«Il Compare di Tennessee» di Bret Harte

Redazione

Bret Harte, da non confondere col wrestler Bret Hart, è stato lo scrittore della febbre dell’oro californiana e, malgrado abbia vissuto una trentina d’anni in Europa, lo ricordiamo soprattutto per i suoi racconti di minatori e giocatori d’azzardo durante la corsa all’ovest e gli anni ruggenti.
Mark Twain non lo amava molto: trovava fasullo il dialetto con cui faceva parlare i suoi minatori e lo accusava di essere uno scroccone e di aver lasciato in mutande moglie e figli. Negli anni ’50, da questa storia è stato tratto un film con Ronald Reagan.

Non credo che sapemmo mai il suo vero nome. Questa nostra ignoranza non fu mai causa di figuracce, perché al Sandy Bar, nell’anno 1854, alla gran parte degli uomini era stato dato un nuovo battesimo. Alle volte questi nomignoli derivavano da vestiti troppo appariscenti, come nel caso di Jack Salopette; o magari da qualche abitudine peculiare, vedi alla voce Bill Bicarbonato, così chiamato per via dell’uso sproporzionato di quel prodotto nel suo pane quotidiano; o magari per via di uno scivolone sfortunato, come dimostrato dal Pirata di Ferro, un uomo mite e inoffensivo che si era beccato questo titolo minaccioso a causa della sua incapacità di pronunciare «pirite di ferro». Chissà magari sarebbe potuto essere l’inizio di una nuova stirpe ben più tosta, ma più che altro sono obbligato a pensare si trattasse solo del fatto che, all’epoca, il nome di un uomo era fondato solo sulla sua parola.
«Ti chiami Clifford, no?» disse Boston, con un disprezzo infinito, rivolto a un timido nuovo arrivato. «L’inferno è pieno di tizi di nome Clifford!» E poi presentò agli avventori il malcapitato, che per giunta si chiamava sul serio Clifford, come Charley Fagiano – e quest’ispirazione del momento gli si appiccicò addosso per sempre.

Ma per tornare al Compare di Tennessee, che non abbiamo mai conosciuto se non tramite questo nome, solo molto più tardi ci rendemmo conto che aveva una personalità distinta e autonoma. Pare che nel 1853 lasciò Poker Flat per andarsene a San Francisco con l’idea di procurarsi una moglie. Non superò nemmeno Stockton. In quel posto fu attratto da una ragazza che faceva la cameriera all’albergo dove andava a cenare. Una mattina le disse qualcosa che lei ricambiò con un sorriso affatto scortese, e poi, con fare civettuolo, gli rovesciò addosso il suo piatto di toast, e al vedere la sua faccia seria e imperturbata, fece una ritirata strategica in cucina. Lui la seguì, ed emerse qualche istante dopo, coperto di gloria e toast. Quella settimana si sposarono di fronte a un giudice di pace, e ritornarono a Poker Flat. So bene che si potrebbe cavare un’altra morale dall’episodio, ma preferisco raccontarlo come si faceva al Sandy Bar – al bancone del bar – dove tutti i sentimenti erano caricati di un forte senso dell’umorismo.

Della loro felicità nuziale sappiamo poco, magari per via di Tennessee che allora viveva col Compare e che un giorno ebbe modo di dire qualcosa circa il proprio conto in banca alla sposa che, così si dice, di ricambio gli fece un sorriso affatto scortese e castamente si ritirò – ma stavolta fino a Marysville, dove la seguì Tennessee, e dove, con l’aiuto di un giudice di pace, si dedicarono a metter su casa. Come suo costume, il Compare di Tennessee prese la perdita della moglie seriamente e ingenuamente. Ma per la sorpresa di tutti, quando un bel giorno Tennessee tornò da Marysville, senza la moglie del Compare – avendo lei sorriso a qualcun altro – il Compare fu il primo a stringergli la mano e a salutarlo con affetto. I ragazzetti che erano accorsi per vedere una sparatoria furono delusi. La loro delusione avrebbe potuto tramutarsi in sarcasmo, non fosse stato per un certo sguardo del Compare di Tennessee che indicava una assenza totale di senso dell’umorismo. Difatti, era pur sempre un uomo grave, con una costante applicazione alle formalità che era fuori luogo in un momento difficile.

