«I fatti di Owl Creek Bridge» di Ambrose Bierce

Che Ambrose Bierce fosse un cinico e avesse uno sguardo sull’umanità al limite del sardonico lo sapevamo da Il dizionario del diavolo e dal suo inappuntabile soprannome: «Bitter» Bierce. Meno noto è come i suoi racconti, sulle orme di Maupassant, avessero la deliziosa tendenza a scioccare il suo pubblico di lettori. Lovecraft si arrischiò a dire che praticamente tutte le sua storie «selvagge e fosche» erano horror, se non in alcuni casi addirittura weird.

Vonnegut era convinto che I fatti di Owl Creek Bridge fosse il racconto migliore mai pubblicato nella storia della letteratura statunitense, «un pezzo di bravura americana, geniale e impeccabile», e da questa short story sono stati tratti ben tre film.

I

Un uomo stava in piedi su un ponte ferroviario nell’Alabama del Nord, guardando l’acqua che scorreva veloce dieci metri sotto di lui. Le mani dell’uomo erano dietro la sua schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva forte il collo. Era agganciata a una solida trave sulla sua testa e il resto gli ricadeva indietro all’altezza delle ginocchia. Alcune tavole sconnesse poggiate sulle traversine che sorreggono le rotaie sostenevano lui e i suoi carnefici, due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che nella vita civile avrebbe potuto essere un vice sceriffo. A poca distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale nell’uniforme del suo grado, armato. Era un capitano. Una sentinella a ogni estremità del ponte stava impalata con il suo fucile nella posizione detta «spall’arm», ossia verticale davanti alla spalla sinistra, con la sicura poggiata sull’avambraccio incrociato davanti al petto – una posizione formale e innaturale che costringe ad assumere una postura eretta. Non sembrava che fosse compito di questi due uomini sapere che cosa stesse succedendo in mezzo al ponte; si limitavano a bloccare le due estremità della passerella che lo attraversava. Oltre una delle sentinelle non si vedeva nessuno; la ferrovia scorreva via dentro una foresta per un centinaio di metri e poi, curvando, si perdeva di vista. Di sicuro c’era un avamposto, più lontano. L’altra sponda del fiume era campo aperto – un dolce pendio sormontato da una palizzata di tronchi d’albero, con delle feritoie per i fucili e un’unica apertura attraverso la quale veniva fuori la bocca di un cannone di ottone che dominava il ponte. A metà strada del pendio tra il ponte e il forte c’erano gli spettatori: una sola compagnia di fanteria in riga «a riposo», con i calci dei fucili poggiati a terra, le canne leggermente piegate all’indietro contro la spalla destra, le mani incrociate sulla cassa. Un luogotenente stava a destra della linea, con la spada puntata al terreno e la mano sinistra poggiata sulla destra. A parte il gruppo di quattro persone al centro del ponte, nessuno si muoveva. La compagnia guardava il ponte, teneva lo sguardo fisso come se fosse di pietra, senza muoversi. Le sentinelle, rivolte verso le sponde del fiume, avrebbero potuto essere statue messe lì per adornare il ponte. Il capitano stava con le braccia conserte, silenzioso, a osservare il lavoro dei suoi sottoposti, senza fare alcun cenno. La morte è un dignitario che quando arriva annunciato deve essere ricevuto con una manifestazione formale di rispetto, perfino da coloro coi quali è in rapporti più stretti. Nel codice dell’etichetta militare il silenzio e la fissità sono forme di deferenza.

L’uomo che era impegnato a farsi impiccare sembrava sui trentacinque anni. Era un civile, a giudicare dall’abito da contadino che portava. I suoi lineamenti erano belli: un naso dritto, una bocca decisa, una fronte ampia da cui i capelli lunghi e scuri pettinati all’indietro gli cadevano dietro le orecchie fin sul colletto della redingote che gli stava a pennello. Aveva i baffi e il pizzetto, ma non i favoriti; i suoi occhi erano grandi e color grigio scuro, e aveva un’espressione gentile che nessuno si aspetterebbe mai in una persona appesa per il collo a una corda. Evidentemente non era un volgare assassino. Il codice militare, liberale com’è, dispone l’impiccagione per molti tipi di persone, e i gentiluomini non sono esclusi.

