«La stanza nella torre» di E.F. Benson

Redazione

Edward Frederic Benson, noto come E. F. Benson (Crowthorne, 24 luglio 1867 – Londra, 29 febbraio 1940), è stato uno scrittore inglese. Oltre alla copiosa produzione di romanzi Benson ha dedicato molte energie alla stesura di racconti tra cui La stanza nella torre del 1912. La sua fama rimane legata agli scritti fantastici, in parte ristampati dalla Hogarth Press, ma anche al filone horror come per il racconto in questione. 

È probabile che chiunque faccia spesso sogni ricorrenti, almeno una volta nella vita abbia fatto esperienza nel sonno di un evento, o di una sequela di circostanze, che poi si sono realizzate nel mondo reale. A mio parare, lungi dall’essere qualcosa di strano, sarebbe molto più stravagante se ciò non succedesse almeno una volta ogni tanto, dal momento che i nostri sogni, di norma, hanno a che fare con quelle persone che conosciamo, o con i posti che ci sono familiari, o con quelle cose che potrebbero ricorrere in modo naturale nella veglia e alla luce del sole. A dire il vero, questi sogni sono spesso interrotti da qualche incidente assurdo o fantastico che li pone fuori gioco riguardo la possibilità che si concretizzino davvero, ma secondo un mero calcolo delle probabilità non è poi così improbabile che ciò che viene immaginato nei sogni ricorrenti possa rivelarsi occasionalmente reale a chi li sogna.

Non molto tempo fa, non a caso, ho sperimentato questa cosa in prima persona e uno di questi sogni, che non mi sembrava avere alcuna importanza né alcun particolare significato psichico, si è concretizzato davvero.
Il sogno procedeva come segue.

Un mio amico, che vive all’estero, è così affezionato da scrivermi una volta ogni due settimane. Così, non appena passano quattordici giorni, o giù di lì, dall’ultima volta che l’ho sentito, nella mia mente, in maniera conscia o inconscia, mi aspetto che possa arrivare una sua lettera. Una notte, la settimana scorsa, ho sognato che, mentre stavo andando di sopra a cambiarmi per la cena, sentivo, così come sento spesso, il rumore del postino bussare alla porta d’ingresso, tanto da farmi cambiare direzione e tornare indietro al piano di sotto. Lì c’era effettivamente, in mezzo ad altra corrispondenza, una sua lettera; subito dopo però il fantastico ha fatto il suo ingresso nel sogno, quando dentro ci ho trovato un asso di quadri con su scritto, con la ben nota calligrafia: «Ti invio questa carta per custodirla in sicurezza. Come sai sto correndo un rischio irragionevole a tenere i miei assi in Italia». La sera successiva ero sul punto di prepararmi per andare sopra a cambiarmi, quando ho sentito il postino bussare, esattamente nello stesso modo in cui l’ho sentito fare nel sogno. In mezzo ad altre lettere c’era quella del mio amico, solo che non conteneva nessun asso di quadri. L’avesse fatto avrei dato maggior peso alla faccenda, ma così come stavano le cose non poteva sembrarmi che una normale coincidenza.

Senza dubbio, che l’abbia fatto in maniera conscia o inconscia, mi aspettavo una sua lettera e questo ha favorito il mio sogno; così come il fatto che il mio amico non m’avesse scritto per due settimane ha suggerito a lui che forse era giunta l’ora di scrivermi. Ma di tanto in tanto non è così semplice trovare una spiegazione come questa, e per la storia che seguirà non riesco a trovarne nessuna. Essa è sorta dall’oscurità e nell’oscurità è tornata di nuovo.

Per tutta la vita sono stato un sognatore abituale: sono poche, come dire, quelle notti in cui, quando mi sveglio la mattina seguente, non mi ritrovo con il ricordo di una qualche esperienza mentale e in cui, apparentemente per tutta la notte, non mi siano successe una serie di stupefacenti avventure. Praticamente senza alcuna eccezione si tratta di avventure piacevoli, sebbene di norma abbastanza triviali. Ed è appunto una di queste poche eccezioni di cui voglio parlarvi.

Quando avevo su per giù sedici anni un certo sogno è venuto a trovarmi per la prima volta e questo è il modo in cui si è palesato.

