Colombia, una pace carica di difficoltà

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Straniero.

Dopo quattro anni di snervanti negoziati, il 24 agosto 2016 si è finalmente arrivati a un accordo tra il governo e le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) che dovrebbe chiudere decenni di lotta armata. Perché il condizionale? In primo luogo perché l’accordo sarà oggetto di un referendum fissato per il 2 ottobre (e questa nota si scrive agli inizi di settembre) e poi perché se le bande criminali (conosciute come bacrim) che combinano in diverse proporzioni paramilitari smobilitati, narcotrafficanti e criminali comuni, continueranno a uccidere militanti dei diritti civili e organizzatori sindacali, aggiungendo nel futuro prossimo guerriglieri tornati alla vita civile, bisognerà vedere se la pace appena firmata potrà reggere.

Nella seconda metà degli anni ottanta, le Farc, pur continuando la lotta armata, formarono un partito politico che doveva servire da copertura civile alla guerriglia, l’Unione patriottica. In pochi anni furono assassinati 2.500 membri di questo partito che combattevano a viso aperto e senza armi. Lasciando da parte il contorto machiavellismo delle Farc, gli affiliati all’Up erano persone che avevano scelto la democrazia in un atto di coraggio civile che condusse molti di loro alla morte per mano di gruppi paramilitari, organismi deviati dello stato e sicari al servizio di chiunque avesse interesse e denaro per tacitare voci scomode. Il pericolo è che questa storia di omicidi (nella grande maggioranza) impuniti si ripeta.

La novità di oggi è che i gruppi paramilitari con un’organizzazione nazionale si sono dissolti, anche se molti di loro continuano operando nelle bacrim. L’altra novità è che, apparentemente, le Farc hanno finalmente capito quello che era evidente a (quasi) tutti da più di mezzo secolo, e cioè che la «conquista armata del potere» era un miraggio ideologico di piccoli gruppi che avevano un’ottusa ostinazione adornata di granitico dogmatismo, lo scudo che li proteggeva dalla realtà. Oggi si intravede una possibilità di uscire dal sanguinoso vicolo cieco in cui per troppo tempo il paese è stato portato a dare il peggio di se stesso. Ma senza un significativo aumento della capacità dello stato colombiano di reprimere le bande criminali e l’illegalità impunita di forti interessi in buona parte della Colombia rurale, l’accordo di oggi dovrà affrontare tensioni dallo sviluppo imprevedibile. Il primo passo è stato fatto ma quello che succederà da qui in avanti non è certo e qualsiasi previsione sarebbe un atto di presunzione intellettuale. Certamente non alimenta l’ottimismo che nell’ultimo decennio, nonostante siano stati arrestati 20 mila uomini delle bande criminali, non si sia intaccata la loro forza e penetrazione territoriale. Gli accordi di pace sono un’occasione che non si può sprecare ma che richiederà volontà politica ed efficacia istituzionale ancora lontane dall’essere assicurate.

Riduciamo i dubbi sul futuro imminente a tre aspetti. In primo luogo c’è un ex presidente, Alvaro Uribe, uomo di grande capacità demagogica, il cui padre fu assassinato dalle Farc, che da anni fa campagna contro la politica del suo successore alla presidenza a favore di un accordo di pace con la guerriglia. Gli argomenti di Uribe hanno trovato seguito non solo nell’ambito di élite che sentono minacciati i loro spazi tradizionali di potere ma anche tra settori non piccoli di popolazione che hanno difficoltà ad accettare un accordo di pace che non contempla pene di carcere ordinarie per i delitti più atroci compiuti dalla guerriglia nel corso dei decenni. Lo stesso José Vivanco, direttore per le Americhe di Human Rights Watch, l’organizzazione dei diritti umani in prima linea nella denuncia delle complicità e negligenze delle autorità messicane nel probabile assassinio di quarantatré studenti messicani a Iguala di due anni fa, ha manifestato i suoi dubbi sulla mitezza delle pene previste nell’accordo di pace per i più gravi delitti contro i diritti umani da parte della guerriglia e delle forze armate.

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La seconda fonte di dubbio sulla sostenibilità della pace appena firmata proviene dalla (ancora da dimostrare) volontà delle classi dirigenti colombiane di avviare processi che possano condurre alla riduzione delle acute polarità sociali che persistono soprattutto nell’universo rurale. Il pericolo è che tutto si riduca, passato l’attuale momento di verbose promesse, a formalismi giuridici (di cui la Colombia ha certa tradizione) senza seguito effettivo. Questo potenzialmente manterrebbe vive le tensioni sociali sopra il livello democratico di guardia. Tensioni capaci di giustificare la rottura di una neonata cultura della pace in una società con predisposizione provata all’uso (privato e pubblico) della violenza. Che la democrazia sia il terreno del conflitto regolato da leggi comuni non è facile da accettare in situazioni di abissali differenze sociali.

