Appunti dal decimo piano

Qualche anno fa scrissi un racconto su un uomo al servizio di un criminale di Dublino. Il narratore rubava una sacca piena di soldi e anche la ragazza del criminale. La donna era romena, e i due scappavano a Bucarest col malloppo. Si compravano una bella casa, una bella macchina e un mucchio di altre cose. E poi la donna lo mollava. Tutto quello che avevano comprato era a nome suo e così lui si ritrovava senza casa e senza un soldo bucato. Ai primi rigori dell’inverno balcanico, il protagonista si rendeva conto che la città che un tempo gli sembrava una L’Avana dolce e in rovina in realtà è più simile a una Stalingrado bombardata. Si trova un lavoro in un cantiere edile – o meglio in un’impresa di demolizioni – e una stanzetta da poco in periferia. Non può tornare in Irlanda, lo farebbero fuori, e quindi decide di accontentarsi dell’anonimato della sua nuova vita…

Ho letto questo racconto a dei festival a Bucarest, a Belgrado e a Wroclaw, e funziona sempre bene con gli europei dell’est: è la barzelletta sull’emigrante che va nella direzione sbagliata, l’irlandese che finisce a lavorare in Romania senza permessi…

Poi il racconto venne pubblicato in Romania e un numero incredibile di persone pensarono che fosse una storia vera. Io l’avevo infarcita qui e là di dettagli autobiografici per confondere la faccenda: infatti, ero al verde e avevo lavorato in un cantiere in Romania sul finire del secolo; e poi facevo finire il mio narratore nel vecchio quartiere dove avevo abitato e lo nominavo anche.

In fin dei conti, la mia storia inventata era molto più credibile della storia autentica. La verità era che mi ero trasferito a Bucarest perché volevo scrivere racconti.

Oggi non sembra neppure così improbabile raccontarla la verità, perché posso tenere tra le mani un libro, Appunti da un bordello turco, e sembra quasi che sapessi quello che stavo facendo all’epoca. Ma al tempo dovevo essere accorto nelle confessioni riguardo alla mia inclinazione a scrivere, perché le persone che avevo attorno non c’avrebbero creduto. M’avrebbero preso per matto. E con il passare degli anni, e poco altro che accadeva, ogni giorno mi veniva da chiedermi cos’è che non andava in me. Ero un fallimento che viveva in quartiere e in un paese a loro volta fallimentari. Intenso, a suo modo. Tutto ciò che potevo fare era scrivere.

Chiaro, pensavo di avere una missione speciale, magari una vocazione. Ma ero anche consapevole che sono i matti a ragionare in questo modo.

Avevo passato i miei vent’anni a vagare di paese in paese, di città in città – almeno una decina di città e paesi –, di lavoro in lavoro. Avevo trentadue anni ed era primavera quando mi trasferii a Bucarest. Avevo fatto il guardiano notturno in una distilleria a Dublino. Lavoravo sessanta ore alla settimana, nel buio, mentre la città dormiva. La luce del giorno la vedevo a malapena. E mi ritrovai a vivere in periferia a Bucarest, in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista. Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda. Era quello che mi ero potuto permettere di comprare con cinquemila dollari. Chi me l’aveva venduto aveva appena ottenuto un visto per gli Stati Uniti. Stavano tutti cercando di andare via. Fuori dalle ambasciate c’erano le code per i visti. Oppure riuscivano a uscire dal paese e a centinaia, a migliaia si presentavano dovunque si potesse lavorare senza permessi.