Tutto inizia con me di fronte all’ingresso di una grande casa di mattoni rossi in cui, capisco subito, dovrò andare a stare. Il maggiordomo che apre la porta mi dice che si sta servendo il tè in giardino e mi accompagna attraverso una sala rivestita di pannelli in legno scuro, con un gran camino aperto che dà su di un allegro prato contornato da un letto di fiori. Lì si è raggruppato attorno al tavolo da tè un gruppetto di persone, tutti estranei eccetto uno, Jack Stone, mio vecchio compagno di scuola e chiaramente il figlio di casa, il quale mi introduce a sua madre, a suo padre e alle sue due sorelle. Io, così mi ricordo, sono in qualche modo stupito dal trovarmi lì, poiché il ragazzo in questione lo conosco poco e quel poco che so di lui non mi piace per niente. Inoltre all’epoca aveva lasciato la scuola quasi un anno prima che lo facessi io stesso.

Il pomeriggio è davvero caldo e regna un’intollerabile oppressione. Sul lato più lontano del prato corre un muro di mattoni rossi con un cancello di ferro nel mezzo, oltre il quale si scorge un albero di noci. Noi stiamo seduti all’ombra della casa sul lato opposto rispetto a una fila di lunghe finestre, dentro le quali si scorge una tavola imbandita tutta luccicante, di vetro e d’argento. Il giardino di fronte alla casa è molto lungo e, a una delle sue estremità, si erge una torre a tre piani, che a me sembra molto più vecchia del resto della costruzione. Di lì a breve Miss Stone che, come il resto del gruppo è rimasta seduta in assoluto silenzio, mi dice: «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre».

Praticamente senza alcuna ragione, il mio cuore sprofonda alle sue parole. Ho come la sensazione di essere già al corrente del fatto che sarei dovuto andare in quella camera nella torre, e che questa contenga qualcosa di orribile e significante. Jack si alza all’istante, e capisco che devo seguirlo. Nel silenzio passiamo attraverso la sala principale e montiamo su una grossa scalinata in legno di quercia con numerosi rientri, e alla fine arriviamo su di un piccolo pianerottolo con due porte. Jack ne spinge una in avanti per permettermi di entrare e, senza che entri anche lui, la richiude dietro di me. È allora che capisco quanto la mia congettura sia stata corretta; c’è qualcosa di orrendo nella stanza e, con il crescente terrore di un incubo che mi prende piano piano, mi sveglio finalmente in uno spasmo terrificante.

Ora, questo sogno in diverse varianti è ricorso in maniera intermittente per quindici anni. Il più delle volte in questa forma esatta: l’arrivo, il tè preparato sul prato, quel silenzio mortale seguito da silenzio altrettanto mortale, il salire le scale con Jack Stone, su fino alla stanza nella torre in cui alberga quell’orrore. E poi io che vado ogni volta vicino alla fonte di quel terrore che sta nella stanza ma che non ho mai visto da dove provenga.

Altre volte ho sperimentato piccole variazioni sullo stesso tema. Qualche volta, per esempio, ci sediamo a cena in soggiorno, all’interno di quelle finestre nelle quali avevo guardato la prima notte che il sogno mi aveva fatto visita. Ma dovunque siamo c’è sempre il medesimo silenzio, lo stesso senso di tremenda oppressione e inquietudine. E poi c’è ancora quel silenzio che so che sarà interrotto ogni volta dalle parole di Miss Stone: «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre», dopo le quali (questo non cambia mai) devo seguire Jack su per la scalinata in legno di quercia con i molti rientri ed entrare in quel luogo che temo sempre di più, ogni volta che finisco per visitarlo nel sonno.

Oppure, ancora, mi ritrovo a giocare a carte sempre in silenzio in un salotto illuminato da immensi candelabri da cui promana un’ombrosa illuminazione. Di che gioco si tratti non ne ho idea; ciò che ricordo, con un senso di miserabile anticipazione, è l’idea che Miss Stone presto si sarebbe alzata in piedi dicendomi: «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre».

