Sul racconto «I sette messaggeri» di Dino Buzzati

Questo articolo è uscito su Letteratour

I sette messaggeri è il racconto con cui si apre la raccolta La boutique del mistero di Dino Buzzati e precedentemente contenuto nell’eponima raccolta e anche in Sessanta racconti. La struttura è costituita da una situazione iniziale (il presente), l’esordio della vicenda viene recuperato con il flash-back, c’è uno svolgimento (il viaggio) e la ricomposizione provvisoria di un equilibrio (riflessione del protagonista sul futuro) destinato probabilmente a essere alterato ma in una direzione non univocamente interpretabile dal lettore. Il protagonista, figlio minore di un re, lascia poco più che trentenne la sua reggia per raggiungere il confine del regno di suo padre. Il viaggio si rivela tutt’altro che rapido e il raggiungimento dei confini gradualmente si profila come un’utopia.

Gli eventi sono presentati in ordine parzialmente sfasato rispetto alla fabula; l’intreccio, infatti, si apre con una riflessione sul presente per lasciare poi posto ad un consistente flash-back (analessi) che recupera l’antefatto: «Mi misi in viaggio che avevo più di trent’anni… Il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate»; prosegue poi la descrizione del presente: «Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera…» con anticipazioni sul futuro mediante prolessi: «Ripartirà per l’ultima volta…»; «entrerà nella mia tenda… Si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto…». Incipit ed explicit sono sostanzialmente narrativi sebbene il secondo non segni la conclusione definitiva della vicenda lasciandola altresì sospesa.

Le prevalenti sequenze narrative si arricchiscono di brevi riflessioni che non appesantiscono il ritmo della narrazione anzi lo colorano di maggiore intensità: «Procedemmo ancora [parte narrativa]. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle delle mia fanciullezza… Le nuvole, il cielo, l’aria, i venti, gli uccelli mi apparivano verità nuove e diverse; e io mi sentivo straniero» [parte riflessiva].

Il figlio del re svolge la funzione di narratore dal momento che espone la sua impresa in prima persona; si presenta direttamente fornendo come unico dato anagrafico la sua età alla partenza: «Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati»; la sua condizione socio-economica: «Partito ad esplorare il regno di mio padre…». Lo status di aristocratico gli consente di realizzare un ambizioso progetto avvalendosi di strumentazione tecnica («la bussola del mio geografo…») e di una équipe di valenti collaboratori sebbene pochi dei suoi uomini fedeli avessero acconsentito a seguirlo. Attraverso la narrazione delle sue traversie e delle scelte effettuate si intuiscono i tratti salienti della sua psicologia, tratti del resto confermati da alcune affermazioni dello stesso narratore. Nel corso degli anni, però, la psicologia si evolve: a sicurezza in sé, baldanza, spensieratezza («Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora!») e fiducia nella propria missione si sostituiscono esitazione, preoccupazione, sfiducia, estraneità.

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A fianco a lui i sette messaggeri che danno il titolo al racconto e che sarebbe riduttivo definire personaggi secondari. Negli incarichi loro affidati, si configurano quali testimoni concreti del tempo che inesorabilmente scorre. È il protagonista-narratore a presentarli selezionando le informazioni più interessanti dal suo punto di vista ed evidenziandone, in particolare, i nomi accuratamente scelti da lui stesso con le iniziali in ordine alfabetico per facilitarne la distinzione e lodandone tenacia e devozione difficilmente ricompensabili. L’unico messo su cui si sofferma è Domenico; tornato la sera stessa in cui si colloca la narrazione «riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica», dopo sette anni consegna al suo signore «quel pacco di buste che finora non avevo avuto voglia di aprire». Servo fedele e ubbidiente si reca a riposare per ripartire subito l’indomani mattina, mosso da tanta abnegazione da meritarsi l’appellativo di buon messaggero. Con il suo arrivo, Domenico costringe il protagonista ad una serie di supposizioni: a conti fatti, nessun altro messaggero partito dopo di lui farebbe più in tempo a raggiungere il principe; Domenico costituisce dunque l’ultimo legame con la patria lontana, con la famiglia lì lasciata consegnando le ultime parole che precedono il silenzio definitivo. Dopo Domenico, infatti, il protagonista decide che i suoi cavalieri muteranno il loro ruolo: «Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende». Anche l’ansia conoscitiva del protagonista a questo punto è cambiata: il principe non è più animato dal desiderio – ormai inappagabile – di sapere ciò che è già accaduto in una dimensione spazio-temporale sempre più lontana, piuttosto dalla curiositas verso l’ignoto che lo precede, lo aspetta e gli spetta.