Il terzo aspetto che fa temere sulla tenuta della pace concerne la scarsa capacità operativa (e conseguente legittimità) dello Stato a livello locale. La Colombia è un paese con un’orografia frastagliata, con insufficienti infrastrutture di comunicazione e di trasporti ed élite locali che hanno affermato nel corso di due secoli spazi di potere con un corollario di arbitrarietà e impunità. Per dirlo in modo più immediato: un vuoto di potere locale che ha favorito intrallazzi clientelari, reti flessibili di affari legali e illegali, corruzione diffusa e un clima permanente di violenza sociale in parte alimentato dalla scarsa autorità delle istituzioni centrali.

Senza dimenticare queste gigantesche difficoltà che il paese dovrà affrontare da qui in poi e che provengono, come in gran parte dell’America Latina, da un deficit storico di integrazione sociale e di costruzione istituzionale, non si può non riconoscere il grande avanzamento rappresentato dall’accordo di pace appena sottoscritto che permette di chiudere decenni di una guerra interna che ha prodotto una massa gigantesca di dolore e di morte e milioni di sfollati, soprattutto dalle campagne.

La Colombia arriva con decenni di ritardo a chiudere un capitolo guerrigliero che, come forma di lotta, aveva già mostrato la propria inattualità nel corso degli anni sessanta. È il caso di ricordare la sconfitta della guerriglia in Venezuela nel 1962, nel nord dell’Argentina a cavallo tra il 1963 e il 1964, in Perù nel 1965, per non parlare del Che Guevara in Bolivia nel 1967. Se lanciamo un’occhiata a volo d’uccello sull’ultimo mezzo secolo latinoamericano vediamo solo due esperienze guerrigliere coronate dal successo: Cuba (1959) e Nicaragua (1979). Due casi che hanno in comune alcune caratteristiche: dittature detestate dalla maggioranza della popolazione, virtuale assenza di spazi democratici di espressione, estese reti di appoggio urbano alla lotta armata nelle campagne e una guerriglia capace di convogliare su di sé grandi simpatie sia degli strati più poveri sia delle classi medie. Nessuna (o quasi) di queste condizioni era presente nelle esperienze di disfatta guerrigliera e certamente nessuna in Colombia dove le Farc non hanno mai avuto una corrente di simpatia popolare a proprio favore come a Cuba o in Nicaragua. E negli ultimi decenni è possibile dire con un ampio margine di fiducia che vale esattamente il contrario. Morale: già è difficile vincere (supponendo che sappiamo concretamente cosa significhi in ogni contesto e tempo) avendo il popolo dalla propria parte, ma vincere avendolo contro è un’impresa a cui possono credere solo quelli che usano l’ideologia nel modo in cui il cavaliere inesistente di Calvino usava la propria armatura. Non è questione da poco ricordare che le Farc si sono ribellate dalla loro nascita nel 1964 non già contro una dittatura ma contro una democrazia, anche se di povere basi sociali e istituzionali.

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La tragedia della sinistra colombiana è stata per decenni quella di doversi far carico del discredito delle Farc, il cui peccato maggiore risiede nell’essere sopravvissute a se stesse, facendo pagare il costo dei loro ritardi culturali e politici a un intero paese. L’idea del guerrigliero, per cui un ristretto numero di uomini armati potevano far esplodere il foco delle contraddizioni di un’intera società convogliando la simpatia popolare verso l’insurrezione, supponeva un volontarismo con una curiosa somiglianza con il «terzo periodo» dell’Internazionale comunista sotto il controllo staliniano. Due storie di radici e ambiti diversi ma con uno stesso volontarismo rivoluzionario che è stato alla base di conseguenze politiche e sociali disastrose. E anche se le Farc non hanno mai riconosciuto una loro sudditanza dall’idea del foco, la loro storia concreta ha prolungato caparbiamente nel tempo una strada di insurrezione armata che non portava da nessuna parte. Perché è durato così tanto in Colombia ciò che nel resto dell’America Latina è sparito mezzo secolo fa (con le eccezioni di Guatemala, El Salvador e il ciclo di profetismo maoista nella sierra del Perú degli anni ottanta)? Le ragioni sono varie: il carattere impervio, e in certe aree impenetrabile, di buona parte dell’orografia del paese, la debolezza dello stato a scala locale, l’arcaismo culturale del gruppo dirigente delle Farc e la gigantesca disponibilità di capitali che la guerriglia ottiene dalla protezione del narcotraffico e che le permette di dotarsi di armamenti moderni in grandi quantità. Ma a questo punto è opportuno, anche se telegraficamente, raccontare un po’ di storia.

