«L’altare del passato» di Guido Gozzano

Redazione

Guido Gozzano (Torino 1883 – 1916) è stato uno scrittore e poeta italiano appartenente alla corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Nato da una famiglia benestante di Agliè, inizialmente si dedicò alla poesia nell’emulazione di D’Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti che sarebbero stati poi denominati crepuscolari, accomunati dall’attenzione «per le buone cose di pessimo gusto», con qualche accenno estetizzante, il «ciarpame reietto, così caro alla mia Musa», come le definì ironicamente lui stesso. Ha scritto molti romanzi e poesie ma anche diversi racconti tra cui L’altare del passato.

 

Ho ripensato al conte Fiorenzo X… L’altro giorno, dinnanzi al suo palazzo distrutto, con una mia cara amica, settantacinquenne. E la signora mi rivelò un mistero sentimentale, un poco buffo, che dormiva nel mio ricordo da quasi vent’anni.

***

Io frequentavo la casa dei conti X… Diciott’anni or sono – ne avevo otto – ed ero coetaneo di Vittorino, il nipote del conte; facevo con lui la terza elementare in quella triste scuola dei Padri Barnabiti, nella vecchia Torino.

L’amicizia dei due scolaretti era nata per interesse reciproco; Vittorino era forte in matematiche, io in componimento; l’uno svolgeva i temi, l’altro i quesiti. E ci si scambiava l’ospitalità nei giorni di vacanza. Per giungere alla casa del mio amico, si passava attraverso la parte vecchia della città – ora quasi tutta scomparsa – un labirinto di viuzze buie ed umidicce odoranti di bettola e di conceria, di frutta marcia e di vinaccia, dove il cielo appariva dall’alto come un nastro sottile e tortuoso, fra le mura decrepite dei palazzi nobiliari.

Rivedo il palazzo del mio amico. Un edificio di puro ‘600 piemontese; una serie di finestroni immensi; sulle due colonne d’ingresso un gran balcone dalla ringhiera curva con in mezzo l’anagramma in corsivo e la corona comitale, e molte campanule, molte rose, molti garofani che s’attorcevano, straripavano tra i ferri consunti come fresche capigliature. Era lo studio del conte Fiorenzo, e quelli erano i fiori coltivati con le sue mani.

L’atrio e la scala erano a colonne di granito, vasti, cupi, freddi, polverosi. Non c’era portiere. Da portiere fungeva quel povero Mini – il fedelissimo del conte, suo compagno di gioventù, di viaggi, d’avventure – il quale era anche cuoco, domestico, staffiere, maestro, e completava, con una fantesca decrepita come lui, ed un giovinetto avventizio, tutta la servitù della casa.

Triste casa, dove fin dalla soglia s’intuiva l’abbandono, la decadenza, l’orgoglio pertinace, la ristrettezza mal dissimulata.

Quanti giovedì, quante domeniche, trascorse in quelle sale oscure, fra quelle cose tarlate, logore, stinte!

All’ultima parola del còmpito – fatto subito al mattino, sotto l’egida del conte Fiorenzo – si balzava dalla sedia con un grido di sollievo, si prendeva di corsa il grande corridoio oscuro, si giungeva precipitosi in cucina, a somma desolazione del povero Mini, della povera Ghita affaccendati per la colazione.

E per tutto il giorno si cercava d’interpretare a rovescio i rettorici ammonimenti del Libro di Buona Lettura.

Somme nostre delizie – fra le confessabili – aizzare la servitù, spellare il pollame nelle capponaie, colpire con il Flobert gli antenati delle vecchie tele, tormentare la zia Ernesta, la maniaca del secondo piano, salire sui solai, e di là, protesi a certe finestrette ovali, lanciare cartocci pieni d’acqua o peggio sulla testa dei passanti.

A mezzodì preciso scoccava la campana per la colazione. Allora si lasciava ogni cosa , ci si lavava, ci si ricomponeva per tavola una maschera di dolce ipocrisia.

Se chiudo gli occhi rivedo la vasta sala da pranzo, rivedo in una mezz’ombra alla Rembrandt le varie figure. La marchesa Amalia, vedova e mamma del mio amico, la zia Ernesta, muta e spettrale, lo zio prete gesuitico e goffo, lo zio capitano goffo e arrogante.

