, farà paura ma al tempo stesso provocherà una grande eccitazione e una fascinazione morbosa che difficilmente potrà essere compresa dai profani.

Una cosa simile succede quando studi. Nel lungo percorso che ti ritrovi davanti (sei anni sono tanti) inevitabilmente ti capiterà di incontrare stranissime condizioni mediche a volte rare e cruente o magari affascinanti e inspiegabili che vuoi o non vuoi attireranno la tua attenzione e sarà impossibile scordare. Sono patologie che non avrai più bisogno di rivedere perché rimarranno vivide e impresse nella memoria, argomenti che ricorderai a occhi chiusi (ma che, ahimè, per qualche imperscrutabile legge, non ti verranno mai chiesti in sede di esame). Sentirai l’esigenza di raccontarle a tutti rovinando l’appetito ai parenti durante il pranzo di Natale. Un esempio? Il teratoma, un tumore che a causa della sua derivazione embrionale può essere costituito da qualsiasi tessuto e proprio per questo, non è raro trovare al suo interno ciuffi di capelli o abbozzi di denti. Assurdo, no?

Non stupisce poi che le condizioni più pazzesche rientrino nell’ambito psichiatrico. Studiando un manuale psichiatrico troverete una serie di patologie che se da una parte vi strapperanno un sorriso, dall’altra vi turberanno e sicuramente vi faranno pensare. Per l’appunto, qualche tempo fa mi sono imbattuta in uno strano argomento definito nel manuale come «effetto Werther».

Come si intuisce, l’effetto Werther prende il nome da I dolori del giovane Werther, il celebre romanzo epistolare del 1774 di Johann Wolfgang Goethe. Il protagonista, Werther, un ventenne trasognato e di buona famiglia, in occasione di un ballo incontra la bella Charlotte (Lotte per gli amici), già legata a un altro uomo, di cui finirà per innamorarsi perdutamente. Attraverso una serie di lettere indirizzate all’amico Guglielmo, Werther, esprime tutta la sofferenza e la desolazione per un amore che non potrà mai essere coronato, dichiarandosi irrimediabilmente insoddisfatto e infelice della propria vita. Werther, sentimentale e insofferente alle convenzioni sociali, prenderà la decisione più estrema: a mezzanotte in punto del 22 dicembre 1772 con un colpo di pistola alla tempia destra si toglierà la vita. Ebbene sì, ho spoilerato il libro che da sempre volevate leggere, perdonatemi! Giuro che non potevo fare altrimenti.

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Il romanzo, sin dalla prima pubblicazione, raggiunge una popolarità eccezionale e addirittura viene considerato da alcuni come il primo libro della storia dell’editoria moderna ad avere un successo mondiale. Finirà per provocare una vera e propria mania, un effetto di massa: i giovani tedeschi (e in seguito anche gli altri europei) emuleranno Werther non solo nel vestirsi e negli approcci con l’altro sesso ma, anche e soprattutto, nel suicidio qualora il loro amore sia causa di troppo tormento.

Non è uno scherzo. Negli anni successivi all’uscita del romanzo, si ipotizzano almeno duemila suicidi da parte dei lettori. L’impatto è talmente sconvolgente che i governi in Italia, Germania e Danimarca ne iniziano a vietare la pubblicazione al fine di limitare le morti per suicidio mimico.Il caso del giovane Werther non è l’unico esempio di aumento di suicidi che seguono a un primo suicidio celebre. Si assiste a un fenomeno analogo in Italia dopo la pubblicazione nel 1802 del romanzo di Ugo Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Attenzione, arriva il secondo spoiler. Il veneto Jacopo Ortis, uno studente universitario di indole repubblicana, s’innamora disperatamente di Teresa, promessa sposa di Odoardo. Annoiato dalla vita e addolorato per l’impossibile amore, Jacopo, come Werther, deciderà di uccidersi pugnalandosi al cuore. Il Novecento non è da meno: la più recente e forse più eclatante serie di suicidi per emulazione si ha quando Marilyn Monroe si toglie la vita a Los Angeles nel 1962. Nell’anno successivo alla sua morte, si registra un incremento del 12% dei suicidi nella popolazione statunitense. Eventi simili ma con un impatto meno clamoroso sembrano essere avvenuti dopo la morte di Ernest Hemingway e di Kurt Cobain.

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Difficile a questo punto non porsi alcune domande. C’è forse una connessione tra suicidio, notizia ed emulazione? Un suicidio può davvero essere il trigger di altri suicidi? L’uomo è così facilmente influenzabile? L’argomento è stato parecchio discusso e i pareri sull’esistenza di un filo conduttore riguardante l’emulazione sono a volte discordanti. David Phillips, sociologo della University of California di San Diego, nel 1974 per la prima volta fa riferimento a questi episodi, definendo «effetto Werther» i casi in cui la diffusione della notizia di un suicidio (non necessariamente per amore) provoca una serie di altri suicidi, fra coloro che hanno appreso la notizia stessa.

Il fenomeno, nella letteratura scientifica è noto con il nome di copycat effect e viene ben analizzato da Steven Sacks che fa risalire la genesi di questo effetto facendo riferimento alla teoria dell’identificazione secondo cui le persone, in particolare le più deboli o con disturbi dell’umore, possono riconoscersi in alcune storie massicciamente diffuse dai media.

Indubbiamente, nella società contemporanea, un ruolo importante all’origine dell’emulazione è svolto per l’appunto dalla tv, dai mass media e dalla comunicazione e, non a caso, già dal 2000 l’OMS traccia delle linee guida per i professionisti dei media al fine di prevenire il rischio del suicidio mimico ponendo l’accento sulla necessità di un’informazione prudente e riservata. Studi più approfonditi, inoltre, hanno rivelato che l’effetto Werther non si limita solo ai suicidi ma ad ogni tipo di azione eclatante che è diffusa dai mass media. Sembra quindi che ci possa essere un effetto imitativo anche in situazioni quali incidenti, sparatorie, stupri e inevitabilmente anche negli attentati terroristici.

