«Ricordati di Azerbaijan» di Roberto Arlt

Redazione

Roberto Arlt (Buenos Aires, 26 aprile 1900 – Buenos Aires, 26 luglio 1942) è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista argentino. La sua biografia è densa di dati contraddittori. Figlio di un immigrato prussiano, Karl Arlt, e di Ekatherine Iobstraibitzer, originaria di Trieste e di lingua italiana, Roberto Arlt nacque nel quartiere porteño di Flores. Ebbe con il padre una relazione molto contrastata, frutto dell’educazione severa e oppressiva impostagli in famiglia. Il tedesco era la lingua parlata nella loro casa. Il conflitto con il padre riemerge in molti dei personaggi letterari della sua opera. All’età di otto anni fu espulso dalla scuola per il suo temperamento turbolento. A sedici anni abbandonò la famiglia vivendo per le strade di Buenos Aires. Da quel momento Artl studiò da autodidatta mentre intraprendeva ogni sorta di lavoro manuale come il meccanico, l’imbianchino, il portuale, il commesso. L’opera di Arlt ha profondamente influenzato la letteratura latinoamericana, specialmente la cosiddetta generazione del Boom che include scrittori come Gabriel García Márquez. La sua produzione di romanzi e racconti è copiosa. Il racconto Acuérdate de Azerbaijan (tradotto per Altri Animali da Roberta Botta) fa parte della raccolta di short stories El criador de gorillas

 

I due maomettani si fermarono per lasciar passare la processione buddista. Con un ombrello aperto sulla testa, davanti a un palanchino d’oro, camminava un devoto.

Più indietro, oscillante, avanzava il corteo di elefanti che superavano con i loro Buddha dorati, caricati sui fianchi, la verde cappa di palme da datteri. Il socio di Azerbaijan, il prudente Mahomet, guardando il gendarme tamil fermo davanti a una donna di Colombo, la cui carrozzina di bambù era trascinata da un servo scalzo, disse:

«Che il Profeta confonda la coscienza di questi infedeli».

«Li aspetta un eterno pavimento di braci all’inferno» mormorò Azerbaijan disgustato, mentre una folla di tuniche giallognole riempiva la strada in terra battuta.

Era una folla di persone con la testa rasata, e quasi tutti si rinfrescavano sventolando i grandi ventagli dentellati. Azerbaijan, con occhi da intenditore, osservava le diverse umanità e notava come in quell’angolo del Ceylon fossero rappresentate molte etnie del Sud dell’India.

Si vedevano brahmani con turbanti schiacciati come il muso di una vacca; musicisti con tamburelli rivestiti di pelli di serpenti e trombette a forma di corno di elefante; bambini scalzi, con la pancia idropica e nuda; sacerdoti buddisti con la testa rasata; paria coperti di polvere come lucertole e più nudi delle scimmie; grassi capi tribù provenienti da Kandy con lunghe fasce d’oro finemente ricamate ed enormi cappelli come secchi dorati.

Si riconoscevano i pescatori di perle con gli occhi tinti di sangue e il petto di una grandezza abnorme. C’erano anche alcuni ladri cinesi, che muovevano gli occhi veloci come ratti, e diversi truffatori inglesi, che, con le mani in tasca, osservavano sfilare la processione ironicamente, ciccando in aria la cenere delle loro sigarette.

«Andiamocene» disse Azerbaijan.

E Mahomet, stringendosi nelle spalle, seguì il suo amico.

«Hai i soldi?» chiese Mahomet.

Azerbaijan assentì, sorridendo. Il denaro, delle buone rupie indostane, era arrotolato contro il petto. Lui e Mahomet avevano venduto una fumeria d’oppio a un trafficante cinese. Azerbaijan e Mahomet erano nativi di Tangeri, ma gli affari e il caso li avevano portati fino a Colombo, dove, seguendo l’esempio della comunità musulmana, si stavano dedicando a combinare l’esercizio dell’usura allo sfruttamento delle risaie e delle fumerie di oppio.