Una volta completati preparativi, i due soldati semplici fecero un passo di lato ed entrambi tirarono via la tavola sopra la quale erano stati. Il sergente si voltò verso il capitano, fece il saluto e si mise proprio dietro quell’ufficiale, che a sua volta fece un passo di lato. Questi movimenti lasciarono il condannato e il sergente sulle due estremità della stessa tavola, che copriva tre delle traversine del ponte. L’estremità sulla quale si trovava il civile ne toccava quasi, ma non troppo, una quarta. Questa tavola era stata tenuta al suo posto dal peso del capitano e adesso, invece, da quello del sergente. A un segnale del primo il secondo avrebbe fatto un passo di lato, la tavola si sarebbe rovesciata e il condannato sarebbe caduto giù tra le due traversine. Anche quest’ultimo avrebbe potuto encomiare la semplicità e l’efficacia del piano. Non gli avevano coperto il viso né bendato gli occhi. Guardò per un momento il suo appoggio malfermo, poi lasciò che il suo sguardo vagasse fino alla vorticosa acqua del fiume che scorreva a una velocità folle sotto i suoi piedi. Un pezzo di legno che sembrava danzare trasportato dalla corrente catturò la sua attenzione e i suoi occhi lo seguirono giù lungo la corrente. Sembrava muoversi così lentamente, che fiume indolente!

Chiuse gli occhi per concentrare i suoi ultimi pensieri su sua moglie e i suoi figli. L’acqua, tinta d’oro dal primo sole del mattino, la nebbia minacciosa sotto le sponde a poca distanza dal fiume, il forte, i soldati, il pezzo di legno: tutte queste cose lo distraevano. E adesso diventava conscio di un nuovo fastidio. C’era un suono che non poteva ignorare né comprendere che s’insinuava tra i pensieri dei suoi cari, una percussione tagliente, distinta, metallica che assomigliava al colpo del martello del fabbro sull’incudine; aveva la stessa risonanza. Si chiese cosa fosse e se venisse da una distanza incommensurabile o da un punto lì vicino: sembrava entrambe le cose. Il suo ritmo era regolare, ma lento come il rintocco di una campana che suona a morto. Attese ogni colpo con impazienza e – non sapeva perché – apprensione. Gli intervalli di silenzio diventavano progressivamente più lunghi, i ritardi esasperanti. Man mano che diventavano più irregolari, i suoni crescevano in forza e acutezza. Fendevano le sue orecchie come il lancio di un coltello: temeva di mettersi a gridare. Ciò che sentiva era il ticchettio del suo orologio.

Aprì gli occhi e vide di nuovo l’acqua sotto di sé. «Se riuscissi a liberarmi le mani» pensò, «potrei togliermi il cappio e buttarmi nel fiume. Immergendomi potrei evitare le pallottole e, nuotando energicamente, raggiungere la sponda, inoltrarmi nel bosco e correre verso casa. Casa mia, grazie a Dio, adesso è fuori dalle loro linee; mia moglie e i bambini sono ancora in salvo dall’avanzata dell’invasore.»
Mentre questi pensieri, che è stato necessario trasformare qui in parole, passavano come lampi nella mente del condannato piuttosto che venirne fuori, il capitano fece un cenno al sergente. Il sergente fece un passo di lato.

II

Peyton Farquhar era un agricoltore benestante, di un’antica e parecchio rispettata famiglia dell’Alabama. Dal momento che era un proprietario di schiavi e, come ogni altro proprietario di schiavi, un politico, naturalmente era un secessionista nato, ardentemente devoto alla causa del Sud. Circostanze di natura impellente, di cui non occorre parlare qui, gli avevano impedito di prendere servizio nel coraggioso esercito che aveva combattuto le disastrose campagne terminate con la caduta di Corinth, e si logorava nell’ingloriosa limitazione, desiderando violentemente sfogare le proprie energie, partecipare alla vita avventurosa del soldato e avere la possibilità di distinguersi. Quell’opportunità, lo sentiva, sarebbe arrivata, così come arriva a chiunque in tempo di guerra. Nel frattempo faceva quello che poteva. Nessun servizio gli riusciva troppo umile pur di aiutare la causa del Sud, nessuna avventura da intraprendere era troppo pericolosa per un civile con il cuore di un soldato e che, in buona fede e senza troppe riserve, era d’accordo almeno in parte con il detto esplicitamente infame che in guerra e in amore tutto è lecito.

