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Uno degli aneddoti sulla mia infanzia che inevitabilmente mia madre ha il piacere di snocciolare davanti a parenti e amici è quello sulla mia morbosa conoscenza dei nomi latini degli animali. Avevo un libro sui mammiferi che consultavo come fosse la Bibbia e che sapevo letteralmente a memoria. Per cui poteva capitare di sentirmi rispondere meccanicamente – o se preferite a pappagallo – alle domande dei vari commensali con un compiaciuto «Centurio senex!». Dove sia finita tutta questa conoscenza non saprei dire, dato il mio pressoché nullo latino attuale. È sicuramente rimasto sotto traccia il mio amore per gli animali, concretizzatosi poi in un paio di trascurabili tesi sul mio idolo: Charles Darwin.

Se, prendendo a prestito la definizione di Calasso, una casa editrice deve essere un «serpente di libri», che animale è un blog? Sicuramente è un altro animale, o se preferite un animale altro.

Mentre il nome di Racconti è venuto quasi da sé e non ha richiesto un grande sforzo d’immaginazione (e ci credo), quando ci siamo trovati a dover scegliere un nome per il blog ci siamo incagliati in una discussione estenuante che minacciava di far impallidire le diatribe interne al Concilio di Nicea o anche solo una riunione fiume del partito marxista leninista italiano. Alla fine, come succede sempre (mi è capitato anche con il nome del gatto – Tango; per l’inciso, sto ancora aspettando di adottare un Cash), siamo tornati alla prima mozione: Altri Animali. Ok, s’è capito il blog è un altro animale rispetto alla casa editrice, una differente incarnazione, bene. Ma perché il plurale? Volevamo che fosse un blog animato da scritture e voci diverse, altre per l’appunto, non certo espressione del Politburo di via India 1.

E perché i concetti di alterità e di animalità?
Perché riteniamo che in quelle due parole si sia giocata e si giochi gran parte della filosofia degli ultimi due secoli e il prossimo futuro che ci attende. Il nome Altri Animali potrebbe peccare di quella speciale fallacia filosofica che è la ridondanza e non superare indenne il vaglio del rasoio di Occam. Abbiamo sempre concepito il concetto stesso di animalità con la categoria dell’altro. Gli animali sono altro da noi, gli uomini non sono animali. La nostra storia, il nostro presente e (prevedibilmente) il nostro futuro sono intrisi del pregiudizio antropocentrico, dello specismo. In breve, il nodo gordiano attorno a cui si avviluppano e si intrecciano le due parole è che l’idea di umanità si chiarisca sempre in contrapposizione e in relazione all’idea di animalità.

Una volta stabilito un nome non si può che ripercorrere a ritroso la strada fatta e cercare di decrittare i motivi che ci hanno portato a sceglierlo. Per questo ho deciso di cimentarmi in quest’esercizio un po’ puerile e si spera non del tutto sterile: a giochi fatti, a posteriori, ho saccheggiato i libri omonimi o quasi al nome del sito per trovare ispirazione o legami tra loro e magari tra i libri stessi e il blog. In un tentativo a metà tra il bestiario medievale, la zoologia fantastica di Borges e il compiacimento del bambino nel collezionare figurine, ho deciso di fare questa passeggiata al bioparco attraverso i libri di altri animali.

Sono partito dal colmare una lacuna, un libro che ho letto con una ventina di anni di ritardo, riuscendolo finalmente a infilare tra un russo e l’altro, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell (traduzione di Adriana Motti, Adelphi). Sfruttando rapinosamente l’occasione per leggere una cosa che avevo sempre voluto leggere ma ero fuori tempo massimo per leggere, mi si è rivelata l’infanzia del celebre zoologo inglese, il protagonista in miniatura della storia. Una storia fatta di giochi, di mare e animali in una Corfù che è meta sognata e raggiunta dopo un periglioso ed esilarante viaggio dalla costiera e natia Bournemouth passando per un’Italia prevedibilmente chiassosa e puzzolente.

Gerald Durrell

Il libro è venato da un umorismo sapientemente distillato con precisione britannica ed è il resoconto dei cinque anni trascorsi dalla famiglia del piccolo Gerry (che comprendeva anche lo scrittore Lawrence Durrell) nell’isola greca, tra romanzo e memoir quando ancora non faceva fico parlare di autofiction. Sono gli animali a essere i veri compagni di gioco del piccolo Gerry: lo accompagnano nelle sue scorribande e diventano parte della sua famiglia allargata. È un libro e al contempo un’esperienza di lettura per cui si potrebbe adoperare senza ritegno la angeliana espressione «il piacere della scoperta». Siamo immersi in una natura talvolta rigogliosa talora brulla e aspra, circonfusi dall’empatia e dal calore del sole e della gente locale, e allo stesso tempo muoviamo i nostri primi, timidi passi come zoologi neofiti alla scoperta di gatti, cani (due si chiamano meravigliosamente Pipì e Vomito), gabbiani, gechi, tartarughe, ragni, serpenti, scorpioni.

