«Un viaggio» di Edith Wharton

Redazione

Edith Wharton, discendente di un’antica e ricca famiglia newyorchese, i Newbold-Jones, fece studi privati concentrandosi sui grandi autori del passato. Nel 1885 sposò il banchiere Edward Wharton che già dopo pochi anni iniziò a presentare i segni di gravi disturbi mentali; ciò portò a un distacco tra i due per cui nel 1907 Edith Wharton abbandonò gli Stati Uniti, trasferendosi definitivamente in Francia. Qui conobbe lo scrittore Henry James, del quale divenne amica e confidente, e che la spronò a seguire la carriera letteraria. La maggior parte della sua copiosa produzione tematizza il problema del rapporto tra il singolo e il suo gruppo sociale di appartenenza, e in particolare il problema della rottura delle convenzioni sociali. Nel 1902 venne pubblicato il suo primo romanzo (The Valley of Decision) a cui fecero seguito molti altri romanzi e racconti. Con L’età dell’innocenza vinse il premio Pulitzer nel 1921. Nel corso degli anni venti e trenta pubblicò altri romanzi e raccolte di racconti (tra cui la Tetralogia di New York, 1924). Nel 1937 pubblicò Ghosts, una celebre raccolta di racconti sui fantasmi, in parte ispirata agli scritti di narrativa fantastica del suo amico e maestro Henry James.

Mentre stava sdraiata nella cuccetta, fissando le ombre sopra la sua testa, il trambusto delle ruote le occupava il cervello, spingendola sempre più a fondo dentro spirali di vigile lucidità. Il vagone letto era sprofondato nel silenzio della notte. Attraverso il finestrino bagnato dalla pioggia la donna osservava gli improvvisi tratti di luce, i lunghi segmenti di frettolosa oscurità. Di tanto in tanto voltava la testa e attraverso l’apertura dei tendaggi guardava dentro il varco fra le tende della cuccetta di suo marito dall’altra parte del corridoio…

Si chiedeva nervosamente se lui volesse qualcosa e se lei riuscisse a sentirlo nel caso in cui la chiamasse. La voce di suo marito era diventata molto debole negli ultimi mesi e si irritava quando lei non lo sentiva. Questa irritabilità, questa crescente e infantile petulanza sembravano esprimere l’impercettibile allontanamento fra i due. Come due volti che si osservano attraverso una lastra di vetro l’uomo e la donna erano molto vicini, quasi in contatto, ma non potevano udirsi o toccarsi: la conduttività fra di loro era interrotta. Lei, perlomeno, percepiva questo senso di separazione, e a volte credeva di vederlo riflesso nello sguardo con cui lui sopperiva alle parole che faticava a trovare. Senza dubbio era lei la causa di tutto ciò. Era troppo impenetrabilmente sana per essere toccata dai dettagli irrilevanti della malattia. La sua autocommiserevole tenerezza era venata dalla percezione dell’irrazionalità di lui: aveva la vaga sensazione che ci fosse un’intenzione nelle angherie impotenti dell’uomo. La repentinità del cambiamento l’aveva colta impreparata. Un anno fa i loro cuori battevano all’unisono e con forza; nutrivano entrambi la stessa prodiga sicurezza in un futuro inesauribile. Adesso le rispettive energie non tenevano più il passo: quelle di lei balzavano ancora in avanti verso la vita, accaparrandosi regioni svuotate di speranza e attività, mentre quelle di lui rimanevano indietro, provando in vano a sorpassarla.

Quando si erano sposati, lei aveva una vita in arretrato da recuperare: le sue giornate erano state tanto vuote quanto le pareti imbiancate della classe in cui inculcava informazioni indigeribili nelle teste di bambini riluttanti. L’arrivo di suo marito aveva spezzato il torpore delle circostanze, allargando il presente fino a farlo diventare il recipiente delle possibilità più remote. Ma impercettibilmente l’orizzonte si era ristretto. La vita le portava rancore: mai che le fosse permesso di spiegare le ali.

