«Storia di un’ora» di Kate Chopin

Redazione

Chi è l’autrice?

Kate Chopin (1850-1904) è stata una scrittrice di short stories e romanzi di St. Louis, nel Missouri. Profondamente influenzata da Guy de Maupassant e George Sand, Chopin anticipò le scrittrici femministe nel mettere sotto la lente d’ingrandimento le vite di donne normali eppure straordinarie nella loro continua lotta per crearsi uno spazio e un’identità in un mondo di uomini. A fare da cornice ai suoi racconti è un sud degli Stati Uniti, in particolare la Louisiana creola, in cui si agitano i primi vagiti dei movimenti abolizionisti e delle suffragette.

Sapendo quanto Mrs Mallard fosse afflitta da problemi cardiaci, la notizia della morte del marito le venne data il più gentilmente possibile e con tutte le precauzioni del caso.

Fu sua sorella Jesophine che glielo disse, con la voce rotta, in velati cenni come a rivelare un mezzo segreto. Accanto a lei c’era anche Richards, l’amico di suo marito. Era stato lui, dalla redazione del giornale, a ricevere il bollettino sul disastro ferroviario con il nome di Brently Mallard in cima alla lista dei «morti». Si era preso solamente del tempo per accertarsi che fosse vero, aspettando un secondo telegramma, e si era affrettato affinché nessun altro amico, meno delicato e meno prudente, si caricasse le spalle di quel triste messaggio.

Mrs Mallard non ascoltò la storia come molte altre donne avevano fatto, con una paralizzante inabilità ad accettarne il significato. Pianse tutto in una volta, all’improvviso, abbandonandosi fra le braccia della sorella. Passata la tempesta di quella pena si avviò, da sola, in camera da letto, e nessuno la seguì.

Stava lì, di fronte alla finestra aperta, una poltrona spaziosa e confortevole. Ci affondò dentro, schiacciata da quell’esaurimento fisico che sembrava infestarle il corpo e dover raggiungerle l’anima.

Nell’ampio spiazzo davanti casa sua poteva vedere le cime degli alberi frementi di nuova vita primaverile. Un delizioso alito di pioggia era nell’aria. Di sotto, per strada, un venditore ambulante vendeva in lamento i suoi bugigattoli. Note di una melodia distante che qualcuno stava intonando la raggiunsero flebili, e innumerevoli passeri civettavano dalle gronde.

Scorci di cielo limpido si mostravano qui e là fra le nuvole che s’erano incontrate e impilate l’una sull’altra, a ovest, di fronte alla finestra.

Era seduta sulla poltrona con la testa poggiata all’indietro sul cuscino, praticamente immobile, a eccezione di quando sopraggiunse un sospiro dalla gola scuotendola un poco; come un bimbo che, piantosi addosso a tal punto da addormentarsi, continua a sospirare in sogno.

Era giovane, d’un viso chiaro e calmo i cui lineamenti rivelavano repressione e persino una certa dose di forza. Ma negli occhi adesso aveva un’aria spenta, il cui sguardo era fisso altrove, verso uno fra gli scorci di quel cielo limpido. Non si trattava di un’espressione riflessiva, piuttosto indicava la sospensione di ogni pensiero cogente.

C’era qualcosa in arrivo e lei rimaneva in attesa piena di paura. Cos’era? Non lo sapeva: troppo subdolo ed elusivo da nominare, ma lo sentiva, serpeggiare giù dal cielo, piombando dritto verso di lei attraverso i suoni, le fragranze, i colori che riempivano l’aria.

Ora il petto le si apriva, abbattendosi poi tumultuosamente. Cominciava a riconoscere questa cosa che aveva iniziato a possederla e si adoperava per controbatterle con tutta la volontà – impotente, come sarebbero state le sue due esili e pallide mani. Come si abbandonò per un istante, una parola sospirata le scappò appena dalle labbra semiaperte. Se la ripeté ancora e ancora sospirando: «libera, libera, libera!». Lo sguardo fisso, vacuo e pieno di terrore che ne seguì le fuggì via dagli occhi. Rimase sicuro e lucido. Il polso cominciò a battere velocemente, il sangue a scorrere caldo, rilassandole ogni millimetro del corpo.

Non smise di chiedersi se fosse o non fosse mostruosa gioia, quella che la prese. L’alta e chiara percezione della cosa le permise di scartare l’ipotesi come triviale. Sapeva bene che avrebbe pianto ancora se avesse visto quelle morbide e dolci mani incrociate nella morte; quel viso che per lei non s’era mai risparmiato in amore, fisso e grigio e morto. Eppure, oltre quell’amarezza poteva scorgere una lunga sequela di anni ancora da venire che le sarebbero appartenuti interamente. E verso di essi aveva aperto e spalancato le braccia in segno di benvenuto.

Non ci sarebbe stato nessuno per cui vivere negli anni a venire; avrebbe vissuto per se stessa. Nessuna potente volontà a piegare la sua, con quella cieca persistenza con cui uomini e donne credono di avere il diritto per imporre il proprio volere su una creatura amica. Un’intenzione gentile, oppure crudele, fece sembrare il fatto in sé, in quel breve momento d’illuminazione, meno criminoso di come le era sembrato all’inizio.

Eppure lei l’aveva amato, qualche volta. Non la maggior parte. Ma cosa importava ormai! Che peso poteva avere l’amore, mistero irrisolto, di fronte a quell’affermazione di sé che adesso immediatamente riconosceva come l’impulso più potente che avesse mai provato!

«Libera! Corpo e anima, libera!» continuava a sospirare.

Josephine stava inginocchiata dietro la porta chiusa, con le labbra sulla serratura, implorando per una confessione. «Louise, apri la porta! Ti prego, apri la porta, finirai per ammalarti. Cosa stai facendo, Louise? Per Dio, apri la porta.»

«Va’ via. Non mi sto ammalando.» No, attraverso la finestra aperta si stava abbeverando dell’elisir della vita.

La fantasia si scatenava lungo i giorni futuri. Giorni di primavera, giorni d’estate, qualunque genere di giornata che sarebbe appartenuta solo a lei. Espirò una piccola preghiera che la vita potesse essere così lunga. Solo ieri aveva pensato la stessa cosa con un fremito.

Si sollevò stancamente e aprì la porta alle pressioni della sorella. C’era un trionfo febbricitante nei suoi occhi, involontariamente aveva assunto il portamento di una dea della vittoria. Si strinse al petto di sua sorella e insieme scesero le scale. Richard la stava aspettando, in piedi, al piano di sotto.

Qualcuno si mise ad aprire la porta d’ingresso con la chiave di casa. Era Brently Mallard, un po’ logoro dal viaggio, mentre reggeva composto la sua ventiquattrore e l’ombrello. Era stato ben lontano dalla scena dell’incidente, non aveva nemmeno idea che ce ne fosse stata una. Rimase stordito al pianto stridente di Josephine; al rapido movimento di Richard per coprirlo dalla vista della moglie.

Quando arrivò il medico gli dissero che era morta di cuore. Di quella gioia che uccide.

 

Traduzione di Emanuele Giammarco