«Figurine» di Adolfo Albertazzi

Redazione

Adolfo Albertazzi (1866-1924) è stato discepolo, amico e biografo di Giosuè Carducci. Insegnante e giornalista ha scritto numerosi romanzi e racconti oltre che saggi e libri per l’infanzia. Figurine è tratto dalla raccolta Il diavolo nell’ampolla. La produzione dello scrittore bolognese, per sua stessa ammissione, raccoglie la semplicità dello stile da Manzoni e da Leopardi, e la materia della sua opera (l’umile vero) da Maupassant. Tuttavia nella sottile e raffinata analisi psicologica con cui tratteggia i suoi personaggi, e nel ritorno costante di certi temi, non sarebbe difficile scoprire l’influenza della letteratura analista, psicologista, bourgettiana e spiritualista, successiva alla letteratura verista e positivista.

«Mulattiere!»

Al vicino, che gli chiedeva del suo servizio, rispose con l’impeto d’una coscienza aperta a tutti i doveri e a tutti i pericoli della carica.
E per dimostrarne meglio la gravità, aggiunse:

«Addetto al vettovagliamento!»

Anche la voce, forte, sonora, era espressione di vigoria.

«Di dove venite?»

«Dal Trentino.»

«E siete in licenza?»

«Sì. Otto giorni di licenza straordinaria. Vado a casa a divertirmi.»

Ora sorrise; ma l’ironia si adattava così male a quella sua faccia di uomo sano e florido e a quei suoi occhi chiariti dall’anima schietta e semplice, che gli ascoltatori rimasero incerti.

«Mi è morta la moglie quasi all’improvviso.»

Dimenando la testa significava: «Questa doveva capitar proprio a me!»

Quando la porticella fu riaperta, che già il treno era in moto.

«Oh! Carlino!»

«Oh! Saverio! Sei qui?»

Il sopravvenuto atteggiava il volto a mestizia; nell’altro il piacere dell’incontro pareva superar la tristezza dell’occasione.

«Ho viaggiato tutta notte. Sono arrivato, da Verona, a mezzodì, e ho fatto appena in tempo a correre da mio cognato, all’arsenale.»

«Rubata!» esclamò l’amico.

«Ti è stata rubata, Saverio! Nemmeno il dottore sa capire il come e il perché della disgrazia, così, d’un tratto.»

«Cosa importa saper il come e il perché?» il soldato disse a voce
anche più alta.

«È morta, ecco!»

«Hai ragione.»

Inutile indagare; argomento concluso. Potevan passare ad altro.

«Ditemi, Carlino. Vostro nipote?»

«Ferito a una gamba; ne avrà per qualche settimana.»

«Me ne rallegro, che si tratti di poco. E gli amici? Otto mesi che non ne ho nuova! Michele Costa?

«È prigioniero.»

«Prigioniero! Michele?»

La notizia conteneva per lui tale contrasto fra l’idea di prigionia e l’immagine dell’amico spaccone o gaudente, che il soldato scoppiò a ridere. E udendolo e vedendolo ridere, più d’uno, ai prossimi posti, pensò:

«Bel dolore ha costui d’esser rimasto vedovo!»

Ma il dialogo seguitava.

«E Luigi dell’Osteria Grande?»

«Imboscato.»

«Figlio d’un cane! E Isidoro?»

«È morto; a Bainsizza. Anche Giovanni del Poggio: ha lasciata la
pelle in Albania.»

Il mulattiere stette un po’ a bocca aperta; e soggiunse:

«Io non trovo che morir qui o morir là sia lo stesso. Io preferirei la fine d’Isidoro.»

Non tutti eran del suo parere, e sorse una discussione; della quale approfittò l’amico, che stava in piedi, per andar a un posto, in fondo alla carrozza.

«Ehi, Carlino!» Saverio gli urlò dietro. «Vi ringrazio di quel che avrete fatto per la mia vecchia.»

E poi volgendosi alla donna dirimpetto a lui:

«Se tutti fossero galantuomini come Carlino, la guerra non ci
sarebbe.»

«Non ci sarebbero tante famiglie addolorate» sospirò la donna.