La vicenda narrata è collocata in un’epoca indeterminata; tuttavia alcuni indicatori epocali portano a escludere l’età contemporanea poiché gli spostamenti geografici avvengono a cavallo («cavalieri», «ottimo destriero», «cavalcature»), la comunicazione a distanza è di carattere epistolare con lettere recapitate da messaggeri personali («mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i migliori sette, che mi servissero da messaggeri»).

La durata narrativa è di gran lunga inferiore alla durata reale e la narrazione si avvale per lo più di sommari contrassegnati da precise e ricorrenti marche temporali che danno, come nelle cronache medievali di viaggi in terre remote, la cadenza cronachistica al ritmo compositivo: di giorno in giorno, più di otto anni esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni, in poche settimane, già più di trenta anni, tardi (p. 3); durante il viaggio, con l’andar del tempo, sera del secondo giorno, fino all’ottava sera di viaggio, decima sera, notte, nel medesimo tempo, in una giornata, terza sera di viaggio, quindicesima, quarta, ventesima, i giorni impiegati (p. 4); dopo cinquanta giorni di cammino, ogni cinque giorni, intere settimane, trascorsi che furono sei mesi, quattro mesi, erano già passati quattro anni dalla mia partenza, ben venti mesi, il mattino successivo, dopo una sola notte (p. 5); ma otto anni e mezzo sono trascorsi, da quasi sette anni, per tutto questo periodo lunghissimo, già, domani, fra trentaquattro anni, mai più, prima, molto prima, nel frattempo, come stasera, un tempo (p. 6); fra un anno e otto mesi, dopo, in antecedenza, di giorno in giorno, man mano, mai, domattina, notte (p. 7). Il lungo elenco di marcatori temporali rinvenuti nel testo vuole dimostrarne l’alta frequenza e insistenza, segno di precisione nell’articolazione dei fatti e della centralità tematica del tempo. Se nelle prime pagine avverbi e durate di periodi espresse in anni sono fitte e ripetute, alla fine, in particolare nell’ultima parte, i riferimenti si fanno più generici, vaghi e indeterminati quasi che lo stesso protagonista, presa consapevolezza dell’inesorabile scorrere del tempo, non riesca nemmeno più a calcolarlo – com’era abituato a fare – sul suo taccuino.

Il tempo che scorre sfuggendo al controllo anche del più scrupoloso calcolatore e che nel Novecento acquista una consistenza individuale dopo Bergson e Freud divenendo tempo della coscienza, costituisce uno dei temi principali nell’opera letteraria di Buzzati, basti pensare alla centralità della dimensione temporale ne Il deserto dei Tartari. In Buzzati il tempo è connesso all’attesa di un evento straordinario e di un significato totalizzante, evento che, tuttavia, non si verifica mai nelle narrazioni e rimane sospeso nel desiderio del protagonista come appunto in I sette messaggeri o viene definitivamente sottratto al protagonista come per Giovanni Drogo de Il deserto dei Tartari.

Interessante risulta pure una riflessione sulla dimensione spaziale. Il protagonista si allontana da spazi cittadini e, si presume, densamente abitati (regno, città, capitale) e nel suo viaggio si sposta attraverso una valle disabitata, i Monti Fasani, pianure, praterie, boschi, deserti. A spazi chiusi, quindi, circoscritti e urbanizzati si contrappongono ambienti aperti e indeterminati. La presenza antropica è appena accennata in «ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi».

La dinamicità implicita in ogni viaggio qui è messa in discussione dallo stesso protagonista nel senso che, pur viaggiando in direzione sud su indicazione della bussola, in realtà domina una sensazione di immobilità o, meglio, sembra che la spedizione continui a girare su stessa senza procedere effettivamente verso il confine del regno («Credendo di procedere verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe essere il motivo per cui non siamo ancora giunti all’estrema frontiera»). Gli spostamenti dei messi rispetto al gruppo in cammino avviene sempre in direzione opposta e le distanze percorse e, ovviamente, i tempi di percorrenza, sono progressivamente in aumento sfiorando valori assurdi. L’area semantica del movimento è comunque costituita da un numero relativamente ridotto di predicati (partire, allontanarsi, giungere, raggiungere, andare, procedere, arrivare, avanzare, percorrere, riprendere, varcare, entrare, ripartire) e sostantivi (viaggio, ininterrotto cammino, ritorno, itinerario) di uso comune che si ripetono con una certa insistenza.