All’inizio i dottori avevano detto che sei settimane di aria mite lo avrebbero rimesso in sesto; ma quando lui fu di ritornò, gli venne spiegato che questa promessa avrebbe dovuto chiaramente includere un inverno in un clima asciutto. Avevano rinunciato alla loro bella casa, mettendo via i regali ricevuti per il matrimonio e l’arredamento nuovo, ed erano andati in Colorado. Lei aveva odiato quel posto fin dal principio. Nessuno la conosceva e a nessuno importava di lei; non c’era nessuno che si meravigliasse del buon partito che aveva trovato, o che invidiasse i suoi vestiti nuovi e i biglietti da visita che erano ancora una sorpresa per lei. E lui continuava a peggiorare. Si sentiva aggredita da problemi che erano troppo sfuggenti per essere affrontati da un temperamento così diretto. Lo amava ancora, naturalmente; ma lui stava gradualmente, indefinibilmente smettendo di essere se stesso. L’uomo che aveva sposato era stato forte, attivo, dolcemente autoritario: un maschio il cui piacere era quello di aprirsi una strada attraverso gli ostacoli materiali della vita; ma adesso era lei a proteggerlo e lui quello che doveva essere difeso dalle sollecitazioni inopportune e a cui, crollasse il mondo, dovevano essere date le gocce o il brodo. La routine dell’infermiera la sconcertava; questa puntuale somministrazione di medicine sembrava futile come una sorta di incomprensibile pantomima religiosa.

C’erano momenti, in verità, in cui calde ondate di pietà spazzavano via l’istintivo rancore che provava nei confronti della condizione del marito, quando trovava ancora una volta negli occhi di lui la persona che un tempo era stata mentre si cercavano l’un l’altro a tastoni attraverso il denso terreno della sua debolezza. Ma questi momenti erano diventati rari. A volte la spaventava: il volto inespressivo e incavato sembrava quello di uno sconosciuto; la sua voce era debole e rauca; il suo sorriso a labbra strette una semplice contrazione muscolare. La mano di lei evitava la sua pelle morbida e umida, che aveva perso la familiare ruvidità tipica della salute; si era ritrovata a guardarlo furtivamente nello stesso modo in cui avrebbe potuto guardare uno strano animale. La spaventava sentire che questo era l’uomo che amava; c’erano ore in cui raccontargli quanto lei stava soffrendo sembrava l’unica via di fuga dalle sue paure. Ma in generale la donna giudicava se stessa in maniera più indulgente, riflettendo sul fatto che forse era stata troppo tempo da sola con lui, e che avrebbe provato sentimenti diversi una volta tornata di nuovo a casa, circondata dalla sua vivace e solida famiglia. Come si era rallegrata quando i dottori avevano finalmente acconsentito a farlo tornare a casa! Lei sapeva, ovviamente, cosa significasse quella decisione; lo sapevano entrambi. Significava che lui stava per morire; ma i dottori rivestirono la verità di fiduciosi eufemismi, e a volte, presa dalla gioia dei preparativi, dimenticava veramente quale fosse lo scopo del viaggio, e si lasciava andare ad avide allusioni sui progetti per l’anno successivo.

Finalmente arrivò il giorno della partenza. La donna aveva una paura terribile che non se ne sarebbero mai andati; che in qualche modo all’ultimo momento lui l’avrebbe delusa; che i dottori avessero in serbo uno dei loro soliti tradimenti; ma non successe niente. Raggiunsero la stazione, lui fu posizionato su un sedile con una coperta sopra le ginocchia e un cuscino dietro la schiena, e lei si sporse dal finestrino per salutare senza rimpianti quelle conoscenze che non le erano mai realmente piaciute fino a quel momento.

Le prime ventiquattrore erano trascorse bene. Suo marito si era rianimato un po’ e lo divertiva guardare fuori dal finestrino e osservare gli umori della carrozza. Il secondo giorno cominciò a essere stanco e a irritarsi sotto lo sguardo spassionato della bambina lentigginosa con in bocca il grumo di gomma da masticare. Dovette spiegare alla madre della bambina che suo marito era troppo malato per essere disturbato: un’affermazione accolta da quella signora con un astio che venne visibilmente appoggiato dal sentimento materno dell’intera carrozza…

Quella notte l’uomo dormì male e la mattina seguente la sua febbre alta spaventò la moglie: era sicura che stesse peggiorando. La giornata scorreva lenta, punteggiata dai piccoli fastidi del viaggio. Guardandogli il volto stanco, lei tracciava nelle sue contrazioni ogni sferragliamento e ogni sobbalzo del treno, fino a che anche il suo stesso corpo non pulsava di empatica spossatezza. Sentiva che anche gli altri stavano osservando suo marito, e lei gravitava irrequietamente fra di lui e la linea di occhi interrogativi. La bambina lentigginosa gli girava intorno come una mosca; varie offerte di dolciumi e libri illustrati non servirono a farla sloggiare: aveva accavallato una gamba sull’altra e lo osservava imperturbabile. Il facchino, quando passava, si soffermava porgendo vaghe offerte d’aiuto, probabilmente ispirato dai passeggeri filantropici che gonfiavano il petto pensando che «qualcosa dovesse essere fatto»; e un uomo nervoso con in testa una coppola era palesemente preoccupato degli effetti che questa condizione avrebbe potuto avere sulla salute di sua moglie.

