«Un cane marrone scuro» di Stephen Crane

Redazione

Stephen Crane (Newark, 1 novembre 1871 – Badenweiler 5 giugno 1900) è stato uno scrittore, giornalista e poeta statunitense. Insieme a Garland e Howells fu tra gli iniziatori del romanzo naturalistico americano. Fu corrispondente nelle guerre greco-turca e ispano-americana e autore di numerosi racconti tra cui Un cane marrone scuro. Stephen Crane è considerato dalla critica moderna come uno dei più innovativi scrittori della sua generazione. Nella parte finale della sua vita, in Inghilterra, fece amicizia con scrittori come Joseph Conrad e H. G. Wells.

C’era un bambino all’angolo di una via. Era appoggiato contro un alto recinto di legno su una spalla, mentre con l’altra si dondolava avanti e indietro, svogliato, dando calci alla ghiaia.

Il sole batteva sul ciottolato, e un pigro vento estivo alzava un polverone giallo che sfumava fra le nuvole, giù per il viale attraversato dal trepestio indistinto dei carri. Il bambino stava lì, sognando a occhi aperti.

Dopo un po’ si fece avanti un cagnolino marrone scuro, che scodinzolava con aria decisa su per il marciapiede. Gli penzolava una cordicella dal collo, intralciandogli il passo e facendolo inciampare di tanto in tanto.

Si fermò di fronte al bambino e i due si fissarono l’un l’altro. Esitò per un attimo, ma subito dopo si abbandonò a fare piccole feste con la coda. Il bambino allora lo chiamò con la mano. Il cane si fece timidamente avanti e i due si scambiarono carezze e scodinzolii. Il cane sembrava sempre più entusiasta della nuova conoscenza finché, a forza di saltellargli intorno, finì per spingere il bambino fino a farlo cascare. A quel punto il bambino alzò la mano, e gli mollò un ceffone dritto sul muso.

La cosa sembrò sopraffare e sbalordire il cagnolino che, ferito nell’affetto, gli sprofondò ai piedi dalla disperazione. E quando il bambino lo colpì ancora, rincarando la dose con rimproveri infantili, quello si mise a pancia in su, tenendo le zampe come fanno i cani di solito. Allo stesso tempo, con gli occhi e le orecchie, gli offrì una timida preghiera.

Era talmente comico, sulla schiena, con quelle zampe messe così, che il bambino cominciò divertito a riempirlo di leggere pacche, per farlo restare in quella posizione. Però il cagnolino marrone scuro aveva preso quei rimproveri alla lettera, e senza alcun dubbio credeva di aver fatto qualcosa di orribile, dato che si accucciava contrito, mostrando il suo rimorso in tutti i modi che gli riuscivano. Implorava e supplicava il bambino, e gli offriva ancor di più le sue preghiere.

Il bambino alla fine si stufò di quel passatempo e si incamminò verso casa. Il cane lo stava ancora pregando quando, sdraiato sulla schiena, girò gli occhi verso quella figura che si assottigliava.

Subito si rimise in piedi mettendosi al passo col bambino. Quest’ultimo camminava verso casa in modo svogliato, fermandosi di tanto in tanto per ogni sciocchezza. Durante una di queste pause si accorse che il cagnolino marrone scuro lo stava seguendo con tutta l’aria di un brigante.

Il bambino colpì ancora il suo inseguitore con un legnetto che aveva trovato per strada. Il cane si sdraiò e lo supplicò finché il bambino non la finì e non riprese il cammino. Poi scattò in piedi di nuovo, e si mise al seguito come aveva fatto prima.

Sulla strada di casa il bambino si era girato parecchie volte e l’aveva sempre malmenato, facendogli capire in spregio, con gesti ampi e bambineschi, che di lui non gli importava nulla, che gli era piaciuto solo quella volta. Tale era la qualità dell’animale che il cane si scusò e mostrò pentimento, eppure celatamente continuava a seguirlo. Aveva un atteggiamento talmente colpevole che cominciò a strisciare furtivo come un assassino.