Nel frattempo al bar era cresciuto un sentimento popolare contro Tennessee. Si sapeva che era un baro, ed era sospettato di furto. In questi sospetti finiva per essere compromesso anche il suo Compare; del resto, il suo far comunella con Tennessee dopo la storiaccia di cui sopra poteva spiegarsi solo con l’ipotesi di un accordo criminale. Infine, Tennessee fu beccato in flagranza. Un giorno, sulla via per Red Dog, si caricò un forestiero. Il tale raccontò che Tennessee aveva ingannato il tempo rivangando un aneddoto interessante, ma illogicamente aveva concluso con queste parole: «E ora, ragazzo, ti devo chiedere il piacere di consegnarmi il coltello, le pistole e i soldi. Sono tutte cose per cui potresti finire nei guai a Red Dog. E poi i soldi sono sempre una tentazione per i malfattori. Dicevi che casa tua è a San Francisco. Sarà mia premura farteli avere». Va notato come Tennessee avesse un finissimo senso dell’umorismo che non riusciva a tenere per sé qualsiasi fosse la situazione.

Questa fu la sua ultima impresa. Red Dog e Sandy Bar si coalizzarono contro il bandito. Gli venne data la caccia proprio come si fa con i grizzly del Tennessee. Quando le maglie gli si strinsero attorno, provò un’ultima fuga attraverso il bar svuotando il caricatore contro la folla accorsa di fronte all’Arcade Saloon, e giunse fino al Grizzly Canyon; ma alla sua estremità più lontana venne bloccato da un piccoletto che montava un cavallo grigio. Gli uomini si scrutarono nel silenzio. Erano entrambi senza paura, indipendenti e autosufficienti; entrambi tipi d’uomo che la civiltà del secolo diciassettesimo avrebbe chiamato «eroi», ma nel diciannovesimo secolo forse «sventati» era più appropriato.
«Cosa hai lì? Vedo» disse Tennessee in un mormorio.
«Due re e un asso» mormorò in risposta il tizio, scoprendo due revolver e un coltello da caccia.
«Mi batti» replicò Tennessee; e con questo epigramma da pokerista, lasciò cadere la sua pistola inutile, e tornò indietro con il suo carceriere.

Era una notte calda e la brezza fresca che si levava dalle creste delle montagne ricoperte di chaparral quando calava il sole era trattenuta fuori dal Sandy Bar. Quel piccolo canyon ribolliva di odori resinosi e il legno marcio emanava un tenue lezzo disgustoso. Il giorno, con le sue passioni feroci e febbrili, riempiva ancora il campo. Le luci si muovevano senza posa lungo le sponde del fiume, senza suscitare alcun riflesso di risposta dalla corrente fulva. Le finestre del vecchio solaio sopra l’ufficio del rapido si stagliavano contro l’oscurità dei pini, e attraverso i vetri senza tende gli astanti potevano osservare le sagome di chi avrebbe deciso del destino di Tennessee. E sopra a tutto e tutti, la Sierra, remota e indifferente, si alzava contro un firmamento scuro incoronato di stelle ancora più remote e indifferenti.

Il processo a Tennessee fu condotto coerentemente con un giudice e una giuria che sentivano la necessità di legittimare, nel loro verdetto, la precedenti irregolarità dell’arresto e dell’incriminazione. La legge di Sandy Bar era implacabile, ma non vendicativa. L’eccitazione e i sentimenti personali in ballo con l’inseguimento erano passati; con Tennessee al sicuro nelle loro mani, erano pronti ad ascoltare con pazienza ogni tipo di difesa, che già sapevano essere insufficiente. Non essendoci alcun dubbio nelle loro teste, erano disposti a lasciare al prigioniero il beneficio di credere che potesse essercene uno. Saldi nell’ipotesi che andava impiccato, almeno sui princìpi generali lo accontentarono con una difesa più ampia di quella che la sua aria da duro avventuriero richiedeva. Il giudice sembrava più ansioso del prigioniero che, altrimenti imperturbato, stava traendo un piacere nero dall’essere al centro di una tale responsabilità.