Le ore si trascinavano in una monotona mancanza di occupazione. Verso l’ora del tramonto si sedette accanto a suo marito e lui poggiò una mano su quella di lei. Quel gesto la colse alla sprovvista. Sembrava che la stesse chiamando da molto lontano. Lo guardò con fare impotente e il sorriso di lui la attraversò come una fitta di dolore corporeo.

«Sei molto stanco?» gli chiese lei.

«No, non molto.»

«Presto saremo a casa.»

«Sì, molto presto.»

«Domani a quest’ora…»

Suo marito annuì e rimasero a sedere in silenzio. Dopo averlo messo a letto ed essersi infilata nella sua cuccetta provò a tirarsi su di morale pensando che in meno di ventiquattrore sarebbero arrivati a New York. I suoi sarebbero stati tutti alla stazione ad aspettarla – si immaginò i loro volti rotondi e gioviali che si facevano largo attraverso la folla. Sperava soltanto che non dicessero a suo marito con troppa foga che aveva un aspetto splendido e che si sarebbe ripreso in poco tempo: la compassione più discreta sviluppata nel lungo contatto con la sofferenza la rendeva consapevole di una certa grossolanità di carattere nella sensibilità della sua famiglia.

All’improvviso pensò di averlo sentito chiamare. Scostò le tende e ascoltò. No, era soltanto un uomo che russava all’altra estremità del vagone. Il suo russare faceva un suono grasso, come se passasse attraverso del sego. La donna si sdraiò e provò a dormire… Non lo aveva forse sentito muoversi? Si risvegliò tremante… Il silenzio la spaventava più di qualsiasi altro suono. Suo marito potrebbe non essere in grado di farsi sentire – forse la stava chiamando proprio in quel momento… Cosa la spingeva a pensare a certe cose? Era semplicemente la tipica abitudine di una mente sovraffaticata ad attaccarsi alla possibilità più intollerabile presente nella gamma dei suoi presentimenti… Mettendo la testa fuori, ascoltò; ma non riusciva a distinguere il respiro dell’uomo da quello delle altre coppie di polmoni attorno a lei. Desiderava alzarsi e guardarlo, ma sapeva che quell’impulso era un mero sfogo per la sua irrequietezza, e la paura di disturbarlo la frenava… Il movimento regolare delle tende del marito la rassicurava, non sapeva perché; si ricordò che l’uomo le aveva augurato in maniera spensierata la buonanotte; e l’assoluta incapacità di sopportare un momento di più le sue paure fece sì che le allontanasse da sé sforzandosi con tutto il suo stanco e vigoroso corpo. Si voltò di lato e si addormentò.

Indolenzita, si tirò su a sedere, guardando l’alba fuori dal finestrino. Il treno sfrecciava attraverso una regione di nude collinette, accalcate contro un cielo senza vita. Sembrava il primo giorno della Creazione. L’aria della carrozza era stantia, e lei sollevò il vetro del suo finestrino per far entrare il vento pungente. Poi osservò l’orologio: erano le sette in punto, e presto le persone attorno a lei avrebbero iniziato a svegliarsi. Si infilò i vestiti, si sistemò i capelli arruffati e si trascinò fino al guardaroba. Dopo essersi lavata il viso e aggiustata il vestito si sentì più fiduciosa. Era sempre un sacrificio non essere briosa al mattino. Le guance bruciavano piacevolmente sotto la pressione dell’asciugamano ruvido e i capelli bagnati si sfilacciavano attorno alle tempie in forti riccioli volti all’insù. Ogni suo millimetro era pieno di vita ed elasticità. E in dieci ore sarebbero stati a casa!