Sono poi passato alla prosa baluginante di Bambini e altri animali di Giosuè Calaciura (Sellerio). Sia Calaciura sia Durrell ambientano le loro scoperte, le loro avventure, su un’isola circondata dal mare della vita (mi si perdoni l’immagine alla Ligabue). Ma l’isola di Calaciura è anche la dimensione temporale del racconto: un lembo di terra di poche pagine in cui far vivere le proprie storie «di spiagge e di strade». L’infanzia è un tratto centrale in tutti e due i discorsi, come un momento in cui si è più in contatto, più vicini con l’animalità, col nostro essere parte del regno animale. I bambini, nelle infanzie negate di Calaciura e nella gioia della scoperta di Durrell, sono altri animali rispetto agli adulti, attori rassegnati e consumati, scettici che sanno come si sta al mondo e come vanno le cose del mondo. Lo sguardo dei bambini non ha malizia (Freud dissentirebbe, ma chissene), è innocente e guarda alle cose della vita con meraviglia, come si guarda alle novità. Tutto è gioco anche quando si trasforma in un gioco per la sopravvivenza. In Cicciummardo, forse il miglior racconto della raccolta, uno stuolo di bambini riottosi guidati da tale sulfureo Cicciummardo (al secolo Francesco Lombardo) divorano come posseduti intere masserie, animali ruspanti e bipedi d’ogni risma braccati da militi incarogniti. Dalle pagine si mescolano e trascolorano in un calderone surreale e fantastico alcuni temi della letteratura isolana e non: brigantaggio, miniere e più inaspettatamente metamorfosi.

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Il libro di Calaciura indaga la paternità, il rapporto padre-figlio, la separazione e l’attesa della stessa. Come se padri e figli fossero sempre in preparazione di quel momento. A fare da sfondo è un mare «piccolo», svuotato di pesci e solcato da eserciti, un mare che è diventato tomba e frontiera, sogno e incubo.

Allo stesso modo in uno dei libri di racconti più belli che sia stato pubblicato in Italia di recente, Il paradiso degli animali di David James Poissant (traduzione di Gioia Guerzoni, NN editore), gli animali sono tutt’altro che comprimari e funzionano un po’ come dei detonatori di simboli: sono spesso loro a far esplodere o implodere le situazioni e le contraddizioni in cui gli esseri umani si trovano e a schiudere possibilità e orizzonti. Alligatori, sciami di api e zoo in cui poter finalmente ammirare i bisonti sull’orlo dell’estinzione, lupi che parlano, cani che di nome fanno James Dean e che avranno destini automobilistici simili all’omonimo attore. Il paradiso degli animali è forse l’inferno quotidiano degli uomini e Poissant con mestiere, compassione e ironia si serve delle bestie per smascherare e denudare, per arrivare a delle epifanie che fanno invariabilmente sollevare lo sguardo dalle pagine e tornare indietro, avidi, a rileggersi quelle decisive righe. Lo scrittore statunitense colloca quasi sempre a un crocevia i suoi protagonisti – gente normale, famiglie funzionalmente disfunzionali – e curiosamente, ma nemmeno troppo, quando compaiono, gli animali, piegano la narrazione verso un senso, verso una direzione, una fine e un fine. Come in Calaciura anche in Poissant a essere centrale è la paternità, in particolare quel rapporto tra padri e figli maschi, virile e viziato da tutte le insidie e i tranelli che schermano l’affetto e la sincerità nei rapporti tra maschi; maschi che non riescono a dirsi, a parlarsi, a confessarsi. Allargando l’obiettivo è difficile non scorgere come Poissant sia un narratore delle increspature e del «non detto» che sottende ogni pace e ogni conflitto: ogni dinamica famigliare.

Del resto, riflettendoci meglio e allargando il campo di questa panoramica necessariamente sbiadita ai margini, tre dei romanzi italiani più incredibili – nel vero senso della parola – che siano usciti ultimamente e che sono stati accomunati sotto l’egida del weird, hanno tutti come tratto in comune il rapporto uomo-animale. Penso a un libro scritto chirurgicamente: Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (edizioni nottetempo), in cui un tassidermista eterna animali impagliandoli in un rito che non è cambiato dalla notte dei tempi e nel frattempo tra trasporto e distacco assiste un padre irrimediabilmente malato con la stessa cura e sollecitudine, adottando gli stessi procedimenti del suo lavoro e cercando di imbalsamare la casa che li ha ospitati, nell’impresa di cristallizzare un tempo per sempre.

