Cambiamento: una parola da cambiare?

Questo articolo è uscito sulla versione online della Treccani.

La definizione dice: «atto ed effetto del diventare diverso». È una delle parole più utilizzate durante le campagne elettorali. È il punto di partenza di chi è all’opposizione e in alcuni casi il punto di arrivo di chi governa (bene). È l’ambizione annunciata di tutti i politici e il desiderio spesso insoddisfatto di quasi tutti gli elettori. Scalda i cuori, e in alcuni casi li terrorizza. È la parola cambiamento.

Facile da capire per i cittadini, e dunque facilissima da usare per i politici, è assai sensibile alla regola della domanda e dell’offerta: più la si sente in giro, meno diventa credibile. È un’arma quasi sempre vincente sotto elezioni (chi, in fondo, non vorrebbe il cambiamento? Chi si opporrebbe alla sua affermazione?), ma più la si usa prima del voto, più ti restituisce il conto dopo e con gli interessi. Perché il cambiamento è un concetto complesso, che quasi mai dipende dalla volontà o dalla forza di un singolo. Il cambiamento è un processo, non un prodotto.

Ma torniamo un attimo al significato della parola:«diventare diverso». Il cambiamento, dunque, non è positivo per definizione. Un altro significato della parola, che proviene dal linguaggio della scherma, è: «azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa»: cambiamento, dunque, può non evocare una dimensione necessariamente evolutiva e, anzi, può essere addirittura un termine difensivo.

Se la definizione non restituisce un orientamento chiaro al significato del termine, questo vuol dire che la parola cambiamento è una variabile dipendente. La variabile indipendente, che quindi offre il contesto, la percezione e in definitiva il significato politico della parola è l’orientamento di una comunità nei confronti del presente e del futuro: se si è fiduciosi, cambiamento è una parola efficace. Se si è scoraggiati, cambiamento può non rappresentare adeguatamente la tensione al progresso. In Italia questa tensione è allo stesso tempo assai presente e assai frustrata ed è per questo che, forse, la parola cambiamento va paradossalmente cambiata, sostituita con termini più coerenti con la fase storica in cui viviamo.

Alla domanda Pensando al nostro Paese, oggi, quali sentimenti emergono in Lei? i nostri connazionali (sondaggio di Euromedia Research per Ballarò) hanno risposto così: paura e preoccupazione per il 31.3%, rassegnazione per come siamo e per il declino che stiamo vivendo per il 22%, rabbia per il 14%, abbandono per il 10%. L’Italia ispira speranza, ottimismo, fiducia solo per l’11.4% dei cittadini. In questo contesto, immaginare il cambiamento può quindi portare a un risultato paradossalmente negativo, perché il cambiamento (spesso strettamente collegato con la parola futuro) può così voler dire perdere improvvisamente il lavoro, peggiorare il proprio stile di vita, non riuscire a pagare le bollette, dover emigrare o dover vedere i propri figli fuggire per cercare una possibilità di cambiamento (positivo) altrove. Il cambiamento può voler dire violenza, conflitto e non necessariamente un processo costante, regolare, virtuoso verso il miglioramento delle condizioni di vita personali e collettive.

La parola cambiamento è una variabile dipendente per un ulteriore motivo che in Italia rende questo termine pericolosamente vacuo: la credibilità di chi la usa. Se un politico decide di puntare sul cambiamento, deve ricordarsi che i livelli di fiducia nei confronti dei partiti e del Parlamento italiano sono rispettivamente al 5.1% e al 7.1% (dati Demos) e quindi ci saranno nove destinatari su dieci a cui la parola cambiamento (come quasi tutte le altre) non dirà assolutamente nulla o, peggio, evocherà sentimenti negativi, farà ricordare promesse non mantenute o speranze malriposte. L’efficacia del termine, dunque, dipende moltissimo dalla reputazione di chi lo usa, in Italia come altrove.