Quando il bambino raggiunse l’uscio di casa, il cane stava passeggiando industriosamente a pochi metri dal retro. Si agitò così tanto, quando si imbatté di nuovo nel bambino, che si dimenticò della corda penzolante, ci inciampò sopra e capitombolò faccia a terra.
Il bambino si mise a sedere sul gradino e i due ebbero un altro scambio, durante il quale il cane diede tutto se stesso per compiacere il bambino. Si impegnò tanto a saltellargli intorno e con un trasporto così grande che il bambino capì che si trattava di qualcosa di importante. Con un strattone repentino e ingordo gli afferrò la corda che aveva al collo.

Trascinò il suo prigioniero in un ampio ingresso e poi su per una lunga scalinata di un caseggiato buio. Il cane faceva tutto il possibile, ma non era per niente in grado di zompettare su per le scale, era troppo piccolo e leggero, e poi il ritmo sostenuto del bambino aumentava in modo così energico che il cane entrava nel panico. Nella sua mente lo stavano portando dritto verso un che di sconosciuto e fosco. Si poteva leggere il terrore montargli su dagli occhi. Iniziò a scuotere la testa febbrilmente e si impuntò sulle zampe posteriori.

Il bambino allora raddoppiò lo sforzo. Fecero a tiro alla fune sulle scale, e il bambino ebbe la meglio. Era completamente assorbito nel proprio intento e in fondo il cane era troppo minuto. Lo trascinò sconfitto fino alla soglia e finalmente, in trionfo, attraverso l’ingresso di casa.

Dentro non c’era nessuno. Il bambino si mise seduto sul pavimento e fece un cenno d’intesa al cane che l’accettò all’istante. Fu raggiante d’affetto per il suo nuovo compagno. In pochissimo tempo diventarono grandissimi amici.

Non appena arrivarono gli altri fratelli, però, alzarono subito un gran chiasso. Presero a ispezionare il cane, giudicandolo e apostrofandolo in mille modi. Di fronte ai suoi occhi si levava un disprezzo unanime, al punto che si fece imbarazzato e curvo come una foglia bruciata. Il bambino però si gettò al centro del pavimento e, con voce altissima, gli venne in soccorso tessendone le lodi. A quel punto stava alzando ruggiti di protesta, con le braccia avviluppate attorno al cane, quando entrò il padre, di rientro dal lavoro.

I genitori pretesero di sapere a cosa fosse dovuto tutto quel baccano che tanto stava facendo frignare il bambino. Con grandi giri di parole gli venne spiegato che il bambino aveva avuto l’ardire di introdurre in casa quel cane rivoltante.

Venne tenuto un consiglio di famiglia, da cui dipendevano le sorti del cane. Lui però non ci prestò attenzione, essendo tutto preso a mozzicare un lembo dei pantaloni del bambino.

Il problema venne risolto in breve. Il padre, lo si vedeva bene, era particolarmente violento e arrabbiato quella sera, così non appena si rese conto che avrebbe scioccato e fatto arrabbiare tutti se avesse permesso al cane di rimanere, decise che sarebbe andata proprio così. Il bambino, piangendo sommessamente, portò l’amichetto in disparte per giocarci in un angolo della stanza, mentre al padre toccava domare la fiera opposizione manifestata della moglie. Fu così, ufficialmente, che il cane divenne membro della famiglia.

