La parola: oggi e ieri sempre importante

Questo articolo è uscito sulla versione online della Treccani

Correva l’anno 1989 quando in Palombella rossa, Nanni Moretti, alias Michele Apicella, maltrattava una povera giornalista al grido di «le parole sono importanti». Oggi probabilmente l’uso di anglicismi come kitsch o cheep (ma ultimamente si è pure discusso molto per choosy!), o di locuzioni come matrimonio a pezzi o alle prime armi, non susciterebbe reazioni altrettanto violente. Al di là comunque delle intemperanze e idiosincrasie del protagonista, è significativo che nel film di Moretti, che pure era incentrato sulla crisi della sinistra, il tema dell’amnesia fosse collegato anche a quello dell’intolleranza linguistica, come se il rispetto per la lingua e la sua integrità, per il suo uso libero, maturo e consapevole, rappresentasse un ultimo baluardo nei confronti di una definitiva perdita di identità, che sarebbe un disastro individuale ma pure sociale e nazionale.

Mappa di nodi concettuali

Anche se digiuni della filmografia del regista romano la decisa raccomandazione del protagonista di Palombella rossa vale senz’altro anche tuttora: sì, le parole sono davvero importanti, e per questo bisogna prendersene cura. Alla lettera lo fa Luca Serianni – e proprio ricordando quel film ­– in un libro recente che si intitola appunto Parola (Il Mulino, 2016). Partendo dall’etimologia del termine (dal latino tardo parabŏla), Serianni costruisce una vera e propria mappa formata da una serie di punti o nodi concettuali i quali mirano a coprire tutte le possibili accezioni del vocabolo che presta il titolo al libro. La parola è dunque vista e analizzata nella sua materialità fonica (con riferimento anche alla fraseologia dialettale), grafica (in relazione a diversi problemi di scrizione) e anche morfologica (di particolare interesse ad esempio la distinzione che si instaura tra il singolare, molto spesso positivo – «mettere una buona parola» o «dare la propria parola» –, e il plurale, in genere svalutativo – «fatti, non parole» o anche «parole, parole, parole»). Considerando invece gli aspetti storici e culturali, l’autore illustra il rapporto che la parola instaura da un lato con il testo sacro e dall’altro con quello giuridico (entrambi fondativi di una, pur diversa, legge), mentre sul piano più strettamente linguistico discute il problema della sinonimia (no, i sinonimi non esistono) e della varietà di sfumature semantiche che stanno alla base, ad esempio, dell’ironia.

Dalla Bibbia a Riccardo Scamarcio

Al di là dei tanti temi toccati, ciò che soprattutto colpisce è la ricchezza delle relazioni associative con cui i singoli nodi di questa mappa concettuale sono ricondotti al vocabolo di base. La messe di esempi con cui si costruiscono queste relazioni – non di semplici linee si tratta ma di possenti fasci – è ricavata non solo dall’italiano (lungo tutta la sua storia) ma anche dal latino e perfino dall’ebraico, oltre che dall’inglese e da altre lingue di cultura o dialetti. Ad appoggiare l’argomentazione inoltre sono chiamati in causa testi di vario tipo, da quelli letterari (dalla Bibbia all’Ars poetica di Orazio, dal Decameron di Boccaccio all’Amleto di Shakespeare allo Zibaldone di Leopardi ecc.) a quelli d’uso e pratici (scritture giornalistiche, testi normativi, produzioni orali ecc.). Così in una stessa pagina dedicata alla violenza che in alcune circostanze le parole sono in grado di sprigionare, dopo aver notato come il rinvio al classico libro di Carlo Levi, Le parole sono pietre, risuoni nelle frasi di un’intervista all’attore Riccardo Scamarcio, Serianni approfondisce la sua argomentazione passando da una citazione di un pensiero di Cesare Beccaria a un riferimento al libro dei Giudici ecc.

