I racconti di «Viaggi nel tempo» tra Poe, Wells e Bradbury. In esclusiva la prefazione del libro Einaudi

 

Da sempre le pagine di romanzi e racconti, poemi e cronache risuonano dei passi di una folla di viaggiatori: eroi omerici che vanno in guerra o peregrinano per mare; poeti che si addentrano negli Inferi e negli altri regni ultraterreni; mercanti curiosi che, dal fondo di una galera, raccontano i loro viaggi; cavalieri erranti impegnati in imprese che vanno molto al di là della loro portata; giovani romantici che scendono in Italia e baroni che volano su una palla di cannone; valletti fatalisti e sposi promessi costretti a lasciarsi.

Tutti hanno in comune il fatto di essere diretti a una meta: un luogo, uno scopo o uno scopo che coincide con un luogo. Non importa che il luogo esista oppure no. Anzi, i viaggi più indimenticabili raggiungono isole popolate da creature minuscole o gigantesche, mondi celati dietro agli specchi, satelliti ingombri di senno perduto. Ma è comunque un muoversi da un punto a un altro: un’esperienza che, ridotta all’osso, somiglia alla nostra o a qualcosa che anche noi possiamo fare.

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C’è un solo viaggio che noi umani in carne e ossa non siamo ancora riusciti a fare: quello nella quarta dimensione, un viaggio verso un altrove che non è solo un luogo, ma anche, e soprattutto, un tempo. Un tempo diverso, lontano dal presente pochi secondi o migliaia di anni.

Nella realtà, a livello teorico, i modi per realizzare il viaggio nel tempo sembrano essere stati individuati, ma gli ostacoli alla sua realizzazione sono per ora insuperabili.

Il primo e più determinante fra questi ostacoli è la sterminata quantità di energia che sarebbe necessaria per compierlo davvero. Allo stato attuale delle conoscenze, nel tempo sembra possano muoversi particelle quantiche e pacchetti di onde; niente di lontanamente paragonabile a un vivente, figuriamoci a un essere umano. Niente che possa fare ciò che fa l’Esploratore del tempo piú famoso, cioè il protagonista del romanzo La macchina del tempo di H. G. Wells: «respirai, strinsi i denti, impugnai con ambo le mani la leva di partenza e la spinsi».

È vero che, per la teoria della relatività generale, un piccolo spostamento in avanti, un mini viaggio nel futuro è già realizzabile semplicemente trascorrendo del tempo nelle viscere della terra o viaggiando su un aereo superveloce grazie alla diversa forza di gravità che altera lo scorrere del tempo. Tuttavia, sempre per questioni di energia necessaria, il balzo che possiamo compiere in avanti è quasi insignificante: possono registrarlo solo gli orologi più sofisticati.

Sempre secondo la teoria della relatività generale, in determinate situazioni alcuni oggetti possono viaggiare nel passato grazie alle «curve temporali chiuse». Pare, tuttavia, che nessuno ci abbia mai provato: infatti, come ha scritto il fisico Carlo Rovelli, «non sembrano esserci in giro molti turisti venuti dal futuro», anche se poi specifica che «questo non è un argomento forte. Magari per i nostri discendenti siamo solo poco interessanti».

Quindi, il viaggio nel tempo resta una vertigine mentale e come tale è un potente, e quasi inesauribile, motore creativo che ha fatto, e fa, partorire a scrittori e poeti (ma anche a registi e sceneggiatori) un’immensa quantità di storie. Con un particolare curioso: questo fertile humus per gente dotata di molta immaginazione sembra aver iniziato a dare i suoi frutti solo da tre secoli.

Proprio per il suo estremo fascino creativo saremmo portati a credere che esistano narrazioni antichissime relative al viaggio nel tempo. Invece, nella tradizione occidentale quegli stessi ingegni antichi che hanno descritto nel dettaglio metamorfosi e battaglie fra divinità non hanno concepito l’idea di un uomo che viaggia nel passato o nel futuro. D’altronde, situazioni simili non si trovano nemmeno nel patrimonio mitico e leggendario, che è il bagaglio principale dal quale scrittori e poeti dell’antichità attingevano le loro storie.

Secondo gli antichi, a potersi muovere avanti e indietro nel tempo erano solo esseri sovrannaturali che, proprio perché non umani, avevano di fronte un tempo infinito. In questo senso, essi non viaggiano nel tempo, piuttosto si muovono lungo l’eterno presente che li caratterizza. Il loro viaggio è «nel tempo» solo agli occhi degli uomini che restano inchiodati alla distinzione fra presente, passato e futuro. I pochi esseri umani dotati della capacità di sbirciare nel futuro erano considerati straordinari e, in qualche modo, in contatto con il divino: profeti, vati, maghi.