Riprese il mulattiere:

«La guerra non si può fare senza ammazzar il prossimo, e non c’è da meravigliarsi che molti abbiano da patire. Non c’è da meravigliarsi che uno si salvi e uno ci resti. Secondo il destino! Un giorno io conducevo la mula su per un monte battuto dalla mitraglia. Tenevo la briglia a man mancina, dalla parte bassa del sentiero. Un colpo, e la mula stramazzò con la testa fracassata. Se ero a mano diritta, il colpo toccava a me. Bene; chi mi avesse detto quel giorno: “Tu l’hai scampata; tua moglie non la scamperà”, gli avrei dato del matto.»

Sempre col tono d’uno che narra una storia non sua, il soldato continuò:

«Matto invece sono stato io, dall’altra sera fino a oggi, fino all’ora che ho discorso con mio cognato. L’altra sera io e il mio compagno, Biagini, un toscano, avevamo già caricate le bestie (si andava al reparto, al lume di luna), quando mi consegnarono una lettera. Accendo un zolfanello. Vedo che non è la scrittura di mia moglie; è della mamma».

«Uhm!» dico. «Scrivermi la mamma? M’insospettisce.»

«Non ci pensare» fa Biagini. «Siamo al Natale e tutte le mamme scrivono ai su’ figliuoli.»

E non ci pensai più. Tornati, nella baracca ci avevo un pezzo di candela. Lessi. È persuasa? Mi misi in mente che fosse un raggiro di mia madre con qualcuno del Comune per ottenermi la licenza. Anche il certificato di morte mi pareva una fola! Ma oggi ho dovuto credere. Mia moglie il sabato avanti le Feste venne a Bologna a trovar la sorella; stava bene; allegra; il ritratto della salute. Arrivò a casa, e andò a letto, che non era più lei. Mio fratello corse dal dottore, e lei in quel mentre spirava.

Una breve pausa; e dopo:

«Cosa importa saper il come e il perché? È morta: ecco!»

La donna chiese:

«Avete figli?»

«Uno; di sei anni. Il giorno che partii, volli mangiare, prima d’avviarmi. Mia moglie, piangeva, cominciò a tagliar del prosciutto. “Basta!” diss’io. E il bambino: “No, mamma; tagliane pur molto, del prosciutto, al babbo, che non ne mangerà più”. Fra poco il bambino mi verrà incontro e mi dirà: “La mamma è morta”.»

Il vicino di posto guardò il mulattiere: immutato nel viso come nella voce. Solo gli vide una lagrima, ferma, tra ciglio e ciglio, in coda all’occhio.

Allora parlò colui:

«Sapete perché l’avete perduta, la vostra donna? Perché era onesta. Le altre, che non si accorano d’aver il marito lontano, quelle, state pur sicuro, non muoiono!»

Gli ascoltatori approvarono, e la conversazione prese un andamento piacevole. Saverio rideva non meno degli altri, e più forte. Nessuno avvertiva in lui un’eccitazione strana: per l’insonnia — tre notti che non dormiva —; per la fame — dalla sera innanzi non aveva mangiato che una mezza pagnotta —; per il piacere stesso che, in contrasto con la sua sventura, provava a riudire il suo dialetto, a trovarsi fra gente delle sue parti, in visita ai noti luoghi, lontano dalla vita di guerra.

Nessuno, neppure il vicino, dubitava ch’egli non fosse una clamorosa testimonianza del motto: «Chi è morto, giace; e chi è vivo, si dà pace».

————

Carlino e Saverio discesero alla stazione di San Niccolò. Una stretta di mano; buona sera!, e si separarono. Il soldato s’incamminò a passo di marcia per la viottola solitaria. Cadeva rapido il crepuscolo; la luce sfuggiva dalla tetraggine dei campi arati, umidi e neri; dei filari degli olmi scheletriti; della nebbia che celava le montagne e velava di desolazione le cascine e le case
sperdute nel freddo. I pappi delle vitalbe coprivano d’una bianchezza funerea le siepi brulle ed irte.

E Saverio andava per il fango. Precorrendo col pensiero rivedeva il fratello, maggiore di parecchi anni, sempre uguale: taciturno, rozzo, e robusto e paziente come i buoi a cui s’affezionava più che agli uomini; rivedeva, invecchiata, la madre; cresciuto il figliuolo. Che smania di stringerselo sul cuore!