E fra tutti la bella figura – l’unica simpatica – del conte Fiorenzo, il signor papà: un bell’uomo dalla persona ancora agile e svelta, dalla folta chioma d’argento, dal profilo perfetto di vecchio Lord Byron decaduto…

Egli – comprendo oggi – era uno spirito colto, infinitamente superiore ai suoi figli; a quei due campioni mediocri della chiesa e dell’esercito, a quella zitella idiota, a quella vedova arcigna e irascibile. Doveva essere stato il giovane sentimentale e romantico, l’intellettuale dei suoi tempi, nutrito di Byron e di Lamartine, d’Alfieri e d’Aleardi… Ricordo certe discussioni coi figli, ho impresse nella memoria intere sue frasi.

«…Ancora una volta; l’Alfieri va esaltato non fosse che per una cosa sola: aver trovato metastasiana l’Italia e averla lasciata alfierana!…»

E rivedo la sua mano alzata, mano pallida e perfetta di patrizio, dall’indice adorno di un grosso cammeo, la bella testa candida sfavillante in un raggio di sole obliquo, la bocca volontaria, l’occhio azzurro, giovanile, sotto il vasto arco cigliare.

E non era il caso di pensare ad una vita austera, alla virtù premiata… Doveva avere avuto un’esistenza gaudiosa… viaggiato molto, amato molto, dissipato molto, secondo i dettami della poesia del suo tempo. E la sua giovinezza doveva essere stata avventurosa, magnifica, inverosimile come un romanzo di Chateaubriand.

Al presente viveva quasi del tutto a carico della figlia e il tramonto del povero vecchio non era sereno. Si capiva quando mancavano lo zio prete, lo zio capitano, e a tavola sedevamo soli: l’idiota e noi bimbi da una parte, lui e la figlia dall’altra.

Costei aizzava il padre con la spietata freddezza del malvagio che deve elargire e sa d’essere necessario alla vittima, e difficilmente giungevano alle frutta senza un alterco; alterco signorile, fatto di silenzi eloquenti e di poche parole sanguinose. Argomenti soliti: un gioiello da rendere, un cavallo da acquistarsi, un conto da soddisfare; e a ritornello di lei la dissipatezza di lui, le prodigalità passate, l’orgoglio, le follie…

Noi bimbi si taceva, gli occhi sul piatto di maiolica antica, intenti all’approdo di Ulisse o alla desolazione di Penelope tra i legumi in salsa di pomodoro.

«Je ne payerai pas, voilà tout!» diceva lei; poi a voce pianissima: sibilando: «Vieux fou!»

«Tu as dit?… Tu as dit?…» Il conte sobbalzava sulla sedia con tutti i muscoli del volto contratti dall’insulto figliale.

«Tu as dit?…»

Quella non rispondeva, piegava il tovagliolo lentamente, s’alzava calma ed implacabile, spariva. Il conte la seguiva con lo sguardo chiaro, fissava alcuni secondi la porta di dov’era scomparsa, poi si rivolgeva a noi di scatto, con volto ridente, con voce gaia, battendo le mani, quasi a scuotere il suo strazio e il nostro silenzio.

«Ah! Les gamins! Les gamins! Maintenant où allonsnous aujourd’hui? A Superga? Alle corse? Al Gianduia?»

E mentre noi si discuteva a lungo sulla mèta, egli s’aggirava per la sala da pranzo, alternando un sorso di cognac alla sigaretta: toglieva dal piccolo scaffale un volume, leggeva ad alta voce, con gesto largo, la strofa di qualche poeta, canterellava, fissava il cielo e il soffitto, sognando…

***

Aveva una grande simpatia per me e mi prediligeva al nipote. Forse la sua vecchiaia di sognatore intuiva nella mia infanzia strana, inquieta, curiosa, i germi della futura tabe letteraria…  

Nelle lunghe passeggiate in città od in collina lo assalivamo di perché, tormentandogli le mani se indugiava nella risposta, e ricordo ancor oggi – ammirando – la profondità di certe sue spiegazioni, la chiarezza poetica con la quale ci rendeva facile il congegno del parafulmine o del telefono, la metamorfosi del maggiolino, l’anatomia del fiore. Ma il sancta sanctorum della nostra curiosità erano le sue stanze.

«Chez monsieur le Comte!» diceva premurosa la servitù.

«L’appartement du Grand-Papa!» diceva il mio amico, l’indice al labbro, misteriosamente.

Per giungervi bisognava percorrere tutta la casa; una grande doppia porta dava nello studio, la sala del balcone fiorito. L’ambiente severo ed elegante rivelava il sognatore ed il raffinato, lo studioso e l’uomo mondano. Da un lato una vasta biblioteca saliva fino al soffitto, tutelata da una serie di busti marmorei che formavano la mia grande meraviglia.