Una sera, mentre Farquhar e sua moglie sedevano su una rudimentale panchina vicino all’ingresso nei suoi campi, un soldato con l’uniforme grigia arrivò a cavallo fino al cancello e chiese un po’ d’acqua. Mrs. Farquhar non si fece pregare e lo servì con le sue stesse candide mani. Mentre andava a prendere l’acqua, suo marito si avvicinò al polveroso cavaliere e gli chiese ansioso notizie dal fronte.

«Gli yankee stanno riparando i binari» disse l’uomo, «e si preparano per una nuova avanzata. Hanno raggiunto il ponte di Owl Creek, lo hanno sistemato e hanno costruito una palizzata sulla sponda settentrionale. Il comandante ha emesso un’ordinanza, che è esposta ovunque, in cui dichiara che qualsiasi civile colto a intralciare la ferrovia, i ponti, i tunnel o i treni sarà impiccato con giudizio sommario. Io stesso ho visto l’ordine.»

«Quanto dista da qui il ponte di Owl Creek?» domandò Farquhar.

«Circa trenta miglia.»

«Non ci sono pattuglie da questa parte del torrente?»

«Solo un picchetto a mezzo miglio più in là, sulla ferrovia, e una sentinella a questa estremità del ponte.»

«Supponiamo che un uomo – un civile con una gran voglia di farsi impiccare – riesca a eludere la pattuglia di picchetto e ad avere magari la meglio sulla sentinella» disse Farquhar sorridendo, «che cosa potrebbe fare?»

Il soldato rifletté. «Ci sono stato un mese fa» rispose. «Ho notato che l’inondazione dell’inverno passato ha depositato una gran quantità di pezzi di legno trasportati dalla corrente contro il pilone di legno da questa parte del ponte. Adesso è asciutto e brucerebbe come stoppa.»

In quel momento la signora arrivò con l’acqua e il soldato la bevve. Ringraziò cerimoniosamente, fece un inchino al marito e se ne andò via a cavallo. Un’ora più tardi, dopo il crepuscolo, oltrepassò di nuovo la piantagione, andando verso nord nella direzione da cui era venuto. Era un esploratore federale.

III

Quando Peyton Farquhar cadde giù oltre il ponte perse coscienza e fu come se fosse già morto. Da questo stato fu svegliato – secoli dopo, così gli sembrò – dal dolore causato da una intensa pressione sulla sua gola, seguito da un senso di soffocamento. Acute e strazianti fitte di dolore sembravano schizzargli giù dal collo verso ogni fibra del corpo e delle membra. Questi dolori sembravano saettargli lungo linee di ramificazione precise e colpire con una periodicità inconcepibilmente rapida. Sembravano correnti di fuoco pulsante che lo riscaldavano a una temperatura intollerabile. Quanto alla sua testa, provava solo una sensazione di pienezza, di congestione. Queste sensazioni erano slegate dai pensieri. La parte intellettuale della sua natura era già scomparsa; aveva solo la capacità di sentire, e sentire era un tormento. Era conscio del movimento. Avvolto da una nube luminosa, di cui adesso egli era solo il cuore ardente, senza alcuna sostanza materiale, passava attraverso impensabili archi d’oscillazione, come un enorme pendolo. Poi d’improvviso, con tremenda repentinità, la luce intorno a lui schizzò verso l’alto con un rumore come di un fragoroso tonfo; sentì nelle orecchie uno spaventoso boato, e tutto fu freddo e buio. Fu di nuovo in grado di pensare; sapeva che la corda si era spezzata e che era caduto nel fiume. Non avvertì altre sensazioni di strangolamento; il cappio intorno al suo collo lo stava già soffocando e teneva l’acqua lontana dai suoi polmoni. Morire impiccato sul fondo di un fiume! L’idea gli sembrò ridicola. Aprì gli occhi nell’oscurità e vide su di lui un bagliore, ma com’era lontano, com’era inaccessibile! Stava ancora sprofondando, perché la luce diventava sempre più fioca, fino a quando non fu un semplice baluginio. Allora cominciò a crescere e a diventare più luminosa, e lui sapeva che stava risalendo verso la superficie – lo sapeva con riluttanza, perché adesso si sentiva molto sereno.

