«Andarsene» di Ivan Ruccione

Guardo le mie mani dibattersi nell’acqua sudicia come le pinne di due pesci in trappola. Le mie mani sanno solo agitarsi nell’acquaio di una plonge per fregare pignatte, lavare piatti, posate. Tuttavia sanno anche armarsi di una scopa per spazzare in terra, gestire la differenziata, tenere il passo dei topi nei bidoni della spazzatura. Dieci o dodici ore in isolamento dietro la tramezza che separa la cucina dal mio gabbiotto di due metri per due. Il pentolame da lavare sbuca attraverso una specie di feritoia scavata in orizzontale. Mary, la cuoca, mi rivolge parola in casi rarissimi, estremi, e senza guardarmi negli occhi, per esempio quando mi ordina di lavare immediatamente una padella o un contenitore che le serve subito. Il mio gabbiotto è così piccolo che spesso i mestoli o i manici delle padelle che vengono lasciati sul davanzale della feritoia mi s’infilano d’improvviso nella schiena e io salto come il Pirata Pop-pop.

Sull’unico piano del mio gabbiotto di due metri per due i camerieri appoggiano i piatti sparecchiati dai tavoli, li accatastano uno sull’altro quando non c’è più spazio. Prelevo le posate e le lancio in un catino pieno d’acqua e sapone, svuoto i piatti in un secchiello di plastica alimentando il coacervo di avanzi che a fine servizio devo differenziare. Dopo aver sciacquato i piatti nella vasca li carico nel cestello e li caccio in lavastoviglie. È una lavastoviglie con chiusura a pressione che quando è in moto fa un baccano del diavolo e tanto vapore che sembra di essere sull’argine del Ticino in inverno. Tutto è il fantasma di tutto, respiro a fatica, e l’unica finestrella per guardare fuori, che dà sul muro di una costruzione, è sempre appannata.

Nell’armadietto pensile nascondo mezzo litro di grappa in una bottiglia svuotata dall’acqua. Guardo l’orologio appeso al muro, passo un braccio sulla fronte imperlata di sudore e butto giù un goccetto per festeggiare la fine della giornata. Dalla feritoia vedo Lucio entrare in cucina di corsa. La cuoca, una signora di mezza età sorprendentemente rapida nei movimenti per quanto massiccia, ha già ritirato la linea in frigorifero e pulito i banchi.

«Ferma» dice Lucio. «Aspetta.»

Ho pensato fosse uno dei suoi soliti scherzi idioti. La cuoca si volta di scatto e lo guarda atteggiando il viso a una chiara smorfia di ripugnanza. Lucio fa spuntare la sfera della sua penna battendo l’estremità su un pettorale, e poi scrive sul blocco delle comande. Non scherza per niente, quel Lucio. Lucio, il cameriere, sempre con le dita nel naso, detto Spolverino o Swiffer, a cui vendevo la cocaina prima che mi arrestassero, ripete quello che ha scritto:

«Un risotto alla milanese, una pappardella al cinghiale e un raviolo cazzi e mazzi.»

«Chi cazzo sono i bastardi?»sbotta la cuoca.

«Indovina» le fa Lucio. «Gli amici del capo.»

La cuoca gli strappa di mano l’ordine, lo appallottola e glielo tira in faccia.

«A quest’ora?» gli urla.

Lucio la guarda con una faccia seria e compunta.

«Li ha viziati così» le dice. «Che ci posso fare.»

«Fuori!» fa la cuoca, diventata rossa in viso. «Sparisci, per l’amor di Dio, o ti pianto un coltello in gola.»

Tolgo il tappo dalla lavastoviglie, aspetto che la nebbia si diradi. Guardo la finestrella che il buio ha fatto diventare un quadro nero e vuoto. Il vento sferza la pioggia sul vetro. Con il mio secchiello colmo di rifiuti esco sul retro e cammino verso i bidoni, attaccato al muro, cercando di farmi riparare dal cornicione. Alzo i coperchi e, sotto la fioca luce al neon fissata al muro, rovisto nel secchiello per distribuire l’immondizia nei bidoni opportuni: tovaglioli e confezioni dei grissini da una parte, umido dall’altra. Tengo da parte carne e ossa per l’American Steffordshire del capo. Sciacquo il secchiello nel trogolo. In cucina, poi, spazzo e passo lo straccio in terra prima di andare a cambiarmi.

