Le 12 cose più ricorrenti in un anno di short stories

Questo articolo è uscito su Electric literature ed è stato tradotto dalla Redazione di Altri Animali.

Alla fine di quel vicolo cieco di corridoio buio al piano interrato della Calhoun Hall della University of Texas nel campus di Austin, c’è una porta non segnalata. Dietro ci puoi trovare centinaia di riviste letterarie, giornali e pagine stampate dal web. È l’ufficio dell’O. Henry Prize Stories.

O. Henry postage stamp to be released Sept. 11, 2012

Il premio è un’antologia annuale delle venti migliori short stories pubblicate l’anno precedente. I selezionatori delle riviste inviano le rispettive proposte tramite mail. Le storie sono scelte (dal 2003) da Laura Furman, professoressa emerita alla University of Texas e scrittrice di romanzi e racconti. Parte del mio lavoro in qualità di editor assistant era caricarmi contenitori di plastica pieni di riviste dalla sala tre piani più giù, aprirli e scaffalarli. Il secondo passaggio era leggere le riviste. Se un racconto era degno di nota lo fotocopiavo e lo portavo a far vedere a Laura (che comunque faceva le sue letture indipendentemente). Ho fatto questo ogni settimana per dieci mesi: caricare, aprire, fotocopiare, discutere. Spesso il tutto era sfiancante, ma qualche volta esilarante, per esempio quando saltava fuori una storia e mi prendeva per mano senza lasciarmi andare finché non mandavo una e-mail a Laura scrivendole che doveva immediatamente leggere quel racconto.

Ho rinforzato parecchio le mie braccia devo dire. In più ho letto riviste appena uscite, riviste centenarie e riviste erotiche, riviste rilegate a mano, riviste dai penitenziari e altre con la copertina rigida e il cd in omaggio. Le ho lette tutte. Non so se questo mi abbia reso una lettrice, una scrittrice o un’editor migliore.

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In ogni caso dato che credo nella condivisione, ecco una lista (incompleta) di elementi ricorrenti che ho notato con maggiore frequenza e delle sensazioni che ho provato:

1. I cassonetti dell’immondizia vengono chiamati in causa con frequenza sorprendente. Forse perché la parola fa un po’ ridere? Non lo sapremo mai. Comunque la maggior parte degli editor sceglie di scrivere Cassonetti (con la prima lettera maiuscola) e solo in pochi – veri e propri banditi – la lasciano minuscola.

2. Le riviste letterarie non sono affatto in declino, anzi riescono a fiorire, a essere innovative e stanno avendo un’esplosione da paura. Ci sono alcuni giornali letterari che durante l’anno passato hanno pubblicato pagine di musica, di fumetti e di enigmistica, alcuni anche sezioni con disegni da colorare. Esistono riviste online e non che giocano coi social e con l’interattività. Quelle su carta hanno formati, strutture e colori differenti di una bellezza e un’energia che mi hanno fatto eccitare all’idea di dover andare in quel seminterrato senza finestre che chiamavo ufficio.

3. C’è un numero sconcertante di racconti di scrittori maschi bianchi ambientati in case familiari sul lago, nelle quali qualcuno annega, di solito una ragazza giovane. I personaggi sopravvissuti riempiono le due tre pagine successive all’annegamento sentendosi tristi e litigando, solitamente, con il padre di turno.

4. Elizabeth McCracken ha notato che nei racconti davvero troppo spesso la birra è calda e il caffè è freddo. Ha ragione, basta ragazzi!

5. Ci sono un mucchio di scrittori incredibili, fantasiosi, acuti e straordinariamente talentuosi di cui non hai mai sentito parlare che pubblicano su riviste minuscole. Qualche volta le loro bio dicono cose tipo: «Questa è la prima e non molto riuscita pubblicazione».

6. Un numero indefinito di frasi aperte che contengono virgole. Elena Ferrante e la sua traduttrice Ann Goldstein sarebbero in grado di tagliare. La maggior parte di noi invece non se lo può permettere.

7. Un sacco di racconti ben fatti ma trascurabili vengono pubblicati. Il termine tecnico è noiosi, per quello che succede (o non succede) nella storia e/o per l’uso della lingua, e/o per l’assenza di un’intuizione; sono i cosiddetti racconti scolastici, qualcuno per caso se ne preoccupa? Non saprei. Storie noiose possono capitare a chiunque. Basterebbe chiedere a un amico fidato se la tua storia lo fa addormentare prima di inviarla a qualche rivista o giornale. Anzi, forse sarebbe meglio chiedere prima a qualche detrattore.

8. La maggior parte dei racconti selezionati alla fine erano quelli che ci potrebbero far dire: non ho mai letto niente di simile prima. Gli altri, nel caso ci fosse qualcosa di familiare, erano perfetti nella stesura, davvero magistrali. Ma tutte le storie più belle avevano a che fare direttamente con le emozioni, senza ironia davvero; per dirla in una parola: avevano cuore.

9. I titoli molto lunghi o meglio frasi intere usate come titoli vanno ancora per la maggiore.

10. È difficile scrivere qualcosa di interessante e originale basato su un’esperienza di consumo di droghe con i tuoi amici. Forse è proprio impossibile, direi.

11. La maggior parte degli autori non si vergogna dei propri riferimenti culturali pop. Personalmente approvo, nonostante un certo buonsenso per cui sarebbe una cattiva cosa che non permette alla letteratura di essere senza tempo. Quelli che sono tormentati dal non dare alle cose il proprio nome sono problematici da leggere (tipo: sito popolare di condivisione di video invece che Youtube). Datemi tutta la vita un Cassonetto invece di un largo contenitore rettangolare di metallo per l’immondizia.

12. Mi pare ovvio, ma ragazzi, una valanga di gente scrive racconti! Una valanga di riviste li pubblica. Il che significa più o meno che ci sono persone pronte a leggerne, selezionarne e editarne. Oltre che università, enti privati e donatori pronti a finanziare le pubblicazioni. Considerando che la morte del racconto viene profetizzata di continuo, direi che la short story si sta difendendo alla grande.