Tutto ciò risulta ovvio se consideriamo che il tempo è lo strumento essenziale della Creazione: il demiurgo platonico dà origine all’universo spartendo il caos in una sequenza temporale e, nella Bibbia, l’universo è creato in sette giorni. Per gli antichi, dunque, il tempo è «cosa» da dèi. L’uomo ne è schiavo e non riesce a immaginarsi in grado di plasmarlo.

Un concetto analogo avevano gli uomini del Medioevo, i quali, d’altronde, si pensano i continuatori della civiltà greco-romana. Il tempo che gli uomini del Medioevo conoscono è il tempo ciclico dell’alternarsi delle stagioni, dello scorrere circolare di anni, mesi e giorni che periodicamente si ripresentano. A scandire il tempo medievale sono le esigenze della terra e le liturgie della Chiesa. Per misurarlo, si usa il suono delle campane.

Almeno fino alla comparsa degli orologi meccanici, nel XIII secolo, e al tempo dei mercanti (dove ogni istante costa e quindi conta), il tempo dava probabilmente l’impressione di tornare sempre al punto di partenza. Mentre il tempo girava in circolo, gli individui procedevano verso la morte e le generazioni, altrettanto speditamente, marciavano verso età del mondo quasi sempre minacciose, oppure verso il Giudizio Universale. Con prospettive simili, non stupisce se l’ingegno di scrittori e poeti evitasse di immaginare viaggi nel tempo.

Dal momento che lo scorrere del tempo equivale all’avvicinarsi del declino, ci si aspetterebbe che l’uomo fantastichi di sottrarsene scappando verso il passato, ma questo, per la mentalità medievale, è inconcepibile, sia perché non ci si può sottrarre al giudizio divino, sia perché il tentativo di modificare gli eventi risalendo nel passato rappresenterebbe un peccato di arroganza tanto grande da poter essere compiuto solo da un demonio o da chi si è compromesso con lui.

Tranne qualche spostamento nel passato o nel futuro compiuto da quella particolare categoria di individui che sono i maghi – pensiamo a Merlino nel ciclo arturiano, o a Prospero nella Tempesta shakesperiana – la letteratura occidentale di epoca premoderna sarebbe totalmente sprovvista di viaggi nel tempo se non fosse per un breve testo scritto nel 1331 dal nobiluomo Juan Manuel, Il mago rimandato, che racconta con un delizioso brio inventivo, come se di viaggi nel tempo si scrivesse e leggesse comunemente, di un priore che, per imparare le arti occulte, si rivolge a un noto stregone.

Poi, con l’epoca delle scoperte geografiche, i lunghi secoli medievali finiscono. La nozione di tempo si affranca dalla circolarità e inizia a scorrere secondo il tempo dei viaggi di scoperta, di conquista e di commercio. Così, nel Cinquecento, l’elenco delle possibili mete dei viaggiatori immaginari si amplia a dismisura e le menti fantastiche di autori e lettori trovano pane per i loro denti: diari di bordo, resoconti e cronache che i nuovi viaggiatori scrivono dai quattro angoli della Terra. Facilissimi da diffondere grazie all’invenzione della stampa, per i due secoli successivi si mescolano ai desideri di rinnovamento del mondo e danno origine a una lunga serie di viaggi utopistici ancora nelle tre dimensioni, ma con approdi straordinari: nessun bisogno di inventarsi viaggi nel tempo, visto che restano da esplorare oceani e terre sconosciute.

Finché Cook, esplorando l’emisfero australe, scopre l’Antartide e invece dei lussureggianti giardini dell’Eden, nei cui intrichi vegetali possono celarsi mondi fantastici, descrive una terra coperta di ghiacci eterni. Fu così che anche i più visionari fra gli ingegni furono costretti a rivedere le ambientazioni dei loro viaggi utopistici e a cambiare meta: per un po’ ci fu un fiorire di viaggi extraterrestri e «intra» terrestri, nelle viscere della Terra.

Nel frattempo Isaac Newton enuncia i principî della fisica e della meccanica moderne, distinguendo fra un tempo «relativo» (una misura di per sé inesatta, come ora giorno e anno) e un tempo assoluto, che «senza relazione ad alcunché di esterno scorre uniformemente». Per la prima volta il tempo è concepito in maniera non esclusivamente circolare e inizia ad affrancarsi dai cicli naturali e da quelli liturgici. Si distende e, distendendosi, diventa navigabile: così si comincia a immaginare che possa essere un’ottima meta per i protagonisti dei romanzi utopici a corto di destinazioni.

