Amare ma non leggere racconti. Un problema risolvibile

Questo articolo è stato pubblicato su Book Riot ed è stato tradotto dalla Redazione di Altri Animali.

Recentemente ho realizzato che per quanto dica che mi piacciono i racconti e le raccolte, non ne leggo poi molti. Non è che mento quando dico quanto mi piacciono, ma ho sempre grosse difficoltà a ricordare l’ultimo che ho letto, operazione che inevitabilmente finisce col mio cervello che tira fuori La sicurezza degli oggetti (Feltrinelli per la traduzione di Martina Testa). Forse perché è stato il primo che ho amato, e che mi ha spinto a comprare e leggere tutti i libri di A.H. Homes; in ogni caso l’ho letto un sacco di tempo fa. Probabilmente dopo averlo riscoperto a dieci anni di distanza, tra altri dieci anni potrebbe essere la volta di riabbracciarlo. Se pensate sia stravagante continuare a dire che amo racconti e antologie, anche se praticamente non li leggo… Be’ la vedevo proprio come voi.

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Mi è capitato di non avere risposte da dare a chi mi chiedesse: se ti piacciono i racconti perché non li leggi? Dai sul serio, perché? Sinceramente non avevo proprio risposte né argomenti per giustificare il fatto che non leggo tutto quello che amo, a prescindere dall’opinione altrui. E quindi la cosa si è trasformata subito in uno strano mistero di lettura del quale dovevo andare a fondo. Ho afferrato una valanga di raccolte dalla mia pila di libri da leggere e ho deciso di leggere finché non ne fossi venuta a capo.

Ho cominciato, per via degli zombie e degli unicorni, da Zombie vs Unicorns (Simon & Schuster) di Holly Blackl e Justine Larbalestier. Nonostante non fosse davvero una serie di storie di zombie che lottano contro unicorni, il presupposto mi sembrava divertente: ogni racconto parlava rispettivamente di uno zombie o di un unicorno e le due autrici prendevano le parti dell’uno o dell’altro in una breve introduzione. Si spaziava da storie carine a meravigliose (la maggior parte), e mentre ero stra-divertita leggendo ho dovuto ricordare a me stessa di fare tesoro dell’esperienza e leggere altri racconti invece che andare a parare sull’ennesimo romanzo.

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Problema risolto quindi? Certo che no. Sempre più frustrata per il fatto di macinare un romanzo dopo l’altro e metterci una vita per finire una raccolta di racconti, la mia determinazione ha gettato il cuore oltre l’ostacolo raddoppiando i libri: Ghost Summer di Tananarive Due (Prime Books) , considerando che quando cercavo di leggere più horror ne avevo sentito parlare benissimo e In Cuba I Was a German Shepherd di Ana Menéndez (Grove Press), che stazionava nella mia pila di libri davvero da troppo tempo.

Mentre mettevo il segnalibro a metà di Ghost Summer ho letto la prima frase di Miami Relatives del libro di Menéndez: «A mia zia Julia piace mordere le persone» e il timer della cucina è scattato. Mentre tiravo fuori un vassoio dal forno il mio cervello continuava a ricordarmi che voleva sapere come sarebbe finita la storia di Due. Ma volevo anche sapere di più su questa zia. Sono tornata come un fulmine dalla cucina afferrando l’e-reader e il libro di Menéndez: ne ho letto uno mentre cucinavo e un altro subito dopo cena. Ovvio, ho rischiato seriamente di bruciare la cena ma fortunatamente non è successo.

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È così che ho realizzato il mio problema: dopo aver finito un racconto spesso si ha la percezione chiara del finale. La mia mente non aveva quel piccolo prurito che provi quando leggi un romanzo e vuoi sapere di più e che ti spinge a continuare a leggere tutto fino alla fine. Era come se ogni racconto fosse un romanzo e quando era finito era finito e basta. Suona un po’ ridicolo ma la testa è strana a quanto pare.

Ho finito Ghost Stories e In Cuba I Was a German Shepherd (giudizi: meraviglioso il primo, molto bello il secondo) leggendo giusto le prime frasi della storia successiva da qualunque punto mi fossi fermato durante un racconto o dopo averne finito uno. Sembrava funzionare ma volevo essere sicuro, così ho preso la palla al balzo leggendo la recente antologia The V-Word: True Stories About First-Time Sex a cura di Amber Keyser (Simon & Schuster). Sia perché ogni storia era unica e scritta molto bene sia perché ho mollato la questione del prurito di sapere come va a finire e finalmente ho letto una raccolta dall’inizio alla fine, senza dover lottare con me stessa per imparare in modo definitivo la lezione sulla bellezza dei racconti.

Così eccoci al 2016, l’anno in cui non solo dico che mi piacciono racconti e raccolte di racconti ma effettivamente ne ho letti a bizzeffe. Sulla scrivania ci sono American Housewife di Helen Ellis (audiolibro di Penguin Random House), Haiti Noir di Edwidge Danticat (Akashic Books), La camera di sangue di Angela Carter (Feltrinelli, traduzione di Barbara Lanati), What Is Not Yours Is Not Yours di Helen Oyeyemi (Penguin Random House). Se avete racconti da consigliare ditemelo pure, o state ancora lottando con le short stories?