Amici locali mi avevano consigliato di non comprare al decimo piano e mi accorsi ben presto del perché. Passò poco tempo e mi resi conto che quando pioveva di fuori pioveva anche dentro, e mi capitava di dover piazzare pentole e tazze e starmene a sentire la sinfonia di gocce. C’era un po’ di respiro quando la città si gelava d’inverno, ma subito ricominciava al disgelo primaverile. Sul soffitto e sui muri crescevano funghi d’un colore insano. Non avevo i soldi per far riparare il tetto e non c’erano acquirenti a cui vendere l’appartamento. Vivevo in una città che stava decadendo da più o meno mezzo secolo, passata attraverso i decenni del comunismo e poi per il salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta, quando la cosa più furba da fare era stata rubare gli scarti e i rottami e rivenderli. Sul serio: in città le grate delle fogne sparirono dappertutto. C’erano branchi di cani randagi che pattugliavano la città e i loro ululati riempivano la notte. Tutto il mio palazzo era costituito da monolocali uguali al mio e c’era sempre qualcuno che dava capocciate al muro e ci si scaldava per un nonnulla. Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo. Di fronte avevo una bella donna che aveva il marito a lavorare in un cantiere in Israele. C’erano un paio di prostitute alla porta a fianco che riempivano l’ascensore di profumo fragrante. C’era una signora delle pulizie alcolizzata a cui prestavo soldi, che poi lei mi ridava indietro tre mesi dopo, per poi farseli prestare di nuovo la settimana successiva. E c’erano un sacco di pensionati, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava.

All’inizio scrivevo poesie, perché dovevo farla breve anche perché non avevo mobili e scrivevo inginocchiato sul pavimento sopra un pezzo di carta. Dopo quasi sei mesi avevo abbastanza mobili per scrivere anche racconti. Sapevo che un giorno sarei diventato un vecchio dallo sguardo selvaggio con un seguito underground appassionato di circa duecento fricchettoni e mutanti amanti della letteratura futuristica. Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte. Bevevo, chiaro che bevevo, ed era roba davvero schifosa che prendevo al mercato e, forse, col senno di poi, non era salutare, ma battevo a macchina e bevevo e ancora battevo a macchina.

Scrivevo della vita nel mio palazzo da dieci piani, che era la stessa vita degli altri palazzi da dieci piani, la stessa vita di gran parte della città. Scrivevo della esilarante assenza di speranza di tutte queste vite, ammassate assieme, ognuna di loro alla ricerca di un senso, almeno provvisorio, impossibilitate a rinunciare a quel minuscolo granello di fede nel fatto che l’amore fosse giusto dietro l’angolo, o che ci fosse una qualche via di fuga. Ma non c’era via di fuga. Era la mia vita e continuò così per anni e anni, cinque credo, e pensavo Mi toccherà morire qui, e non saprò dire perché. È facile, dopo tutto quello che è successo, guardarsi indietro e riderci sopra. Non ne ho nostalgia. Mi manca solo la libertà. Ho scritto un libro lì dentro.

A parte che è falso anche questo. È un libro solo adesso. Allora era solo lo sfiorire di giornate senza fine.

E ora, questo testamento alla mia confusione è pubblicato in una bellissima edizione italiana, tradotto da Stefano Friani, con il fantastico numero «1» sulla costa, e poi Racconti edizioni ha per logo uno scarafaggio – di scarafaggi che zampettavano per la stanza ce n’erano a frotte nel posto dove ho scritto quel libro. Li odio quei cazzo di cosi.

Traduzione di Stefano Friani

© Philip Ó Ceallaigh , 2016. Tutti i diritti riservati

Philip-Ó-CeallaighPhilip Ó Ceallaigh è nato a Waterford, Irlanda, vive a Bucarest da quindici anni ed è diventato scrittore dopo una lunga successione di lavori pagati persino peggio tra Irlanda, Spagna, Russia, Kosovo e Stati Uniti. L’aura delle sue esperienze personali s’irradia nelle pagine piene di vagabondi, immigrati e bevitori seriali. Oltre a Appunti da un bordello turco (Racconti edizioni) ha scritto un’altra collezione di racconti The Pleasant Light of Day, parla sei lingue e ha una laurea in filosofia. Nel 2006 ha vinto il Rooney Prize ed è stato il primo scrittore irlandese finalista al Frank O’ Connor International Short Story Award.