Penso anche a Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax), nel quale è proprio una bestia assai umana a essere protagonista e le distinzioni con la nostra specie si assottigliano fino a restituirci benissimo la vacuità di quel pregiudizio antropocentrico di cui siamo inguaribilmente ammalati. In particolare, Apperbohr il cinghiale protagonista avrebbe una sua lingua, il cinghialese, e dunque un linguaggio; la facoltà di imparare altre lingue, tra cui quella degli umani, per lo scorno di Chomsky e di quanti ancora sostengono che sia proprio il linguaggio la facoltà che ci distingue e separa nettamente dal resto del regno animale. Darwin sosteneva, e gli etologi vanno sempre più accumulando evidenza che conferma questa sua tesi, che le differenze tra esseri umani e animali sono sempre di grado e mai di qualità. Altri, come Chomsky per l’appunto, sin da quando è stata pubblicato L’origine dell’uomo, si affannano a cercare soglie di irriducibile complessità che non sottostanno alle regole dell’evoluzione: l’eccezione umana che confermi lo specismo, insomma. Il linguaggio, come ci dimostra la prosa di Meacci, letterariamente e al di là di ogni dimostrazione scientifica, mal si presta ad assolvere questo ingrato compito.

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O ancora penso al lisergico e allucinato trip di Dalle rovine di Luciano Funetta (tunué), il cui periodare ha la cadenza e l’incedere ipnotico e avvolgente dei riff dei Black Sabbath e ci trascina a fondo dentro l’abisso di turpitudine del romanzo. Siamo nell’immaginaria città di Fortezza e Rivera è un allevatore di serpenti, con i quali vive una simbiosi erotica e vitale che sublimerà su cellulosa e finirà per tracimare in un abbraccio vischioso e mortale. Addirittura azzarderei un’ipotesi. Funetta adotta una doppia prospettiva e oltre alla terza persona classica c’è nel libro un noi che ci fa tutti spettatori della stessa tragica messa in scena: un film maledetto che annichilisce chi lo guarda e chi vuole realizzarlo come nella peggiore tradizione metacinematografica horror di The Ring (o nella migliore di Dèmoni e di un fumetto, un Dampyr particolarmente riuscito, il n.18: Lo schermo demoniaco o se preferite riferimenti culturali più alti e abusati Infinite jest. Dunque si potrebbe ipotizzare che proprio noi lettori siamo i serpenti stessi, gli attori e allo stesso tempo i partecipanti/osservatori di questa nerissima vicenda realisticamente onirica.

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Chiudo questa carrellata infernale, (in)degna del maestro Richard Benson, non invocando centauri, minotauri, arpie e sfingi che pure ci starebbero bene in un articolo che parla della relazione tra uomini e animali, bensì chiamando in causa un altro, l’ennesimo, libro: Storie di animali e altri viventi dell’impareggiabile Asor Rosa (Einaudi), il quale dopo una vita di critica si è scoperto finissimo scrittore in tarda età. In questo prezioso libriccino le prospettive si rovesciano e i protagonisti diventano gli animali, un gatto (Micio Nero) e una «cana» (Contessa), narratori tutt’altro che di primo pelo che ci prendono per mano e ci guidano come fossimo dei bambini troppo cresciuti dentro le pieghe e le nuances del vivere gattesco, canesco, ma soprattutto umano. Asor Rosa, da vero umanista, capisce che uomini e animali non sono ontologicamente diversi e che l’uomo non può vantare alcuna superiorità sul resto della natura né disporne a piacimento. E proprio per questa salutare detronizzazione, come Flaubert è stato Madame Bovary, Asor Rosa si fa gatto, si fa cane e realizza d’improvviso quanto la telepatia, quel rapporto di comunicazione non verbale che si instaura tra uomini, donne e altri esseri viventi, sia la forma di trasmissione dell’affetto e del sentire più veritiera e infallibile e come questa sia poi la sola via proprio nel rapporto tra altri animali, di specie diverse ma non di mondi diversi.

L’impressione generale è che l’idea di uomo che viene fuori da questi romanzi e da questi racconti non è già più quella dell’uomo tronfio che domina e assoggetta la natura e gli animali, ma che si vada costruendo, pianissimo e tra mille impacci e soprattutto nel fecondo terreno della letteratura, quel «divenire-animale» teorizzato da Deleuze, ossia quello spazio di scambio, di ibridazioni e sconfinamenti tra le alterità animali, quel discorso orizzontale che prelude a una nuova etica metamorfica, non più sorda e immune dal confronto e dal contagio con gli altri per eccellenza: gli animali.

Naturalmente – mi sia concesso l’inciso: avverbio bellissimo – costringere così tante opere di letteratura così diverse e dissonanti tra loro a dirci qualcosa possibilmente di univoco riguardo a un problema filosofico è una forzatura non da poco e delle sbarre di questa «gabbia concettuale» mi prendo ogni responsabilità. Le storie debordano sempre dalle maglie troppo strette in cui le vogliamo incasellare, specie quando gli vogliamo mettere in bocca le nostre parole. Eppure, da questo groviglio di letture si leva insistente un basso tambureggiante, alle volte più incalzante, alle volte più sommesso, uno sfondo comune su cui si innestano le varie, singole, uniche melodie. Speriamo che il blog possa essere uno tra le tante belle e agguerritissime sezioni ritmiche che popolano e fanno suonare l’etere. Speriamo che le voci, i canti e le parole si levino e formino cori dissonanti e acuti. Noi non siamo tanto intonati, ma ci proviamo.

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