Erano inseparabili, lui e il bambino, sempre insieme tranne che di notte. Il bambino divenne un padrone e un amico. Se qualcuno si azzardava a scalciarlo via o a tirargli robaccia, era pronto a sollevare grandi e violente proteste. Una volta che il bambino era scappato con le lacrime che gli correvano sul viso e le braccia spiegate, per proteggere il suo amico, si era fatto colpire alla testa da un’enorme padella lanciata dalla mano del padre, arrabbiato per una qualche mancanza di riguardo del cane nei suoi confronti. Di lì in avanti, in famiglia furono cauti a tirare roba contro il cane. Del resto quest’ultimo divenne sempre più bravo a schivare oggetti volanti e pedate. In quella piccola stanza dove c’erano i fornelli, una scrivania, la tavola da pranzo e qualche sedia, metteva in mostra un’abilità strategica di alto livello, schivando, fintando e scattando attorno ai mobili. Riusciva a fare in modo che tre o quattro persone armate di scopa, bastoni o manciate di carboni si colpissero da sole con immensa ingenuità. E anche quando riuscivano a prenderlo, accadeva raramente che potessero fargli male davvero o lasciagli un segno.

Però quando era presente il bambino, certe scene non si vedevano. Alla fine si dovettero arrendere al fatto che, quando il cane veniva molestato, il bambino sarebbe esploso a singhiozzare e dal momento che, una volta che iniziava, diventava incredibilmente sfrenato e incontenibile. il cane aveva trovato con quel comportamento una vera guardia del corpo.

E però, il bambino non poteva essergli sempre accanto. La notte, mentre dormiva, il suo amico marrone scuro sollevava da qualche buio anfratto una lagna selvaggia e ostinata, un canto di infinita solitudine e disperazione, che poteva spargersi fra sussulti e singhiozzi fin oltre le mura dei palazzi del circondario, facendo imprecare tutti quanti. A quel punto il soprano veniva rincorso per tutta la cucina e subissato da una grande varietà di articoli diversi.

Qualche volta, però, anche il bambino picchiava il cane, sebbene non si diede mai il caso che egli potesse vantare ciò che si dice una giusta causa. Il cane accettava sempre quelle legnate con un’aria di sincera colpevolezza. Era troppo cane perché potesse assomigliare a un martire o complottare una vendetta. Prendeva ogni colpo con profonda umiltà e oltretutto perdonava l’amico il momento dopo, ed era già pronto a carezzargli la mano con la sua piccola lingua rossa.

Quando la iella perseguitava il bambino, poi, ed era sopraffatto dai problemi, spesso si accovacciava sotto il tavolo posando la povera testa sulla schiena del cane. Il cane era sempre comprensivo, ed è più che evidente quanto in quei momenti cogliesse l’occasione per rifarsi di tutte le ingiuste botte che il suo amico, quando provocato, gli aveva somministrato.

Non raggiunse mai quel grado di considerevole intimità con nessuno degli altri membri della famiglia. Non si fidava di loro, e la paura che mostrava a ogni loro minimo tentativo d’approccio spesso li esasperava fino allo stremo. Quelli cominciarono ad acquisire una certa soddisfazione nel denutrirlo, ma alla fine il suo amico iniziò a preoccuparsi della cosa con una discreta cura, e quando se ne dimenticava, il cane riusciva quasi sempre a tenerselo per sé.

Così il cane iniziò a farsi grande. E tirò fuori un latrato profondo, che usciva fuori in modo del tutto sorprendente da uno strofinaccio di cane come quello. La smise di ululare di continuo la notte. Ogni tanto, certo, gettava qualche strillo nel sonno, come di dolore, ma ciò accadeva, senza dubbio, quando nei suoi sogni fronteggiava enormi cani fiammeggianti che lo minacciavano in modo terrificante.

La sua devozione per il bambino crebbe fino a raggiungere il sublime. Scodinzolava non appena lo vedeva, sprofondava nella disperazione quando se ne andava via. Poteva percepire il suono dei suoi passi in mezzo a tutti i rumori del vicinato. Per lui era come un richiamo.

Lo scenario della loro fratellanza non era che un regno governato dal suo terribile potentato, il bambino; ma né il dubbio né la ribellione vissero anche solo per un istante nel cuore di quello che ne era soggetto. Giù nei mistici, misteriosi campi di quella anima da cagnolino sbocciavano fiori d’amore e fedeltà e fede incrollabile.