«Giorgio! Giorgio!» Ma il timore di udirlo piangere, invocar la madre, gli diveniva un senso di peso enorme, addosso. Eppure aveva seco, nel tascapane, il modo di quetarlo.

«Guarda cosa t’ho portato! Un pastorino con l’agnello!»

L’aveva comperato a Bologna, sotto il portico della chiesa dei Servi, ove i venditori di figurine da presepio indugiavano sin oltre l’Epifania. Quattro soldi! Per quattro soldi, una volta, se ne avevan quattro delle figure di terracotta. Il mondo, non c’è che dire, va a rovescio; chi però abbia voglia di lavorare ci troverà sempre da far bene. E la guerra se molti ne porta in su, molti ne porta in basso; calerà il prezzo del terreno, e fortunati quelli che avran capitale da investire in campagna! A guerra finita, lui e il fratello potrebbero lasciar la mezzadria e prendere in affitto un buon podere; e industriarsi col bestiame. Mercante di buoi: era stato il suo sogno fin da ragazzo. Occhio sicuro, astuzia, parola di galantuomo, la frusta in mano, e il portafogli pieno di biglietti da cento. Così, sognando per arrivare a casa di buon animo, arrivò finalmente a casa.

————

Il cane pareva impazzito; balzava contro e guaiva; correva a furia intorno e abbaiava; chiamava. Il fratello, che aveva già rifatto il letto alle bestie, uscì dalla stalla col lanternino acceso. Non si commosse.

«Cos’hai di licenza?»

«Otto giorni.»

«Va bene. Mi aiuterai a potare.»

La madre, abbandonata la polenta al fuoco, spalancò le braccia.

«Quanto aspettare, figliol mio!»

«Ehi, mamma!, non voglio pianti» ammonì il soldato entrando.

«Pugni al cielo non se ne danno: dunque…. E Giorgio?»

«L’ho messo a letto; stanco; addormentato. Non sta mai fermo in tutto il giorno!»

Il soldato si levò il rotolo del mantello, che aveva a tracolla, e lo depose sul cassone; appiccò la bisaccia a un chiodo; tolse di mano al fratello il lanternino, e dicendo: «Vuotate la polenta, che son morto di fame» salì, per la scala di legno, al piano di sopra. Ridiscese tosto.

«Dorme. È bello. Son contento.»

Gli lucevano gli occhi, ma il fratello e la madre finsero di non accorgersene. Sedettero; i due uomini, alla tavola, la vecchia, sul focolare; e ingoiarono le fette fumanti.

«Hai saputo di Michele Costa?»chiese il fratello.

«Sì, me l’ha detto Carlino in treno.»

Allora la madre pigliò coraggio.

«T’avrà detto anche, Carlino, che abbiam fatto quel che abbiam potuto?»

«Sì. Non ne discorriamo più.»

«E la guerra?» il fratello dimandò, dopo un poco.

Saverio scosse le spalle. C’era ben altro da pensare, da dire! Parlò con
voce ferma.

«La mamma è vecchia; e d’una donna giovine in famiglia ne abbiam
bisogno. Prendi moglie tu.»

«No» rispose il fratello, risoluto. «Tribolare piuttosto».

«Ne prenderò un’altra io. Ma badate: una come quella non la trovo più in tutto il mondo.»

«È vero» confermò la madre. Soggiunse: «Sinché io camperò, una matrigna non lo tratterà male, il bambino».

«E dopo» esclamò torvo Saverio «non mi mancherebbe un randello da romperle su la schiena se non rispettasse il mio sangue!»

La vecchia si alzò in fretta; andò a deporre il piatto nel secchiaio; si asciugò gli occhi col dorso della mano, e Saverio finse di non accorgersene.

«Adesso» il fratello disse riempiendo la pipa «ti mostro i conti. Li ha fatti Carlino iersera. Due volte è venuto per consolarci».

E tornò con le carte. Saverio accostò a sé il lume a petrolio e cominciò a rintracciare e sommare rendite e spese. In fine, le spese del mortorio: tanto, nelle torce; tanto, nelle messe; tanto, nel resto.

«Anche i preti non scherzano!» commentò.