«Essere impiccato e affogare?» pensava, «non è così male; ma non vorrei che mi sparassero. No, non lascerò che mi sparino, non è giusto.»

Non era cosciente di alcuno sforzo, ma un dolore acuto al polso lo avvisò che stava cercando di liberarsi le mani. Rivolse la sua attenzione a quell’affannarsi, come un fannullone osserva l’abilità di un giocoliere, senza interesse per il risultato. Che splendido sforzo! Che magnificenza, che forza sovrumana! Ah, quella era proprio una gran prova! Bravo! La corda cadde giù, le sue braccia si divisero e fluttuarono verso l’alto, con le mani che si vedevano a malapena su entrambi i lati nella luce crescente. Le guardò con rinnovato interesse mentre prima una e poi l’altra si gettavano sul cappio che aveva al collo. Lo strapparono e lo lanciarono via ferocemente, il suo ondeggiare assomigliava a quello di una biscia d’acqua. «Mettetelo di nuovo, mettetelo di nuovo!» pensò di aver gridato queste parole alle sue mani, perché lo scioglimento del cappio era stato seguito dal dolore più atroce che avesse mai provato. Il collo gli faceva spaventosamente male; la testa era in fiamme; il suo cuore, che fino a quel momento aveva battuto debolmente, diede un guizzo come se volesse uscirgli dalla bocca. Tutto il suo corpo era tormentato e lacerato da una sofferenza insopportabile. Ma le mani disobbedienti non diedero retta all’ordine. Battevano l’acqua vigorosamente con rapidi colpi verso il basso, facendolo salire verso la superficie. Sentì emergere la testa; aveva gli occhi accecati dalla luce del sole; il petto gli si espandeva convulsamente e con un estremo, finale dolore i polmoni inghiottirono una gran quantità d’aria che all’istante buttò fuori con un grido.

Adesso era nel pieno possesso dei suoi sensi fisici che, a dire la verità, erano acuti e vigili in maniera quasi sovrannaturale. Qualcosa nel turbamento del suo organismo li aveva esaltati e acuiti così tanto che registravano cose mai percepite prima. Sentì le increspature dell’acqua sbattergli sul viso e udì ogni loro singolo suono quando lo colpivano. Guardò la foresta sulla sponda del fiume, vide ciascun albero, le foglie e le loro venature – vide perfino gli insetti su di loro: le locuste, le mosche dai corpi luminescenti, i ragni grigi che tessevano le tele da un rametto all’altro. Notò i colori dello spettro in tutte le gocce di rugiada su un milione di fili d’erba. Il ronzio dei moscerini che danzavano sui mulinelli d’acqua del fiume, il battere d’ali delle libellule, i colpi delle zampette dei ragni d’acqua, come remi che sollevano la barca: tutte queste cose producevano una musica udibile. Un pesce gli scivolò via proprio sotto agli occhi e si percepì l’impetuosità del suo corpo che divideva l’acqua.

Era emerso in superficie col viso rivolto verso la corrente; in un attimo il mondo visibile sembrò ruotare lentamente, con lui che faceva da perno, e vide il ponte, il forte, i soldati sul ponte, il capitano, il sergente, i due soldati semplici, i suoi carnefici. Erano dei profili contro il cielo azzurro. Urlavano e gesticolavano indicandolo. Il capitano aveva estratto la pistola, ma non sparò; gli altri erano disarmati. I loro movimenti erano grotteschi e tremendi, le loro forme giganti.


D’un tratto udì un forte scoppio e qualcosa colpì l’acqua a pochi centimetri dalla sua testa, schizzandogli il viso di schiuma. Udì un secondo scoppio, e vide una delle sentinelle col fucile in spalla, una nuvola di fumo bluastro che si sollevava dalla volata. L’uomo in acqua vide l’occhio dell’uomo sul ponte fissare il suo attraverso il mirino del fucile. Osservò che era un occhio grigio e si ricordò di aver letto che gli occhi grigi sono i più acuti, e che tutti i più famosi tiratori li hanno di quel colore. Ciononostante, questo l’aveva mancato.