Andò verso la cuccetta di suo marito; era l’orario in cui doveva prendere il suo bicchiere di latte mattutino. Le tende oscuranti erano abbassate, e nella penombra dell’abitacolo nascosto dai tendaggi la donna riusciva soltanto a vedere che il marito stava sdraiato di lato, con il volto nella direzione opposta alla sua. Si sporse verso di lui e sollevò le tende oscuranti. Nel fare questo toccò una delle sue mani. Era fredda…

Si piegò di più, poggiando la sua mano sul braccio di lui e chiamandolo per nome. Non si muoveva. La donna parlò ancora una volta a voce più alta; afferrò la spalla di lui e la scosse delicatamente. L’uomo giaceva immobile. Gli prese di nuovo la mano: le scivolò mollemente dalla presa, come una cosa morta. Una cosa morta? Le mancò il fiato. Doveva guardarlo in faccia. Si sporse in avanti, e frettolosamente, timidamente, con una riluttanza nauseante della carne, poggiò le sue mani sulle spalle di lui e lo voltò. La testa dell’uomo cadde all’indietro; il suo volto sembrava piccolo e liscio; la guardava con occhi fissi.

La donna rimase immobile per un lungo momento, tenendolo in quella posizione; e si guardarono l’un l’altra. All’improvviso lei si tirò indietro; il desiderio di urlare, di chiamare qualcuno, di scappare da lui l’aveva quasi sopraffatta. Ma una mano ferma l’aveva frenata. Buon Dio! Se si fosse saputo che era morto li avrebbero fatti scendere dal treno alla prossima fermata…

In un terrificante lampo di memoria comparve di fronte a lei una scena alla quale una volta aveva assistito durante un viaggio, quando un marito e una moglie, il cui figlio era morto sul treno, erano stati scaraventati fuori a una stazione a caso. Li aveva osservati sulla banchina con il corpo del bambino fra di loro; non aveva mai dimenticato lo sguardo disorientato con il quale avevano seguito il treno che si allontanava. E questo è quello che le sarebbe accaduto. Entro l’ora successiva si sarebbe potuta trovare sulla banchina di una qualche strana stazione, da sola con il corpo di suo marito… Qualsiasi cosa tranne quello! Era troppo orribile. Fremette come una creatura in gabbia.
Nell’indietreggiare impaurita, si accorse che il treno si stava muovendo più lentamente. Stava succedendo davvero – stavano raggiungendo una stazione! Vide di nuovo il marito e la moglie in piedi sulla banchina desolata; e con un gesto violento abbassò le tende oscuranti per coprire il volto di suo marito.

Sentendosi stordita, sprofondò sul bordo della cuccetta, stando lontana dal corpo teso del marito, e chiudendo le tende, così che entrambi fossero rinchiusi in una sorta di crepuscolo sepolcrale. Provò a pensare. Doveva nascondere il fatto che il marito era morto a tutti i costi. Ma come? La sua mente si rifiutava di agire: non riusciva a organizzarsi, a mettere insieme qualcosa. Non riusciva a pensare a nient’altro che a stare seduta là, a stringere le tende nelle mani, per tutto il giorno…

Sentì il facchino che le sistemava il letto; le persone stavano cominciando a muoversi per la carrozza; il guardaroba veniva aperto e chiuso. Provò ad alzarsi. Alla fine riuscì con uno sforzo supremo a mettersi in piedi, posizionandosi sul corridoio della carrozza e chiudendo saldamente le tende dietro di sé. Notò che queste restavano ancora un po’ aperte a causa del movimento della carrozza, e con una spilla trovata sul suo vestito le fissò insieme. Adesso era al sicuro. Si guardò intorno e vide il facchino. Le sembrò che la stesse guardando.

«Non è ancora sveglio?» le domandò.

«No,» farfugliò lei.

«Ho qui il suo latte pronto per quando lo vuole. Si ricorda di avermi detto lei di prepararglielo per le sette.»

Lei annuì in silenzio e si trascinò verso il suo sedile.

Alle otto e trenta il treno raggiunse Buffalo. Nel frattempo gli altri passeggeri si erano vestiti e le loro cuccette erano state ripiegate per la giornata. Il facchino, muovendosi avanti e indietro sotto il peso delle lenzuola e dei cuscini, quando passava le lanciava un’occhiata. Alla fine disse: «Non ha intenzione di alzarsi? Lei sa che abbiamo il compito di sistemare le cuccette il prima possibile.»

La donna raggelò dalla paura. Stavano per entrare nella stazione.