Il salotto dove giochiamo a carte è accanto al soggiorno che, come ho detto, è sempre brillantemente illuminato laddove il resto della casa è invece crepuscolare e pieno d’ombre. Eppure quanto spesso, a dispetto di quel bouquet di luci, non ho letto attentamente le carte che mi venivano servite, praticamente impossibilitato, per qualche strana ragione, a vederle. È strano, poi, come sono fatte: non ce ne sono di colore rosso, ma tutte sono nere, e fra di esse ce ne sono alcune annerite completamente. Le odio e ne ho paura.

Dal momento che continuavo a fare lo stesso sogno, finii per conoscere gran parte della casa. Dietro il salotto si estendeva una sala per fumatori, al termine di un corridoio aperto da una porta foderata di verde. Era sempre molto buio là dentro e, ogni qual volta mi toccava di andarci, incrociavo qualcuno che usciva e che non riuscivo mai a riconoscere. Una curiosa evoluzione, inoltre, toccava ai personaggi che popolavano il sogno, così come accade alle persone in carne e ossa. Miss Stone, per esempio, che aveva i capelli neri quando l’avevo vista la prima volta, divenne man mano più canuta e, invece di alzarsi di scatto, come aveva fatto la prima volta che mi aveva detto «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre», ora si alzava a fatica, come se le forze le stessero abbandonando le membra. Anche Jack cambiava, e diventava un ragazzo piuttosto malandato a vedersi, con dei baffi scuri, mentre una delle sorelle smise di palesarsi e capii che si era sposata.

A un certo punto il sogno non mi fece più visita per sei mesi o giù di lì e cominciai a sperare, nell’inesplicabile paura con cui lo tenevo in serbo, che se ne fosse andato via per sempre, una buona volta. Ma in una notte successiva a questo intervallo di tempo mi ritrovai ancora una volta immerso nel giardino del tè e Miss Stone non era lì, mentre gli altri erano tutti vestiti di nero. Immediatamente ne compresi la ragione e il mio cuore sobbalzò al pensiero che forse, questa volta, non avrei dovuto dormire nella stanza dentro la torre.

Così anche se di solito sedevamo tutti in silenzio, questa volta la sensazione di sollievo mi fece parlare e ridere, come mai mi ero preso la briga di fare. Ancora una volta però c’era qualcosa che non andava, dato che nessun altro parlava, ma anzi si guardavano tutti segretamente fra loro. Ben presto il flusso impazzito delle mie chiacchiere divenne asciutto e, mentre la luce si faceva più fioca, crebbe gradualmente in me un’apprensione peggiore di qualsiasi cosa avessi conosciuto in precedenza.

All’improvviso una voce che conoscevo bene spezzò quella quiete, era la voce di Miss Stone, che diceva: «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre». Sembrava che venisse in prossimità del cancello nel muro di mattoni rossi che cingeva il prato e, guardando meglio, vidi che l’erba fuori era alta e disseminata di lapidi. Queste emanavano una singolare luce grigiastra e da quella più vicina potevo leggere un’iscrizione che diceva: in cattiva memoria di julia stone. E come al solito Jack si era alzato e ancora una volta l’avevo seguito attraverso la sala principale su per la scalinata dai molti rientri. Questa volta era più scura del solito e, quando passai nella stanza all’interno della torre riuscii solo a vedere appena il mobilio, il cui posizionamento mi era già familiare. E poi c’era un orrendo odore di marcio nella stanza.
Mi svegliai urlando.

Il sogno, nelle varianti e con i cambiamenti di cui ho fatto menzione, è andato avanti scandito da intervalli per quindici anni. Ogni tanto lo sognavo due o tre notti consecutive; una volta sola, come ho detto, ci fu un intermezzo di sei mesi ma, facendo una media ragionevole, sarei portato a dire di averlo sognato almeno una volta al mese. Era molto prossimo all’incubo, questo è chiaro, visto come ogni volta finiva con il medesimo terrore scioccante, ben lontano dal diminuire, ma che anzi sembrava crescere e rinnovarsi ogni volta che dovevo farne esperienza.