Nel 1948 viene ucciso il leader populista del partito liberale Jorge Eliécer Gaitán e sull’onda della protesta popolare prende le mosse una repressione sistematica e violentissima in cui il partito conservatore usa tutti i poteri dello stato contro gli oppositori. In varie parti del paese si stabilisce un’alleanza tra il vecchio partito liberale e il giovane partito comunista (nato nel 1930), mentre cominciano a svilupparsi milizie armate a protezione di gruppi contadini che si muovono sul territorio per sfuggire alla repressione conservatrice. Nel 1958 entra in vigore l’accordo tra liberali e conservatori che stabilizza la democrazia politica nel paese senza promuovere nessun cambiamento rilevante in una società acutamente polarizzata e in un universo rurale dominato da latifondisti e uomini forti locali.

Qualche anno dopo nascono le Farc. È in questo contesto democratico-oligarchico che la guerriglia (ancora espressione militare del Partito comunista) decide di continuare la lotta armata iniziata dopo l’assassinio di Gaitán. Fin dal 1961 il Pcc aveva inaugurato la politica conosciuta come delle «diverse forme di lotta», e cioè lotta legale e lotta armata allo stesso tempo e in diversi contesti. Le due staffe. Una politica destinata a privare di qualsiasi credibilità democratica il Pcc riducendo drasticamente le sue possibilità di penetrazione sociale. Le Farc, che nei primi anni sopravvivono precariamente, hanno un salto di qualità verso la fine degli anni settanta quando cominciano a proteggere gruppi contadini che coltivano marijuana e foglie di coca e, soprattutto, i laboratori per la raffinazione della cocaina e le rotte di commercializzazione della droga. Una specie di pizzo rivoluzionario. In termini meno neutri: la guerriglia diventa complice di trafficanti di droga che uccidono politici progressisti e militanti sociali in diverse parti del paese e che stendono sulla Colombia una rete di clientele affaristico-criminali, di corruzione e potentati locali di neolatifondisti (specialmente lungo il corso del fiume Magdalena) che riciclano denaro sporco e formano squadre armate a loro servizio preparate da esperti israeliani e di altri paesi. Ma naturalmente tutto questo ha un senso e rappresenta un costo accettabile nella grande prospettiva rivoluzionaria della conquista del potere.

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E così la narrativa eroica permette di nascondere sotto il tappeto del marxismo-leninismo le miserie e i giganteschi costi umani di una scommessa ideologico-militare che era già persa sul nascere.

Ma non si tratta solo della complicità delle Farc con bande di criminali arricchiti dalla cocaina che hanno funestato la storia colombiana per decenni e continueranno a farlo per chissà quanto tempo ancora. Si tratta anche di responsabilità dirette di una conduzione della guerra in cui la popolazione civile è stata fino a poco tempo fa un obiettivo legittimo delle operazioni militari. Una storia scandita da mine antiuomo, arruolamento forzato di adolescenti, sequestri di persona e bombardamento di popolazioni civili per ragioni strategiche o di semplice intimidazione. Di quest’ultima variante fa parte un episodio (uno dei tanti massacri di innocenti) accaduto a Bojayá (selva del Chocó, nell’area del Pacifico colombiano) anni fa. Per sottrarsi agli scontri armati tra le Farc e gruppi paramilitari appoggiati dall’esercito, molta gente si rifugiò nella chiesa del paese e proprio lì le Farc sganciarono una bomba cilindro con il risultato di 79 morti di cui 48 bambini. Dopo di che, come da copione tante volte ripetuto, avvenne lo sfollamento di migliaia di persone. Tredici anni dopo, nel dicembre del 2015, alla presenza di 300 abitanti del posto, tra erbacce e vecchie rovine, le Farc hanno mandato un loro rappresentante che ha detto ai superstiti: «Speriamo che arrivi il giorno in cui possiate perdonarci». Dato lo stile delle Farc un indubbio passo avanti, anche se per adesso non si è ancora arrivati alla richiesta di perdono rivolta all’intera Colombia per il terribile costo umano prodotto per decenni da un delirio di potenza impermeabile al dolore umano, alla sfiducia sociale e all’evidente inutilità di una forma di lotta. Ciò che ovviamente non giustifica le brutalità perpetrate nello stesso periodo dalle forze armate e dai paramilitari colombiani. Se le motivazioni ideologiche fossero un’assoluzione plenaria per la violazione massiccia dei diritti umani, la sinistra mondiale dovrebbe erigere monumenti a Stalin, Pol Pot e al Mao del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, per intenderci.