«Oh, non ancora,» balbettò. «Non prima che beva il suo latte. Lo andrebbe a prendere, per favore?»

«Va bene. Non appena ripartiamo.»

Quando il treno lasciò la stazione l’uomo riapparve con il latte. Lei lo prese e rimase seduta a guardarlo in modo vago: il suo cervello si muoveva lentamente da un’idea all’altra, come se queste fossero dei sassi distanziati l’uno dall’altro per attraversare un vorticoso corso d’acqua. Alla fine si rese conto che il facchino era ancora fermo là con un’aria d’attesa.

«Glielo do io?» suggerì alla donna.

«Oh, no,» esclamò lei, alzandosi in piedi. «Sta… Sta ancora dormendo, credo…»

Attese finché il facchino non se ne fu andato; poi tolse la spilla dalle tende e si infilò dietro di esse. Nella semi-oscurità il volto di suo marito la guardava dal basso come una maschera di marmo dagli occhi d’agata. Erano terrificanti. Allungò una mano e gli abbassò le palpebre. Poi si ricordò del bicchiere di latte che teneva nell’altra mano: che cosa doveva farci con quello? Pensò di sollevare il vetro del finestrino e di gettarlo fuori; ma per fare questo avrebbe dovuto sporgersi oltre il corpo dell’uomo e avvicinare il suo volto a quello di lui. Decise di bere il latte.

Ritornò al suo posto con il bicchiere vuoto e dopo un po’ il facchino venne a prenderlo.

«Quando posso ripiegargli il letto?» domandò.

«Oh, non adesso, non ancora; sta male, sta molto male. Non può lasciarlo stare com’è? Il dottore vuole che stia il più possibile sdraiato.»

L’uomo si grattò la testa. «Be’, se si sente davvero male…»

Prese il bicchiere vuoto e andò via, spiegando ai passeggeri che il viaggiatore dietro le tende per adesso si sentiva troppo male per alzarsi.

La donna si ritrovò a essere il centro dell’attenzione di occhi comprensivi. Una signora materna e dal sorriso intimo le si sedette accanto.

«Mi dispiace davvero molto che suo marito stia male. Ho avuto una quantità notevole di persone malate nella mia famiglia e forse potrei assisterla. Posso dargli un’occhiata?»

«Oh, no… No, la prego! Non deve essere disturbato.»

La signora accettò il rifiuto con indulgenza.

«Be’, è proprio così, naturalmente, ma lei non mi sembra il tipo di persona che ha molta esperienza con i malati e sarei stata felice di aiutarla. Che cosa fa generalmente quando suo marito è ridotto così?»

«Io… Io lo lascio dormire.»

«Nemmeno troppo sonno è molto salutare. Non gli dà delle medicine?»

«S-sì.»

«Non lo sveglia per prenderle?»

«Sì.»

«Quando prende la prossima dose?»

«Non prima di due ore…»

La signora sembrava delusa. «Be’, se fossi in lei proverei a fargliela prendere più spesso. È quello che faccio io con la gente della mia famiglia.»

Dopodiché, le parve di avere moltissime facce attorno. I passeggeri si stavano dirigendo verso la carrozza ristorante, e lei era consapevole del fatto che mentre passavano lungo il corridoio le persone lanciavano occhiate incuriosite alle tende chiuse. Un uomo dalla mascella squadrata e dagli occhi prominenti si fermò e provò a gettare il suo sguardo curioso oltre la divisione fra le due tendine. La bambina lentigginosa, che era ritornata dalla colazione, abbordava i passanti con una stretta burrosa, sussurrando a voce alta, «È malato». E una volta passò il controllore, chiedendo di mostrargli i biglietti. La donna si rimpicciolì nel suo angolo e osservò fuori dalla finestra gli alberi e le case che volavano via, geroglifici senza senso di un papiro che non finiva mai di srotolarsi.

Di tanto in tanto il treno si fermava, e i nuovi arrivati entrando nella carrozza fissavano a turno le tende chiuse. Sembravano passare sempre più persone: i loro volti iniziarono a fondersi in maniera fantastica con le immagini che si levavano nel cervello della donna…

Più tardi nella giornata un signore grasso si distaccò da quella foschia di volti. Aveva una pancia flaccida e delle labbra morbide e pallide. Non appena si infilò nel sedile di fronte al suo la donna notò che indossava un tessuto nero e spesso con una cravatta bianca sporca.

