«Racconti perversi». Il mondo strambo di Javier Tomeo

Questo articolo è uscito su Papel en blanco ed è stato tradotto dalla Redazione di Altri Animali.

Premetto che il fatto di rivalutare e prendere a leggere un autore solo quando muore genera in me un sentimento di rabbia. Detto ciò, la verità è che avevo letto poco di Javier Tomeo (solo alcuni racconti chissà quando) quindi non potrei mai dire di essere stata da sempre una sua fan. Tuttavia qualche tempo fa mi trovavo alla biblioteca della Consejería de Educación de España, qui a Sofia dove mi trovo, e mi è capitato tra le mani Racconti Perversi (Le Nuove Muse per la traduzione di Gonzalo Hernández Baptista) e non gli ho saputo resistere. L’ho portato con me, prima a mangiare, poi a prendere un caffè e alla fine a casa. Un paio di tazze di tè ed ecco che è finita la nostra piccola avventura. Non so per quanto riguarda lui, ma io sono rimasta molto soddisfatta.

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La raccolta è composta da trentanove racconti condensati in meno di centocinquanta pagine, il che rende l’idea della lunghezza di ciascuna storia. Infatti ogni racconto si legge in un minuto, anche se quello che lascia dura molto di più nel tempo. Questi racconti non si possono etichettare soltanto come perversi, come suggerirebbe il titolo, ma soprattutto hanno come protagonisti persone davvero strane, atipiche, solitarie e anche un poco crudeli.

Si incontrano uomini bicolore, collezionisti di galline e assassini, ma anche un personaggio che si diverte a interpretare diversi ruoli per confondere gli altri, persone che non sopportano i presentatori televisivi che che indossano sempre lo stesso tipo di cravatta, polpi che suonano il violino e bambini che per magia riescono a respirare sott’acqua.

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Tomeo ci fa immergere in pochi secondi nella vita di questi esseri straordinari e ci abbandona al nostro destino. L’autore usa un linguaggio semplice anche se certe volte intricato, ma la cosa davvero stravagante delle storie sono senza dubbio i personaggi. D’altra parte è una raccolta incentrata su individui paragonabili a mostri da fiera che si nascondono dietro l’immagine di gente comune, come il vicino di casa, come qualsiasi persona normale.

Tomeo nacque a Quicena (Huesca) nel 1932. Studiò Diritto e Criminologia anche se la letteratura è sempre stata la sua grande passione. Negli anni cinquanta, sotto pseudonimo, scrisse diversi romanzi di vario genere: terrore, western, poliziesco. Alla fine degli anni sessanta cominciò a pubblicare i suoi romanzi e racconti, creando un proprio universo popolato di gente bizzarra che rifugge le relazioni con gli altri manifestando gravi problemi di comunicazione. Dopo la lunga carriera letteraria costellata di successi, nel 2013 morì a Barcellona a causa di complicazioni dovute al diabete, malattia di cui soffriva da diversi anni.

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Come si diceva in apertura avevo letto molto poco di questo autore, ma la cosa certa è che la lettura dei Racconti perversi non poteva lasciarmi più intrigata di quanto ha fatto. Tomeo ti spinge senza pietà verso un mondo bislacco che racconta, con la lente di ingrandimento del dark houmour, di personaggi che il lettore non riesce completamente a odiare o adorare. Dopo questo libro credo proprio che approfondirò l’opera di questo scrittore spagnolo. Una lettura da consigliare a chi voglia passare un pomeriggio all’insegna della stramberia.

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Ecco di seguito l’incipit della raccolta, il primo racconto è intitolato L’albergo dei passi perduti:

Sabato ore 11 e 55 minuti

Il facchino mi accompagna alla camera, al dodicesimo piano. Lui sale sul montacarichi e io su uno dei tre ascensori riservati ai clienti. Ci ritroviamo quindi nel corridoio e adesso cammina dietro le mie spalle, carico delle mie due valigie. Di questi tempi non si vede favorevolmente che i facchini camminino all’altezza dei clienti. Alla fin fine, siamo noi i proprietari delle valigie.
Lo ascolto sbuffare dal naso. Le valigie sono troppo pesanti. Giro un po’ la testa per incoraggiarlo e noto che zoppica dalla gamba sinistra. Forse ha una gamba più lunga dell’altra. O sarà la valigia che regge con la mano sinistra a essere più pesante. Ci sono domande che non trovano risposta facilmente. In ogni caso non me ne importa niente di lui e della sua gamba zoppa, non intendo preoccuparmi adesso della zoppaggine dei più.

Ore 13 e 6 minuti

Quest’albergo è immenso, lo conosco abbastanza bene. Sono stato qui altri weekend. Comprende mille camere doppie e cinquecento singole. Il che è come dire che hanno duemilacinquecento letti, duemilacinquecento comodini, millecinquecento tv, millecinquecento vasche da bagno, una piscina, una saletta speciale per vedere la tv su uno scehrmo enorme, due parrucchieri, una sauna e un parcheggio sotterraneo.
Ciò che più mi piace, comunque, non è la varietà dei servizi, ma le sue proporzioni babiloniche che consentono ai clienti taciturni e solitari come me di confondersi tra la folla di ospiti e passare inosservati.
Abbiamo impiegato più di cinque minuti ad arrivare dalla portineria alla camera. Il facchino parcheggia le valigie accanto alla tv, mi guarda negli occhi e sorride, ma evito di incrociare il suo sguardo. Mi limito a ringraziarlo. Niente mancia.