Una relativamente recente e memorabile (anche perché vincente) applicazione internazionale della parola cambiamento in una campagna elettorale ha già, in qualche misura, riconosciuto la fine dell’universalità dell’accezione positiva del termine. Quando Barack Obama, nel 2008, decide di non limitarsi a utilizzare la parola Change, ma ritiene fondamentale aggiungere You can believe in, sta di fatto dichiarando che l’utilizzo di quella parola è subordinato alla compatibilità con le due variabili indipendenti, il sentimento popolare e credibilità del mittente, che in qualche misura devono “autorizzarne” l’utilizzo. Obama non promette semplicemente un cambiamento, ma dice che il suo è il cambiamento a cui ogni cittadino americano può credere, perché gli Stati Uniti erano e restano la terra delle opportunità (e dunque un “Change” americano sarà sempre e comunque più efficace di un cambiamento italiano) e perché è egli stesso il perfetto testimonial (o epifenomeno, per chi temesse una deriva pubblicitaria della comunicazione politica) di quella parola. La sintesi simbolica è una sorta di profezia che si auto-avvera, un circolo virtuoso: se Obama vince, allora il cambiamento è vero; se vuoi un cambiamento vero, allora devi far vincere Obama.

Allo stesso tempo, Obama e il suo staff lanciano un messaggio che va ben al di là della singola campagna elettorale americana: esistono cambiamenti (o meglio, declinazioni di questa parola) in cui è possibile, persino razionale, non credere. Questa è, oggi, la sfida di qualsiasi comunicatore politico decida di maneggiare questa arma così potente quanto potenzialmente scarica: capire se e quando usare questa parola e, soprattutto, realizzare nel più breve tempo possibile che il cambiamento, specie se evocato solo in prossimità di appuntamenti elettorali, non è affatto la panacea di tutti i mali.

Non tutti i candidati possono, devono, vogliono cambiare e non tutti i cittadini possono, devono, vogliono cambiare. Ci possono essere politici che aggiustano, che si occupano della manutenzione e della virtuosa gestione dell’ordinaria amministrazione, e ci possono essere cittadini che si accontentano di questa promessa e che, anzi, sanno che questo stile di gestione della politica è alla base della difesa della propria condizione di vita in un momento di crisi economica. Basti pensare, ad esempio, alle popolazioni colpite da calamità naturali in cui il ruolo dell’essere umano (soprattutto di governo) si è rivelato determinante o per scelte politiche passate sbagliate, o per errori nel processo di gestione della crisi. Ci possono essere comunità che chiedono di ridurre, di semplificare, di accorciare, di accelerare: la retorica della burocrazia pesante e macchinosa, oramai saldamente radicata nel discorso pubblico italiano, può portare o a una narrazione di tipo rivoluzionario, basato sull’idea che tutto debba essere abbattuto per ricominciare da zero, o a una narrazione di tipo metodico, quotidiano, basata sui piccoli passi giornalieri che servono a migliorare i meccanismi di funzionamento di un Comune, di uno Stato, di una Pubblica Amministrazione. E non è detto che il primo percorso, certamente più efficace nell’immediato, lo sia poi nel lungo termine.

Insomma: cambiamento non è la parola che consiglierei a chi vuole comunicare il cambiamento. Punterei piuttosto su miglioramento, termine più arcigno ma chiaramente polarizzato, o su crescita, parola che non a caso è stata sostanzialmente egemonizzata dal mondo economico e finanziario, a tal punto che bisogna aggiungerci aggettivi come sostenibile per evitare che tutto si riduca alla somma matematica del PIL pro-capite dei cittadini di uno Stato come unico parametro di verifica del loro livello di benessere. Ma soprattutto, proverei a rivalutare la parola progresso, e in generale a ripartire, anche in Italia, dalla dicotomia progresso versus conservazione, vecchia e mai fuori moda, che permetterebbe agli italiani di capire prima e meglio quando il cambiamento annunciato è vero e quando è invece, e solo, social-gattopardismo.