«Sta mica bene suo marito oggi, vero?»

«Sì.»

«Cielo, cielo! È una cosa terribilmente stressante, non è così?» Un sorriso apostolico rivelò i suoi denti otturati d’oro.

«Ovviamente lei sa che non esistono le malattie. Non è forse questo un bel pensiero? La morte stessa non è che un’allucinazione dei nostri impulsi più bassi. Deve soltanto aprirsi all’influsso dello spirito, sottomettersi passivamente all’azione della forza divina, e la malattia e la dissoluzione cesseranno di esistere per lei. Se potesse indurre suo marito a leggere questo piccolo opuscolo…»

I volti attorno a lei diventarono di nuovo indistinti. Si ricordava vagamente di aver sentito la signora materna e il genitore della bambina lentigginosa discutere sui relativi vantaggi del provare diversi medicinali tutti in una volta, o del prenderli a turno; la signora materna sosteneva che il sistema competitivo faceva risparmiare tempo; l’altro obiettava che così facendo non era possibile determinare quale rimedio avesse portato alla cura; era un continuo parlare senza sosta, come le boe nautiche che rombano attraverso la nebbia… Il facchino saltava fuori di tanto in tanto con domande che lei non capiva, ma alle quali in qualche modo doveva riuscire a rispondere dal momento che l’uomo se ne andava ogni volta senza ripeterle; ogni due ore la signora materna le ricordava che suo marito doveva prendere le gocce; delle persone lasciavano la carrozza e delle altre ne prendevano il posto…

Le girava la testa e cercava di reggersi in equilibrio aggrappandosi ai pensieri che le sfrecciavano nella mente, e che le sfuggivano di mano come cespugli sull’orlo dell’enorme precipizio dal quale sembrava sul punto di cadere. Improvvisamente la sua mente si fece di nuovo chiara e si ritrovò a raffigurarsi in maniera vivida cosa sarebbe successo quando il treno avrebbe raggiunto New York. Rabbrividì non appena le venne in mente che suo marito sarebbe stato decisamente freddo e che qualcuno avrebbe potuto accorgersi che fosse morto dalla mattina.
Pensò frettolosamente: «Se vedessero che non sono sorpresa sospetterebbero qualcosa. Farebbero domande, e se raccontassi loro la verità non mi crederebbero – nessuno mi crederebbe! Sarebbe terribile». E continuava a ripetersi: «Devo far finta di non sapere. Devo far finta di non sapere. Quando apriranno le tende dovrò andare verso di lui in maniera abbastanza naturale e poi dovrò urlare.» Si era fatta l’idea che l’urlo sarebbe stato molto difficile da fare.
Gradualmente nuovi pensieri si affollavano nella sua mente, vividi e urgenti: provava a separarli e a bloccarli, ma questi la aggredivano con insistenza, come i suoi alunni alla fine di una calda giornata di scuola, quando lei era troppo stanca per zittirli. La testa le si fece confusa, e provò una ripugnante paura di dimenticare la sua parte, di tradirsi con qualche parola o con uno sguardo non sorvegliato.

«Devo far finta di non sapere,» continuava a mormorare. Le parole avevano perso il loro significato, ma le ripeteva meccanicamente, come se fossero state una formula magica, fino a che non si ritrovò a dire: «Non me lo ricordo, non me lo ricordo!»

La sua voce risuonò molto alta, e la donna si guardò attorno con terrore; ma nessuno sembrava essersi accorto del fatto che lei avesse parlato.

Nel gettare lo sguardo lungo la carrozza i suoi occhi si soffermarono sulle tende della cuccetta di suo marito, e iniziarono a esaminare i monotoni arabeschi intessuti sul pesante tendaggio. Il motivo era intricato e difficile da tracciare; fissò le tende e nel fare questo lo spesso materiale divenne trasparente e attraverso di esso la donna vide il volto di suo marito – il suo viso morto. Lottò per distogliere lo sguardo, ma i suoi occhi si rifiutavano di muoversi e la sua testa sembrava stretta in una morsa. Alla fine, con uno sforzo che la lasciò debole e tremante, la donna si voltò dall’altra parte; ma non servì a niente; vicino e di fronte a lei, piccolo e liscio, c’era il volto di suo marito. Sembrava essere sospeso nell’aria fra lei e le trecce finte della signora che le era seduta di fronte. Con un gesto irrefrenabile allungò la mano per scacciare via il viso, e improvvisamente sentì il tocco della pelle liscia del marito. Soffocò un urlo e quasi sussultò sulla sedia. La signora con le trecce finte si guardò intorno, e sentendo di dover giustificare in qualche modo il suo movimento la donna si alzò in piedi e sollevò la sua borsa da viaggio dal sedile opposto. Aprì la borsa e vi guardò dentro; ma il primo oggetto che la sua mano incontrò fu una fiaschetta del marito, gettata là dentro all’ultimo minuto, nella fretta della partenza. Richiuse la borsa e chiuse gli occhi… Il volto di lui era di nuovo lì, sospeso fra i bulbi oculari e le palpebre di lei come una maschera di cera contro una tenda rossa…

