Su «Tutti gli altri» di Francesca Matteoni

Leonardo Neri

Tutti gli altri di Francesca Matteoni è un oggetto misterioso, un libro che per comodità definiremo romanzo, anche considerando la collana Tunué in cui trova casa. In realtà la divisione in capitoli sposta l’identificazione verso la raccolta di racconti. Ogni capitolo è un cerchio chiuso e potrebbe essere letto singolarmente. Si tratta infatti di schegge di memoria dell’autrice-protagonista che ripercorre la propria vita attraverso blocchi di cartoline nostalgiche, digressioni oniriche e stralci di realtà misti a sconfinamenti poetici che ne alzano il tono lirico.

Tutto nasce dal susseguirsi di micro-traumi che fin dalla tenera età segnano in modo indelebile il prosieguo dell’esistenza della protagonista. Durante l’infanzia si affrontano problemi e ci si espone a pericoli che sono solo il preludio di ciò che avverrà in età adulta. In questa fase avanzata della vita si ritroveranno la stessa incompletezza e lo stesso disorientamento di fronte alle medesime minacce, ma il coraggio e l’audacia per fronteggiarli saranno affievoliti. Crescendo ogni sfida, ogni distacco e ogni dolore sarà sempre meno sanabile. E la scoperta e l’assuefazione alla morte è il marchio che l’autrice imprime alla sua poetica per dare coerenza alla narrazione, la cifra per decodificare la complessità dell’esistenza dell’individuo. È così che il trapasso di formiche, meduse e conigli durante la fanciullezza e poi di gatti durante l’adolescenza preparano la strada all’incontro con la morte degli esseri umani in età avanzata.

È un climax in cui l’intensità della lingua cresce insieme al personaggio principale nell’avanzare e nel riavvolgersi dei tre momenti della vita. Il ritmo si fa via via incalzante e lo spettro emozionale della giovane donna non smette di scindere il suo pensiero in dubbi e insicurezze sempre più lucidi e non meno strazianti. La mente affetta ogni pensiero e dirime ogni fibra del garbuglio esistenziale con franchezza chirurgica e disillusa; tuttavia la patina malinconica che avvolge la nebulosa fredda e pensante fa da contraltare: dopo tutto non siamo di fronte a una protagonista robotica, ma al cospetto di un’anima fragile che cede facilmente alle tentazioni che la sua vita stralunata le porge.

E ancora una volta il filo conduttore tra l’intimità della protagonista e il mondo esterno è elettrizzato dall’idea onnipresente della morte che accende da dentro il suo corpicino trasandato e dà vita a quella scintilla analitica che le permette di sminuzzare ogni sentimento, ogni situazione, qualsiasi rapporto. Se la morte è motore del pensiero, quest’ultimo non può che approdare alla morte stessa e all’idea asfissiante della sua onnipotenza e insindacabilità. L’idea della fine è una maglia metallica acuminata che fa da letto all’intero libro. Negli spazi vuoti di questo reticolo si insinua la narrazione in cui le storie biografiche si muovono in un’ambientazione costantemente favolistica e intaccano le maglie in maniera ruvida, rimanendo impigliate come carne che si ferisce a ogni scossone, a ogni nuova puntata.

Pinocchio viene impiccato, l’amico si suicida, le bestie e le persone intorno, che siano più distanti o più vicine, si autodistruggono e muoiono. A queste condizioni di esistenza il cielo è basso e cinereo in una Pistoia gotica che scorre severa e umanoide come un fiume mutuato dalla mitologia nordica. L’esistenza diventa così eterna dicotomia: vita/morte, salvezza/inferno, dentro/fuori, società borghese/vita di strada e l’ago della bilancia di Matteoni propende sempre verso il polo più decadente. C’è speranza solo in ciò che non si vede, nel sogno e nell’illusione, nell’immaginazione di creature boschive in fermento che non si mostrano agli uomini ma che dal fresco umido di foreste e cantine proiettano sugli umani la loro energia sinistra e meno marcatamente salvifica. C’è possibilità solo nell’esplorazione solitaria della natura. Che siano gli Appennini toscani, la City londinese o la più remota Finlandia, alla fine, il cerchio non si chiude come la narratrice si aspetta. Il nodo inestricabile rimane la natura irriducibilmente solitaria dell’essere umano; la vita è una sonata testarda e letale tesa a rintracciare un significato lapalissiano: l’impossibilità di rinunciare all’altro; anche sacrificando il proprio corpo all’altare della conoscenza (proprio come in Into the wild) il risultato è sempre deludente.

Quel che rimane è un affastellarsi di immagini, di memorie e ferite impossibili da rimarginare. A dimostrarlo è il moto ondivago con cui l’autrice spazia dalla descrizione degli esterni metropolitani a quella degli interni dell’individuo:

«La Battersea Power Station è il mio confine sud, un castello abbandonato, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru. Come una forma tangibile del cielo, mi accorgo del mondo superiore sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, folaghe e gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne volgersi all’erba, allo scandirsi dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione e il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore. Gli affetti trascorrono più veloci del tempo che impieghiamo a riconoscerli. Ci camminiamo in mezzo e tardi ci accorgiamo delle loro dimensioni, così fisse e severe sopra di noi.»

È proprio in questa capacità di cucire il proprio lirismo tra i periodi e di incastonarlo nella narrazione che risiede il tratto caratterizzante di Tutti gli altri. Un romanzo (forse) che è un mosaico disperato e schietto in cui la tecnica decorativa e l’espoliazione emotiva dell’autrice prevalgono con successo sulla linearità e sulla chiarezza espressiva; in cui il tema di fondo (il topos della morte) è il disegno, il progetto che fa ricomporre i frammenti e le tessere sconnesse in un unico tempo circolare.