«Il goal più bello della storia» di Luca Ricci

Redazione

Questo racconto è uscito per la prima volta sulla Domenica del sole24ore, ringraziamo testata e autore per la concessione.

«La bellezza non è che una promessa di felicità». L’ho letto da qualche parte ma proprio non ricordo dove. Da ragazzo l’unica cosa che m’interessava era prendere a calci un pallone, e in fin dei conti non sono mai cambiato: un calciatore, prima che una qualsivoglia abilità balistica, deve dimostrare un fondato attaccamento all’immaturità. Mi chiamo Terence Ian Butcher e alla maggior parte della gente ricordo un tranquillo difensore centrale, starei per dire un gentiluomo d’altri tempi se questo non contraddicesse la natura stessa del mio ruolo, che ha cercato di onorare la maglia Inglese tra alti e bassi per 76 volte, prima di inaugurare una lunga quanto incolore carriera da allenatore. Insomma niente a che vedere con gli eccessi di altri miei compagni, tipo Sansom, che a fine carriera s’è lasciato divorare dai vizi, finendo sotto a un ponte come un barbone, ripudiato perfino da moglie e figli (e prima di lui c’erano stati George Best e Paul Gascoigne). Tuttavia anche in una carriera ordinaria, a guardarci bene dentro, può essere racchiuso un mistero. Forse è solo il vezzo di un calciatore senza qualità, eppure sono convinto di aver commesso un peccato inconfessabile, benché sotto gli occhi di tutti, il 22 giugno 1986. Quel giorno era in programma il quarto di finale del Campionato del Mondo tra Inghilterra e Argentina, e lo stadio Azteca dove si svolgeva la gara era ricolmo di entusiasmo ma anche di risentimento. I media internazionali avevano voluto vendere la partita come la rivincita che la Storia concedeva all’Argentina per la guerra delle Falkland o qualche stronzata simile. Noi inglesi avevamo cercato di isolarci pensando solo alla partita, e credo proprio che avessero cercato di fare così anche i giocatori argentini. Ma tutto questo c’entra poco o niente con quello che ritengo essere il mio segreto, l’atto inconfessabile, se si vuole il mio peccato, sì. Posso essere abbastanza preciso al riguardo, perché ho potuto tornare sulla scena del crimine, per così dire, tutte le volte che mi è parso: i vantaggi di averlo commesso durante una partita ripresa dalle televisioni di tutto il mondo, da quasi tutte le angolazioni possibili, e in seguito riprodotta in tutte le salse, grazie anche a rallenty e moviole.

Ma prima della mia nefandezza, per così dire, c’è stata la nefandezza di Maradona. Quel figlio di puttana cinque minuti dopo l’inizio del secondo tempo approfitta di un disimpegno sbagliato di Hodges (per anni nel cuore della notte mi sono svegliato di soprassalto in un bagno di sudore chiedendomi: «Hodges, come cazzo hai fatto a rinviare la palla all’indietro – non verso la metà campo avversaria, ma dentro la nostra aria di rigore -, hai fatto un numero da circo che neanche i difensori più scarsi della second division». Comunque Maradona, come un piccolo ladruncolo, riesce ad approfittarne, fa un balzo sul pallone e lo insacca in rete con la mano destra: la mano de Dios la ribatezzò in seguito, come se Dio in quanto Dio non fosse stato super-partes, no, macché, Dio aiutava deliberatamente l’Argentina, tifava a tal punto per l’Argentina da spendersi in prima persona per mandarla in semifinale, usando la mano di Maradona come l’incarnazione terrena della Provvidenza, e noialtri Inglesi non eravamo nient’altro che l’espressione del Maligno, giocatori dai cui pantaloncini spuntavano gambe caprine…