«Passo» era stata la sua invariabile ma ghignante risposta a tutte le domande. Per un momento, il giudice, che per inciso era colui che l’aveva catturato, rimpianse vagamente di non avergli sparato sul posto quella mattina, ma subito dopo scacciò questa debolezza umana come non degna di una mente giudicante. A ogni modo, quando si udì bussare alla porta, e fu annunciato che c’era il Compare di Tennessee per conto del prigioniero, venne ammesso senza batter ciglio. Forse i membri più giovani della giuria, che stavano diventando irrequieti per la ponderosità del processo, lo accolsero addirittura con sollievo.

Di sicuro non era una figura che spiccava. Basso e tarchiato, con una faccia squadrata bruciata dal sole fino a diventare di un rosso sovrannaturale, abbigliato con un maglione slabbrato e pantaloni strisciati e macchiati di terra rossa, se di norma il suo aspetto sarebbe stato pittoresco, adesso era perfino ridicolo. Mentre marciava per depositare ai suoi piedi la pesante sacca da viaggio che si portava dietro, divenne ovvio, per via delle scritte e delle legende abbozzate, che il materiale con cui erano rattoppati i suoi pantaloni era stato inteso per scopi meno nobili da principio. Eppure avanzava con una dignità solenne, e dopo aver stretto la mano a tutti i presenti con una cordialità affettata, poggiò la pesante mano sul tavolo e così si rivolse al giudice:

«Stavo passando per di qua» cominciò a mo’ di scusa, «e ho pensato di entrare a vedere come mi trattate il mio socio Tennessee. È una bella serata calda. Non mi ricordo un tempo del genere qua al bar».

Si bloccò per un momento, ma non ci furono volontari pronti a raccogliere la sua rimembranza meteorologica. Lui, intanto, era ricorso al fazzoletto da tasca, e per qualche istante si pulì il naso diligentemente.

«Ha qualcosa da dire per conto del prigioniero?» chiese infine il giudice.

«Esatto» disse il Compare di Tennessee, con un tono sollevato. «Vengo come compare di Tennessee. Lo conosco da quattro anni, suppergiù, tra alti e bassi, nella sfortuna e nello scialo. Non è che quello che fa lui mi sta sempre bene, ma non è mica quello il punto con questo ragazzo, non è niente altro che vivace anche se non so cosa ha combinato, questo poi non lo so, no. E mi dite a me, me lo dite – da uomo a uomo, in confidenza – cos’è che deve sapere un uomo del suo socio?»

«È tutto quello che ha da dire?» chiese impaziente il giudice, sentendo una pericolosa vena di empatia umana serpeggiare tra la giuria.

«Questo qua» continuò il Compare di Tennessee. «Non sta a me dire qualcosa contro di lui. E qual è poi il caso? Ecco Tennessee vuole soldi, li vuole da matti, e non gli piace mica di chiedere al suo vecchio socio. Quindi che fa Tennessee? Si cerca un forestiero e lo frega. E poi voi lo cercate e fregate lui, ed è facile vincere così. E ditemi, da uomini giusti quali siete, se non è vero.»

«Prigioniero» disse il giudice, interrompendo il Compare, «vuole fare qualche domanda a quest’uomo?»