Per di più c’era qualcosa nel sogno che possedeva una strana e terribile consistenza. Come ho detto i personaggi diventavano sempre più vecchi, la morte e il matrimonio venivano a fare visita alla famiglia silenziosa e mai, nel sogno, ho posato di nuovo gli occhi su Miss Stone, da quando era morta. Eppure era sempre la sua voce a dirmi che la stanza nella torre era stata preparata per me e, sia che si prendesse il tè fuori in giardino o che la scena avesse luogo in una delle stanze che davano su di esso, potevo sempre vedere la sua lapide appena al di là del cancello di ferro. Lo stesso valeva per la figlia che si era sposata; di solito non era presente, ma una o due volte tornava di nuovo, in compagnia di un uomo che dovetti prendere per il marito. Anche lui, come tutti, del resto, rimaneva in silenzio.

Tuttavia, poiché il sogno si ripeteva così costantemente, nelle mie ore di veglia smisi di dargli particolare importanza. Durante tutti quegli anni non rincontrai mai Jack Stone né vidi mai una casa che assomigliasse a quella oscura dei miei sogni. Finché alla fine non accadde una cosa.

Quest’anno sono stato a Londra fino alla fine di Luglio e durante la prima settimana d’Agosto sono andato a stare giù con un amico in una casa che aveva preso per l’estate, nel distretto di Ashdown Forest, nel Sussex. Lasciai Londra al mattino poiché John Clinton mi doveva aspettare alla stazione di Forest Row e dovevamo passare la giornata giocando a golf per poi andare a casa sua in tarda serata. Era motorizzato e ci mettemmo in cammino in strada più o meno alle cinque del pomeriggio, dopo una giornata davvero splendida, poiché dovevamo fare dieci miglia. Visto che era ancora presto non avevamo preso il tè al club, ma avremmo aspettato finché non saremmo arrivati a casa.
Durante il tragitto in automobile, il tempo, che fin lì era stato meravigliosamente fresco nonostante fosse una bella giornata, mi sembrò cambiare sostanzialmente e divenire davvero ristagnante e oppressivo, a tal punto che sentii quello stesso indefinibile senso di infausta apprensione che mi prende poco prima di un tuono. John, ad ogni modo, non era dello stesso avviso, attribuendo la perdita della mia allegrezza al fatto che avevo perso entrambe le partite. I fatti che seguirono, tuttavia, provarono che avevo ragione, sebbene non penso che la tempesta che irruppe quella notte fosse l’unica causa della mia depressione.

La via si stendeva lungo strade profonde e fitte ai lati e, prima che fossimo andati molto lontani, mi addormentai svegliandomi soltanto allo spegnersi del motore. E con un fremito improvviso, in parte di paura ma principalmente di curiosità, mi ritrovai in piedi di fronte alla porta della casa del mio sogno. Andammo avanti – e per metà mi chiedevo se stessi ancora sognando – attraverso una sala rivestita di pannelli in legno di quercia fin nel giardino dove il tè era servito all’ombra della casa. Era su di un letto di fiori, un muro di mattoni rossi con un cancello in mezzo, fissato su un lato, e fuori di esso si apriva uno spazio d’erba alta con un albero di noci. La facciata della casa era molto lunga e a un’estremità si ergeva una torre a tre piani, marcatamente più vecchia di tutto il resto.
Qui finivano, per il momento, tutte le rassomiglianze con il sogno ricorrente. Non c’era alcuna famiglia terribile e silente, ma c’era anzi un grande ritrovo di persone eccezionalmente allegre che conoscevo bene. E a dispetto dell’orrore con cui il sogno stesso mi aveva sempre riempito, non ne provavo alcuno, ora che quella scena veniva rappresentata a quel modo davanti ai miei occhi. Piuttosto sentivo la più intensa curiosità in merito a ciò che sarebbe successo di lì a poco.

L’ora del tè proseguì il suo allegro corso, e dopo poco Miss Clinton si alzò e in quel momento credo sapessi già ciò che stava per dirmi. Mi parlò direttamente e quello che mi disse fu: «Jack le mostrerà la camera. Le ho riservato la stanza nella torre». A quelle parole, per mezzo secondo, lo stesso orrore di quel sogno prese ancora possesso di me. Ma passò presto e ancora una volta non sentii nulla più che una curiosità delle più intense. Non sarebbe passato molto prima di vederla soddisfatta ampiamente. John si girò verso di me. «Proprio in cima alla casa» disse, «ma penso che ti troverai bene. Siamo al completo. Preferisci andare a vederla adesso? Per Giove! Credo tu abbia ragione: ci sarà una tempesta. Com’è diventato buio!»