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L’ambiente non è mai descritto nei dettagli e vengono nominati i tipi di ambienti attraversati per documentare la cronaca di viaggio; con maggiore dettaglio si fa riferimento alle distanze percorse nei primi periodi del viaggio soprattutto per confrontare il cammino della spedizione con i tratti percorsi dai messaggeri.

La struttura sintattica prevalentemente paratattica coordinata per asindeto è costituita da brevi proposizioni isolate da segni forti di interpunzione. Il lessico di esigua aggettivazione e per lo più attinto dal linguaggio comune, come si è già affermato a proposito dell’area semantica del movimento e per le marche temporali, conferisce un tono colloquiale al discorso che il narratore rivolge al narratario: linguaggio semplice, concreto, essenziale e realistico per presentare una vicenda tendente al surreale.

La missione che il giovane decide di compiere sulla soglia dell’età adulta è la ricerca dei confini del regno paterno, la scelta che suscita ilarità in amici e familiari e scarsa adesione nei suoi fedeli: «Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire». Il progetto che fin da subito è ritenuto assurdo dall’ambiente di corte, negli anni mette in dubbio il suo stesso fautore: «Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno». Il finis dei Latini, quel confine che delimita il territorio dominato, la separazione di ciò che ci appartiene da ciò che compete ad altri sembra ad un certo punto un’utopia nel senso etimologico di non-luogo.

Nel racconto non c’è cioè il rassicurante concetto di confine come limite ultimo del consentito – le colonne d’Ercole invalicabili pena dolori e morte (si pensi al folle volo dell’Ulisse dantesco). Quella di Buzzati assomiglia a una frontiera che, modernamente, si sposta, finis terrae non meglio definibile che l’uomo, per i mezzi di cui dispone, non raggiunge. L’intera esistenza viene spesa nell’esplorazione di un mondo abitato da uomini che parlano tutti la stessa lingua del protagonista, che gli confermano di essere suoi sudditi e che gli assicurano esistenza e vicinanza del confine… Eppure il confine non appare. Ma forse che il confine appaia con caratteristiche distintive? Forse, ammette il protagonista, lo supererà senza accorgersene: «non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti ignaro».

La solitudine dei messaggeri, che dedicano la loro esistenza a fare la spola tra la capitale e l’accampamento della missione che avanza inesorabilmente, è paradossalmente finalizzata al mantenimento di un contatto tra i due poli del racconto e al loro ideale collegamento. Fin da prima della partenza il protagonista avverte quale esigenza primaria la comunicazione. Ma mentre all’inizio soffre per il distacco dai suoi cari, nel tempo la distanza alleggerisce il peso della lontananza; invia i messi a brevi intervalli regolari, e poiché le notizie giungono «ormai lontane» e «le curiose lettere ingiallite dal tempo», l’estraneità del protagonista si fa via via più consistente: «il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto», quasi a dimostrare l’incomunicabilità di fondo tra esseri umani lontani seppur addirittura uniti da un legame sanguigno.

Nonostante la distanza fisica e psicologica dalla capitale, tuttavia il traffico dei messaggeri procede fino a che il narratore non prende consapevolezza dell’assurdità del tenace tentativo di rivolgersi alla remota città natale. A parte esitazioni e congetture sull’esistenza o meno della frontiera, ipotesi variamente formulate dal protagonista (girare su se stessi, inesistenza del limite, indistinguibilità della frontiera) – egli prosegue il suo cammino senza mai prendere nemmeno in considerazione l’idea di ritornare a corte, da cui ormai si sente escluso. Al di là della sporadica sensazione di aver speso «gli anni migliori della vita» in un progetto assurdo, alla fine nota la luce di una nuova speranza che lo spingerà avanti in un’atmosfera rarefatta e trasformata in una nuova essenza.