Il declino della politica

Questo articolo è uscito su Granta che ringraziamo ed è stato tradotto dalla Redazione di Altri Animali 

Pace e prosperità sono condizioni che alle volte votano per la loro stessa distruzione. Spesso, quelli che urlano più forte e vogliono abbandonare intese collaudate e sane lo fanno con l’idea che la struttura in sé sia così sicura da non poter crollare.

Dimentichiamoci della Brexit per un attimo. Prendiamo l’impero austroungarico: nel suo ultimo mezzo secolo, non era certo un brutto posto dove nascere. La sua costituzione del 1867 pose fine alla discriminazione su base etnica e religiosa. Come l’UE oggi, la prosperità era ancorata al libero movimento di merci e persone, e sia il commercio sia i miglioramenti nei collegamenti resero vicini popoli un tempo lontani. Allora l’impero attirava rifugiati da stati più poveri, meno stabili, meno liberali. Nel 1905, ondate di rifugiati ebrei in fuga dai pogrom russi dilagarono nell’impero austriaco; la combinazione tra il libero movimento delle persone all’interno dell’impero e l’afflusso da fuori l’impero di rifugiati non cristiani fu una miscela incendiaria per la politica viennese. I due fattori si fusero. All’epoca, Karl Lüger, il sindaco di Vienna, promise un pogrom agli ebrei della capitale se avessero mai provato a fomentare una rivoluzione come avevano fatto (per come la vedeva lui) in Russia.

Gran parte dell’appeal di Lüger – fu sindaco dal 1897 fino alla morte nel 1910 – stava proprio nel suo antisemitismo. Lüger sfruttava la fobia della scomparsa dell’identità tedesca di Vienna, come pure l’idea di una sopraffazione da parte dei nuovi arrivati. Gli ebrei erano solo una della miriade di minoranze a Vienna, ma Lüger la faceva facile incolpandoli di ogni cosa che non andava o che sarebbe potuta andare male. Il suo partito, i cristiano-sociali, promuovevano l’abrogazione dei diritti civili per gli ebrei, la loro espulsione dalla capitale e la requisizione di ogni loro bene.

Non abbiamo indicazione riguardo al fatto se Lüger credesse o meno alla sua propaganda antiebraica. Aveva amici ebrei, e generalmente era considerato una persona tollerante e umana. A lui si deve la modernizzazione della rete idrica e del trasporto di Vienna, e anche l’istituzione del welfare e di servizi pubblici di cui beneficiarono i più umili tra i cittadini.

Non ci furono pogrom nella Vienna di Lüger. E neppure espulsioni delle minoranze né passi indietro quanto ai diritti civili. Anche volendo, Lüger non avrebbe potuto mettere in atto un programma simile senza rovesciare l’ordine costituzionale dello Stato, così come un eventuale presidente Trump non potrebbe escludere i musulmani dagli Stati Uniti senza stravolgere la costituzione. Con Lüger, con Trump, tutto si risolve in chiacchiere. Certo, un giovane Hitler era a Vienna negli anni di Lüger, e fece apprendistato su cosa vuol dire fare una politica il cui intento è dividere in democrazia.
 
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Non c’è immagine più eloquente del pasticcio in cui si sono trovati i Leavers della vista di un Boris Johnson ammutolito per la prima volta in vita sua che svicola via dai media proprio nel momento della vittoria. Un’immagine che somiglia di più a un disastro che non a una vittoria. In teoria, i Leavers dovevano perdere di poco, per poi capitalizzare il loro essere stati dei valorosi patrioti. Ma l’ingrediente che chiunque aveva sottovalutato era il grado di ansietà riguardo all’immigrazione.

Ogni volta che un Trump, un Farage o un Lüger compare sulla scena, la spiegazione del successo della retorica illiberale e razzista che si dà da sinistra è sempre quella del fallimento della politica nel servire i più svantaggiati. Si finisce a parlare del declino delle vecchie industrie, dell’insicurezza economica, dell’alienazione della gente dalla politica per via delle cosiddette élite. L’idea è che il ruolo della politica sia dare, che l’elettore sia giustamente arrabbiato per non aver ricevuto abbastanza, e che le vittime dell’ordine politico siano legittimamente infuriate. È una narrazione facile, ma che si sposa bene con quella dei Trump, dei Farage e dei Lüger, che si muovono convalidando la rabbia e il vittimismo, esortando la gente a dar sfogo a tutti i loro naturali pruriti. La questione è perché la narrazione del vittimismo sia così potente in un periodo di prosperità senza precedenti: per quanto la working class britannica possa essere infelice, non sembra che ci sia un’emigrazione di massa alla ricerca di lavoro a Bucarest o a Varsavia.