«No, no!» continuò di fretta il Compare di Tennessee. «Questa mano me la gioco da sola. Ridotta all’osso si tratta di questo: Tennessee, ha giocato un brutto tiro a un forestiero ben fornito, e su questo avete ragione. E ora, qual è la cosa giusta da fare? Certi direbbero di più, altri di meno. Ecco, questi sono diciassettemila dollari in oro grezzo, ecco pure il mio orologio. È tutto quello che ho, e la dichiaro pari e patta!»E prima che si alzasse anche solo una mano per anticiparlo, aveva svuotato il contenuto della sacca sul tavolo.

Per un momento la sua vita fu in pericolo. Un paio di uomini scattarono in piedi, molte mani raggiunsero le armi nascoste, e l’idea di «buttarlo dalla finestra» fu abbandonata grazie a un cenno del giudice. Tennessee rideva. E, senza badare al trambusto, il Compare prese l’occasione al balzo per pulirsi la faccia con il fazzoletto di nuovo.

Quando fu ristabilito l’ordine, e l’uomo venne ricondotto alla ragione grazie all’uso della forza e della retorica, e gli venne spiegato che il crimine di Tennessee non poteva venir condonato col denaro, la sua faccia divenne ancora più seria e color sangue, e chi gli stava vicino fece caso a come la sua rozza mano tremasse appena sul tavolo. Esitò un attimo mentre riposizionava l’oro nella sacca, come se non avesse ancora colto l’alto significato della giustizia che attraversava il tribunale e fosse perplesso e rimasto con l’idea di non aver offerto abbastanza. Dopodiché si rivolse al giudice e disse: «Questa è una mano solitaria, la gioco senza il mio socio». Si inchinò alla giuria ed era sul punto di andarsene quando il giudice lo richiamò. «Se ha qualcosa da dire in favore di Tennessee, è meglio che la dica ora.» Per la prima volta quella sera gli occhi del prigioniero incontrarono quelli del suo strambo avvocato. Tennessee sorrise e, allungandogli la mano, disse: «Poker, vecchio mio!». Il Compare gli strinse la mano e disse: «Passavo per caso e volevo vedere come andavano le cose». Rilasciò la mano passivamente, e aggiungendo come fosse una bella serata calda, si pulì di nuovo con il suo fazzoletto, e senza un’altra parola si levò di torno.

I due uomini non si incontrarono più da vivi. Per via dell’insulto senza precedenti del tentativo di corruzione, il giudice Lynch – il quale per quanto bigotto, fiacco e ristretto di vedute, era perlomeno incorruttibile – nella sua mentalità da personaggio mitologico perse ogni remora e si convinse del tutto che il fato di Tennessee era segnato, e al sorgere del sole fu fatto marciare, scortato da vicino, per incontrare la sua sorte alla cima di Marley’s Hill.

E come le andò incontro: fu calmo e si rifiutò di proferire parola. Il contegno del condannato e le perfette misure prese dal comitato furono tutte riportate nel Red Dog Clarion, con l’aggiunta di un pistolotto morale dell’editorialista che fosse d’esempio a tutti i futuri malfattori e del cui vigoroso inglese non si può non riferire con gioia. Ma la bellezza di quella mattina di mezz’estate, l’amenità benedetta di terra aria e cielo, la vita rinnovata e libera di colline e boschi, il gioioso rinnovamento della promessa della natura, e sopra ogni cosa, l’infinita serenità che squillava nel cuore di ognuno non venne riportata nell’articolo, del resto non le si poteva ridurre a una lezione sociale. Eppure, quando si concluse quella grama e triste faccenda, e una vita, con le sue possibilità e responsabilità, era diventata quella cosa penzoloni tra cielo e terra, gli uccelli non mancarono di cinguettare, i fiori si schiusero comunque e il sole continuò a brillare con lo stesso brio di prima. E chissà magari il Red Dog Clarion aveva ragione.