Scritto e parlato più vicini

Non c’è praticamente varietà di lingua che non si riveli utile allo scopo di illustrare le molteplici sfumature che assume il termine parola. In tanta impressionante generosità di illustrazione, l’autore ha però sempre cura di indicare il contesto d’uso di ogni accezione e forma, poiché è naturalmente su questo piano che si gioca la capacità di fare buone cose con le parole (per parafrasare il titolo di un noto libro di John Austin, ormai di qualche decennio fa). Se infatti, come si è detto, le parole sono importanti, è importante anche saperle maneggiare con cura. Il che significa che in un sistema linguistico complesso e stratificato come quello italiano attuale ciò che fa davvero la differenza è, a parità mettiamo di vocabolario, la capacità di utilizzare sintassi, lessico, fraseologia adeguate alle diverse situazioni. In un mondo che si va sempre più complicando, e in cui i mezzi di comunicazione si confondono (e ci confondono), saper riconoscere e praticare le differenze risulta fondamentale. Da questo punto di vista non si può non notare come nel contesto del continuum che individua l’asse della variazione linguistica basato sulla diversità del canale comunicativo (diamesia), i due poli fondamentali dello scritto e del parlato siano, per così dire, prospetticamente molto più vicini di un tempo.

Se lo smartphone trascrive parole dettate

Il Novecento, come noto, è stato il secolo in cui gli italiani hanno scoperto la possibilità di parlare una lingua comune. Con una battuta, e lasciando stare processi più complessi, si potrebbe dire che ad un certo punto gli italiani si sono innamorati così tanto di questa possibilità di socializzazione e identità che era loro garantita da questo nuovo canale di comunicazione, che quella lingua parlata, ibrida e bastarda (in senso etimologico), hanno anche cominciato a volerla scrivere. Forme e modi del parlato – un parlato in larga misura spiccio e immediato – la cui struttura profonda risponde a esigenze informative peculiari, hanno cominciato a comparire presto nei testi scritti meno sorvegliati per poi, da lì, diffondersi un po’ dovunque, dalla scrittura giornalistica alla saggistica, dalla narrativa alla poesia ecc. Niente di strano se la colloquialità che di solito ne consegue è frutto di una scelta consapevole.

L’impressione generale invece è che si tratti di uno schiacciamento senza movente del parlato informale sulle altre varietà del parlato e sullo scritto in genere. Anche grazie all’evoluzione rapidissima dei nuovi mezzi di comunicazione lo scritto, pur forte di una tradizione e codificazione secolare, sembra destinato a cedere ancora terreno: si pensi a come, ad esempio, sempre più spesso (e chissà quanto più ancora in futuro) ci troviamo nella condizione di dettare un testo (breve come un sms, più lungo come una mail o altro) al microfono di un supporto elettronico, affinché quel testo sia poi trascritto e inviato al nostro o ai nostri interlocutori (non un parlato-scritto insomma ma qualcosa come uno scritto-parlato?). Si tratta di una situazione che rende e renderà ancor più indispensabile una sicura padronanza delle variazioni di registro e più in generale testuali: se cambia infatti il mezzo di produzione del messaggio non cambia per il destinatario il tipo di ricezione (scritta, sia che si tratti di carta, di video o di altri supporti); ma è chiaro che il testo, per essere efficace dovrà essere adeguato alla situazione e agli interlocutori, e per rispondere pienamente alla finalità comunicativa dovrà essere adeguato alla tipologia testuale che gli compete.

Il testo e il contesto d’uso

In un momento come quello attuale in cui le condizioni di salute dell’italiano sono per fortuna tornate ad essere un argomento di discussione appassionante e appassionato (al di là di qualche ridicolo tentativo di riportare in auge qualche sconosciuta lingua regionale) è necessario ribadire con forza l’opportunità di rimettere al centro le competenze testuali legandole ad una conoscenza altrettanto approfondita delle variazioni legate al contesto d’uso.

Nel libro di Serianni, un serbatoio di forme e modi

In questa prospettiva il libro di Serianni a cui si è appena accennato più sopra diventa non solo un esempio eloquente di metodo di analisi e riflessione sulla lingua a partire da un suo elemento, ma anche un serbatoio utilissimo di forme e modi a cui trovare, nei nostri discorsi scritti e parlati, la giusta ospitalità.