Mi alzai e lo seguii. Passammo per la sala principale e su per quella scalinata che mi era perfettamente familiare. Poi aprì la porta ed entrai. In quel momento un terrore vero e irragionevole prese ancora possesso di me. Non avevo idea di cosa avessi paura: ero soltanto impaurito. Dopodiché ricollegando improvvisamente, come quando ci si ricorda di un nome che da tempo è sfuggito alla memoria, mi resi conto di cosa avessi paura. Avevo paura di Miss Stone, la cui lapide dall’inscrizione sinistra, in cattiva memoria, avevo visto così spesso nel mio sogno, giusto oltre il prato che si stendeva davanti alla finestra.

E ancora una volta la paura cessò completamente, a tal punto che mi chiesi di cosa mai ci potesse essere da aver paura, e mi ritrovai, sobrio e calmo e sano, proprio nella stanza dentro la torre il cui nome avevo così tante volte sentito in sogno e il cui scenario mi era così familiare. Mi guardai attorno in modo protettivo e scoprii che niente era cambiato dai miei sogni notturni dove tutto mi era così conosciuto. Appena alla sinistra della porta c’era il letto, lungo tutto il muro, con la testa all’angolo. In fila c’era un camino e una piccola libreria; opposte alla porta, sul muro esterno erano incastonate due finestre con le grate vetrate fra le quali stava la toletta mentre, arrangiati lungo il quarto muro, c’erano il porta catino e una credenza.

I miei bagagli erano stati già disfatti e tutto sistemato in ordine dentro i mobili per vestirsi, sul porta catino e sulla toletta, mentre i miei vestiti da sera erano sparsi sul copriletto. Subito dopo, con un improvviso accenno di inspiegabile sgomento, vidi che c’erano due oggetti piuttosto cospicui che non avevo mai visto prima nei miei sogni: il primo era un ritratto a olio, a grandezza naturale, di Miss Stone; l’altro uno schizzo in bianco e nero di Jack Stone che lo raffigurava così come mi era apparso solo una settimana prima nell’ultimo dei sogni ricorrenti; un uomo piuttosto riservato, dallo sguardo malvagio e sulla trentina. Il suo dipinto era appeso fra le finestre, guardando dall’altra parte della stanza direttamente verso l’altro ritratto, che era appeso dalla parte del letto. Dall’uno passai all’altro, e mentre guardavo quest’ultimo sentii una volta di più quell’orrore da incubo impadronirsi di me. Rappresentava Miss Stone come l’avevo vista nel suo ultimo sogno: vecchia e appassita e canuta. Ma a dispetto dell’evidente fiacchezza del corpo, una tremenda esuberanza e vitalità le brillava attraverso la superficie della pelle, un’esuberanza interamente maligna, una vitalità che schiumava e spumava il male. Era un male raggiante dagli occhi stretti e lascivi che sorrideva da una bocca demoniaca. Tutta l’espressione era attraversata da una qualche segreta e spaventosa ilarità; le mani, raccolte assieme sulle ginocchia, parevano tremare con una soddisfazione soppressa e innominata. Vidi poi che era anche firmata all’angolo in basso sulla mano sinistra e, chiedendomi chi mai potesse essere l’artista, guardai più da vicino e lessi l’iscrizione: «Julia Stone di Julia Stone».

In quell’istante bussarono alla porta ed entrò John Clinton.

«Hai tutto quello che ti serve?» mi chiese.

«Anche di più» dissi io, puntando il dito al quadro. Lui rise.

«La vecchia dai lineamenti gravi», aggiunse. «È un autoritratto, se non erro. In qualche modo neanche lei deve essersi lusingata troppo.»

«Ma non vedi?» dissi io. «È a malapena un’espressione umana. Ha la faccia di una strega, di un qualche demonio.»
Lui la guardò più da vicino. «Già, non è molto piacevole» disse. «Non proprio una roba da appendere vicino al letto, vero? Eh sì, posso già immaginare gli incubi se andassi a dormire con quella cosa così vicina al mio letto. Lo farò portare via se ti va.»