Il Compare di Tennessee non era nel gruppo che circondava l’albero incriminato. Ma a un tratto tutti si voltarono per osservare la comparsa di un carretto trainato da un mulo a lato della strada. Mentre si avvicinavano, d’improvviso realizzarono che si trattava della venerabile Jenny e del carretto a due ruote di proprietà del Compare di Tennessee, il quale lo usava per portare il letame al terreno. A pochi passi di distanza c’era anche il loro proprietario, seduto sotto a un ippocastano a pulirsi il sudore dalla faccia arrossata. In risposta a una domanda, disse che era venuto a raccogliere il corpo del «deceduto», «se faceva lo stesso per il comitato». Non voleva «mettere fretta o chissà che», anzi poteva «aspettare». Non doveva lavorare quel giorno, e quindi quando i signori avevano finito col «deceduto», se ne sarebbe potuto occupare lui. «E se qualcuno dei presenti» aggiunse, alla sua maniera seriosa e sempliciotta, «ha voglia di unirsi al divertimento, venga pure.» Forse era il suo senso dell’umorismo, che come vi avevo avvertito era caratteristico di Sandy Bar, o magari era qualcosa di diverso; fatto sta che due terzi degli astanti accettò il suo invito immediatamente.

Era mezzogiorno quando il corpo di Tennessee venne consegnato al Compare. Mentre il carretto si avvicinava all’albero fatale, ci rendemmo conto che conteneva una cassa di legno grezzo oblunga che sembrava fatta dalla scanalatura di un pino, mezza riempita da trucioli e corteccia. Il carretto era ulteriormente abbellito da strisce di salice, profumato di boccioli d’ippocastano. Quando il corpo venne depositato nella cassa, il Compare ci stese sopra una tela catramata, e con una certa gravità montò al posto di guida spronando il somarello. Il carretto viaggiava lento, a un passo che per Jenny era quello abituale anche in circostanze meno solenni. Gli uomini – un po’ per curiosità, un po’ per gioco, ma comunque in buonafede – marciavano assieme accanto al carretto; alcuni davanti, altri dietro quel catafalco casereccio. Ma, un po’ per via del restringersi della strada un po’ per un latente senso del decoro, la compagnia finì dietro a coppie, tenendo il passo e assumendo la posa di quella che sembrava essere una processione formale. Jack Folinsbee, che da principio aveva fatto il cretino suonando una marcia funebre con un trombone immaginario, desistette, anche perla mancanza di supporto o apprezzamento suscitata, e non avendo, forse, la capacità del vero umorista, ovvero quella di essere contento di godersi da sé il proprio divertimento.

La via conduceva attraverso il Grizzly Canyon, che a quell’ora era già ammantato di ombre che gettavano un drappeggio funereo. Le sequoie, con i loro mocassini affondati nella terra rossa, se ne stavano in fila indiana ai lati del sentiero, tracciando con i loro rami pendenti una rozza benedizione al passaggio del catafalco. Una lepre, sorpresa in un momento di stasi, si mise a sedere sulle zampe, pulsando da dietro una felce, a osservare passare il corteo. Gli scoiattoli si affrettarono per trovare un punto d’osservazione sicuro dai loro rami più in alto; e le ghiandaie, allargando le ali, fluttuarono davanti a loro come pionieri, finché Sandy Bar non fu raggiunta, e di lì la solitaria baracca del Compare di Tennessee.

Visto sotto una luce più favorevole sarebbe anche stato un posto allegro. Il sito tutt’altro che pittoresco, il panorama rozzo e senza amore, i dettagli sgradevoli che distinguono i nidi architettonici del minatore californiano c’erano tutti, con in più l’aggiunta di un certo squallore dovuto alla poca cura. A pochi passi dalla baracca c’era un recinto arraffazzonato, che in quei pochi giorni di felicità matrimoniale per il Compare di Tennessee era stato adoperato come giardino, ma che ora straripava di erbacce. Mentre ci avvicinavamo, fummo sorpresi dal constatare che quello che avevamo preso per un tentativo recente di coltivazione era invece una fossa aperta.

