Le donne bangladesi a Roma tra integrazione e tradizione

La prima volta che ho intervistato A., una lavoratrice bangladese, pensavo fosse un caso piuttosto singolare. «La crisi ha fatto aumentare le donne che lavorano!», mi ha smentito ridendo. Con uno stipendio solo non si campa e molte famiglie hanno dovuto mettere da parte le tradizioni per far quadrare il bilancio familiare. Fino a poco tempo fa non conoscevo molte donne provenienti dal Bangladesh e le statistiche erano dalla mia parte: rappresentano solo il 28% del totale in Italia (dati Istat 2015) ma sono ogni anno in aumento, segno della stabilizzazione del flusso migratorio.

Quando le donne raggiungono gli uomini, significa che si mettono radici, nascono figli nella terra di migrazione oppure si fanno ricongiungere dal paese d’origine. E questo significa scuola, l’italiano che entra in casa a tutti gli effetti, un’abitazione sufficientemente spaziosa, i documenti in regola. L’arrivo delle donne vuol dire che si sta meglio, che è finita per i probashi* l’epoca della condivisione di appartamenti con soli uomini, magari in sei in una stanza. Ma significa anche essere in grado di sostenere le spese per la famiglia in terra europea, con tutti i pro e i contro che ciò comporta.

L’elevato costo della vita e la precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano favoriscono l’inserimento lavorativo delle donne. Aiutano mariti o parenti nelle attività commerciali, svolgono collaborazioni domestiche di vario tipo, sono artiste, insegnanti, lavorano nel sociale, fanno le mediatrici culturali, senza considerare che molte di loro possono contare su una buona educazione e spesso sono laureate. Sebbene nella maggior parte dei casi non optino per il riconoscimento dei titoli e non applichino le loro competenze nei rispettivi settori lavorativi per cui si sono formate, una madre che ha studiato molto probabilmente farà studiare i suoi figli, con l’augurio che ciò comporti più possibilità rispetto alla generazione precedente.

Entrando nella comunità bangladese di Tor Pignattara a Roma, piano piano, ho potuto conoscere tante sfumature diverse dell’essere donna in Italia. Ho conosciuto donne che hanno preso in mano le loro vite e dopo aver lasciato l’Italia, hanno ricominciato con i figli in un nuovo bidesh*, lontano dai giudizi di una comunità migrante spesso troppo tradizionalista. Per chi ha attivato un processo di integrazione che le fa sentire, oltre che essere, a tutti gli effetti italiane, diventa insopportabile il peso di sguardi e sentenze basate sulla cultura d’origine.

Ho conosciuto donne abbandonate dai loro mariti per un’altra; donne lasciate nella disperazione più totale, senza la capacità di sapersi muovere in un sistema che fino a poco prima era stato misterioso e incomprensibile, proprio perché gli uomini si prendevano cura di tutto, negando loro la necessità e la possibilità di essere indipendenti. E le ho viste organizzarsi e rialzarsi, cercare di costruire reti e fare tutto ciò che serve per non far mancare il sorriso e il cibo ai figli. Le ho viste nei loro vestiti migliori alle cerimonie religiose pubbliche tenere la tristezza nascosta sotto un bellissimo sari*, come qualunque altra donna sa fare, ognuna con la sua bellezza e il suo modo, a qualunque latitudine. Una di loro, S., una volta, mi ha regalato delle sue collane e poi ha detto: «tienile, a te piacciono, tu puoi metterle. Io sono troppo preoccupata per pensare a essere bella».

Ho conosciuto donne arrivate qui con un permesso di lavoro tutto loro, da sole, non come nella maggior parte dei casi, per ricongiungimento familiare; senza parlare la lingua, con un contatto in tasca e la promessa di un futuro migliore, per scoprire poi che sarebbero state strumento per la regolarizzazione di qualcun altro. Donne che nonostante tutto, hanno deciso di restare e ancora una volta ricominciare.

In questo contesto così vario ho notato come molte di loro scelgano consapevolmente di lavorare, così come di educare i figli o di portare il velo – che sanno perfettamente come, quando e dove usare. Non si sentono oppresse o limitate. Esistono modelli diversi di femminilità e di cultura anche all’interno di una stessa comunità. Per alcune è impensabile scoprire le spalle, per altre l’uso dei jeans è quotidiano. Il sentirsi, o essere, a tutti gli effetti vittime, sta nell’inconsapevolezza e nell’unicità della scelta. Se non si conoscono altri modi di vivere, di pensare, dell’esistenza di un’alternativa e del fatto che si possono adottare comportamenti differenti, allora esiste il rischio serio e concreto di restare rinchiusi entro barriere sia fisiche che culturali.

Sembra poi che questi modelli, più che imposti da un patriarcato attivo vigile e censuratore, siano tramandati e imposti da donne ad altre donne, come atto di protezione verso sorelle, figlie, amiche che non vogliono veder giudicate da parte della comunità. Perché le donne stesse hanno interiorizzato il concetto che un corpo femminile possa essere impuro, fonte di peccato, lussuria, una cosa da coprire. In ogni narrazione, non c’é mai un uomo che impone l’uso del velo con la forza. C’è sempre una mamma, una suocera o chi per lei, che nell’intimità delle mura domestiche forgia le donne di domani mettendole in guardia da ciò che dirà la gente.

Quando però c’è di mezzo una migrazione le cose cambiano. E sebbene si possa esercitare il potere anche da una parte all’altra del mondo, specialmente quando parliamo di soggetti transnazionali, certi legami si spezzano. Le generazioni vanno in conflitto. E ognuna di queste donne sceglie di prendere un pezzo della sua cultura e cucirlo, dove e come può, alla sua esperienza, sia per sé che per i suoi figli. Così alcune soffrono perché vorrebbero studiare e i genitori invece vogliono farle sposare. Altre vogliono sposarsi e, non avendo trovato da sé un fidanzato appropriato, si rivolgono anche in Italia ai buoni mezzi tradizionali del matrimonio combinato. Altre rinnegano le proprie origini e non fanno che prendere in giro questi genitori con l’accento straniero. Non c’è una risposta o un modo giusto, ogni esperienza è frutto di vissuti, traumi, incontri e scontri culturali e non.

Questi nuovi italiani si sentono e sono italiani quanto e a volte più di quelli che lo sono da tante generazioni. Tifano per l’Italia agli Europei di calcio, mangiano pizza e spaghetti, gesticolano e incarnano l’essenza di un’identità tanto difficile da definire a parole. E se migrano di nuovo, per andare in qualche paese europeo, esportano quello che hanno imparato lavorando per decenni nei ristoranti e bar italiani. Per lo stesso effetto vediamo in giro più veli, più teste coperte. Ci si stupisce tanto di questa diversità e non si vede quanto invece c’è d’italiano in loro. Perché l’integrazione che funziona non fa rumore. Sentiamo solo la storia del terrorista, della scritta straniera, della preghiera a voce alta, dell’odore di curry per le scale. E non sappiamo che in quella stessa casa, dove si cucina il riso al curry, c’è un figlio che sta facendo i capricci perché vuole la pasta al forno.

 

*probashi: termine col quale sono indicati in Bangladesh gli emigrati;
*bidesh: estero, in contrapposizione a desh, terra d’origine, homeland;
*sari: abito tipico e coloratissimo formato da tessuti senza bottoni o chiusure che si avvolge sul corpo.