«Sorridi» di D.H. Lawrence

Figlio di un minatore, D.H. Lawrence (1885-1930) è stato tra gli scrittori più controversi e prolifici del ventesimo secolo. Dall’infanzia trascorsa nel Nottinghamshire ai viaggi decisivi in Italia (di cui si scorge traccia anche in Sorridi) e poi in Australia, Stati Uniti, Messico, Lawrence è uno scrittore poliedrico che spazia dalla prosa alla poesia passando per i saggi, le sceneggiature e i libri di viaggio, pur mantenendo per tutta la vita un interesse per la pittura che si tradurrà in numerosi dipinti spesso tacciati di oscenità e in un gusto pittorico presente anche nella sua letteratura. Tra le molte altre cose Lawrence ha scritto sessantasette racconti, raccolti nelle imprescindibili Collected Stories della Everyman’s Library. Muore di tubercolosi quarantaquattrenne in Francia. Deleuze e Guattari nel loro Anti-Edipo (traduzione di Alessandro Fontana, Einaudi) segnaleranno gli scritti del romanziere inglese tra gli antecedenti del loro lavoro critico sulla psicanalisi, in particolare della critica alla riduzione della sessualità al complesso edipico. Anche Norman Mailer, Salman Rushdie, Geoff Dyer e Martin Amis saranno tra i suoi innumerevoli ammiratori e lettori.

Aveva deciso di rimanere alzato tutta la notte, per una sorta di penitenza. Sul telegramma si leggeva soltanto: «Le condizioni di Ophelia sono critiche». Sentiva che, date le circostanze, andare a dormire nel vagone letto sarebbe stato frivolo. Perciò sedette spossato nello scompartimento di prima classe mentre la notte calava sulla Francia.

Avrebbe dovuto, chiaramente, trovarsi al capezzale di Ophelia. Ma Ophelia non ce lo aveva voluto. Per questo sedeva a occhi aperti sul treno.

Nel suo profondo sentiva un peso oscuro e ponderoso: come una sorta di tumore colmo di assoluta tristezza che gravava sui suoi organi vitali. Aveva sempre preso la vita sul serio. La serietà adesso lo sopraffaceva. Il suo bel viso, ben rasato e dall’incarnato scuro, sarebbe andato bene per rappresentare quello di Cristo sulla croce, con le sopracciglia spesse e nere inclinate sotto il peso di quell’angoscia frastornata.

La notte sul treno era un inferno: niente era reale. Due anziane signore inglesi sedute di fronte a lui erano morte da molto tempo, forse persino da prima che fosse morto lui. Perché, ovviamente, lui era morto.
Un’alba lenta e grigia si faceva largo fra le montagne della frontiera, e lui la osservava con lo sguardo perso nel vuoto. Ma la sua mente ripeteva:

«E quando l’alba arrivò, fioca e mesta
E il freddo con l’acquazzone mattutino,
Le sue quiete palpebre si chiusero: non fu più desta
E un altro mattino differente dal nostro trovò sul suo cammino.»

Il suo imperturbabile volto da monaco tormentato non mostrava nessuna traccia del disprezzo che sentiva, del disprezzo di sé persino, per questo crollo improvviso dal sublime nel banale, come lo giudicava la sua mente critica.

Era in Italia: osservava il paese con un’avversione fiacca. Non più capace di provare emozioni intense, sentì soltanto una punta d’avversione quando vide gli ulivi e il mare. Una sorta di truffa poetica.

Era di nuovo notte quando arrivò al convento delle Piccole Sorelle di Gesù, dove Ophelia aveva scelto di ritirarsi. Fu condotto nella stanza della Madre Superiora, dentro il palazzo. Quest’ultima si alzò in piedi e fece un inchino in silenzio, tenendo lo sguardo basso. Poi disse in francese:

«Mi addolora dirvelo. È morta questo pomeriggio».

Rimase stupefatto dov’era, senza provare emozioni particolari, nonostante tutto, ma fissando il nulla dall’alto del suo bellissimo e ben delineato volto da monaco.

La Madre Superiora posò delicatamente la sua bella mano bianca sul braccio del monaco e appuntò lo sguardo sul suo viso, avvicinandosi a lui.

«Coraggio!» disse dolcemente. «Coraggio, su!»

Lui indietreggiò. Si spaventava sempre quando una donna si avvicinava a lui in quel modo. Persino nelle sue sottane voluminose, la Madre Superiora aveva un aspetto molto femminile. 

«Certo!» rispose in inglese. «Posso vederla?»

La Madre Superiora fece suonare una campanella, e apparve una giovane suora. Era piuttosto pallida, ma c’era qualcosa di ingenuo e di birichino nei suoi occhi color nocciola. La donna più anziana sussurrò una presentazione, e pudicamente la giovane fece una piccola riverenza. Ma Matthew le porse la mano, come un uomo che tenta l’ultima carta. La giovane suora separò le mani bianche che fino ad allora aveva tenuto giunte e timidamente ne fece scivolare una in quella di lui, passiva come un uccellino addormentato.