È chiaro che non potevano giurare sul Corano che i soldi con cui avevano iniziato a fare i loro affari fosse stato acquisito onestamente. Qualche anno fa, i due complici, tra le nevi dell’Himalaya avevano stordito a bastonate un profugo, spia della polizia inglese. Inutilmente, cercando di difendersi, il fuggitivo prese per la djellaba Mahomet, per svelare l’identità di quei ladroni. Azerbaijan fu più veloce, gli conficcò, con un colpo di bastone, l’elmetto coloniale fin sotto le orecchie; e dopo averlo alleggerito del suo denaro, fuggirono dall’altra parte del monte. E così approdarono in Ceylon.

Ora Azerbaijan e Mahomet si erano incamminati per un contorto e polveroso sentiero tra le palme. Verso le tettoie di bambù si vedevano file di vecchie che pulivano lo zafferano; più in là, vicino a un muro grigio di pietre e mattoni crudi, tre anziani con il turbante lavoravano davanti a un telaio. Una malese faceva girare la ruota. I due uomini alzarono gli occhi al passaggio dei due maomettani, e la donna mormorò uno scongiuro contro il malocchio.

«Vicino al Trono di Buddha mi aspetta un pescatore di perle» disse a un tratto Mahomet.

«Cosa vuole?»

«È un forestiero. Dice di avere una perla…»

«Rubata…»

«Probabilmente…»

«Dobbiamo vederla.»

Il Trono di Buddha, un tronco bruciato da un fulmine in un modo così capriccioso che nel carbone era rimasta scolpita la sua figura solitaria come se stesse su un ceppo, era su una curva che apriva il sentiero per il bosco.

Ora i due soci camminavano per una spiaggia, di fronte all’oceano scintillante, appianato dal calore opprimente del sole. Alcune vele scarlatte si duplicavano sulla piana d’acqua; i pesci rondine tracciavano curve vertiginose; la città era rimasta indietro; presero il sentiero che conduceva alle risaie.

«Quanto chiederà per la perla quel ladro?»

Mahomet, la cui faccia rotonda e lustra rifletteva la sua quiete, disse, allungando il braccio:
«Eccolo lì».

Azerbaijan voltò la testa. Non poteva vedere che sotto l’albero della foresta buia si nascondesse il ladro della perla. D’improvviso, sentì un colpo tremendo sotto il cuore; vide Mahomet, enorme come una statua, che tirava fuori un coltello gigantesco, e comprese di essere morto. Cadde faccia a terra. Come in un sogno, molto lontano, sentì che Mahomet, con una mano impaziente, gli strappava la fascia dal petto e poi si fece buio per i suoi occhi mentre il mercante si impadroniva del sacchetto con le rupie indostane.

Lentamente, si formò per terra una macchia di sangue. Mahomet si allontanò addentrandosi per il sentiero che conduceva al Trono di Buddha. Questo accadde agli inizi dell’anno 1915.

Al principio dell’anno 1930, quindici anni dopo la morte di Azerbaijan, un giovane, di circa diciotto anni, sistemò il suo posto da barbiere proprio di fronte al Bazar dei Sericoltori, che a Tangeri è come la borsa della seta. Nei primi tempi, il giovane radeva e faceva la barba vicino alla fontana dove vanno tutte le donne del popolino a cercare acqua e a sparlare delle loro padrone.

Il Bazar dei Sericoltori è un luogo importante, e il miglior modo per descriverlo è come un patio di piastrelle rosse scalfite, intorno alle quali spigoli e archi ornano di arabeschi delle gallerie buie. Sotto questi porticati si aprono nicchie profonde, da cui luccicano rotoli delle tele più decorate che l’immaginazione di una donna nera possa bramare.

Il negozio principale del Bazar dei Sericoltori apparteneva all’assassino Mahomet. Naturalmente, nessuno sapeva che Mahomet avesse assassinato, quindici anni fa, il suo socio Azerbaijan nei pressi di Colombo.