Nel 1659 compare in Francia, anonimo, Epigone, histoire du siècle futur. Questa parodia del romanzo eroico segna una tappa trascurata ma fondamentale nella storia della fantascienza: molti, infatti, lo identificano come «il paleolitico» del viaggio nel tempo. L’azione si svolge nel futuro, anche se il viaggio verso di esso non è descritto. Il romanzo di De Pure è la prova che il pensiero galileiano, le riflessioni di Bacone, le nuove tesi di Newton iniziano a far presa, tanto che cominciano a viaggiare nel tempo gli oggetti: in Memoirs of the twentieth century (1733), ad esempio, lo scrittore irlandese Samuel Madden immagina che delle missive arrivino alla sua epoca dal futuro.

Poi, nel 1771 ciò che in De Pure era allo «stato embrionale» si evolve: in L’anno 2440 dello scrittore francese Louis-Sébastien Mercier, il protagonista, viaggiando, sfonda il muro della quarta dimensione e approda in un’epoca lontana. È nel futuro, infatti, che si risveglia l’io narrante dopo un sonno di sei secoli, ma il risveglio non è traumatico, dal momento che si ritrova in una Francia dove sono stati realizzati i principî illuministici. Nel futuro di Mercier la monarchia è in rovina e si è instaurato un nuovo ordine istituzionale e sociale. Grazie alla filosofia dei Lumi, l’elemento che mancava per compiere il grande balzo ora c’è: l’idea che la storia dell’uomo possa essere indirizzata verso tempi migliori, realizzabili su questa terra. Il futuro non è più nelle mani di Dio, l’uomo può attivamente modificarlo per renderlo migliore.

Il romanzo di Mercier ebbe un successo straordinario in tutta Europa, fu tradotto in piú lingue e varcò l’Atlantico. Affascinava per lo sguardo nuovo sul futuro ma anche per un senso di dubbio, d’inquietudine sui corsi e ricorsi della Rovina, tema che trovava sempre maggiore eco nel clima preromantico di fine Settecento (e le stragi di epoca rivoluzionaria e napoleonica contribuirono alquanto al suo successo). Così come rispondeva al gusto romantico l’espediente fiabesco del sonno e del morso del serpente che in Mercier rappresentano l’andata e il ritorno del viaggio nel tempo. Altrettanto fiabesco, anzi decisamente magico, è l’espediente usato nel 1781 dal commediografo norvegese Johann H. Wessel per far viaggiare nel tempo la coppia protagonista della pièce Anno 7603. Il titolo allude alla data in cui i due si ritrovano per scoprire che i ruoli sociali dei generi si sono invertiti e che le donne devono entrare nell’esercito.

Fiabesca per eccellenza è la pozione che fa cadere nel sonno il primo viaggiatore nel tempo del nuovo secolo (siamo nel 1820). È il protagonista del racconto di Washington Irving, scrittore notissimo fra i suoi contemporanei, Rip van Winkle, un buon uomo che cade in un sonno magico che, per lui, dura una notte soltanto, ma per il resto del mondo, la sua famiglia e il suo villaggio equivale a vent’anni. Quando si sveglia nel futuro, Rip è perso in un mondo che dovrebbe conoscere ma che è diventato improvvisamente ignoto. L’inquietudine, che era sottile in Mercier, qui prende il sopravvento, ogni ottimismo è svanito: viaggiare nel tempo significa affacciarsi su un abisso di spavento, che il tono ironico del racconto stempera solo in parte, poiché in gioco è la percezione stessa della propria identità.

Per trovare chi abbia il coraggio di immergersi negli abissi dello spavento e dell’orrore basta aspettare poco: sta infatti per irrompere sulla scena letteraria il maestro del genere, colui che nel momento stesso in cui lo inventa, è in grado di portarlo al suo massimo: Edgar Allan Poe. Nel racconto Una discesa nel Maelstrom il protagonista è un «un Rip van Winkle che invece di dormire pacificamente per vent’anni ha visto l’esistenza scorrere intorno alla velocità del gorgo, ed è diventato, per i suoi antichi compagni, un viaggiatore di ritorno dalla terra dei morti». L’io narrante è un pescatore norvegese che, tempo addietro, è stato risucchiato nel peggior gorgo di correnti in cui ci si possa imbattere, esperienza talmente al di là dei sensi umani che egli ne ha notato solo «la rivelazione di una terribile grandezza». Il tempo trascorso nel gorgo ha agito su di lui fino a trasformarlo. Non di vero viaggio nel tempo si tratta, ma la potenza descrittiva di Poe rende il vortice d’acqua un abisso metafisico dove tutto, compreso il Tempo, viene inghiottito.