Un gorgo contrario aveva preso Farquhar e gli aveva fatto fare un mezzo giro; era di nuovo con lo sguardo rivolto verso la foresta sulla riva opposta rispetto al forte. In quel momento, il suono di una voce chiara e acuta in una monotona cantilena gli risuonò dietro e giunse dall’acqua con una chiarezza che perforò e mitigò ogni altro suono, perfino il battito delle increspature dell’acqua nelle sue orecchie. Sebbene non fosse un soldato, aveva frequentato gli accampamenti abbastanza da conoscere il terribile significato di quel canto lento, strascicato e aspirato; il tenente sulla riva stava prendendo parte al lavoro della mattina. Con quale freddezza e quale spietatezza – con quale chiara e calma intonazione che presagiva e infondeva serenità negli uomini – con quali intervalli accuratamente misurati venivano pronunciate quelle crudeli parole:

«Compagnia, attenti! Armi in spalla! Pronti! Mirate! Fuoco!»

Farquhar s’immerse – s’immerse più che poteva. L’acqua gli ruggì nelle orecchie come la voce del Niagara, eppure sentì comunque il rombo attutito della sventagliata e, risalendo di nuovo in superficie, s’imbatté in pezzetti di metallo appiattiti in maniera singolare che scendevano oscillando lentamente. Alcuni di essi lo toccarono sul viso e sulle mani, poi scivolarono via, continuando la loro discesa. Uno gli s’infilò tra il bavero e il collo; era fastidiosamente caldo e se lo strappò via.

Quando risalì in superficie, affannandosi per respirare, vide che era stato molto tempo sott’acqua; era arrivato molto più lontano, vicino alla salvezza. I soldati avevano quasi finito di ricaricare; gli scovoli di metallo brillarono all’improvviso alla luce del sole quando furono tirati fuori dalle canne, fatti girare nell’aria e riposti nelle loro cavità. Le due sentinelle fecero fuoco di nuovo, uno alla volta e senza risultato.

L’uomo braccato vide tutto questo oltre la sua spalla; adesso stava nuotando vigorosamente seguendo la corrente. Il suo cervello era energico come le braccia e le gambe; pensava con la rapidità del fulmine.
«L’ufficiale» considerò, «non farà una seconda volta l’errore di dare l’ordine. Una raffica è facile da schivare come un singolo colpo. Probabilmente ha già dato l’ordine di fare fuoco a volontà. Che Dio mi aiuti, non posso schivarli tutti!»

Uno spaventoso tonfo a due metri da lui fu seguito da un suono forte e assordante, un diminuendo, che sembrò tornare indietro attraverso l’aria fino al forte e terminare in un’esplosione che rimescolò le acque del fiume fino alle sue profondità.

Una grande quantità d’acqua si sollevò piegandosi su di lui, gli cadde addosso, lo accecò, lo strangolò. Il cannone si era unito al gioco. Mentre scuoteva la testa per liberarsi dallo stordimento causato dalla botta dell’acqua udì il colpo deviato ronzare nell’aria più avanti, e in un attimo spezzare e fracassare i rami nella foresta più avanti.

«Non lo faranno una seconda volta» pensò; «la prossima volta useranno una scarica di mitragliatrice. Devo tenere gli occhi fissi sul cannone; il fumo mi avvertirà – lo scoppio arriva troppo tardi; arriva in ritardo rispetto al proiettile. Quello è un buon cannone.»