Un tempo erano gli ebrei a finire per essere incolpati praticamente ovunque e per qualsiasi cosa possibile. I politici ti raccontavano che eri nel giusto a essere arrabbiato con loro. Ora che sono stati sterminati a milioni, c’è bisogno di nemici nuovi, possibilmente vaghi e transnazionali. I musulmani funzionano bene per Trump. Dovunque nell’Unione europea si può dare la colpa all’Unione europea. O, come ha dimostrato Nigel Farage col suo manifesto sui rifugiati siriani ammassati al confine sloveno, si può dare la colpa all’UE perché fa entrare i musulmani.

Nel Regno Unito, i migliori – quelli che sanno che l’UE è una buona cosa – mancano del tutto di convinzione. Perfino loro fanno sembrare l’UE come un problema che il Regno Unito deve risolvere. Alla narrazione nazionalista e vittimista è stato permesso di vincere.

Karl Lüger, con tutte le sue chiacchiere di espulsioni e pogrom ed espropriazioni, probabilmente non ha mai immaginato che l’ordine costituzionale nel quale si muoveva potesse collassare d’improvviso ed essere rimpiazzato da una dittatura. Sicuramente non si figurava che i suoi amici e vicini ebrei sarebbero finiti nei campi di sterminio. Non si era nemmeno sognato della fame patita da milioni di prigionieri di guerra, della reintroduzione della schiavitù, della scala di terrorismo politico impiegato da Hitler e Stalin, della guerra che ridusse in macerie e al limite della carestia intere città. Non poteva, perché era il prodotto di una cultura politica ottimista e illuminata. Ma successe proprio questo, e, quando nel 1945 il continente europeo smise di combattere, la metà orientale del continente rimase sotto il giogo del totalitarismo.

Questa è l’origine dell’Unione Europea. Fu creata nell’ottica di evitare che potesse accadere di nuovo quello che era successo prima. Ed è incredibile che siano in pochi nel Regno Unito a levarsi nel dire che quella era una grandiosa e coraggiosa e bellissima idea, e che anzi, di più, quell’idea è stata un successo straordinario. Soprattutto, perché è riuscita nella sua vocazione di assorbire al suo interno gli Stati ex-sovietici dell’Europa dell’est.

Scrivo queste parole da Bucarest, in Romania. Senza il supporto dell’UE – sì, quella dei burocrati e delle banche – questo paese sarebbe finito alla stessa maniera della Russia di Putin o dell’Egitto del dopo-primavera araba. Qui non c’era alcuna base materiale o istituzionale per far funzionare la democrazia. Perfino i paesi della ex Jugoslavia, lacerati dalla guerra e dai genocidi, hanno il potenziale di integrarsi nuovamente, e infatti alcuni degli stati sono già membri e altri, come la Serbia, stanno cercando di entrare. Una volta, il conflitto in Irlanda del Nord era considerato impossibile da risolvere tanto quanto quello israelo-palestinese, eppure è stato in gran parte pacificato grazie all’UE e all’idea di frontiere porose e meno definenti chi e cosa siamo.