Il bambino perlustrava spesso il vicinato per osservarne le stravaganze. In quelle occasioni il suo fido amico di solito gli camminava al seguito. Magari, però, gli accadeva di precederlo. E ciò lo obbligava a girarsi ogni quindici secondi per essere sicuro che il bambino stesse arrivando. Era estremamente convinto dell’importanza di queste escursioni. Aveva un tale portamento! Era fiero di potere essere il valletto di un così grande re.

Un giorno, però, il padre tornò a casa particolarmente ubriaco. Montò su un carnevale con gli attrezzi da cucina, i mobili e sua moglie. Era nel bel mezzo del suo giochetto quando il bambino, seguito dal cane marrone scuro, fece ingresso nella stanza. Erano di ritorno dai loro viaggi.

Ai pratici occhi del bambino fu subito chiaro lo stato del padre. Si tuffò sotto al tavolo, lì dove l’esperienza gli aveva insegnato ci fosse un posto abbastanza sicuro. Il cane però, non avendo esperienza a riguardo, era certamente poco conscio di come stessero veramente le cose. Fissò incuriosito il repentino movimento dell’amico. Lo interpretò come: «salto gioioso». Cominciò a scalpicciare per tutto il pavimento come a dare seguito a quel gioco. Era l’immagine di un cagnolino marrone scuro che inseguiva il proprio amichetto.

Il capofamiglia lo vide proprio allora. Cacciò fuori un gran grido di gioia, e lo sbatté a terra con una caffettiera. Il cane, urlando sbalordito e colmo di terrore, si contorse ai suoi piedi e corse al riparo. L’uomo gli mollò un poderoso calcio con lo scarpone. Questo fece ritirare indietro il cane come se colto dalla marea. Un secondo colpo di caffettiera lo stese sul pavimento.

Ecco che il bambino, urlando fortissimo, si fece avanti valorosamente come un cavaliere. Il padre però non fece caso alle richieste del bambino, ma anzi sopravanzò con soddisfazione addosso al cane che, sbattuto a terra due volte in poco tempo, rinunciò apparentemente a tutte le speranze di fuga. Si mise a pancia in su e tenne le zampe come fanno di solito i cani. Allo stesso tempo, con gli occhi e le orecchie, gli offrì una timida preghiera

Il padre, però, era di buon umore, e gli venne in mente che sarebbe stato giusto buttare il cane dalla finestra. Quindi si accovacciò, e prendendo l’animale per una gamba lo sollevò, mentre si dimenava, in aria. Lo fece oscillare delirante sulla testa tre o quattro volte, dopodiché lo fece volare con incredibile precisione attraverso la finestra.

Il cane volante sorprese tutto il quartiere. Una donna che innaffiava le piante dirimpetto cacciò un grido di terrore a lasciò cadere un vaso di fiori. Un uomo da un’altra finestra si sporse pericolosamente fuori per cogliere il volo. Una donna, che stava stendendo i panni nel cortile, si mise a saltellare selvaggiamente. Aveva la bocca piena di mollette ma con le braccia diede sfogo a una sorta di esclamazione. Sembrava un prigioniero imbavagliato. I bambini corsero urlando.

Il corpo marrone scuro si schiantò contro un cumulo sul tetto di un capanno cinque piani più sotto. Da lì rotolò giù fino al manto stradale di un vicolo.

Il bambino, dall’alto della sua stanza, scoppiò in un lungo pianto funebre e si avventò furiosamente fuori dalla camera. Gli ci volle un po’ per raggiungere il vicolo, perché con la sua stazza era costretto ad andare giù all’indietro, un gradino alla volta, con entrambe le mani aggrappate al gradino superiore.

Quando vennero a cercarlo più tardi, lo trovarono seduto accanto al corpo del suo amico marrone scuro.

 

Traduzione di Emanuele Giammarco