«Vorrei davvero che tu lo facessi» dissi io.

Chiamò di sotto e con l’aiuto di un servitore staccammo il quadro e lo portammo fuori sul pianerottolo, lasciandolo faccia al muro.

«Per Giove, come pesa la vecchia signora!» disse John tamponandosi la fronte. «Mi chiedo se non abbia qualcosa in mente.»

Anche a me aveva colpito il peso eccessivo del quadro. Stavo per rispondere ma fui rapito dalla vista della mia mano. C’era del sangue che copriva tutto il palmo, in grandi quantità.

«Mi sono tagliato, non so come» dissi. John cacciò fuori un’esclamazione di spavento. «Guarda, anch’io» disse lui. Nello stesso momento il domestico tirò fuori il suo fazzoletto e ci si strofinò la mano. Vidi che c’era del sangue anche sul suo fazzoletto.

Io e John tornammo dentro la stanza della torre per lavarci via il sangue ma, né sulla sua, né sulla mia mano, c’era traccia di un graffio o di un taglio. Mi sembra che, essendoci accertati della cosa, entrambi per tacito consenso non facemmo più alcuna allusione all’accaduto. Nel mio caso c’era qualcosa che si stava lentamente insinuando nella mia testa a cui non volevo minimamente pensare. Non si trattava che di congetture, certo, ma sono sicuro che la stessa cosa si stava insinuando anche in lui.

L’afa e l’oppressione presente nell’aria, a causa della tempesta che ci eravamo aspettati e che ancora minacciava il cielo, erano cresciute di molto dopo la cena e per gran parte del ricevimento al quale avevamo preso parte, seduti fuori, lungo il camminamento che cingeva il prato dove avevamo preso il tè. La notte era totalmente scura e neanche un barlume di raggio lunare o stellare poteva penetrare il drappo di nubi che ricopriva il cielo. Gradualmente il gruppo si assottigliò, le donne salirono a coricarsi, gli uomini si dispersero nella sala dei fumatori o nella sala giochi e, per le undici in punto eravamo rimasti solo noi due. Avevo pensato che avesse qualcosa per la testa durante tutta la sera e, non appena rimanemmo soli, si aprì.

«L’uomo che ci ha aiutato, aveva del sangue sulla mano anche lui, l’hai notato?» mi disse. «Gli ho chiesto proprio adesso se si fosse tagliato e mi ha risposto che credeva di sì, ma che non è riuscito a trovare alcun segno sulla mano. E adesso da dove esce fuori quel sangue?»

A forza di ripetermi che non dovevo pensarci ero riuscito a non farlo, e non volevo, specialmente poco prima di andare a dormire, che qualcuno me lo ricordasse.

«Non ne ho idea» dissi, «e non mi interessa più, dal momento che il quadro di Miss Stone non è più accanto al mio letto.»

Si alzò. «Bizzarro, comunque» mi disse. «Ah! Ecco un’altra cosa bizzarra.» Uno dei suoi cani, un irish terrier d’allevamento, era uscito fuori dalla casa mentre stavamo parlando. La porta dietro di noi che dava nella sala era aperta e un rettangolo di luce rischiarava il prato fino al cancello di ferro che conduceva fuori, dov’era l’erba alta, dove stava l’albero di noci. Mi resi conto che il cane aveva tutti i peli irti, rizzati dalla rabbia e la paura; le labbra erano arricciate indietro lasciando i denti scoperti, come se fosse pronto a scattare per qualcosa, e stava ringhiando a se stesso. Non faceva la minima attenzione a me o al suo padrone, ma rigido e nervoso si avvicinava dentro l’erba verso il cancello di ferro. Poi si fermò un momento, guardando fra le sbarre e continuando a ringhiare e poco dopo, tutto all’improvviso, il suo coraggio sembrò abbandonarlo di colpo: cacciò un lungo ululato e scodinzolò indietro verso casa, rannicchiandosi tutto in modo strano.

