«Il riesano» di Francesco Lanza

Redazione

Francesco Lanza (1897-1933) è stato uno scrittore siciliano molto produttivo tra romanzi, opere teatrali, poesie, racconti, elzeviri e articoli vari. La sua opera più caratteristica è Mimi siciliani del 1928 nella quale in forma popolaresca, ma con gusto squisitamente letterario, sorretto da un’autentica ispirazione lirica, tratteggia tipi e scenette della vita provinciale siciliana. Il riesano è proprio uno di questi personaggi. 

II riesano, gli venne il desìo di sposarsi, e se la trovò tenerella e in fiore. Ma con la pratica la madre della zita gli piacque di più, ch’era ancora bella e fresca e di gran gagliardia, e ci si struggeva invano non sapendo come arrivarci.

Venute le nozze, se n’andò a letto con la sposa, e la madre gli raccomandava all’orecchio che facesse piano e con modo, e alla sposa che stesse di buon animo al piacere di lui, che la cosa era facile a passarsi e di gusto.

Ma come furono sotto le coltri, senza ài né bài, il riesano si voltò dall’altra parte, e buonanotte ai sonatori. Quella che s’aspettava la terra promessa, e s’era fatta la croce per cominciare, si svoltava e svoltava come avesse le pulci, e pungendolo alle reni gli faceva:

«Non mi toccate! Lasciatemi stare, che mi fate male!». E lui:

«’Gnornò, che non vi tocco».

Quella ci si rodeva tutta e non aveva pace, e buttandoglisi addosso gli faceva:

«Non lo sapete dunque perché mi avete presa, che ho bisogno di conforto e mi lasciate invece da canto come una pezza?».

E lui zitto, che aveva sonno e non era cosa sua; e così passò la notte, che alla zita parve cent’anni e a dormire ci sentiva le spine.

La mattina finalmente, venuta la madre per la ben levata, quella ne voleva conto e ragione che le avevano dato un allocco senza denti per il pan fresco, e il ben di Dio non sapeva neppure di dove incominciarlo.

«O la bella sorte che m’avete data, che son più sana di prima e il marito l’ho per cacciare le mosche e non per saziarsi dalla grazia di Dio che ho addosso, e mi preme che qualcuno se l’abbia!»

La madre non voleva crederci dalla meraviglia, e tiratesi lui in disparte che faceva il minchione, lo andava tastando della passata, e se non aveva denti per quell’erba, perché dunque aveva cercato pastura? E lui:

«’Gnomo, che i denti ce l’ho, ma non so di dove prendere».

Quella allora, gridando da una parte alla figlia che i denti c’erano e non stesse in pena, dall’altra gli andava spiegando il modo e la maniera, che lo doveva saper da sé, così lungo e grosso com’era; ma lui scrollava le spalle che ci s’imbrogliava. E lei:

«O non lo sapete come fa il gallo con la gallina? E così fate voi».  

«’Gnorsì, che lo so: chicchiricchì, cuccuruccù».

Visto dunque ch’era tempo perso e la figliola di là diceva che lo voleva a prova e pratico come era l’usanza, e lui di qua che non l’intendeva mai, stizzita se lo tirò sul letto per insegnarglielo lei ch’era antica e prode e ardeva che l’apprendesse.

«Venite qua, con me non sgarrate e dopo la prima non ve lo scordate più. E il riesano l’apprese così bene, che fu la delizia della figlia e della ma’.»