Si risvegliò con un brivido. Era svenuta o si era addormentata? Sembrava che fossero passate delle ore; ma era ancora pieno giorno, e le persone attorno a lei non stavano facendo niente di diverso da prima.

Un improvviso senso di fame le fece realizzare che non aveva mangiato niente da quella mattina. Il pensiero del cibo la riempiva di disgusto, ma temeva il ritorno della sensazione di svenimento, e ricordandosi di avere dei biscotti nella borsa ne prese uno e lo mangiò. Le briciole le andarono di traverso, e bevette frettolosamente un po’ di brandy dalla fiaschetta di suo marito. La sensazione di bruciore lungo la gola fece da revulsivo, alleviando momentaneamente il sordo dolore ai nervi. Poi sentì una sorta di calore muoversi lentamente e delicatamente, come se una brezza leggera le facesse aria, e le sue paure ronzanti allentarono la loro presa, arretrando attraverso la quiete che la avvolgeva, una quiete rilassante quanto la tranquillità di una giornata estiva. Si addormentò.

Nel sonno sentiva l’impetuoso sfrecciare del treno. Sembrava essere la vita stessa a trascinarla in avanti con una forza inesorabile e impetuosa – trascinarla nell’oscurità e nel terrore, e nello sbigottimento di giornate piene di incognite. Adesso improvvisamente si era fermato tutto – non si sentiva un suono, una pulsazione… Era a sua volta morta anche lei, e stava sdraiata accanto a lui con il viso liscio a guardare verso l’alto. Era tutto così calmo! E tuttavia sentì avvicinarsi dei passi, i passi degli uomini che dovevano portarli via… Riuscì a sentire anche – sentì una vibrazione prolungata e improvvisa, una serie di urti, e poi un altro tuffo nell’oscurità: l’oscurità della morte stavolta – un turbinio nero dentro il quale stavano entrambi vorticando come foglie, in spirali impazzite e slegate, insieme a milioni e milioni di morti…

Si alzò in piedi in preda al terrore. Doveva aver dormito per molto tempo, dal momento che la giornata invernale era diventata pallida ed erano state accese le luci. Nella carrozza c’era confusione, e nel ricomporsi vide che i passeggeri stavano raccogliendo i loro pacchi e le loro borse. La signora con le trecce finte era andata a prendere dal guardaroba un’edera malaticcia che stava dentro una bottiglia, e il cristiano scientista si stava srotolando i polsini delle maniche.

Il facchino percorse il corridoio sfiorando in maniera imparziale tutti i passanti. Una figura indistinta con un berretto dalla fascia dorata chiese di mostrargli il biglietto di suo marito. Una voce gridò «Carrozza bagagli!» e la donna sentì il rumore dei pezzi di metallo che venivano consegnati dai passeggeri che saldavano il conto.

In quel momento il suo finestrino era bloccato da un tratto di muro fuligginoso, e il treno passava attraverso il tunnel di Harlem. Il viaggio era finito; tra pochi minuti avrebbe rivisto la sua famiglia farsi gioiosamente largo fra la folla alla stazione. Il suo cuore si allargò. Il terrore peggiore era alle spalle…

«Meglio farlo alzare adesso, no?» chiese il facchino, toccandole il braccio.

L’uomo aveva preso il cappello di suo marito e se lo rigirava fra le mani con fare contemplativo.

Lei guardò il cappello e provò a parlare; ma improvvisamente nella carrozza calò il buio. Lanciò le braccia in aria, dimenandosi per afferrarsi a qualcosa, e cadde a faccia in giù, battendo la testa sulla cuccetta dell’uomo morto.

Traduzione di Gessica Destito