Sono convinto che se non ci fosse stato quel goal mostruoso, non sarebbe potuto nascere quell’altro, il capolavoro. Per fare qualcosa di eccezionale bisogna sempre partire da uno svantaggio. L’Argentina stava vincendo, sì, ma quel goal irregolare segnato con la mano esigeva un altro goal che vi si opponesse, addirittura che lo offuscasse. E successe proprio così, quattro minuti dopo, neanche il tempo di rendersi conto che il gioco era ripreso. L’argentino Enrique – un mediano abbastanza rozzo – fa un passaggio impreciso verso Maradona. A cose normali la squadra avversaria, cioè noi, avrebbe recuperato il possesso palla, invece no. Maradona riesce ad arrivare per primo, fa una veronica per mettersi faccia alla porta e poi comincia la sua cavalcata lunga circa sessanta metri per andare a segnare quello che è stato definito il goal più bello della storia del calcio. Tecnicamente descriverlo è abbastanza semplice. Dalla ricezione del pallone Maradona fa tredici tocchi: stop di sinistro, sinistro (suola della scarpa, per girarsi), sinistro (per fare la prima accelerazione e andare via a due inglesi), sinistro, sinistro (quasi una carezza), destro (un bacio con la punta del piede sul pallone), sinistro, sinistro, sinistro (per liberarsi di un altro inglese, e per la precisione quell’inglese sono io), destro, sinistro (e via un altro difensore), sinistro con finta di tiro (per dribblare il portiere), sinistro (per insaccare di piatto da un paio di metri). Diversi campioni per descrivere le loro gesta hanno usato l’espressione pensare coi piedi. Prima di quel goal credevo onestamente che fossero tutte stupidaggini, roba da dare in pasto ai giornalisti perché potessero scrivere i loro articoli e infinocchiare più gente possibile. Invece avevano ragione i campioni, ma come per tutto il resto non lo capisci se non ci sbatti la testa contro. Maradona ci ha messo una manciata di secondi per capire la strada da prendere, ogni volta effettuando il cambio di direzione giusto. Il tutto con un solo alleato, il compagno di reparto Valdano che corre quasi parallelamente a lui ma dall’altra parte del campo, obbligando le maglie della nostra difesa a restare troppo larghe.