Dalla veranda della trattoria cerco il coraggio per buttarmi sotto una pioggia fitta che sembra rifluire nelle mie vene. Passo il puntale dell’ombrello avanti e indietro nella fuga delle piastrelle e penso alle foto del mio titolare appese alla parete sopra la cassa: lo ritraggono da giovane, in mezzo a campi da calcio. Mi vengono in mente quelle di un ragazzino vispo e gioioso incorniciate ai muri della mia cameretta, nella casa in cui non posso più entrare, e penso che entrambe siano convincenti testimonianze di quello che avremmo potuto essere.

Le luci dei lampioni rimbalzano sul marciapiede bagnato e si riversano sulla strada come oro liquido. Sento le gocce tamburellare forte sul tendone sopra di me e sull’acciaio zincato della grondaia. Allo sbocco del breve tubo pluviale è stata riprodotta la testa di un drago e dalla sua bocca escono spessi fiotti d’acqua che, guardati dalla prospettiva in cui sono e illuminati dalla luce arancione del lampione accanto, sembrano colate di fuoco.

Aspetto Sofia fuori dal pub, sotto un aggetto dell’edificio. Abbiamo appuntamento e come al solito arriva in ritardo. Scende dalla macchina e corre verso di me senza guardare avanti, con le mani che tendono il cappuccio della giacca davanti al naso.

«Ho l’ombrello» le dico. «Non potevi aspettare?»

Gli stivaletti color ciliegia di Sofia affondano in una pozzanghera e le zampe d’elefante dei jeans si infradiciano.

«Entra» dice spingendomi. «Che aspetti.»

Varchiamo la soglia del pub e ci accoglie l’odore di patatine fritte nell’olio esausto. Sofia mi passa davanti. Scopre dal cappuccio la sua capigliatura folta, nera, increspata dall’umidità e rabberciata da un mollettone in cima alla testa. Poi porta una mano alla nuca per sfilare con un colpo deciso i quattro dreadlocks dal collo della giacca. Il pub è affollato. Prendiamo posto a un tavolo di legno intarsiato di stronzate adolescenziali, nella sala fumatori, attraversando nugoli argentati di fumo.

«Cosa ordiniamo?» mi chiede.

«Birra» dico. «Io birra.»

«Birra» dice. «Sei il solito cazzo moscio.»

Sofia passa la lingua sotto il labbro inferiore con aria pensierosa e poi la ferma all’altezza del piercing, all’angolo della bocca. Si volta per guardare alla sua sinistra spingendo in avanti la lingua; la pallina del piercing s’incendia del riflesso della candela accesa al centro del tavolo.

«Southern Comfort» dice. «Io Southern Comfort, come la vecchia Janis.»

L’anta della porta a spinta si apre cigolando e la cameriera fluttua come uno spirito nella coltre di fumo. Ha tra le mani un vassoio colmo di bicchieri, e si ferma a un tavolo di ragazzi, poco più in là, per scaricarlo. Sofia prende le sigarette dalla tasca della sua giacca azzurra, ne accende una e appoggia il pacchetto sul tavolo.

«Hai i capelli ricci?» mi fa, ridendo.

«Ho i capelli ricci?» chiedo, palpeggiandomeli.

«Eh» dice. «Decisamente.»

«La pioggia» dico. «Dev’essere la pioggia.»

«Non parlarmene» dice. «Stamattina alle sei? Sai che vagonate di pioggia scendevano stamattina alle sei?»

La cameriera ci raggiunge e accendo anch’io una sigaretta mentre ordiniamo.

«Certo che no» dice. «Dormivi.»

Seguo con gli occhi a fessura e la sigaretta penzoloni tra le labbra la cameriera che esce dalla sala col nostro ordine. Mentre spinge col piede l’anta della porta vedo il profilo di Mirko davanti al bancone.