«Monsieur le corate, est-ce que c’est la tante Erneste, celle-là?»

«Ah! Non, mon petit, – diceva egli ridendo -; c’est Dante Alighieri, le père des poètes»

«Alors, est-ce que c’est vous, monsieur le comte, ce monsieur-là?»

«Mais non! C’est Lord Byron, mon très-cher poète anglais»

Allora toglieva dagli scaffali una grande Divina Commedia illustrata, o Don Giovanni, o Il Corsaro, e ci sfogliava le belle stampe protette da un foglio di carta velina. Erano quelle, per me, ore di sogno beato.

Ma il mio amico si stancava quasi subito, costringeva il nonno a cose più gaie.

Allora il vecchio animava un armonium sul quale certe fontane zampillavano un loro zampillo di vetro a spirale e dove pastori e pastorelle cominciavano a danzare su di un’aria flebile e roca… O si passava nella sala attigua, fra le rarità che il conte aveva portate dai suoi viaggi d’Oriente, o spingevamo la curiosità fino alla sua camera da letto, parata nello stile dell’Impero, a strie gialle e turchine.

E si giungeva alla porta chiusa, alla stanza misteriosa dove nessuno era penetrato mai.

***

La stanza chiusa! Il mio amico me ne parlava sovente, leggendo la favola di Barbe-bleu

«Tu sais que grand-papa aussi a une cbambre où personne n’entre jamais… Mini pas même (ch’era dir tutto), ni les oncles, ni maman… C’est défendu…»

«Mais qu’est-ce qu’il y a donc au dedans?»

«Sais pas… sais pas… » faceva il mio amico stringendosi nelle spalle con misterioso terrore. La mia fantasia s’accendeva. In cucina si tormentava per ore ed ore la servitù.

«Mini, che cosa c’è là dentro?»

«I prigionieri del ’48!» e sorrideva.

«Non è vero!»

«I selvaggi del Malabar!» e sorrideva.

«Non è vero! Mini, tu sai e non vuoi dire!»

Sapeva e non voleva dire. Si lasciava assalire alle spalle, piegare le ginocchia, strappare le fedine rossiccie, percuotere, ma taceva e sorrideva. La cuoca interveniva.

«Da bravi, signorini! Si quietino e glielo dirò io, in segreto»

Noi si lasciava la vittima, illusi qualche secondo dalla promessa»

«Il signor conte ha là dentro una gran bestia, portata dall’India, tanti anni fa… E Mini solo la può vedere, e va a trovarla due volte per settimana»

Noi si ascoltava, poco persuasi. E io pensavo, intanto, ben altre cose. Io non sono mai stato innocente.

Io – che fui e sarò sempre insanabilmente ingenuo – non trovo, pur risalendo alla mia infanzia, la cosa che si chiama il candore, ma la mia anima precoce, la mia malizia impubere, alle vedette.

Ora un giorno, dopo che Mini e Ghita s’erano affaticati a descriverci la belva prigioniera, e il pelo e le corna e le zanne e la coda, io interruppi quelle meraviglie zoologiche concludendo:

«Vittorino! J’ai compris maintenant ce qu’il y a au dedans! Il y a la bien-aimée de ton grandpapa!»

I due poveretti tacquero, si guardarono, s’abbandonarono sulla sedia desolati!

***

Ma non era la «bien-aimée», non era una donna il segreto della stanza impenetrabile.

Quando m’era dato di giungere a quella porta – una vasta porta secentesca, ad intarsio di noce e a borchie d’ottone – io palpavo il legno ed il metallo, ascoltavo trepidante i rumori dell’al di là.

Nulla, mai nulla.

Non un mistero di vita, non un mistero di morte e di passato era custodito là dentro; non donne, ma puri spiriti erano prigionieri della porta pesante.

La mia fantasia si smarriva, la mia curiosità si esasperava.

E tormentavo il mio amico, avvezzo a quel mistero, rassegnato a quel divieto; lo costringevo a lasciare i giochi, a passare ore e ore nelle stanze del nonno, per poter contemplare in fondo, nera e borchiata, la grande porta misteriosa.

Si bussava allo studio del nonno ed egli appariva sorridente. Ma talvolta non rispondeva. Allora si spingeva cauti la porta: lo studio era buio, il vecchio non c’era. S’indietreggiava, si fuggiva spauriti. Ma una sera io presi Vittorino per mano, lo trascinai in quella tenebra fosca.

«Il doit être dans la chambre de la bête farouche! Allons-nous la voir, allons-nous l’épier!»

