«La voglia» di Nathaniel Hawthorne

Nathaniel Hawthorne (1804-1864) è tra i padri fondatori della letteratura americana. Ha scritto novantacinque racconti, raccolti in Tutti i racconti, a cura di Sara Antonelli e Igina Tattoni per Donzelli editore (2006). Lovecraft definiva Hawthorne come un «incompreso e solitario» capace di dar voce all’orrore soprannaturale insito nel quotidiano, mentre Poe ne ammirava «l’inventiva, la creazione, l’immaginazione, l’originalità – un tratto che, nella letteratura romanzesca, vale sicuramente per tutto il resto». L’amico Melville arrivava addirittura a paragonarlo a Shakespeare.

Verso la fine del secolo scorso, c’era un uomo di scienza, esperto autorevole in ogni branca delle scienze naturali che, non molto tempo prima dell’inizio della nostra storia, aveva sperimentato un’affinità spirituale molto più affascinante di quella chimica. Aveva affidato il proprio laboratorio alle cure di un assistente, ripulito i delicati tratti del suo viso dal fumo del forno, lavato via dalle dita le macchie di acido, e aveva convinto una bellissima donna a diventare sua moglie. In quei giorni, durante i quali la scoperta relativamente recente dell’elettricità e di altri simili misteri della natura sembrava avessero dischiuso le porte alla terra dei miracoli, non era inusuale che l’amore per la scienza e quello per le donne rivaleggiassero, in modo profondo e particolarmente intenso. L’intelletto superiore, l’immaginazione, lo spirito e il cuore, perfino, potevano trovare il carburante adatto in occupazioni che, secondo il giudizio di alcuni dei loro più ferventi seguaci, si elevassero da un livello di suprema intelligenza all’altro, fino a consentire al filosofo naturale di imporre la propria mano sul segreto della forza creativa e, forse, di riuscire a costruire nuovi mondi. A noi non è dato conoscere se Alymer possedesse una simile fede in questa possibilità di controllo dell’uomo sulla natura. Tuttavia, si era dedicato allo studio delle scienze senza riserva alcuna, per essere sviato da una qualsiasi altra passione. Il suo amore nei confronti della propria giovane moglie si sarebbe potuto rivelare la più forte tra le due passioni; a patto che s’intrecciasse con l’amore per la scienza, unendo la forza di entrambi.

Tale unione avvenne di conseguenza e fu accompagnata da risvolti piuttosto apprezzabili e da una notevolissima virtù. Un giorno, pochissimo tempo dopo il loro matrimonio, Aylmer se ne stava seduto a fissare la moglie con un cruccio sul viso che cresceva man mano che parlava.

«Georgiana» disse lui, «ti è mai venuto in mente che potremmo far togliere quella voglia che hai sulla guancia?»

«In realtà no» rispose lei, sorridendo; eppure, al percepire il tono serio di lui, arrossì violentemente.

«A dir la verità mi hanno detto talmente tante volte che ha fascino che sono stata così ingenua da ritenere potesse essere tale.»

«Oh, su di un altro viso può darsi» rispose suo marito; «ma mai sul tuo. No, mia carissima Georgiana, madre natura ti ha modellata in un modo così vicino alla perfezione che perfino questo insignificante, possibile difetto, che esitiamo a definire come tale o come marchio di bellezza, mi turba, quasi fosse la testimonianza tangibile dell’imperfezione terrena.»

«Come sarebbe che ti turba, marito mio!» gridò Georgiana, ferita nel profondo, inizialmente con uno scoppio d’ira per poi, invece, sciogliersi in lacrime. «Perché, allora, mi hai portata via da mia madre? Non si può amare ciò che ci turba!»