Il racconto di Poe è del 1833. L’anno successivo esce in Francia un romanzo di Félix Bodin intitolato Le roman de l’avenir, che oggi è noto soprattutto per la sua prefazione: è la prima, infatti, in cui un autore riflette sul vantaggio di situare un’opera d’immaginazione nel futuro. Ma il romanzo di Bodin ha forse anche un altro primato: prefigurare un futuro dove le macchine, le invenzioni tecniche, le scoperte scientifiche hanno profondamente rivoluzionato la vita umana e il mondo. È il presente della Rivoluzione industriale che si riverbera nel futuro immaginato.

Nel frattempo, all’altro capo del continente europeo, in Russia, nel 1836 Aleksandr F. Veltman, prolifico romanziere notissimo fra i suoi contemporanei, immagina un viaggio per scoprire i segreti che fecero della stirpe macedone un’ineguagliabile conquistatrice di terre e uomini: in Gli antenati di Kalimeros: Alessandro il Macedone figlio di Filippo l’io narrante torna, a dorso di ippogrifo, nella Grecia antica per combattere con Filippo il Grande e poi accompagnare suo figlio Alessandro Magno in Oriente. Fra il rapimento della Pizia, una chiacchierata con Aristotele e il goffo tentativo di pagare con un titolo corrente dell’Ottocento, il protagonista non scopre alcun segreto e, anzi, arriva alla conclusione che non solo tutto il mondo è paese, ma che ogni epoca storica lo è.

Il romanzo di Veltman segna un passaggio fondamentale per due motivi: un personaggio va nel passato e ci va di persona. È l’espressione del desiderio di conoscere in presa diretta i grandi eventi della storia. Dopo di lui, altri autori mandano i loro personaggi a spasso nel passato: della stessa epoca è il racconto Missing one’s coach: an anachronism (1838), apparso anonimo sul «Dublin Literary Magazine». Un uomo di Newcastle sta aspettando la corriera quando all’improvviso viene trasportato all’indietro per centinaia di anni e si ritrova a colloquio con il Venerabile Beda: è un sogno o qualcosa di «più di un sogno»? Il racconto non lo svela18.

Non è un sogno, invece, ma un vero viaggio quello narrato in un romanzo francese del 1861, Paris avant les hommes. L’autore è un grande naturalista e botanico ottocentesco, Pierre Boitard. Il suo protagonista risale le ere geologiche, grazie a un demone zoppo, per scoprire cosa c’era a Parigi «prima degli uomini»: incontrerà dinosauri e un progenitore scimmiesco. Senza dubbio, la molla che guida la fantasia di Boitard sono la curiosità scientifica e un desiderio di divulgare presso il grande pubblico le nascenti teorie sull’evoluzione delle specie.

Un altro esempio di viaggio nel passato è Un americano alla corte di re Artú di Mark Twain, romanzo della fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, così come Looking Backward di Edward Bellamy. Quest’ultimo, che ottenne negli Stati Uniti un successo straordinario paragonabile a quello della Capanna dello zio Tom, rinnova in chiave socialista l’utopia di Mercier: un personaggio si risveglia nel Duemila e si ritrova in una società egualitaria, tecnologicamente avanzata e nella quale la pace sociale è stata raggiunta grazie all’abolizione del denaro. Tornerà poi nel suo tempo, ma rimarrà orripilato dall’ingiustizia sociale del XiX secolo.

Già in Bellamy il sonno è un sonno, diciamo così, «moderno»: il suo protagonista, infatti, mentre cerca di combattere l’insonnia con una seduta di ipnosi (tecnica nuova che suscitava gli entusiasmi e la curiosità del grande pubblico) si ritrova catapultato 113 anni in avanti. La fascinazione positivistica per la scienza dilaga. Siamo in piena Seconda rivoluzione industriale, l’età dell’acciaio e dell’elettricità. Per viaggiare nel tempo non c’è più bisogno di ricorrere all’ambiguo stato del sonno o a mezzi fantastici come ippogrifi e demoni: stanno ormai per fare il loro ingresso le macchine del tempo.