All’improvviso si sentì roteare sempre di più, girare come una trottola. L’acqua, le rive, la foresta, il ponte, il forte e gli uomini adesso erano distanti: tutto era mescolato e confuso. Distingueva gli oggetti solo dai loro colori; tutto ciò che vedeva erano strisce colorate orizzontali e circolari. Era stato catturato in un vortice e veniva fatto girare avanzando e roteando così velocemente che si sentiva stordito e nauseato. In pochi secondi venne scagliato sulla ghiaia ai piedi della sponda sinistra del fiume – quella meridionale – e dietro una sporgenza che lo nascondeva dai suoi nemici. L’inatteso arrestarsi dei suoi movimenti, l’abrasione su una mano causata dall’urto con la ghiaia, lo fecero sentire ristabilito e pianse per la felicità. Mise le dita nella sabbia, se la tirò addosso a piene mani e la benedisse ad alta voce. Sembravano diamanti, rubini, smeraldi; non riusciva a pensare a niente di bello a cui non somigliasse. Gli alberi sulla riva erano enormi piante da giardino; notò un ordine ben definito nella loro disposizione, inalò la fragranza dei loro fiori. Una strana luce rosata brillava oltre gli spazi tra i tronchi e il vento creava tra i rami la musica delle arpe eoliche. Non desiderava concludere la sua fuga: era felice di rimanere in quel posto incantevole fino a quando non lo avrebbero ricatturato.

Il fischio e il rumore secco della scarica di mitraglia tra i rami in alto sopra la sua testa lo risvegliarono dal suo sogno. Il cannoniere beffato gli aveva scaricato addosso una raffica d’addio a casaccio. Scattò in piedi, risalì rapidamente sulla riva e s’inoltrò nella foresta.

Camminò per tutta la giornata, orientandosi in base ai movimenti del sole. La foresta sembrava infinita; non gli riuscì di scoprire un passaggio da nessuna parte, neppure una stradina di boscaioli. Non aveva mai immaginato di vivere in un territorio così selvaggio. C’era qualcosa di misterioso in quella rivelazione.

Al tramonto era stremato, aveva i piedi doloranti e una gran fame. Il pensiero della moglie e dei figli lo incitò ad andare avanti. Alla fine trovò una strada che lo condusse in quella che sapeva essere la giusta direzione. Era ampia e dritta come una strada di città, ma non sembrava frequentata. Non confinava con nessun campo, né c’era qualche dimora o l’abbaiare di un cane a suggerire che ci fossero insediamenti umani. Le sagome nere degli alberi formavano un muro verticale su entrambi i lati e terminavano all’orizzonte in un punto, come un diagramma in una lezione sulla prospettiva. Sopra la sua testa, quando guardò attraverso quello spiraglio nella foresta, vide brillare grandi e insolite stelle raggruppate in strane costellazioni. Era sicuro che fossero posizionate in qualche ordine dal significato segreto e maligno. La foresta su entrambi i lati era piena di strani rumori, tra i quali – una, due volte e ancora – sentì distintamente dei sussurri in una lingua sconosciuta.

Il collo gli doleva e sollevando la mano per toccarselo lo scoprì tremendamente gonfio. Sapeva che aveva un cerchio nero dove la corda lo aveva stretto ferendolo. Si sentiva gli occhi carichi, non riusciva più a chiuderli. La sua lingua era gonfia dalla sete; ne alleviò il calore sporgendola tra i denti per succhiare l’aria fredda. Il tappeto erboso che copriva la strada non battuta era così soffice che non si sentiva più la strada sotto i piedi.

Senza dubbio, nonostante la sofferenza, si deve essere addormentato mentre camminava, perché adesso vede un’altra scena – o forse si è semplicemente ripreso da un delirio. Si trova in piedi al cancello di casa sua. Ogni cosa è come l’aveva lasciata e tutto è splendente e bello nel sole del mattino. Deve aver camminato tutta la notte. Quando spinge il cancello per aprirlo e percorre l’ampio viale bianco, vede uno sventolio di indumenti femminili; sua moglie, con un aspetto fresco, bello e dolce, scende i gradini dalla veranda per raggiungerlo. Ai piedi della scala si ferma ad aspettare, con un sorriso di ineffabile gioia, un atteggiamento di impareggiabile grazia e dignità. Ah, quanto è bella! Gli corre incontro a braccia aperte. Quando sta per stringerla a sé, sente un colpo assordante sulla nuca; un’accecante luce bianca avvampa tutto intorno a lui con un suono simile a un colpo di cannone. Poi è tutto oscurità e silenzio.

Peyton Farquhar era morto; il suo corpo, col collo spezzato, oscillava dolcemente da una parte all’altra sotto le travi del ponte di Owl Creek.

 

Traduzione di Valentina Accardi