Il carretto si fermò prima del recinto; e rifiutando gli aiuti offerti, con la stessa aria di sicurezza di sé, il Compare di Tennessee alzò la cassa e la depositò nella buca, senza alcuna assistenza. Dopodiché inchiodò la tavola che serviva da coperchio e prese a spalarci sopra la terra ammonticchiata a lato, non prima però di essersi tolto il cappello ed essersi pulito il viso dal sudore con l’immancabile fazzoletto. Tutti pensavano che fossero i preliminari a un discorso, e quindi erano dispostiimpettiti e rigidi, in attesa.

«Quando un uomo» cominciò adagio il Compare di Tennessee, «ha corso tutto il giorno, qual è la cosa più naturale per lui? Tornare a casa, no? E se non è in grado di tornare a casa, cosa può fare il suo migliore amico? Portarlo a casa, no!? Ed ecco: Tennessee ha corso tutta la vita e noi ora lo riportiamo a casa dopo tutti i suoi vagabondaggi.» Fece una pausa, raccolse un frammento di quarzo, e pensieroso, se lo strofinò sulla manica, per poi proseguire: «Non è la prima volta che me lo carico sulle spalle, come mi avete visto fare ora. Non è la prima volta che me lo porto a casa quando non sa dove andare. Non è la prima volta che io e Jenny lo abbiamo aspettato sulla collina, lo abbiamo preso e riportato a casa, quando non era in grado di parlare e non mi riconosceva. E ora questa è l’ultima volta, no». Fece un’altra pausa, strofinando piano il quarzo contro la manica. «Non è mica semplice per me che sono il Compare, capite? E ora signori…» aggiunse di botto, inforcando la pala, «il divertimento è finito. Grazie a voi per esservi disturbati da parte mia e di Tennessee.»

Rifiutando ogni aiuto, prese a riempire la fossa dando le spalle alla folla di persone che dopo qualche momento d’esitazione, gradualmente, s’incamminò. Mentre si allontanavano dal promontorio che nascondeva alla vista Sandy Bar, alcuni guardandosi indietro, pensarono di vedere il Compare di Tennessee che, a lavoro finito, sedeva sulla tomba con la pala tra le ginocchia e il volto nascosto nel suo fazzoletto rosso. Ma alcuni sostennero che era impossibile distinguere il fazzoletto dalla faccia a quella distanza e questo punto non venne mai chiarito.

Nei giorni successivi a questo, che era stato di un’eccitazione febbrile, il Compare di Tennessee non venne dimenticato. Un’investigazione segreta lo aveva scagionato dall’accusa di complicità con Tennessee, sebbene avesse lasciato qualche dubbio sulla sua salute mentale. Sandy Bar tutta ne fece un punto d’onore, e in molti lo cercavano, offrendogli aiuti poco sofisticati ma benintenzionati. Ma da quel giorno in poi, la sua forza rude e potente declinò a vista d’occhio, e quando arrivò la stagione delle piogge, e i primi fili d’erba cominciavano a spuntare dalla ghiaia sopra alla tomba di Tennessee, prese addirittura a stare a letto. Una notte, quando i pini accanto alla baracca ondeggiavano per la tempesta e allungavano le loro dita agili sopra al tetto, proprio mentre si udiva il rombo e lo scroscio del fiume gonfio dabbasso, il Compare di Tennessee alzò la testa dal cuscino e disse: «È ora di raggiungere Tennessee. Devo attaccare Jenny al carretto». E si sarebbe anche alzato dal letto se non fosse stato per la fermezza di chi lo vegliava. Agitandosi però, continuava in questa sua fantasia: «Su, su, da brava Jenny. Brava vecchia mia. Quanto è buio! Occhio alle buche, e occhio anche se lo vedi, vecchia mia. Lo sai che alle volte è ubriaco fradicio e sta ai bordi del sentiero. Continua dritto fino al pino in cima alla collina. Ecco, te l’avevo detto! Eccolo lì, scende verso di noi. È pallido. Tennessee! Sono il Compare!».

E così si incontrarono di nuovo.
 

Traduzione di Stefano Friani