L’ultimo caffè a Mumbai

Questo articolo di Gioia Guerzoni è uscito su Ventiquattro, mensile de il Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autrice e la rivista per la gentile concessione.

Birra, tramezzini alla frittata, dal fry, kheema: è il menù, sempre semplice ma delizioso, che si può gustare in uno dei più antichi bar iraniani di Mumbai. Mobili in teak birmano, placidi ventilatori, dipinti su vetro ormai sbiaditi e pubblicità della Coca-Cola anni Cinquanta: il tempo si è fermato al Brabourne restaurant and beer bar, a poca distanza dal glorioso Metro Cinema, una delle tante zone che si sta trasformando velocemente in questa megalopoli da diciotto milioni di abitanti.

Foto di Adeel Halim

Foto di Adeel Halim

Anche Rashid Irani, uno dei soci che gestisce il caffè, sembra un personaggio d’altri tempi, con il suo perfetto Queen’s English e gli impeccabili modi da gentiluomo. Rashid è nato nel 1947 in quella che, prima della disgraziata scalata al potere del Shiv Shena, l’estrema destra nazionalista indù, si chiamava Bombay. Come tanti altri zoroastriani che intrapresero il lungo e avventuroso viaggio dall’Iran all’India negli anni Venti, il padre di Rashid nel 1932 arrivò dalla piccola provincia di Yazd, agricola e così povera da costringere molti abitanti a emigrare. Lavorò per qualche tempo in altri caffè gestiti da iraniani – allora prevalentemente tea houses – finché nel 1934, con alcuni soci, decise di prendere in gestione il Brabourne, chiamato così dal nome di uno dei viceré di Bombay.

Foto di Adeel Halim

All’epoca del Raj il caffè era un deposito per le carrozze a cavallo. Erano i tempi in cui Bombay non era invasa da trecentocinquanta auto nuove al giorno. Ora, con la democratica Nano, ultimo gioiello del gigante Tata, la situazione peggiorerà di certo. Meno famigliole abbarbicate sul sellino di uno scooter e strade più intasate.

Ma torniamo al Brabourne. Da giovane Rashid Irani trascorreva molto tempo nel caffè del padre, dato che abitava a poco distanza. Frequentò il prestigioso St. Xavier College di Mumbai e, fresco di diploma, lavorò come contabile in una compagnia navale. Poi nel 1985, dopo la morte del padre, decise di gestire il Brabourne con alcuni soci. Da allora passa buona parte delle sue giornate ai tavoli del caffè a discutere di poesia, letteratura e cinema con vecchi amici, eccentrici gentiluomini e intellettuali. Rashid è un cinefilo così colto e raffinato («Renoir, superb! And your Rossellini! And Vsiconti! Fellini! And the early Tarantino») che da anni scrive recensioni di fil sui maggiori quotidiani locali, tra cui l’Hindustan Times, e su alcune riviste di settore. Dice di aver imparato l’inglese soprattutto leggendo i sottotitoli di migliaia di pellicole: la qualità del cinema d’essai a Mumbai è decisamente superiore a quella di qualsiasi metropoli europea. Ebbene sì, non c’è soltanto Bollywood.

 

Foto di Adeel Halim

Foto di Adeel Halim

Purtroppo però le cose stanno cambiano: nel giro di qualche settimana il, Brabourne scomparirà, inghiottito dall’ennesimo shopping mall o da una mostruosa torre di uffici. I terreni a Mumbai valgono oro, e soprattutto in questa zona i cinici developer offrono cifre da capogiro per convincere i proprietari a vendere e gli affittuari ad andarsene.

L’altro problema è la licenza: Brabourne può vendere solo mild alcohol, cioè birra, e per avere un full permit, la licenza per i superalcolici, che permetterebbe ai quattro soci di guadagnare abbastanza per coprire le spese, ci vogliono molti soldi e molti anni. Perché spese significa, soprattutto, tangenti. Funziona così: si fa richiesta riempiendo infiniti moduli in molti uffici al cospetto di decine di funzionari, e si cominciano a pagare tangenti ai vario incaricati. La licenza in sé costa quattro lakh, cioè circa settemila euro. «Ma quello – spiega Rashid – sarebbe il meno. Il problema è che bisogna sganciarne altrettanti in bustarelle alla complessa gerarchia di burocrati, che spesso vengono trasferiti e quindi spariscono con i soldi costringendo i malcapitati a ricominciare la trafila. Non si ha alcuna garanzia di ottenere la licenza alla fine del calvario, che può durare anni». 

Altro problema quotidiano è il pizzo (hafta), estorto dagli stessi funzionari, senza nemmeno l’ausilio di qualche intermediario. «Due o tre esattori passano una volta al mese, ufficialmente per controllare i libri contabili. Anche se non c’è una virgola fuori posto, il pizzo va versato: circa 1.500 rupie al mese (più o meno 25 euro, ndr)». La somma viene spartita tra gli incaricati. Va poi aggiunto l’affitto del locale, uno spazio di 120 metri quadrati, una cifra ridicola, dato che il contratto risale a oltre cinquant’anni fa. «I pubblici ufficiali – prosegue Rashid – hanno perfino una dettagliata lista del pizzo, con nomi e cognomi dei contribuenti, la cifra da versare e gli aumenti. Se qualcuna osa ribellarsi, loro si presentano ogni giorno, impedendo lo svolgimento del lavoro. Il danno economico risulta pari alla somma da versare, quindi meglio seguire le regole». Ma spesso i funzionari, che hanno pagato a caro prezzo (sempre a colpi di bustarelle) il loro posto di lavoro, aumentano il pizzo a tal punto da costringere i proprietari dei locali a chiudere. La speculazione edilizia fa il resto. Nella zona chic di Bandra il prezzo per l’affitto di un ufficio è di un centinaio di euro al metro quadrato, mentre a Colaba, la parte più affascinante di South Mumbai, prevalentemente residenziale, un monolocale decente – arredamento kitsch, poca luce e impavide famiglie di ratti appena fuori la porta – si affitta a un minimo di trecentocinquanta euro, con deposito di circa duemila euro.

Ecco perché i magnifici caffè iraniani (resistono altri locali simili: tra gli altri Sassanian, il Kyani, il Britannia e il Piccadilly), così come molti locali storici, saranno ben presto costretti a chiudere i battenti, per la gioia di costruttori e consumatori, o meglio dei pochi membri della upper class che si possono permettere il lusso di consumare. Certo, vent’anni fa bisognava aspettarne dieci per ottenere la linea telefonica a casa. Ora basta un giorno per la broadband. L’India cambia troppo in fretta e in molti casi non è per niente shining o incredible. Incredibile, semmai, è la corruzione dilagante e il divario tra nuovi ricchi e i soliti poveri.