Come nasce «Tre racconti», rivista e sito d’approfondimento

Il racconto è figlio di un dio minore. Non vende, non paga, non piace, non si legge. Questa riflessione deve essere come quelle credenze che serpeggiano da tempo immemore nel senso comune così da diventare verosimili per la gente, ma senza alcun fondamento comprovabile. Deve essere come quando si mente a se stessi a tal punto da ritenere vere le proprie bugie. Deve essere soprattutto una questione di pigrizia e conservatorismo. Il racconto è vivo, emancipato e continua a figliare. I racconti… In questo caso Tre racconti è il nuovo tassello di una famiglia che ingrossa le fila e alza la voce. L’iniziativa è sia una rivista digitale bimestrale (gratuita) con tre racconti inediti sia un portale di approfondimento. È un progetto corale composto da nove (prima di tutto) lettori di racconti e non solo. Ma come nasce un’esperienza del genere lo lasciamo dire al deus ex machina dell’operazione, Maria Di Biase, che è scesa sulle chat dei suoi collaboratori raccogliendo e collegando.

Com’è successo che Tre racconti, più o meno…

È una giornata di metà estate. Fa caldo, i social sono pieni di selfie al mare e di copertine di libri. Nella quiete pomeridiana la chat di Facebook comincia a vibrare. «Ragazzi è il momento giusto! Adesso o mai più!» Primo Arruolato: «Sì è tutto molto bello Maria, ma ci crederanno mai? Voglio dire, noi non siamo nessuno… non abbiamo le competenze, non ci conosce nessuno…». Maria: «Ragazzi, ma state scherzando!? Siamo bellissimi, siamo tostissimi e poi siamo liberi come l’aria! Possiamo dare a chi scrive una cosa che solitamente non gli viene data: il tempo di leggere con calma e valutare senza preconcetti… Volete mettere?». Secondo Arruolato: «In effetti non sembra una cattiva idea… e poi vedo che in giro chi parla di racconti lo fa in maniera un po’ superficiale. Sembra quasi che ci si dimentichi di coinvolgere i lettori…». Terzo Arruolato: «Allora, ragazzi stasera vero? Oops scusate ho sbagliato chat!». Maria: «Ragazzi ordine! Qui tocca decidere! Siete con me?». Quarto Arruolato: «Sì, anche se…». Maria: «… Cosa?». Quarto Arruolato: «Secondo me dovremmo cercare di avere un nostro approccio distintivo, più fresco senza essere pedanti. Dobbiamo sforzarci di fare un discorso da lettore a lettore. Dobbiamo far venire voglia alla gente di leggere racconti». Quinto Arruolato: «… Dobbiamo spiegare ad altri lettori che leggere racconti è come intravedere qualcosa invece di avere tutto il quadro. A proposito… ma quanto mi è piaciuto Poissant!?». Maria: «Esatto! Ho già in mente il primo post. Una cosa tipo questa…».

È stata Flannery O’Connor a spiegarmi i racconti. Nella sua raccolta di saggi Nel territorio del diavolo (minimum fax), Flannery parla di una donna di campagna che legge alcuni racconti ma non le piacciono. Non le piacciono perché non succede niente, «è solo come la gente si comporta». Non è tanto quello che succede, dice la scrittrice, ma come la gente si comporta «malgrado tutto». Quel malgrado tutto è stata la mia parola d’ordine, la chiave d’accesso all’universo dei racconti. Non riuscivo a spiegarlo eppure lo capivo molto bene. È da quel momento che ho imparato a leggere i racconti, a incontrarli con un’aspettativa diversa, un’attenzione che cerca più domande che risposte. Più disagio, più tensione, più stupore, alla fine.

Secondo Arruolato: «Brava Maria! O’Connor è stata veramente una lettura illuminante. Non posso credere di averla avuta in libreria per vent’anni e averla letta solo adesso». Sesto Arruolato: «Vabbè io non ho capito che facciamo però…». Maria: «Asp… Sto continuando a scrivere… Ecco un altro pezzo del discorso. Leggetene tutti…». Secondo Arruolato: «Maria già ti stai ponendo in maniera… un po’ forte». Maria: «NO, NO, LEGGETE VI DICO!».

Allora ho pensato che avrei potuto dirlo a qualcuno, a qualcuno che non legge racconti perché nei racconti non succede mai niente. Avrei scelto le storie migliori, aiutando gli altri ad attraversare porte che non pensavano di poter aprire. Ma l’idea era ambiziosa, complessa già nelle intenzioni, e io avevo bisogno di una squadra. Ho scelto i lettori migliori che conosco, i più coraggiosi, e insieme abbiamo dato vita a Tre racconti. Questo progetto è una rivista letteraria che ospita, ogni due mesi, tre racconti inediti. È anche un sito di approfondimento, dove ogni settimana pubblichiamo contenuti che si concentrano sulla forma breve, in ogni sua interpretazione.

Sesto Arruolato: «Scusate scopro adesso di far parte di questo progetto. Sto leggendo tutto e mi sembra molto interessante. Ma io cosa dovrei fare?». Maria: «Buongiorno… Quello che hai sempre fatto! Leggere con mente aperta, riflettere, scoprire cose nuove, fare le pulci a quelle vecchie… fare liste infinite di altri libri da leggere e che non leggerai mai…». Settimo Arruolato: «Sono d’accordo su tutto Maria. Dalla prospettiva di chi scrive manca una realtà di questo tipo. C’è molta fuffa in giro. Direi che noi abbiamo dalla nostra la completa indipendenza…». Maria: «Quanta saggezza… Per questo ho scritto anche…».

Tre Racconti è, più in generale, un progetto indipendente dedicato alla promozione della lettura e della scrittura di racconti, nato da lettori e pensato per i lettori. Il nostro obiettivo è scardinare i pregiudizi che hanno fatto del racconto una sorta di genere, quando in realtà è solo una forma diversa della stessa sostanza di cui è fatto un romanzo. La nostra è una sfida, una specie di missione che portiamo avanti come dei veri samurai. Ma ci divertiamo, non ci prendiamo troppo sul serio. Questo è il segreto. Non abbiamo grandi pretese, abbiamo deciso di tenere stretta la libertà e la leggerezza che ci viene da uno sguardo appassionato e poco professionale. Siamo molto diversi, dislocati a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Abbiamo gusti differenti, età diverse, esperienze parallele, e questo rende il confronto sempre più stimolante. Difficile, certe volte, perché siamo tutti abbastanza tosti e quando incrociamo le spade è dura prevedere chi riuscirà a spuntarla. Alcune discussioni diventano delle vere e proprie sedute, che possono durare due minuti o due ore, non si sa mai.

Terzo Arruolato: «… Tipo questa Marì?».
Maria: «TANTO LO SO CHE VI HO CONVINTO. Anzi, lo eravate ancora prima che cominciassi…. Ma poi scusate, alle nostre vite abbiamo rinunciato già da un pezzo no? Ah ah ah».

Ottavo Arruolato: «Ehm scusate, mi fate il riassunto delle 157 notifiche? C’è gente che lavora qui…».

Così andarono le cose in quella giornata di mezza estate. Più o meno.