E dall’Averno incommensurabile della sua tristezza, il monaco pensò: Che bella mano!

Camminarono lungo un meraviglioso ma gelido corridoio, e bussarono a una porta. A Matthew sembrava di camminare nel lontano aldilà, ma nondimeno riusciva ancora a registrare la voluminosità morbida e raffinata delle due sottane nere, che si muovevano con uno sventolio mellifluo e urgente di fronte a lui.

Rimase terrorizzato quando la porta si aprì, e vide le candele accese attorno al letto bianco di quella camera maestosa e nobile. Una suora scura in volto e dall’aria primitiva stava seduta accanto alle candele con in testa la cuffia bianca, quando sollevò lo sguardo dal suo breviario. Poi si alzò in piedi – era una donna robusta – e fece un piccolo inchino, e Matthew si accorse delle mani scure e cremose che sgranavano un rosario nero, contro il blu intenso del tessuto di seta che le copriva il seno.

Le tre sorelle si riunirono in silenzio attorno alla testiera del letto, ondeggiando tuttavia in maniera molto femminile, nei volumi delle loro gonne di seta nera. La Madre Superiora si sporse in avanti, e con la massima delicatezza sollevò il velo bianco di tela batista dal viso morto.

Matthew vide la morta e bellissima compostezza del volto di sua moglie, e tutt’a un tratto, qualcosa di simile a una risata fece un balzo nelle sue profondità, gli uscì un grugnito, e uno straordinario sorriso gli si disegnò sul volto.

Al bagliore del fuoco delle candele che tremava caldo e veloce come quello delle luci di un albero di Natale, le tre suore lo stavano osservando con occhi profondamente compassionevoli, da sotto le fasce delle loro cuffie. Erano come uno specchio. D’improvviso sei occhi sussultarono colti da un piccolo spavento, poi cambiarono espressione, confusi, fino a mostrare stupore. E sui volti delle tre suore, che gli stavano di fronte alla luce delle candele senza poter fare nulla, cominciò a comparire uno strano e involontario sorriso. Sui tre volti, lo stesso sorriso si allargava in maniera così diversa, come tre fiori che impercettibilmente aprono i loro petali. Su quello della giovane e pallida suora, era quasi un sorriso doloroso, con un tocco di estasi maliziosa. Ma la faccia scura e ligure della sorella impegnata nella veglia funebre, una donna matura con le sopracciglia disposte su una sola linea orizzontale, si incurvò in un sorriso pagano, lento, infinitamente impossibile da afferrare nel suo umorismo arcaico. Era il sorriso etrusco, inafferrabile e impassibile, e senza risposta.

La Madre Superiora, che aveva un volto dai lineamenti ben marcati come quello di Matthew, fece di tutto per cercare di non sorridere. Ma lui tenne il mento sollevato nella sua direzione, divertito e malevolo, e lei abbassò il volto mentre un sorriso cresceva, cresceva, e cresceva sul suo viso.

La giovane suora esangue si coprì improvvisamente il viso con una manica, il corpo che le tremava. La Madre Superiora passò un braccio attorno alle spalle della ragazza, con fare intenso, tipicamente italiano: «Povera piccola! Sfogati, su, su, povera!» Ma sotto la commozione, la sua risatina sommessa si sentiva ancora. La suora robusta e dalla carnagione scura stava là ferma, stringendo i grani neri del rosario, ma il suo sorriso silenzioso era inamovibile.

D’un tratto Matthew si voltò verso il letto, per vedere se la sua defunta moglie lo stesse osservando. Fu un movimento causato dalla paura.

Sdraiata su quel letto Ophelia sembrava così bella e commovente, con il suo nasino morto a punta che sporgeva verso l’alto, e il suo volto da bambina ostinata fissato nell’ostinazione finale. Matthew perse il sorriso, e al suo posto si materializzò l’espressione del martirio più assoluto. Non pianse, ma la osservò senza interesse. Eppure, sul suo volto si intensificò quell’espressione: Sapevo che mi attendeva questo martirio!

Era così bella, così innocente, così intelligente, così ostinata, così consumata – e così morta! Tutto ciò lo faceva sentire così vuoto.

Erano stati sposati per dieci anni. Lui stesso non era stato perfetto – no, no, assolutamente no! Ma Ophelia aveva sempre voluto fare di testa sua. Lo aveva amato, ostinatamente, era diventata pensierosa, sdegnosa, arrabbiata, lo aveva lasciato una dozzina di volte, e una dozzina di volte era ritornata da lui.

Non avevano figli. E lui, dentro di sé, li aveva sempre voluti. Si sentì molto triste.

Adesso non sarebbe più tornata da lui. Questa era la tredicesima volta, e se ne era andata per sempre.

Ma era davvero così? Nel formulare questo pensiero, sentì la moglie dargli una gomitata da qualche parte fra le costole, per farlo sorridere. Si agitò un po’, e un cipiglio arrabbiato gli calò sulla fronte. Non avrebbe sorriso! Provò a serrare la mascella squadrata e rivelatrice, mostrando i grossi denti, mentre guardava l’infinitamente fastidiosa defunta. «Ci risiamo!» le avrebbe voluto dire, come quell’uomo nel racconto di Dickens.

Lui stesso non era stato perfetto. Si sarebbe soffermato a pensare alle sue imperfezioni.

Si voltò d’improvviso verso le tre donne, che erano svanite allontanandosi oltre le candele, e che adesso si libravano, nelle bianche cornici delle loro cuffie, fra lui e il nulla. Gli brillarono gli occhi, e sogghignò.

«Mea culpa! Mea culpa!» brontolò.

«Macché!» esclamò la Madre Superiora intimidita, e le sue mani si separarono, poi si ricongiunsero, nella densità delle maniche, come degli uccellini che fanno il nido in coppia.

Matthew abbassò la testa e scrutò tutt’intorno, pronto a svignarsela. La Madre Superiora, in sottofondo, intonò dolcemente un Pater Noster, facendo penzolare il suo rosario. La giovane suora pallida svanì ancora più indietro. Ma gli occhi neri della suora robusta dal volto scuro scintillavano su di lui come delle stelle eternamente divertite, e sentì di nuovo il sorriso spingere con forza sulle sue costole.

«Sentite!» disse alle donne, come rimostranza. «Sono terribilmente sconvolto. Farei meglio ad andare.»

Le suore volteggiarono in un incantevole stupore. Si gettò verso la porta. Ma persino mentre se ne andava, riusciva a sentire il sorriso che iniziava a disegnarsi sul suo viso, colto dalla coda dell’occhio scuro della sorella robusta, con il suo perpetuo ammiccare. E, in segreto, lui stava pensando voluttuosamente che avrebbe voluto tenere fra le sue mani quelle cremose e scure della suora, giunte tra loro come due uccellini durante il rituale di accoppiamento.

Ma aveva intenzione di soffermarsi ancora sulle sue imperfezioni. Mea culpa! gridò a se stesso. E persino mentre lo gridava, sentiva che qualcosa gli dava una gomitata fra le costole, dicendogli: Sorridi!

Le tre donne rimaste indietro in quella stanza maestosa si guardarono a vicenda, e le loro mani si sollevarono in alto per un momento, come sei uccellini che improvvisamente abbandonano il fogliame, e poi vi si posano di nuovo.

«Poveraccio!» disse la Madre Superiora, in modo compassionevole.

«Sì! Sì! Poveraccio!» disse la giovane suora, con ingenua e acuta impulsività.

«Già» disse la suora dal cipiglio bruno.

La Madre Superiora si mosse silenziosamente verso il letto, e si sporse sopra il volto morto.

«Pare che lo sappia, pover’anima!» mormorò. «Non credete?»

Le tre teste sotto le cuffie si sporsero insieme in avanti. E per la prima volta videro la leggera piega ironica agli angoli della bocca di Ophelia. La osservarono con palpitante stupore.

«Lo ha visto!» sussurrò la giovane suora fremente.

La Madre Superiora posò con delicatezza il velo finemente lavorato sul volto freddo. Poi mormorarono una preghiera per quell’anima, facendo scivolare fra le dita i grani del rosario. In seguito la Madre Superiora raddrizzò due delle candele che stavano sui chiodi, afferrando ciascuna spessa candela con una presa salda e delicata, e spingendola in basso.

La sorella robusta e dal viso scuro si sedette di nuovo con il suo piccolo libro sacro. Le altre due si affrettarono dolcemente verso la porta, e subito fuori nel grande corridoio bianco. Là, piano, navigando silenziose dentro tutto il loro scuro drappeggio, come dei cigni neri lungo un fiume, d’un tratto si bloccarono. Entrambe avevano visto la figura di un uomo disperato, avvolto in un cappotto di malinconia, che indugiava a fredda distanza alla fine del corridoio. All’improvviso la Madre Superiora accelerò il passo guadagnando una certa velocità.

Matthew le vide avvicinarsi rapide verso di lui, quelle figure voluminose dai volti incorniciati e dalle mani smarrite. La giovane suora seguiva la più anziana.

«Pardon, ma Mère!» disse lui, come se si fosse trovato in strada. «Ho lasciato il cappello da qualche parte…»

Fece un gesto disperato, sbracciando alla rinfusa, e mai qualcuno fu così lontano dal sorridere quanto lui.

Traduzione di Gessica Destito