«Hai visto chi c’è?» le dico. «Il tuo amico.»

«Chi?» dice Sofia. «Quale amico?»

«Quello che ti sei scopata.»

Sofia si toglie la giacca con aria seccata, la appende allo schienale della sedia e si sistema con due saltelli sul posto come per ribadire che sì, è seccata. Allunga la mano verso il pacchetto di sigarette.

«Ancora?» le faccio. «L’hai appena spenta.»

«Mi fai girare le palle.»

«Tieni» dico. «Finisciti questa.»

Mi strappo la sigaretta di bocca e gliela offro. Passo la lingua tra le labbra e sento il sapore del mio sangue.

«Hai visto che sorpresa?» le faccio.

«Non ricominciare.»

«Perché te lo sei scopato?»

«Senti» dice. «È andata così. Te l’ho detto mille volte.»

La cameriera arriva coi nostri ordini e paghiamo.

«Siamo insieme» le dico. «Ricordi?»

Sofia prende il bicchiere e beve d’un fiato il Southern Comfort.

«Mi hai perdonata, no?» dice.

Guardo la mia birra chiara, le bollicine che dal fondo salgono in superficie.

«Sì» le dico.

«E allora basta.»

Sofia si appoggia allo schienale, stende le gambe sotto il tavolo per sprofondare nella sedia e fa cenno alla cameriera di avvicinarsi. Ordina un altro bicchiere.

«No» si corregge. «Portamene due. Finiscono troppo in fretta.»

Mentre la cameriera si allontana sorseggio la mia birra ormai senza schiuma.

«Scusa» dico a Sofia. «Ma a volte faccio fatica.»

«È stata una debolezza, ero ubriaca» dice dopo aver sbuffato. «Se tu me lo dessi più spesso probabilmente non sarebbe successo.»

«Ma che vuol dire?»

«E poi non c’è bisogno di farne un dramma» dice. «Drammatizzi sempre tutto, tu.»

«No» dico. «Non è vero.»

«Sì» dice. «Il bello della vita è che non sai mai cosa ti capita. E se succede qualcosa è perché doveva succedere. Anche se a tutti gli effetti sembra un errore, è inutile starci a rimuginare dopo averlo commesso. Di ogni cosa puoi farne un racconto.»

So dove Sofia va a parare, perché lei sogna di fare la scrittrice e io penso che un giorno ce la farà, ha talento. Persegue la sua ambizione tenacemente e senza abbattersi più di tanto. Nei periodi neri le basta rileggere la lettera di rifiuto ricevuta da un noto editore. È sì una lettera di rifiuto, ma sembra esserci dentro qualcosa di magico. Le è arrivata una mattina di qualche tempo fa, mentre scontavamo la pena: ci hanno ingabbiati per spaccio. Be’, ingabbiati non proprio perché eravamo incensurati, ma qualche mese di domiciliari ce lo siamo fatti, e comunque è una storia che preferisco dimenticare. La lettera era dentro una grossa busta gialla che conteneva anche il suo manoscritto. Le avevano restituito il manoscritto, roba da non credere. Sofia dice che di solito è già tanto se ti rispondono, gli editori, e quando lo fanno ti mandano due tristi righe prestampate dove dicono di essere spiacenti ma il lavoro inviato non rientra nella loro linea editoriale. Questa lettera invece diceva:

Gentile signora Roà,
grazie anzitutto per la sua rinnovata fiducia e per la simpatica lettera, valida testimonianza del suo senso dell’umorismo. Abbiamo apprezzato il suo nuovo romanzo dallo stile amabilmente fluido e ricco di dialoghi brillanti. Non sono però purtroppo mutate le condizioni che ci hanno impedito a suo tempo di pubblicare il suo primo lavoro. Ancora una volta le esprimiamo il nostro sincero rammarico per non potere inserire il suo testo nei nostri programmi editoriali. Accetti comunque i più vivi auguri e i nostri più cordiali saluti.

Quando le è arrivata mi ha subito telefonato. La rileggeva piangendo di gioia. Ha detto che per la prima volta si è sentita una vera aspirante scrittrice e non una cogliona che perde tempo.