«Non! Non! J’ai peur!»

«Viens donc, lâche! Viens!»

E lo trascinai attraverso le stanze buie; avanzammo a tentoni, nello studio, nella sala orientale, fino alla camera da letto.

Il conte era nella sala misteriosa!

Una striscia di luce filtrava sotto la porta chiusa, si propagava sul lucido pavimento a mosaico…

Ginocchioni, senza respiro, con l’occhio tra la porta e la soglia, si cercava invano di scorgere qualche cosa; giungeva soltanto, come un fumo odoroso, un aroma d’incenso.

Il sangue mi pulsava alle tempia con la violenza d’un maglio. Nel silenzio udivo il battito del mio piccolo cuore accordarsi col rodìo d’un tarlo, col tic-tac del grande orologio a pendolo. Poi una voce, la voce del conte, indistinta, alterata, come quando diceva dei versi, ma più incalzante, affannosa ora di supplica, ora di richiesta, quasi rivolta a più persone, quasi in attesa vana di una risposta…

E poi lunghi intervalli di silenzio sepolcrale. Non capivo le parole.

«… Horrible… Pas plus… Chevelure… Épouse… Katty… Hortensia… Souvenir… Pardonner…»

Un lungo silenzio. Poi un sospiro lento e straziante, il sospiro del disperato rimpianto. Poi un soffio, un altro soffio… La striscia di luce s’affievoliva: il conte spegneva, stava per uscire…

Balzammo in piedi, fuggimmo ratti e silenziosi come sorci, riparammo in cucina…

Ma un’ora dopo io volli che si ritornasse a bussare allo studio del vecchio. Egli ci accolse benigno; come al solito ci fece vedere le stampe, i libri di scienza e di viaggio. E come, in fondo, attraverso le stanze, appariva la grande porta chiusa, io non mi trattenni, raccolsi tutta la mia audacia, domandai sommesso:

«Et là dedans, monsieur le comte, est’il vrai qu’il y a une bête terrible?»

Egli mi guardò, mi passò una mano sulla nuca, sorridendo: «C’est Mini qui dit ça?… C’est vrai… Une bête terrible vraiment…» poi tacque, poi parve sussurrasse piano, come a se stesso: «Le regret, mon enfant!…»

***

Gli Anni mi divisero dal mio amico. Seppi l’esilio di lui, a Parigi, con la madre, passata a seconde nozze.

Lessi, poco dopo, la morte del conte Fiorenzo.

La mia infanzia si dileguò nel tempo.

Passò, passò quasi vent’anni la cosa fatta di giorni che si chiama la vita. Dimenticai.

Ma ho ripensato al conte Fiorenzo dinnanzi alla sua casa distrutta, con una mia cara amica settantacinquenne; una di quelle signore che prediligo, perchè hanno alle spalle un’infinita lontananza di figure, di tempi, di paesi e il loro discorso ha per me il fascino misterioso di una fiaba.

Intelligenza sveglia, dal motto pronto ed arguto, che in mia serata aduna intorno alla sua canizie tutti i corteggiatori e li contende alle belle papere ventenni. Anima buona, tuttavia, e sentimentale, che molto ha vissuto, che tutto sa comprendere, tutto perdonare. Forse (molto si favoleggia sulla sua giovinezza remota) forse perchè tutto le sia perdonato.

Il mezzodì era prossimo. Entrammo in una grande confetteria.

«Grazie, caro. Offri un amaro a me, una pasta a Khy-San»

Seduti in disparte, presso una grande vetrata che dava sulla via turbinosa, io tenevo sulle ginocchia la canina giapponese, una meraviglia di grazia e di bruttezza.

E guardavo fuori, al di là delle case nuove, un grande spiazzo di quartieri demoliti; e nella desolata tristezza dei ruderi, delle aste, delle palizzate, riconobbi ad un tratto la casa del mio amico d’infanzia, già distrutta per metà, distinsi le colonne d’ingresso, il gran balcone centrale.

«Signora, lei ha conosciuto i conti X…?»

Ella ebbe un moto con le due mani e un largo sorrise.

«E quanto! La contessa fu tra le mie care amiche… Adorabile creatura! Era Dama di Maria Cristina. Morì giovanissima di mal sottile. La Regina la pianse, come una sorella.»

«Ma lui il conte Fiorenzo…»

La signora non sorrise più. Tolse dalle mie ginocchia, accoccolò sulle sue Khy-San che guaiva, mormorò con voce mutata:

«L’homme aux cinq cents maitresses…»

«Cinquecento!»