A metà, come un trait d’union, troviamo il racconto di uno scrittore visionario del Maine, Edward Page Mitchell, il quale, dopo aver immaginato un treno che supera la velocità della luce e un umanoide calcolatore20, nel 1881 scrive L’orologio che andava all’indietro. I protagonisti viaggiano nel tempo ritornando nei Paesi Bassi in rivolta contro gli spagnoli grazie all’orologio del titolo. Per la prima volta, anche se si tende a non considerarlo una vera e propria macchina del tempo in quanto è stato fabbricato per uno scopo differente e solo un accidente (che ha ancora del magico) lo rende tale, un oggetto costruito dall’uomo trasporta degli esseri umani in epoche alle quali non appartengono. Al di là del mezzo che consente il viaggio, la vera novità del racconto di Page Mitchell è da rintracciare nella riflessione sul tempo di uno dei personaggi: poiché sperimentiamo la capacità del tempo di scorrere in una direzione, ciò comporta automaticamente la possibilità che esso scorra anche nella direzione opposta.

La prima vera macchina del tempo della storia della letteratura arriva sei anni dopo, nel 1887. Questo oggetto, senza il quale penseremmo non esistano spostamenti temporali, impiega un secolo a comparire, dopo che sparuti crononauti hanno iniziato a popolare racconti e romanzi. Finalmente il tempo non solo è navigabile, ma l’uomo può costruire uno strumento che serve per viaggiare al suo interno. La fiducia nell’ingegno umano è al culmine, ogni ricorso a potenze ultraterrene è superato.

Di solito si crede che sia H. G. Wells l’inventore di questo ordigno fantastico, e invece la paternità spetta a un diplomatico e commediografo spagnolo, Enrique Gaspar, al quale è stato riconosciuto il primato solo negli ultimi anni, dopo che una mostra alla British Library nel 2011 e la traduzione inglese della sua opera hanno ricordato al mondo che Gaspar arrivò con ben sette (e forse tredici) anni d’anticipo su Wells. L’opera in questione è una commedia in versi intitolata El anacronópete, composta, parrebbe, nel 1881 e pubblicata a Madrid nel 1887. Inventore dell’ordigno è don Sindulfo, scienziato di Saragozza, e il suo intento non è affatto scientifico: vuole risalire nel tempo per approdare in un’epoca in cui le donne siano assai più sottomesse agli uomini, in modo da convincere la nipote, della quale è invaghito, a sposarlo. La macchina, grande e confortevole, una vera «nave» dotata di ogni comodità, cucina e lavanderia comprese, è fatta di acciaio e si muove grazie all’elettricità, i due feticci del tempo di Gaspar. Su di essa s’imbarcano Sindulfo, la nipote, un aiutante e una serva, un capitano e alcune donnine allegre di Parigi, città dalla quale lo strano equipaggio parte per la sua avventura in epoche diverse.

Il testo di Gaspar, in realtà, rimase confinato alla sola Spagna e non è dimostrato che H. G. Wells sia venuto a conoscenza dell’opera. Anche se fosse, tra i due testi corre comunque una differenza fondamentale: mentre nel viaggio di don Sindulfo e del suo equipaggio ciò che conta sono le mete, la grandissima novità dell’arcinoto romanzo di Wells (1895) sta invece nel mettere in primo piano il viaggio stesso, la nuova straordinaria possibilità di solcare il tempo e di farlo grazie a un congegno ideato e costruito dall’uomo. Per questo, La macchina del tempo ha un valore di spartiacque, pur avendo perso il suo primato: infatti, il Time Traveller è profondamente cosciente della grande impresa che sta per affrontare, e vi si identifica a tal punto da non avere altro nome. Lo dimostrano il tono del discorso serissimo con cui la illustra agli astanti e il fatto che la macchina venga descritta con la minuzia e lo stile con cui si descrive un inestimabile gioiello. L’intento che muove l’impresa del Time Traveller è scientifico: la sua sarà un’esplorazione. Ma la conclusione di questa grande avventura sarà amara: il viaggiatore che mirava a testare le potenzialità della scienza approderà a un’epoca lontanissima del futuro, dove le macchine sono diventate parte integrante di una realtà di sfruttamento e incubo oltre la quale si intravede un futuro di desolazione senza più alcuna traccia dell’uomo.

Con Wells, la neonata fantascienza diventa ciò che essa costitutivamente è: l’espressione di una crisi del presente. Dopo Wells, i viaggi nel tempo dilagheranno in letteratura e nelle altre forme di narrazione, ma sempre dovranno confrontarsi con lo spaesamento e la vertigine di un tempo differente sotto il quale, il più delle volte, si cela il presente stesso.

f. f.