La cameriera arriva con il pieno e fa tintinnare i bicchieri sul tavolo quando li posa. Sofia fa per prendere il portafogli dalla borsa ma la blocco e pago io.

«Almeno tu hai la scrittura» le dico, dopo aver sorseggiato la mia birra. «Hai tua madre. Io non ho niente.»

«Tu non hai niente perché non ti piace niente» dice.

«Mia madre mi piaceva, invece. E anche mio padre.»

Sofia si mette composta sulla sedia e avanza sul bordo come se fosse sul proscenio di un teatro. Appoggia i gomiti sul tavolo, congiunge i polsi, e nelle mani aperte ci infila la sua faccia.

«Perché non vuoi più scoparmi?» dice.

«Non ho mai detto questo.»

Sofia butta di nuovo giù d’un fiato il primo Southern Comfort. Fa un verso mentre sistema il bicchiere vuoto sul tavolo, e si pulisce le labbra col dorso della mano. Poi accende una sigaretta, soffia il fumo da un lato storcendo la bocca.

«No» dice. «Non l’hai mai detto ma i fatti parlano.»

Evito il suo sguardo osservando gli strumenti musicali montati sopra un soppalco.

«Suona qualcuno, stasera?» chiedo.

«Quando mi vedi cosa ti viene in mente?» mi fa.

Sofia prende uno dei suoi dreadlock e lo blocca sotto il naso con la bocca, mi fissa in attesa della risposta. Accendo una sigaretta e dico:

«A una cosa dolce, da proteggere.»

«Solo questo?» dice Sofia. Il dreadlock le cade sulla clavicola. «Cioè, è una cosa bellissima, non mi fraintendere. Ma ti viene in mente solo questo?»

«Non so» dico. «Mi viene in mente una cosa dolce, da proteggere.»

Sofia si bagna le labbra col secondo bicchiere.

«Ripeto, è una cosa bellissima» dice. «Mi fa pensare a mio padre. Be’… all’idea che mi sono fatta dei padri.»

La madre di Sofia si è fatta farcire negli anni ottanta da un hippie che finite le vacanze se n’è tornato in patria. È successo in una notte di festa, nell’accampamento di un gruppo di olandesi sul Lungomare Europa, tra Varazze e Cogoleto.

«Una volta» prosegue, «mi mettevi pure le banane, nella figa. Persino in culo.»

«Non essere volgare» le dico, infastidito.

«Be’» dice sospirando. «Dove andiamo adesso?»

«A casa» dico. «Io me ne andrei volentieri a casa.»

«A casa» dice. «Vuoi sempre startene in casa. Non ti sono bastati i domiciliari?»

Mi appoggio allo schienale della sedia, incrocio le braccia davanti al petto. Aggrotto la fronte e dico: «Che vuoi fare, sentiamo.»

Sofia beve un sorso di liquore e poi dice: «Andiamo in stazione a vedere se c’è Mahmud. Ho voglia di farmi una riga.

«Ma che cazzo» sbotto. «Vuoi ancora avere a che fare con quella roba? Non hai imparato la lezione?

«Ok» dice. «Ok. Ho detto una cazzata.»

Sofia secca il Southern Comfort e mi invita a finire la birra.

«Non mi va più» dico. «È calda.»

Afferra il mio bicchiere con le sue dita sottili e lo svuota nella sua gola. Si batte le mani sulle cosce e dice: «Su, andiamo.»

Sofia cammina verso l’uscita zigzagando, come se dovesse scegliere tra diverse porte. Nel parcheggio le dico di farmi guidare ma lei non vuole. Appena apre la macchina prendo il posto del guidatore, spingo le gambe contro il sedile per far passare l’ombrello bagnato sotto il volante. Lo appoggio sul tappetino del passeggero e poi le dico di darmi le chiavi.

«Te lo scordi» dice. «La mia macchina la guido io.»