In quest’ottica, l’uomo, non sarebbe altro che un animale sociale che tende a essere influenzato e a imitare le azioni dei suoi simili anche quando queste possono essere fuorvianti o addirittura (come nel caso del suicidio mimico) letali. Ma è davvero così? Siamo sul serio come dei lemmings troppo cresciuti? Secondo i dati purtroppo sì. Sembra che alla notizia di un suicidio diffusa senza riguardi, seguano circa cinquantotto vittime d’incidenti o suicidi. Parliamo di un rapporto terrificante, da far venire i brividi.

Al netto di tutto questo, il mio pensiero va subito ai recenti attentati di Bruxelles e Parigi. Negli ultimi anni si è assistito a un incremento di attacchi suicidi specie da parte di organizzazioni terroristiche di matrice islamica. Non che non esistano esempi storici di suicidi «altruistici o per nobili cause» (Pietro Micca o i kamikaze nella Seconda guerra mondiale per fare i due esempi che saltano in mente), ma gli ultimi anni hanno visto una crescita esponenziale, che potremmo far cominciare senza fallo con l’attacco alle Torri gemelle del settembre 2001. Gli attacchi suicidi rappresentano forse l’arma più letale a disposizione delle organizzazioni terroristiche e provocano danni molto spesso comparabili ad atti di guerra. Da questa prospettiva la persona che commette un suicidio per nobili ideali diventerebbe un idolo da emulare. Il gesto estremo come sacrificio di sé per la causa è, sebbene teoricamente non accettato dalla religione islamica, giustificato perché considerato un martirio. È un tipo di aggressione ingegnosa, potremmo definirla una bomba intelligente, che può decidere dove e quando colpire, provocando deterioramenti fatali e avendo sempre alla sua portata un megafono. Un megafono? Sì, la pubblicità. I mass media (siano essi i social media utilizzati dalle stesse organizzazioni o i media tradizionali che faticosamente provano o dovrebbero provare a censurare alcune immagini) sono i veri e propri amplificatori del messaggio che le organizzazioni terroristiche vogliono diffondere e, presumibilmente, sono anche uno dei mezzi che ha innalzato l’attentato suicida al livello di una nuova arma da guerra facendolo diventare un vero e proprio protagonista della storia umana.

Secondo le stime dell’OMS ogni anno nel mondo circa un milione di persone muoiono per suicidio, sarebbe a dire che ogni quaranta secondi qualcuno si toglie la vita. In un contesto in cui il suicidio rappresenta la terza causa di morte tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni e soprattutto in una società sempre più influenzata dalle informazioni e dalle notizie, è importante e necessario definire bene dei criteri di comunicazione tali da limitare la glorificazione di un atto che alla base, nella maggior parte dei casi, ha una patogenesi psichiatrica e quindi, come tale dovrebbe essere trattato e prevenuto.

Un ruolo fondamentale nella diffusione delle notizie, oggi più che mai, è svolto anche e soprattutto dai social. L’esempio che subito torna alla mente è quello di Mohamed Bouazizi. Ricordate? Il venditore di verdure tunisino che il 17 dicembre 2010 si dà fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro l’impossibilità di esercitare il proprio lavoro. L’uomo che con il suo gesto segna l’inizio simbolico della Primavera Araba. Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Libano, Egitto, Siria, Yemen, Palestina, Marocco e altri paesi arabi, vengono investiti velocemente e viralmente dalla notizia dell’atto compiuto da Bouzazi. Attraverso un vero e proprio effetto domino, nei giorni e nei mesi successivi iniziano proteste e tentativi di suicidio (che in alcuni casi andranno a buon fine) anche in queste zone. I social network, la nuova frontiera della comunicazione, svolgeranno un ruolo primario nella propagazione a macchia d’olio di questi fatti: informazioni, immagini e video si diffonderanno repentinamente attraverso la rete moltiplicando le persone votate alla causa.

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Se da un lato un’espansione così veloce e concentrata ha permesso la sensibilizzazione e la coesione tra popoli che richiedevano di far sentire la propria voce, dall’altro sicuramente ha lanciato un messaggio deviante portando all’imitazione anche e soprattutto del suicidio, basti pensare a quante persone si sono date fuoco nell’anno seguente.

Questi sono tutti esempi, fatti e ipotesi che portano a pensare che l’effetto Werther non sia poi così raro e anzi sembrerebbe più frequente e rilevante di quanto si possa sospettare. Tutti noi siamo continuamente e indistintamente influenzati, basti pensare al libro o al film che tutti consigliano, alla pubblicità della pasta Barilla con Favino che subito ti fa venire voglia di comprarne un pacco. Ma qui non si parla solo di pasta e o di libri.

Il suicidio, l’atto più estremo per ogni essere vivente, a lungo corteggiato e dipinto dalla letteratura e dal cinema, non è un atto eroico in nessun caso, è un atto grave e irreversibile e come tale deve essere analizzato. Eccoci qui, siamo giunti alla fine. Quest’articolo mi ha portato via tantissimo tempo e un esonero di farmacologia rimandato (ma questo come avrebbe detto Giuni Russo «mia madre non lo deve sapere»). Ma senza dubbio l’effetto Werther con la sua storia e le sue controversie è entrato nella top ten degli argomenti che mi hanno stimolata e affascinata di più e che, per l’appunto, difficilmente scorderò.