Per fare chiarezza in questa conversazione, è necessario specificare che al centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una voglia particolare, radicata in profondità col tessuto e con l’essenza del suo volto. Nel consueto stato, sano seppure delicato, dello sbocciare della sua carnagione, spiccava quella voglia, color cremisi e dai bordi imperfetti, nel bel mezzo del rosa che la attorniava. Quando arrossiva, la voglia si confondeva e, alla fine, svaniva inghiottita da quel trionfo cremisi brillante, di cui il sangue tingeva le guance. Ma se un qualsiasi sconvolgimento d’animo la faceva tornare pallida, ecco di nuovo la voglia che, color cremisi, si stagliava su quel candore innevato, nel quale Aylmer a volte indovinava un’assoluta e quasi spaventosa distinzione. La forma somigliava non poco a una mano umana, sebbene di un piccolo pigmeo. Era abitudine dei corteggiatori di Georgiana sostenere che qualche fata, al momento della nascita, avesse posato una manina sulla guancia della neonata, lasciandovi la propria impronta come simbolo dei magici doni che l’avrebbero portata ad avere una tale influenza su ogni cuore. Molti di loro, disperati, avrebbero messo a repentaglio la propria vita per avere il privilegio di premere le proprie labbra su quella mano misteriosa. Non si può celare, tuttavia, che il segno lasciato dalla manina della fata suscitasse delle variazioni di reazione straordinarie, a seconda dei differenti temperamenti di chi osservava. Alcuni fastidiosi detrattori, che appartenevano però esclusivamente al gentil sesso, sostenevano che la mano insanguinata, come avevano scelto di chiamarla, avesse distrutto l’effetto della bellezza di Georgiana, rendendone perfino detestabili i lineamenti. Ma sarebbe ragionevole dichiarare che una di quelle macchioline blu che a volte si trovano nel più candido dei marmi delle statue possa trasformare la più bella delle vergini in un mostro? Quanto agli osservatori di sesso maschile, quando la voglia non aumentava la loro ammirazione, si limitavano a scacciarne il pensiero, così che il mondo potesse vantare un esemplare vivente di grazia celestiale senza neanche l’ombra di un difetto. Dopo il matrimonio, avendo ponderato poco e niente sulla questione prima di quel momento, Aylmer scoprì di appartenere proprio a questo secondo caso.
Se Georgiana fosse stata meno bella, qualora l’invidia in persona avesse trovato qualcun altro da sbeffeggiare, magari si sarebbe potuto affezionare alla grazia del segno di quella mano, ora appena accennata, ora del tutto scomparsa, ora di nuovo visibile, in un continuo baluginare al ritmo di ogni palpito d’emozione che vibrava nel cuore di lei; ma vedendola altrimenti così perfetta, questo difetto gli diventò sempre più intollerabile a ogni momento che passavano assieme. Fu il naturale corso dell’umanità che la natura, in un modo o nell’altro, imprime in modo indelebile su tutte le proprie riproduzioni, per dare a intendere come abbiano un carattere temporaneo e finito, oppure per sottolineare il fatto che debbano raggiungere la perfezione attraverso il duro lavoro e il dolore. La mano color cremisi era l’espressione di quell’ineludibile fastidio con cui la mortalità afferra le forme terrene più alte e pure, degradandole ai suoi simili più infimi e, perfino, più bestiali, i cui tratti facciali ritornano alla polvere. In questo modo, interpretando la voglia come il simbolo dell’inclinazione di sua moglie al peccato, al dolore, alla decadenza e alla morte, la fosca immaginazione di Aylmer non faticò troppo a trasfigurare quel segno in una cosa spaventosa, il che gli provocò più problemi e orrore di quanta delizia sensoriale e umana gli avesse dato la bellezza di Georgiana.

In quelle che sarebbero dovute essere le stagioni più felici per loro, egli, invariabilmente e senza l’intenzione e, anzi, nonostante una tendenza a fare l’esatto contrario, faceva in modo che ricadessero su questo argomento spinoso. Da sciocchezza quale era apparsa in prima istanza, la voglia si collegò a tal punto agli innumerevoli flussi di pensieri e stati d’animo da diventare il centro di ogni cosa. Al mattino, Aylmer apriva gli occhi e nella tenue luce dell’alba riconosceva sul viso di sua moglie il simbolo dell’imperfezione; e quando sedevano insieme, accanto al focolare, i suoi occhi indugiavano, furtivi, sulla sua guancia, e osservavano, al tremolare delle fiamme, la mano spettrale che aveva vergato la parola mortalità laddove egli avrebbe, con piacere, riposto la propria adorazione. Presto, Georgiana cominciò a tremare sotto lo sguardo del suo sposo. Era sufficiente un solo sguardo, carico di quella peculiare espressione, per far sfiorire le rose che sbocciavano sulle sue guance e tramutarle in un pallore mortale, in cui spiccava la mano color cremisi, quasi fosse un bassorilievo di rubino sul più candido dei marmi.

Una sera, molto tardi, mentre le luci andavano affievolendosi e a malapena non tradivano il marchio sulla guancia della povera sposa, Georgiana stessa, per la prima volta, tirò fuori l’argomento di sua sponte.

«Ti ricordi, mio caro Aylmer» disse lei, con un flebile accenno di sorriso, «ricordi qualcosa a proposito del sogno della notte scorsa su questa odiosa mano?»

«Affatto! Non ricordo nulla!» rispose Aylmer al principio; poi, però, in un tono secco e gelido, mosso dall’interesse di celare la profonda realtà delle proprie emozioni, aggiunse: «Ma potrei anche averlo sognato; dato che, prima di addormentarmi, si era fermamente impadronito delle mie fantasie.»