Tra il 1999 e il 2002 le Farc ottengono dal governo la demilitarizzazione di 42 mila chilometri quadrati (l’estensione della Svizzera) nel dipartimento del Caquetá per condurre negoziati di pace in questa zona. Negoziati senza risultato, e intanto le Farc, che avevano abbandonato il vecchio Pcc, creavano il Pccc (detto Pc3), ossia Partito comunista colombiano clandestino, che molto presto cominciò a sviluppare una retorica bolivariana per connettersi con il regime di Hugo Chávez e sviluppare santuari fuori dai confini nazionali in un contesto militare (e politico) crescentemente avverso.

Non si può nascondere che all’accordo di pace appena siglato si è giunti dopo che le Farc hanno visto ridurre negli ultimi due decenni i loro membri e lo spazio geografico delle loro operazioni. Una conseguenza sia della maggiore efficacia delle operazioni delle forze armate sia del crescente rifiuto sociale della guerriglia. Si calcola che gli uomini delle Farc siano passati da circa 20 mila nel 1998 ai 7 mila di oggi. L’Eln (l’altra guerriglia colombiana con la quale non è ancora cominciato un processo di pacificazione) è passata grosso modo nello stesso periodo da 4 mila a 1500 uomini in armi.

Nella dichiarazione ufficiale delle Farc del 24 agosto per sancire la conclusione dei negoziati di pace si dice: «abbiamo combattuto sempre con il pensiero rivolto a una soluzione politica del conflitto». Una operazione di make up a posteriori che dimentica, per esempio, come nel 1982 il principale ideologo delle Farc, Jacobo Arenas, sostenesse l’obiettivo della conquista del potere nel 1990. Un delirio volontarista generato dal miscuglio letale di dogmatismo, letture sommarie delle esperienze rivoluzionarie del passato mondiale e un profondo isolamento culturale (tra disinteresse e marginalità) nei confronti della propria società, per non parlare del resto del mondo. La giornalista Alma Guillermoprieto si inoltrò nel 1986 nella zona al sud di Bogotá per conoscere i leader delle Farc e restò sbigottita dalla mancanza di curiosità di Manuel Marulanda (capo storico della guerriglia) verso il mondo che esisteva oltre quella roccaforte guerrigliera nella regione del Meta.