Allora non insisto perché so che non avrebbe senso stare a discutere. Scivolo sul sedile del passeggero, Sofia si accomoda alla guida. Accosto la mia tempia al finestrino. I fari di un’auto che sta parcheggiando fanno brillare la pioggerellina puntinata sul vetro. Sofia fa rombare il motore diesel della sua macchina e la mia testa si mette a tambureggiare sul vetro per le vibrazioni. Penso che ora sarebbe bello poter dormire nel mio letto, nel letto caldo di casa mia, come fino a due anni fa. Penso che sarebbe bello se i miei genitori non mi avessero sbattuto fuori di casa dopo l’arresto e la detenzione domiciliare; se non mi avessero rinnegato, se non avessero chiuso dentro un sacco i miei affetti come gattini da far sparire.

La spedita ripresa della retromarcia fa sciabordare nello stomaco i miei pensieri. La macchina si ferma dopo un istante e sento addosso lo sguardo di Sofia.

«Animo!» esclama, ingranando la prima. «Animo! – ripete, tirandomi un orecchio.»

«Dove andiamo?» chiedo.

«A scopare» dice Sofia.

«Non è una grande idea con questo tempo» dico. «Vuoi rimanere impantanata in qualche strada di campagna?»

«Mica voglio andare in campagna» dice. «A casa.»

«No» le dico. «C’è tua madre. Lo sai che non mi va di fare queste cose con tua madre in casa.»

«Mia madre dorme» dice. «E poi è mezza sorda.»

«No» le faccio. «Ci mettiamo a letto e facciamo i bravi.»

Sofia sorride ed è bellissima. Dice: «Va bene, papino.»

Puntiamo verso il centro città, con lo stereo ad alto volume. Sofia canta sopra le canzoni, agitandosi per l’entusiasmo. Saliamo in via del Carrobbio e all’incrocio imbocchiamo via del Popolo.

«Ma che fai? – le dico. «È zona a traffico limitato!

Si avvicina per ficcarmi la lingua in bocca e io mi ritraggo.

«Fatti baciare, perdio!» dice Sofia.

«Ci arresteranno» le dico. «Sei anche ubriaca!»

«E dammi la lingua» dice.

«Guarda almeno la strada!»

«Così stai zitto» aggiunge.

Scendiamo a forte velocità lungo via del Popolo, Sofia canta a squarciagola e suona il clacson. Superiamo l’arco trionfale e la statua di san Giovanni mentre prego che non ci sia nessuna volante ferma a quest’ora. Piazza Ducale ci accoglie con una desolata maestosità. La pavimentazione di ciottoli e lastre di serizzo bagnati dalla pioggia brilla come uno specchio d’acqua sotto le luci artificiali.

Arriviamo sani e salvi sotto casa sua e accostiamo al marciapiede per parcheggiare. Entriamo nell’appartamento cercando di non svegliare sua mamma che dorme nella matrimoniale. Ci infiliamo nella camera di Sofia, che ora ospita anche le mie ossa. Ci togliamo le giacche e le appendiamo all’appendiabiti accanto alla porta. Mi siedo sul nostro letto a una piazza e mezza e le dico di non fare più scherzi del genere. Sofia spegne la luce in corridoio e chiude la porta della stanza. Si infila una sigaretta in bocca, prende il pacchetto di fiammiferi sul mobile e ne frega uno contro la superficie ruvida della scatola. Il luccichio della fiamma tremola nei suoi occhi fluidi intanto che accosta la capocchia alla sigaretta. Poi, riparando la fiamma con la mano, incendia gli stoppini di sei candele sparse sui mobili della stanza. Mette sul piatto del giradischi un vinile di Miles Davis e spegne la luce.

Mi stendo sul materasso dopo aver tolto le scarpe e le dico di tenere basso il volume. Sofia si siede a terra, appoggiandosi sul fianco del pianoforte verticale accostato al muro. Tira un sospiro di sollievo e poi, come se un’idea avesse rischiarato il suo viso, gattona verso di me. La vedo appiattirsi sul tappeto e tendere il braccio sotto il letto.

«Che fai?» le dico.

Sofia riemerge sorridendo, adagia il mento sul materasso. In cima alla testa ha una bottiglia di bourbon che sorregge con la mano.

«Basta bere» le dico, con tono sfinito.