Se c’è qualcosa che ci dimostra il recente «Chilcot report» su Tony Blair, non è la criminalità delle sue azioni nel portare una nazione in guerra contro l’Iraq, ma la totale mediocrità della sua visione d’insieme. C’è un messaggio a George Bush del 26 marzo in cui si legge: «Quindi il nostro scopo fondamentale è diffondere i nostri valori di libertà, democrazia, tolleranza e legge». Può darsi sia stato il passato imperiale del Regno Unito a portare Blair a eseguire questa missione in Medio Oriente, ma il fatto è che, negli stessi anni, l’UE stava facendo esattamente la stessa cosa in Europa dell’Est, in silenzio e con successo, eppure ricevendo relativamente poca attenzione. Sembra strano che il senso di urgenza storico della missione di Blair nascesse da uno spettacolare attacco a New York, mentre l’esempio delle guerre in Bosnia e Kosovo non produsse alcuna epifania del genere riguardo all’importanza dell’Unione Europea. Nel 1999, in Kosovo un milione di persone – la metà della popolazione – divenne rifugiata. Quattro anni prima in Bosnia, a Srbrenica, oltre ottomila uomini e ragazzi vennero uccisi in un massacro che ricordava da vicino quelli della Seconda guerra mondiale. Le vittime erano musulmani europei.

Il problema del Regno Unito è l’amnesia. È la sonnolenza di chi è ricco, sicuro e stabile. Forse ora si stanno svegliando. Ma c’è anche la possibilità che una volta concesso terreno intellettuale, sia difficile riguadagnarlo di nuovo. Le istituzioni che puntellano la sicurezza e l’affluenza sono reali tanto quanto noi le crediamo tali. Siamo noi, con le nostre parole, a farle diventare reali e, sempre con le nostre parole, possiamo portarle anche nella direzione opposta. Un politico può parlare di pogrom, espulsione degli immigrati, supremazia dei nativi, e non crederci davvero. Ma idee del genere sono valuta politica molto potente. Come spettri diventano vivide nel sentire comune, e spingono per essere portate oltre.
In una delle sequenze più agghiaccianti del romanzo del 1934 di Mihail Sebastian De două mii de ani (For Two Thousand Years, tradotto da Philip Ó Ceallaigh nel 2016 per i Penguin Classics ndr) è descritta una conversazione tra il narratore, un giovane che ha la sfortuna d’essere ebreo in quel tempo, e un uomo di nome Vieru. Sono entrambi romeni, intellettuali e buoni amici. Vieru chiede al narratore perché non passa più in città – la città è Bucarest. L’io narrante risponde che è stanco del clima di tensione velenosa, degli apostoli a ogni angolo della strada che chiedono lo sterminio degli ebrei.

L’altro non replica. Riflette per un momento, esita, un poco imbarazzato, come se preferisse cambiare argomento. Poi, probabilmente dopo aver riflettuto tra sé e sé, si rivolge al narratore alla maniera determinata di qualcuno che vuole togliersi un peso dallo stomaco. «Hai ragione. Eppure c’è un problema giudaico, e va risolto. Un milione e ottocentomila giudei sono troppi, è un numero intollerabile. Fosse per me, ne eliminerei qualche centinaia di migliaia.» L’io narrante è sbigottito e fatica a nascondere la sorpresa: l’unica persona che credeva del tutto incapace d’essere antisemita era il suo amico.

C’è poi un altro dettaglio che vale la pena notare in questo scambio – una parte di una discussione ben più lunga – ed è quella relativa all’asserzione di Vieru sulla presenza in Romania di un milione e ottocentomila ebrei. Non ci fu mai nemmeno la metà di quel numero di ebrei nel paese. I numeri erano costantemente gonfiati dagli agitatori antisemiti al fine di creare l’impressione che il paese fosse invaso dagli immigrati.

In Romania, la politica del periodo tra le due guerre era paralizzata dall’ossessione sull’immigrazione come problema fondamentale, proprio come Lüger l’aveva reso fondamentale nella politica viennese.

La Romania discese nel fascismo e gli ebrei furono eliminati nel giro di pochi anni dalla registrazione di quella conversazione. E i Vieru, col senno di poi e ammesso che dissero qualcosa, insistettero che non intendevano quello con la parola «eliminazione». Ma certe parole le abbiamo, stampate nero su bianco, nei discorsi di Karl Lüger e nelle conversazioni scritte da Mihail Sebastian e abbiamo pure una prospettiva abbastanza ampia per farci ancora scioccare e risvegliare da certi avvenimenti.

Oggi il Regno Unito ha fatto diventare il controllo delle frontiere e il libero movimento delle persone le sue ossessioni principali, la sua ansia nazionale. È così che decade la politica democratica. Questo è il momento in cui ai demagoghi sono concesse le luci della ribalta.