Inoltre, quello era stato il primo e ultimo crimine che Mahomet aveva commesso, perché da quel giorno il trafficante seguiva alla lettera tutti i doveri del buon credente. Non perdeva nemmeno un’orazione in moschea, e metteva sempre mano al borsello per fare la carità a un cieco, a un orfano o a un malato. In questo modo, la vita di Mahomet era fiorente proprio come la sua barba, che, quando dimenticava di radere, splendeva nera come il giaietto attorno alle sue guance rosee e pulite. Per puro divertimento, manteneva un harem con un eunuco e diverse schiave.

Ad ogni modo, come si diceva, fu proprio di fronte a questo bazar che installò il suo posto da barbiere il giovane straniero che comparve a Tangeri. Nonostante fosse musulmano, il barbiere non era un nativo africano, ma di Ceylon; lo svelava la sua pronuncia, e Mahomet non poté non rimanere scosso venendo a sapere che il barbiere arrivasse dall’arcipelago; ma si tranquillizzò quando il suo dipendente gli disse che l’artigiano veniva da Puloli, sulla punta opposta di Colombo.

Per qualche tempo il giovane cingalese fece la barba in mezzo alla strada; poi, grazie ad alcune monete d’oro, si avvicinò alla portineria del Bazar dei Sericoltori, e un giorno lo si vide spostare la sua poltrona da barbiere proprio di fronte al negozio di Mahomet, e mettere in fila, su un tavolino di ciliegio, i suoi affilati coltelli. I commercianti trovavano comodo, durante l’ora di pausa, potersi sedere sulla poltrona e farsi radere dall’isolano.

Quando non aveva nulla da fare, canticchiava. Sempre la stessa canzone: El Rasd ad-Dill. Quel si bemolle con il quale il barbiere raggiungeva la parola «ja», all’inizio della canzone, faceva saltare i nervi al caro Mahomet. E l’artigiano canticchiava:

«Ja… sa-hibu I hemmi li in-nel hemma…».

A volte il mercante si trovava con lo sguardo del barbiere fisso su di lui, e allora sperimentava una strana specie di ansia, un genere di disagio, che gli faceva muovere la testa come se il collo del suo gilet con i bordi d’oro e ben abbottonato gli stringesse un po’ troppo; ma Mahomet si vendicava non ricorrendo mai ai servizi del barbiere.

Nonostante ciò, l’isolano lo salutava con rispetto, come se il mercante di seta fosse suo padre o il protettore di sua sorella e sua madre. Mahomet, tronfio, grosso, con le guance lisce, riceveva il saluto del ragazzo dei coltelli con una dignità e una rigidità tangibile. Ma il giovane, come niente fosse, attaccava con l’irritante si bemolle:

«Ja… sa-hibu I hemmi li in-nel hemma…».

Mentre cantava la fastidiosa canzoncina, affondava una delle sue lame in una fascia di cuoio nero.

Senza alcuna remora, tutti i commercianti della piazza presero l’abitudine di usufruire dei servizi del cingalese, eccetto Mahomet, che una notte sognando di farsi radere dal barbiere di Puloli, si svegliò tutto inzuppato dal terrore.
Tuttavia, era una sciocchezza. Mahomet era un commerciante onesto. Nessuno poteva rimproverargli qualcosa, salvo, ovviamente, l’assassinio di Azerbaijan anche se non esisteva in Terra nemmeno una sola persona che in quel momento si ricordasse dell’uomo morto vicino al Trono di Buddha.

Un gendarme si fermò davanti a Mahomet:

«Il Cadì vuole parlare con te».

«Il Cadì?»

«Sembra che un mercante, invidioso della tua prosperità, ti accusi di essere in affari con i contrabbandieri della seta.»

«Vai, verrò subito dal giudice.»