«Se non tante, molte davvero… Molte ne ho conosciute anch’io…»

E prese a fare qualche nome, evocando; e ad ogni nome si affacciava alla mia fantasia una larva di donna, fatta polvere da gran tempo.

«Quando l’hai conosciuto, tu?»

«Diciott’anni fa, signora. Ero amico del nipotino…»

«Bisognava vederlo ai suoi giorni!… Aveva quella freschezza fatta di linee perfette, di forza, di nobiltà, di fierezza, d’intelligenza… Le donne smarrivano la ragione… Ma era un uomo di fine sentimento, che non amava la società del tempo vostro… Leggo i vostri libri, e vi compiango. Forse son vecchia e non so più capire; ma ciò che oggi chiamate l’amore a me pare un pettegolezzo mondano, uno scambio d’egoismo e di vanità…»

«Signora!»

«È così, è così…»

Tacque, presa dalla tosse e dall’affanno, ravviò con mano tremante la seta ondosa che guarniva le orecchie di Khy-San.

«Io ero bambino, ma ricordo che il tramonto del conte era triste. Quella figlia…»

«Un’aspide! Da molti anni io non frequentavo la casa per lei… Povero conte!… Avevo notizie dal fedelissimo Mini che incontravo qualche volta… Altra cara figura!»

Ed ella ebbe un sospiro lento che mi ricordò un altro sospiro straziante, udito chi sa quando, chi sa dove, sopito nella mia memoria da anni… Un ricordo mi balenò d’improvviso.

«Signora, ricorda di aver sentito parlare delle stranezze del conte, di una certa stanza misteriosa?…»

«Anche questo tu sai! Era la favola di tutti… La stanza chiusa!…»

«Ma che cosa custodiva?»

«Se ti racconto, tu ridi… E hai torto; ti sia esempio della finezza di quell’anima delicatissima. Vecchio, decaduto, sfinito, aveva conservato intatta la poesia della sua primavera, aveva un rifugio dove ringiovaniva il suo cuore decrepito. In quella stanza aveva adunato tutte le spoglie delle donne amate. La chambre à souvenirs… Si raccontano cose strane. Le pareti erano occupate da grandi armadi. In mezzo sorgeva un inginocchiatoio, con molti lumini, con molti fiori. Il conte si confinava là dentro nelle ore di rimpianto, accendeva tutti i candelabri, bruciava incenso, perchè l’aria fosse sacra come quella d’un tempio. E visitava gli armadi, toglieva, palpava, baciava ad uno ad uno i ricordi: la veste nuziale e le zagare appassite della sposa morta, le smaniglie e il velo della Persiana, la meravigliosa capigliatura d’oro che Katty N… Si recise e gli mandò in dono prima di pugnalarsi in un albergo di Vienna… Il rosario e il soggolo di una carmelitana, il manicotto enorme di una dama dell’imperatrice Eugenia, le babbucce gemmate d’una cortigiana famosa, che lasciò per lui la protezione del Re, vesti, guanti, nastri, cinture, fiori finti, fiori secchi, tutti gli oggetti più strani e più diversi che può lasciare sul suo cammino una donna; e ritratti e ritratti, e lettere e lettere; e ogni cosa ordinata, collocata, segnata da un cartiglio recante un nome e una data…»

«Un collezionista maniaco!»

«Forse… Ma un grande poeta! Compiuta la visitazione, si inginocchiava ai piedi dell’altare luminoso e fiorito, dinnanzi a tutti gli armadi aperti, e col viso tra le mani, chiamava a nome tutte le donne della sua gioventù… Aveva composto per ognuna una strofe di richiamo e tutte si ritrovavano là tra quei fiori, quei lumi, quell’incenso, non più rivali, non più gelose, fatte sorelle dal non esser più… O dall’essere vecchie, il che è la stessa cosa, mio caro Guido!»

Khy-San guaiva, impazientissima.

Io guardavo, oltre il cristallo, i ruderi del palazzo lontano, le colonne d’ingresso, il balcone non più fiorito. Pensavo il vecchio ginocchioni ed officiante… Il demone dell’ironia mi forzava il sorriso… La signora mi guardò, accorata.

«Non ridere, non ridere!

Accarezzò Khy-San, l’acquietò con una pasta alla crema; ebbe nella voce e nello sguardo un disperato rimpianto, e fu per me la rivelazione certa: «Voi, giovani, non potete comprendere. Ma era dolce amare, era dolce essere amati così!…»