Sofia apre la bottiglia e si riempie le guance di liquore senza inghiottirlo. Si mette a cavallo del mio corpo, si avvicina alla mia bocca e me la spalanca con le sue dita che sanno di aglio e fumo. Lascia colare il bourbon dalla sua bocca alla mia e poi dice: «Il sorso dell’amore.»

Mi sollevo per deglutire e Sofia balza giù dal letto, ride, e mi trascina al centro della stanza. Mi toglie il maglione e la t-shirt, mi slaccia la cintura. S’inginocchia, e dopo avermi abbassato i pantaloni e i boxer inizia a leccarmi i testicoli.
Mi fa sentire ridicolo vedere la sua bocca piena del mio pene floscio, le sue labbra che s’impegnano a succhiare un’escrescenza che mi pare anonima e che al posto di crescere sembra consumarsi come una caramella gommosa.

Afferro i suoi teneri bicipiti e la faccio rialzare. La spingo ai piedi del letto per farla distendere e sto attento a non far cigolare le doghe pensando a sua madre. Le sfilo i jeans e le mutandine insieme, faccio scivolare i miei palmi morbidi da lavapiatti lungo le sue cosce ben tornite. Poi striscio sotto l’orlo della canottiera e arrivo ai suoi seni appena pronunciati; scendo sul ventre e ancora sulle cosce. Mi inginocchio e quando le divarico le gambe il suo sesso mi sembra che si schiuda come il fiore di una tomba. Il morto senza dubbi sono io, c’è qualcosa dentro di me che se n’è andato e non tornerà mai più. Prego che tutto il sangue del mio corpo pompi per resuscitarmi mentre mi avvicino a sentire il profumo e il sapore che hanno i petali di una ragazza florida.

Sentiamo lo stridio della maniglia della porta e un fascio di luce si apre come un ventaglio sul pavimento. Sofia si contrae e la mia testa viene stretta nella morsa delle sue cosce. Sollevo per come riesco lo sguardo e vedo la mamma di Sofia ergersi come una quercia dal cespuglio di peli pubici che ho sotto gli occhi. Poi il fascio di luce si ritira immediatamente, nel tempo in cui la porta viene richiusa.

«Scusate» dice sua mamma, dal corridoio. «Oh santo Cielo, scusate!»

Sofia allenta la presa delle sue cosce e mi lascia libera la testa. Mi massaggio le orecchie sentendo il ciabattare della madre che si allontana.

«Te l’avevo detto» dico sottovoce a Sofia.

Sofia chiude gli occhi e tira un pugno privo di rancore sul materasso. Sentiamo nuovamente dei passi che si avvicinano. La mamma di Sofia bussa alla nostra porta e senza entrare dice:

«Vi ho sentito arrivare, eh. Non è che non vi ho sentito. Ma mi sono chiesta: è vero o l’ho sognato?»

Sua madre si ritira in camera mentre noi ci sistemiamo meglio nel letto, mezzi nudi come siamo. Le teste affondano nei cuscini morbidi. Distesi ognuno nella sua parte di letto, a una spanna di distanza, penso a due rette parallele che non s’incontreranno mai.

«Cazzo» dice Sofia, guardando le stelle fluorescenti appiccicate al soffitto.

«Be’» dico. «Perlomeno tua mamma si assicura che torni.»

Restiamo in silenzio qualche minuto, ascoltando il vinile che crepita come una foglia secca.

«Pensi che farei una cazzata se li andassi a trovare?» chiedo.

«Non so» dice.

Sofia si gira sul fianco e mi abbraccia. Con le dita mi accarezza il collo. Sento il suo respiro caldo sulla mia spalla.

«Sono contenta che tu sia qui.»

Ivan Ruccione è nato a Vigevano nel 1986. Nel 2012 una selezione delle sue prime poesie è stata inclusa nell’antologia collettiva Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, Bel-Ami Edizioni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul blog letterario Nazione Indiana da Francesco Forlani. Nel 2017 è uscito il suo primo romanzo, A fuoco vivo, edito da Miraggi Edizioni. Lavora nella cucina di un’osteria.