Il commerciante rimase solo davanti ai suoi rotoli di seta, e involontariamente le sue dita, a forcella, strinsero le guance. Aveva la barba, non poteva presentarsi così davanti al magistrato; una mancanza di rispetto simile non l’avrebbe avvantaggiato verso l’equità o la benevolenza del giudice. Ma non aveva nemmeno tempo di andare fino a casa al Marshan.
E, proprio lì, con le braccia conserte davanti alla sua poltrona, c’era il giovanotto cingalese che canticchiava come d’abitudine, l’irritante si bemolle:

«Ja… sa-hibu I hemmi li in-nel hemma…».

Fece segno al barbiere, e lui si avvicinò all’opulente mercante:

«Porta qui la tua poltrona. Avrai l’onore di tagliarmi la barba».

Rispettoso, l’uomo del Ceylon abbassò la testa. Poi, diligentemente, portò la sua poltrona nel negozio dell’assassino di Azerbaijan. Mahomet si sedette, il barbiere gli mise un asciugamano intorno al collo che gli cadeva sul petto come un bavaglio, e, dopo aver inumidito il pennello, iniziò a insaponare le guance del mercante. Il pennello, pieno di schiuma, andava e veniva sul viso del commerciante, e si soffermava in torno alle parti più dure della barba.

Mahomet, con la nuca appoggiata sullo schienale, osservava con le palpebre socchiuse il barbiere, mentre imbastiva le ragioni che avrebbe esposto davanti al Cadì.

L’uomo del Ceylon si sporse e prese un coltello. Una lama pesante, spessa, che iniziò a passare con cura su una fascia di cuoio…

«Vediamo se ti pulisci una volta per tutte» borbottò Mahomet.

Il barbiere diede al coltello due ultime passate sul palmo della mano, si inclinò su Mahomet, sospese il coltello sulla gola del mercante e gli sussurrò con una voce profondamente dolce:

«Ti ricordi di Azerbaijan?».

Mahomet stralunò gli occhi per la paura data dalla situazione, senza osare muoversi.

«È scritto che Allah perde chi vuole perdere, fratello. È scritto. Ti ricordi del nobile Azerbaijan? L’hai dato per morto vicino al Trono di Buddha, ma visse il tempo sufficiente per fare giurare a mia madre che io, suo figlio, l’avrei vendicato. È stato facile trovarti. Mia madre sapeva che saresti venuto a Tangeri a illuminare i credenti con la tua fortuna rubata.»

Grosse gocce di sudore crescevano sulla fronte di Mahomet. La sua bocca semiaperta lasciava vedere il fondo della gola, e non osava muoversi. Sapeva che il barbiere era lì, a lavorare al Bazar dei Sericoltori da due anni, con il solo fine di vendicarsi tagliandogli la gola.

«Puoi dire l’ultima preghiera» sussurrò l’uomo di Ceylon. «Chissà che il Misericordioso non ne tenga conto.»
A pochi passi dal mercante, i suoi amici, raggruppati attorno a un venditore di tè, ridevano di una barzelletta sulle donne nere. E non sospettavano che lui fosse tra le mani di un uomo che, tra poco, l’avrebbe sgozzato come un agnello, in profondità; e sentiva già la lama del coltello penetrare nella sua carne, e voleva gridare e non poteva. Grandi nubi rosse circolavano davanti ai suoi occhi; l’uomo di Ceylon gli sembrava un gigante inclinato su di lui tra i blocchi di montagne scarlatte. Dentro di sé lo asfissiava una tensione misteriosa, torcendogli fibra su fibra; del suo nemico si distingueva solo la doppia fila brillante dei denti bianchi; e, d’un tratto, sentendo il freddo ferro graffiare la sua pelle, un dolore così atroce, come se fosse un male ai denti ma al cuore, gli fermò la respirazione. E, subito dopo, la nuca irrigidita si rilassò sullo schienale della poltrona, e la testa scivolò verso il fianco.

Il giovane fece un passo indietro. Un filo di sangue scappava dalla bocca del mercante. E il ragazzo comprese che Mahomet era morto di paura.

Traduzione di Roberta Botta