Ma le rendite del grano e dell’uva erano grandi.

«Ti scaldo il letto?» propose la madre.

«No, vado a dormir nella stalla.»

E riacceso il lanternino, i fratelli uscirono. Nella stalla Saverio guardò ai buoi giacenti. Fe’ rialzare i manzoli nuovi; li palpò; li accarezzò.

«Belli! Da guadagno.»

Poscia l’uno si gettò su la branda; l’altro — il soldato — nel mucchio di paglia: vi si immerse; se ne ricoperse con un piacere di ragazzo. E il russare degli uomini non tardò a confondersi col respirar fondo dei buoi.

————

Allorché, la mattina dopo, Saverio entrò in casa, nel camino
fiammeggiava un bel fuoco.

«Mamma, preparatemi i vestiti, da mutarmi.»

«E alzerò Giorgio» disse la vecchia sorridendo. «Sgambetta per tempo.»

Il soldato rimase solo. La cucina gli sembrava più ampia e più nera nel contrasto delle due luci: la fiamma rossa e riverberante, e l’albore, che entrava per la finestra appannata. E d’improvviso, in quello schiarire incerto, ebbe dinanzi a sé l’immagine della morta: così evidente da chiamarla. Volse il capo; e ugualmente improvviso gli tornò un ricordo. Il dì che si sposarono, in municipio, uno di coloro che scrivevano esclamò, serio: «Bella coppia di sposi!»

Un brivido gli corse per la vita; sentì una colpa nel ripensare a lei bella senza pensare a lei buona. E cominciò a parlare, a mezza voce, quasi ci fosse qualcuno ad ascoltar la lezione della sua esperienza.

«Alla passione non si comanda. È nel cuore? E anche se non ci date mente, anche se discorrete d’altro, anche se scherzate e ridete, anche se non ve ne accorgete, a poco a poco, la passione, dentro, cresce cresce…»

Si rivide nel tragitto a piedi sino al deposito, nel tragitto in camion sino a Verona, nel viaggio da Verona a Bologna, e da Bologna a San Niccolò, in piacevole compagnia. Chi avrebbe mai detto che il cuore, intanto, gli si riempiva in questa maniera? E lungo la strada da San Niccolò a casa non s’era divagato facendo castelli in aria? E nell’incontro col fratello e con la madre, e durante la cena non aveva provato come l’alleggerimento d’un peso? Non aveva dormito tutta la notte, di gusto, senza sogni? Ma intanto, a poco a poco, la passione cresceva, seguitava a riempirgli il cuore. E quando è pieno, basta un niente perché trabocchi.

No! Si contenne. Il bambino, di sopra, chiamava: «Babbo! babbo!»; scendeva.

Gli mosse incontro; lo prese per mano gridando: «Vieni a vedere, Giorgio, cosa ti ho portato!»

E con lui andò a staccar dal chiodo la bisaccia; si sedé, con lui accanto, alla tavola, presso alla finestra; introdusse la mano nel tascapane, adagio, per aumentar l’aspettazione gioiosa. Ma — addio pastorino di terracotta! —: la mano ne toccò due, tre pezzi.

Forse aveva sbattuta la bisaccia salendo in treno, o scendendo? Non importava saper il come e il perché; era rotta, ecco! Ne ritrasse i pezzi, li osservò, e allora — basta un niente quando il cuore è troppo pieno — allora stringendo di più a sé il figliuolo col braccio destro, distese il braccio sinistro su la tavola, vi appoggiò la fronte e ruppe in singhiozzi. Il bambino taceva. Stupito, considerava la figurina infranta e il padre piangente. Ma si divincolò.

«Aspetta, babbo! Lasciami andare! Lasciami andare!»

Sfuggì, salì a gran passi la scala. Tornò che lo sfogo non era cessato.

«Guarda, babbo! Guarda! Questa è più bella della tua! Me la portò la mamma da Bologna, prima di morire. Non piangere! te la do a te. Prendila.»

Il padre sollevò il capo; sorrise tra le grosse lagrime; scorse negli occhi del figliuolo, mentre gli offriva la figurina, gli occhi della sua donna; e prese a tempestarlo di baci. E il bambino si mise a piangere anche lui.