«Lo hai sognato, dunque?» proseguì Georgiana, precipitosamente, per il timore che un fiotto di lacrime potesse interrompere ciò che aveva da dire.

«Un sogno terribile! Mi chiedo se tu lo abbia potuto dimenticare. Come si può dimenticare una simile espressione? “Oramai è giunto nel suo cuore: dobbiamo strapparglielo!”. Rifletti, marito mio. Poiché, di certo, vorrei che ricordassi quel sogno.»

È triste per la mente ritrovarsi in uno stato in cui il sonno, che tutto tocca, non riesce a rinchiudere i suoi spettri nella buia regione della sua culla, ma gli permette di diffondersi, instillando il terrore nella vita reale con segreti che, chissà, appartengono a un’altra vita, più profonda. Ora Aylmer ricordava il sogno. Si trovava con il suo servo, Aminadab, il quale gli stava offrendo il proprio aiuto durante l’operazione di rimozione della voglia di sua moglie; ma più la lama del bisturi penetrava nella pelle, più in profondità il marchio affondava le radici finché, dopo un po’, gli parve che si fosse impadronito del cuore di Georgiana; ciononostante si era inesorabilmente risolto a tagliarlo o a strapparglielo via dal petto.

Una volta che il sogno si fu ridefinito ben bene nella propria memoria, Aylmer se ne stava seduto in compagnia della moglie appesantito dal senso di colpa. Spesso la verità si fa strada nella mente proprio quando siamo in pigiama, per poi parlare con assoluta franchezza di ciò su cui esercitiamo un’auto-illusione inconscia durante le nostre ore di veglia. Fino a quel momento non si era resa conto della potenza con cui un’idea tiranneggia la nostra mente, e del punto fino al quale, in fondo al cuore, ci si spingerebbe per trovare un po’ di pace.

«Aylmer» riprese Georgiana, in tono solenne, «non so quale potrebbe essere il prezzo che entrambi rischieremmo di pagare per liberarci di questo marchio fatale. Rimuoverlo potrebbe comportare una deformità incurabile, o potrebbe farlo radicare ancora di più, farlo diventare vitale. Perciò te lo chiederò ancora: esiste una possibilità, una sola, di indebolire la morsa attanagliante di questa piccola manina che è stata imposta su di me prima che io venissi al mondo?»

«Mia carissima Georgiana, ho riflettuto a lungo sulla questione» disse Aylmer, frettoloso, interrompendola. «Sono più che convinto dell’assoluta praticabilità della sua rimozione.»

«Se esiste davvero anche una sola, remota possibilità» proseguì Georgiana, «facciamo questo tentativo, a qualsiasi costo. Non ho paura di rischiare poiché, finché avrò questo odioso marchio che mi rende l’oggetto del tuo disgusto e del tuo orrore, la vita sarà per me un pesante fardello di cui mi disferei con gioia. Perciò rimuovi questa raccapricciante manina oppure prenditi la mia miserabile vita! Sei un luminare. E tutto il mondo ne è testimone. Hai conseguito risultati strabilianti. Non dovresti riuscire a rimuovere questo piccolo, insignificante marchio che riesco a coprire con la punta di due dita? Ti è forse impossibile farlo per amore della tua pace e per impedire alla tua povera moglie di impazzire?»

«Mia nobile, carissima, dolcissima moglie» gridò Aylmer, entusiasta, «non dubitare delle mie capacità. Ho già ponderato a fondo sulla faccenda, cosa che potrebbe quasi avermi condotto a un’illuminazione: creare un essere meno perfetto di te. Georgiana, tu mi hai spinto più in là che mai nel cuore della scienza. Mi ritengo perfettamente capace di far diventare la tua cara guancia innocente identica alla sua gemella; e poi, mia amatissima, quale trionfo sarà quello di aver corretto l’opera più aggraziata della Natura, che essa stessa ha reso imperfetta! Perfino Pigmalione, quando la sua dama di marmo prese vita, non ha provato un’estasi paragonabile a quella che proverò io.»

«È deciso, dunque» disse Georgiana, con un flebile sorriso. «E, Aylmer, non avere alcuna pietà di me, qualora scoprissi che la voglia si è, infine, rifugiata nel mio cuore.»

Suo marito la baciò teneramente sulla guancia destra, quella priva del marchio color cremisi.

Il giorno dopo Aylmer mise sua moglie al corrente di un piano che si era prefigurato, per mezzo del quale avrebbe avuto la possibilità di raccogliere tutta la concentrazione e l’attenzione che l’intervento avrebbe richiesto; Georgiana, dal canto suo, si sarebbe goduta il riposo altrettanto necessario alla riuscita dell’operazione. