Se un personaggio di finzione diventa un bambino vero. Su «Chirù» di Michela Murgia

A volte la potenza della scrittura può sovrastare la trama di un romanzo e Michela Murgia ce lo insegna con Chirù, suo ultimo romanzo edito da Einaudi. Il ritmo del libro sembra essere quello delle onde del mare, di una vita passata a rileggersi dentro per poi lasciare sul bagnasciuga dei pensieri, una schiuma di ricordi e conchiglie.

In questo mare, il giovane Chirù diventa speranza di nuovi sospiri per Eleonora, la matura protagonista che gli si offre come guida spirituale. Ecco che in questo senso, possibilità e tempo, diventano le parole chiave dell’intero libro: possibilità di sentirsi di nuovo viva; non più debole, ma forte del suo vissuto, capace di amare chi non potrebbe; tutto nel tempo di scegliere e scegliere di abbandonarsi, lasciarsi andare oltre ogni schema e ogni limite. Possibilità e tempo per restare anche insicura.

Eleonora, affascinante donna colta e di successo, a tratti svela un’altra immagine di sé. Quella che è sempre stata, la donna tenace, quando è sola con i suoi pensieri, crolla. È in questi momenti che sceglie di coprire il suo volto con un velo e le sue labbra con il silenzio. Fin da bambina ha capito quali ruoli coprire e quali fingere, iniziando a coltivare «i confini», come si legge nelle prime pagine, «di quella crescente, progressiva, estraneità» da una famiglia che iniziava a sentire ingombrante. Ha dovuto fare presto i conti con un padre tirannico fin troppo affezionato al proprio ruolo stereotipato e una madre remissiva che non fa altro che assecondarlo. Così la piccola Eleonora modellerà su questa linea tutti i rapporti che verranno.

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Da questo senso di smarrimento e da queste fragilità relazionali crescono le radici delle insicurezze pronte a tornare a galla ogniqualvolta si ferma a fissare i ricordi scolpiti nella sua memoria. Ma per Eleonora, che è un’adulta donna consumata, questi sono solo piccoli attimi di disorientamento che non possono scalfire la sua forza vitale. E così, con questo nerbo sceglie il mestiere di maestra pur sapendo allo stesso tempo di non poter rinunciare al ruolo di allieva. Diventa infatti apprendista della vita e dell’adolescente Chirù che viaggia spedito e determinato senza fermarsi: un’energia che la coinvolge senza avvisare. E probabilmente ha saputo fin dal primo momento che il suo è un bisogno di avere più che un aiuto da offrire. Per questo sceglie per sé, la possibilità e il tempo, i due mondi che diventano in Murgia sinonimi di un unico bisogno: redimersi da se stessi, dagli altri, da errori passati.

Tutto accade sotto il controllo, a tratti esasperato, che Murgia tiene sulle sue parole. Ma qui nulla è dato al caso. Forse l’estrema sorveglianza dell’autrice sulle parole è la stessa che Eleonora ha su di sé. Chi scrive ha bisogno di sussurrarcelo: Eleonora è una donna sobria, elegante e vivace ma di sé non ama parlare. Nonostante questo portamento cede rapidamente alle passioni perdendo completamente il controllo; proprio come l’autrice che traduce quella forza potenziale in una scrittura esondante di immagini e di forte densità poetica. Dalla bocca e più spesso dalla mente della protagonista escono i pezzi di anima che ha faticosamente assemblato. I successi, i dolori, i sensi di colpa. Uno più di tutti la farà muovere a spirale su se stessa più volte. Perché non ha saputo leggere tra le righe le lacrime invisibili che tormentavano un suo ex allievo? Perché non ha capito che quella giovane promessa alla vita stava scegliendo di arrendersi alla morte? Nel libro è un passaggio breve, ma occupa uno spazio fondamentale per la comprensione delle scelte di Eleonora. È in questo passaggio infatti che perde le redini, almeno per due motivi: si sente responsabile di quella tragedia e teme che possa succedere di nuovo, che possa fallire di nuovo.

Al lettore resta il calore seducente di questo libro, in cui immagini e poesia danzano attorno ai protagonisti. Sebbene la storia possa sembrare un sentiero già battuto in letteratura, è il gioco di attrazione-lotta tra Eleonora e il giovane, troppo giovane, a conquistare il lettore; così come la possibilità di non seguire per forza la traccia dettata dell’autrice che vorrebbe Eleonora guida di Chirù. La tela ordita da Murgia, infatti, si basa proprio sulla scelta da prendere davanti ai due protagonisti: decidere se Chirù mostrerà la via a Eleonora perché sarà per lei uno specchio in cui rileggersi e riconoscersi; o se viceversa la donna esperta e raffinata instraderà alla vita l’adolescente acerbo.

Viene da pensare che forse l’intento di Michela Murgia è sempre stato questo, fin dalla prima pagina: non scrivere un romanzo compiutamente d’amore, ma una storia sulla possibilità e sul tempo, in cui il legame che inevitabilmente incatenerà e allo stesso tempo dividerà i protagonisti diventa un espediente per raccontarli singolarmente. Di Chirù infatti ci si innamora e non solo se ne riconosce la strategica collocazione in funzione del racconto di Eleonora; di lui si ama l’ingenuità, la pelle fresca, il nome, le unghie mangiate, le orecchie sempre attente a profondi orizzonti musicali. È talmente vivido e funzionante che cerca (quasi come fosse un drone che si umanizza) di uscire dalla posizione defilata in cui è stato relegato e di prendersi la parte che il lettore gli riconosce. Così l’autrice, scaltra e raffinata architetta, cade negli occhi grandi di Chirù Casti e gli offre la possibilità di diventare un bambino vero, creandogli l’occasione per avere una vita autonoma nella realtà, su Facebook.