«Fa così una mezza dozzina di volte al giorno» disse John. «Vede qualcosa che allo stesso tempo odia e da cui è impaurito.»

Mi incamminai al cancello e guardai oltre di esso. C’era qualcosa che si muoveva fuori fra i fili d’erba e presto mi giunse alle orecchie un suono che non riuscii subito a identificare. Poi capii di cosa si trattasse: erano le fusa di un gatto. Accesi un fiammifero e vidi da chi provenivano, un enorme persiano color bluastro che trotterellava in circolo appena fuori del cancello, estaticamente e con passi lunghi, con la coda portata in alto a mo’ di stendardo. I suoi occhi erano luminosi e chiari e ogni tanto, qui e là, fiutava fra l’erba abbassando la testa. Mi misi a ridere.

«Fine del mistero, purtroppo» dissi. «Un grosso gatto che festeggia la notte di Valpurga tutto solo.»

«Sì quello è Dario» disse John. «Passa lì metà del giorno e tutta la notte. Ma non pone fine al mistero del cane, visto che con Toby sono grandi amici, piuttosto pone solo l’inizio del mistero del gatto. Che ci fa da quelle parti? E perché Dario è così a suo agio mentre Toby è così scosso?»

In quel momento mi ricordai tutti i dettagli più orribili dei miei sogni, ogni volta che guardavo oltre il cancello, esattamente dove si trovava ora il gatto, verso la pietra tombale con quell’inscrizione così sinistra. Ma prima che potessi imbastire una risposta cominciò a piovere, e in modo così forte e improvviso che sembrava avessero aperto di colpo un rubinetto, e in quello stesso istante l’enorme gatto schizzò fra le sbarre del cancello saltando oltre il prato per rifugiarsi in casa. Alla fine si piazzò all’ingresso guardando bramoso nel buio, protestò e con la zampa diede un colpo a John, che lo stava spingendo dentro casa, affinché chiudesse la porta.

Con il ritratto di Julia Stone fuori sul pianerottolo, la stanza della torre non era in alcun modo fonte di allarme per me e, quando andai a letto, sentendomi esausto e assonnato, non ero mosso che da sincero interesse per il curioso incidente delle mani sanguinanti e per la condotta del gatto e del cane. L’ultima cosa su cui posai il mio sguardo, prima di spegnere la luce, fu quel riquadro di spazio vuoto davanti al letto dov’era stato il ritratto fino a poco prima. In quel punto la carta da parati aveva ancora il suo originale colorito rosso scuro, mentre nel resto delle pareti s’era tutto sbiadito. Così spensi la mia candela e mi addormentai istantaneamente.

Il mio risveglio però fu ugualmente istantaneo e mi sedetti di colpo dritto sul letto con l’impressione che una qualche luce chiara mi avesse lampeggiato sulla faccia, sebbene adesso fosse tutto buio pesto. Sapevo esattamente dove mi trovavo, nella stanza che tanto avevo temuto nei miei sogni, ma non potevo paragonare nessuno degli orrori che avevo provato dormendo a quella paura che invadeva e raggelava adesso il mio cranio. Immediatamente dopo, il fragore di un tuono crepitò proprio al di sopra della casa, ma la probabilità che fosse solo un bagliore di luce ad avermi svegliato non rassicurarono per niente il mio cuore galoppante. Sapevo che qualcosa era in camera con me e istintivamente stesi la mano destra, quella più vicina al muro, per scacciarla via. Fu allora che toccai con le dita la punta di una cornice, appesa vicino a me. Schizzai fuori dal letto scaraventando a terra il piccolo tavolo che stava accanto al letto e sentii il clangore dell’orologio, della candela e dei fiammiferi che cadevano sul pavimento. Ma per il momento non c’era bisogno della luce, perché un bagliore accecante sbucò fuori dalle nuvole, facendomi vedere che vicino al letto stava ancora appeso il ritratto di Miss Stone. Un istante dopo la stanza divenne buia di nuovo, ma in quel bagliore avevo visto qualcos’altro, una figura china alla base del mio letto che mi guardava.