Questa almeno è la versione ufficiale, quella che osservando sbadatamente l’azione – anche più volte – ci resta in mente. In realtà Maradona ebbe almeno un altro, insospettabile alleato oltre a Valdano. Non so che sensazioni abbiano avuto i miei compagni mentre Maradona toccava quella palla passatagli sbadatamente – quasi fosse una patata bollente di cui disfarsi il più in fretta possibile -, ma per me è stato come assistere alla nascita della bellezza. Nel momento stesso di quel primo tocco mi è parso di vedere aprirsi la tenda di un teatro immaginario. La bellezza è già tutta lì, nell’istinto di voler puntare la porta avendo ricevuto una brutta palla a centrocampo, ed è esattamente quello che fa Maradona, o che fanno i suoi piedi per lui. Si potrebbe anche chiamare con un nome migliore, cioè incoscienza, l’azzardo (il difetto?) che tutti i geni hanno compiuto per primeggiare nei rispettivi campi: la scoperta dell’America di Cristoforo Colombo, la Cappella Sistina di Michelangelo, l’inconscio di Sigmund Freud, la teoria della relatività di Albert Einstein. Puntare la porta da quella distanza significa ignorare le leggi del calcio, né più né meno. Vuol dire dimenticarsi di tutte le paternali che gli allenatori ti hanno rivolto da quando eri un pulcino: «cerca di fare la cosa più semplice» o «guarda subito il compagno più vicino a te» o ancora «nel calcio si vince con due tocchi al pallone, te l’aggiusti e lo dai via». Maradona ha già superato due dei miei, quando toccherebbe a me affrontarlo. Per quanto assurdo possa sembrare mi sento come uno che deve interrompere lo spettacolo sul più bello, io, proprio io, adesso e non chissà quando, devo prendermi carico di questo lavoraccio. Sono un difensore, sono stato programmato per interrompere le azioni pericolose dell’avversario (meglio sul nascere, ma anche in corsa come nel caso specifico, o in extremis: finché la palla non ha oltrepassato la linea della porta c’è sempre possibilità di un intervento). Devo farlo ma non voglio farlo. Mentre Maradona mi sta venendo incontro – e io con un po’ d’impaccio sto andando incontro a lui -, capisco che non se ne parla proprio d’intervenire. Guardando attentamente il momento in cui dovremmo entrare in collisione è lampante come non sia lui a scartare me, bensì io a farmi da parte per lasciarlo passare. Una scivolata decisa e il goal più bello della storia del calcio non c’è più, magari anche senza fallo. Invece non faccio altro che fingere di dargli un calcio con la gamba destra, la allungo appena in modo che lui mi possa scappare sulla sinistra e buonanotte. So anche che l’azione non è finita – altrimenti che goal più bello della storia sarebbe? – e che ora se non voglio essere additato come un giuda, devo in fretta e furia tornare sui miei passi, iniziare a rincorrerlo. È quello che faccio, stando sempre ben attento di restare dietro di lui, in scia ma senza mai impensierirlo, che uno così, visto dov’è partito e dove sta andando – cioè nel cuore dell’area avversaria – di cose da gestire deve averne già parecchie, a partire dai suoi battiti cardiaci. Il tempo di saltare un altro mio compagno della difesa e me lo ritrovo a una manciata di centimetri (le spalle marchiate da quel numero 10 che è in grado di eccitare un difensore come un drappo rosso il toro). Siccome non resta che il portiere, il vecchio Shilton – e poi accadrà il fatto, un goal pazzesco, inimmaginabile da tutti fuorché da uno che si chiama Diego Armando Maradona-, sarebbe il caso di atterrarlo, commettere un fallo da rigore. Una banale entrata da dietro come ne ho effettuate a milioni tra allenamenti e partite ufficiali (per non parlare di tutte le volte che da ragazzino rientravo a casa con le ginocchia sbucciate e un occhio nero, per colpa di un’entrata maschia), e l’azione sarebbe finita, quel goal, proprio quel goal leggendario cancellato per sempre, non registrato dalle telecamere, non scritto sugli almanacchi. Finisco per scivolare accanto a Maradona – una scivolata all’acqua di rose – non sopra di lui ma di fianco a lui, mentre Shilton è superato e il pallone rotola in rete. Non l’ho mai raccontato a nessuno perché immagino sia difficile crederci: quando vedo Maradona esultare provo sollievo. Non ho intralciato la bellezza, una volta tanto non ho fatto il difensore guastafeste. Ma devo stare attento, forse qualcuno tra i 114.580 spettatori paganti potrebbe accorgersi delle mie emozioni, e allora improvviso un gesto di disappunto, mi batto le mani sulle ginocchia come un bambino capriccioso, a cui non è andata come voleva lui. E invece sì, è andata esattamente come volevo anch’io. Il goal più bello della storia del calcio non è stato fatto soltanto grazie ai sessanta metri percorsi, i quattro giocatori avversari saltati e il portiere dribblato di Maradona. L’ho fatto anch’io con le mie esitazioni, la mia rincorsa fiacca, il mio tackle eseguito in ritardo e senza convinzione, il mio rammarico artefatto. C’è voluto tutto il genio di Maradona e tutto il lassismo di un difensore (e forse di una difesa, forse siamo stati tutti accecati da quel sogno di bellezza collettivo). Non voglio tutto il merito, non sono presuntuoso fino a questo punto. Voglio solo essere ricordato come Terence Ian Butcher, 76 presenze da difensore centrale con la nazionale inglese, e coautore del goal più bello della storia.

Luca Ricci è nato a Pisa nel 1974 ed è considerato uno dei migliori scrittori di racconti in Italia. Ha scritto diverse raccolte tra cui Il piede nel letto (Alacrán 2005, premio Cocito Montà d’Alba) e L’amore e altre forme d’odio (Einaudi 2006, Premio Chiara). Ha scritto anche singoli racconti solo in digitale, l’ultimo in ordine di tempo è Lo strano caso della libreria antiquaria (I Corsivi del Corriere della Sera, 2015). Sul racconto tiene da diversi anni corsi di scrittura per La scuola Holden e Scuola del libro, il più famoso dei quali è Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker. Il suo prossimo libro di racconti uscirà nel 2017 per Rizzoli.