Tentiamo alcune conclusioni generali e provvisorie

  1. Dirsi (o essere) rivoluzionari, come nel caso delle Farc, non significa compiere un ruolo rivoluzionario nella società di cui si è parte. Se così fosse il Partito rivoluzionario istituzionale che, con un intervallo di dodici anni, governa il Messico dal 1929, sarebbe un esempio mondiale di radicalismo, invece di essere quello che è: un partito che ha alimentato forme di governo semi-autoritarie percorse dalla corruzione, dal clientelismo e da una inesauribile retorica rivoluzionaria. Senza volerlo le Farc hanno contribuito nel corso dei decenni a consolidare un sistema di esclusione sociale e a rafforzare, attraverso la protezione del narcotraffico nelle zone controllate dalla guerriglia, un’illegalità che ha gettato a capofitto la Colombia in una lunga notte (cent’anni di solitudine?) di barbarie e di scontri sanguinosi di tutti contro tutti. Senza contare il costante smottamento politico della società verso una cultura conservatrice di cui oggi l’ex presidente Álvaro Uribe, portabandiera della campagna contraria alla ratificazione popolare degli accordi di pace, è il maggior rappresentante. Esistono centinaia di eccellenti studi nazionali e regionali che inchiodano le élite colombiane alle loro responsabilità storiche nel produrre una realtà sociale altamente polarizzata e istituzioni fragili e scarsamente credibili. Le Farc sono state una reazione sconsiderata, per dire il minimo, a una realtà storica che, con la loro azione, hanno contribuito a preservare. Paradossalmente le Farc hanno avuto un senso prima di assumere il loro nome attuale nel 1964, in certo modo prima di nascere, quando tra gli anni cinquanta e l’inizio del decennio successivo si crearono milizie armate per affiancare contadini fuggiaschi che cercavano di proteggersi dalla repressione di un esercito in mano ai conservatori che usavano il potere come una clava contro l’opposizione sociale e politica. Quella che viene dopo è un’altra storia. Ma ricapitoliamo: la Colombia era un edificio storicamente mal costruito molte delle cui parti, soprattutto a partire dall’auge della cocaina dagli anni ottanta, sono rovinate sui loro abitanti producendo centinaia di migliaia di morti. Le Farc non hanno contribuito a rafforzare e rinnovare l’edificio. Hanno contribuito, con il loro primitivismo guerriero e culturale, alla conservazione dei suoi aspetti peggiori. Banalità conclusiva: se è vero che la realtà è più complessa di quanto le certezze ideologiche possano mai immaginare, ciò vale per l’Europa, per l’America Latina e per qualsiasi altra parte del mondo. Se essere più a sinistra di tutti fosse la chiave per stare sempre dal lato della ragione, Stalin e Mao, come altrettanti Cid campeadores, continuerebbero a vincere le loro battaglie anche dopo morti. E non pare che sia così.
  2. Qui come in altre parti del mondo, la sinistra affronta un problema intimamente contraddittorio per il quale non esistono soluzioni dottrinarie: come rafforzare lo stato rinnovandolo, rendendolo cioè più sensibile ai bisogni della maggioranza della popolazione? Come sottoporre lo stato a una critica serrata e rafforzarlo allo stesso tempo? La scarsa legittimità delle istituzioni agli occhi di grandi settori di popolazione impoverita ed emarginata dai benefici dello sviluppo (quando c’è o c’è stato) ha contribuito alla loro inefficacia, alla loro intima inconsistenza che, direttamente o meno, hanno contribuito a mantenere livelli intollerabili di violenza oligarchica o rivoluzionaria. Il prestigio sociale dello stato è parte ineludibile della sua efficacia così come la sua efficacia è parte sostanziale del prestigio. Come si rompe in Colombia il circolo vizioso in cui la mancanza dell’uno e dell’altra si rafforzano bloccando ogni possibilità di progresso con un effetto di omologazione sociale? Qui come in altre parti c’è bisogno di idee e di pressione sociale organizzata e non di crociate militari con linguaggio marxista-leninista.
  3. Secoli fa alcuni uomini della Chiesa pensarono che in America Latina fosse possibile ciò che in Europa aveva finito di esserlo per l’accumulazione di storture e violenze secolari sui corpi e sugli spiriti: la costruzione di una società perfetta al margine delle angosce e le rogne di una storia che a ogni passo propone tante soluzioni come nuovi problemi. Qualche decennio fa, anche se mossi inizialmente da ragioni morali rispettabili, alcuni (come le Farc) credettero che in America Latina fosse possibile quello che in Europa aveva smesso di esserlo (e siamo di nuovo all’eccezionalità americana): la conquista armata del potere. Alla lunga notte di élite impotenti o ciniche si aggiunse un nuovo tassello: la barbarie rivoluzionaria. Che non era quello di cui aveva bisogno un paese come la Colombia sfregiato da apparati dello stato infedeli, ristrette dinastie politiche (liberali e conservatrici) e oligarchie rurali avvinghiate ai loro privilegi economici e al controllo esclusivo del potere locale. Una democrazia miserevole ma, nonostante ciò, una democrazia. E quindi un sistema politico capace di resistere all’assalto armato di una minoranza illuminata da una ideologia agonizzante e senza attrattive sociali. Con la firma del trattato di pace le Farc riconoscono, anche se in forme non esplicite e nel loro tradizionale linguaggio allusivamente rivoluzionario, che il cammino intrapreso decenni orsono era un vicolo cieco. Il punto adesso è: sapranno le élite colombiane riconoscere che la loro abituale inconsistenza e ipocrisia formalista deve lasciare il passo a nuove forme di partecipazione e di inclusione sociale?

Per finire: una parte importante delle opportunità di pace nella Colombia ai confini tra il presente e il futuro dipende dalla capacità dello stato di evitare vendette, regolamenti di conti e l’assassinio di militanti delle Farc in processo di smobilitazione. Lo stato dovrà evitare quello che successe nel 1990 con l’omicidio di Bernardo Jaramillo, leader dell’Unione patriottica che era, come si è detto, un’organizzazione politica legale creata dalle Farc per seguire la vecchia strategia delle «diverse forme di lotta». Jaramillo, 34 anni, era tornato da un viaggio nell’Oriente europeo e cominciava a pensare di sganciare l’Up sia dalle Farc sia dal Pcc. Non ne ebbe il tempo. Un giovane dei quartieri marginali della città di Medellín, armato da Carlos Castaño (capo dell’organizzazione nazionale dei paramilitari, a mezza strada tra militari e narcotrafficanti) lo uccise nell’aeroporto di Bogotá il 22 marzo. La ripetizione di episodi simili potrebbe mettere a repentaglio la migliore possibilità che la Colombia è riuscita a costruire nell’ultimo mezzo secolo.