Era vestita in una sorta d’indumento bianco stretto e attillato, macchiato e sbafato dalla muffa, e la faccia era quella del ritratto. Alto nel cielo ruggì e tuonò un fulmine e, quando cessò e ne seguì un silenzio mortale, ascoltai il fruscio di un movimento farsi vicino a me e, ancor più orribile, percepii un odore di corruzione e decadimento. E poi una mano si distese lungo parte del mio collo e, appena dietro il mio orecchio sentii un breve e avido respiro. Eppure sapevo che quella cosa, nonostante la potessi percepire con il tatto, con l’odore, con gli occhi e le orecchie, non era certo di questo mondo, ma qualcosa che era trapassato oltre il corpo e aveva il potere di rendersi manifesto. Una voce, a me già familiare, mi parlò. «Sapevo che saresti venuto nella stanza della torre» mi disse. «È da molto che ti aspetto e alla fine sei arrivato. Questa notte festeggerò; presto festeggeremo insieme.»

Quel respiro rapido si fece ancora più vicino; potevo sentirne il fiato sul collo. A quel punto il terrore, che credo mi avesse fin lì paralizzato, lasciò spazio all’istinto selvaggio di auto-conservazione. Lo colpii selvaggiamente con entrambe le braccia, scalciando allo stesso tempo, sentii un piccolo stridio animalesco e qualcosa di morbido cadde con un tonfo accanto a me. Feci un paio di passi in avanti, quasi inciampando sopra qualsiasi cosa fosse cascato lì per terra, e per fortuna trovai la maniglia della porta. In un secondo mi precipitai sul pianerottolo sbattendo la porta dietro di me. Quasi nello stesso momento udii una porta aprirsi da qualche parte di sotto e vidi John Clinton, candela alla mano, che stava salendo su di corsa.

«Che è successo?» disse. «Dormo proprio sotto di te e ho sentito un rumore come se – Buon Dio, c’è del sangue sulla tua spalla!»

Rimasi impietrito, così mi avrebbe raccontato, dondolandomi da una parte all’altra, bianco come un lenzuolo, con un marchio sulla spalla come se ci si fosse posata una mano coperta di sangue.

«È dentro» dissi io, facendo cenno con il dito. «Lei, capito, e il ritratto pure è lì dentro, appeso nel punto esatto dove l’avevamo tolto.»

A quelle parole si mise a ridere. «Mio caro amico, non è che un incubo» mi disse. Spinse la porta con me accanto e l’aprì mentre io ero in piedi semplicemente inerte per il terrore, incapace di fermarlo, incapace di muovermi.
«Fiuu, che odore terrificante!» disse. Poi ci fu silenzio; andò in camera e non lo vidi più, ma tornò un momento dopo, bianco come ero io, richiudendo la porta all’istante. «È vero, il ritratto è lì» disse, «e sul pavimento c’è una cosa sporca di terra, come quella con cui seppelliscono le persone. Andiamo via, presto, andiamocene.»

Come giunsi di sotto lo ricordo a fatica. Un fremito e una nausea dello spirito, piuttosto che della carne, mi avevano preso e più di una volta John aveva dovuto spingere i miei piedi sui gradini, mentre ogni tanto lanciava delle occhiate di terrore e d’apprensione su per le scale. Alla fine però arrivammo presto nella sua stanza al piano inferiore e lì gli riferii tutto quello che qui ho descritto. Ciò che seguì può essere detto in breve; certo, qualcuno dei miei lettori ha probabilmente già indovinato di cosa si trattava, se ricordano quell’inesplicabile storia al cimitero di West Fawley, più o meno otto anni fa, quando vennero fatti tre tentativi per seppellire il corpo di una certa donna che aveva commesso un suicidio. Ad ogni occasione la bara era stata trovata protrudente fuori dal terreno nel corso dei giorni a seguire. Dopo il terzo tentativo, di modo che della cosa non se ne parlasse più, il corpo venne sepolto da qualche parte in un terreno sconsacrato. Dove venne sepolto era proprio al di là del cancello di ferro appartenuto alla casa dove quella donna era vissuta. Aveva commesso il suicidio nella stanza più in alto della torre di quella casa. Il suo nome era Julia Stone e successivamente il suo corpo venne trovato ancora segretamente disseppellito, e la bara piena di sangue.

Traduzione di Emanuele Giammarco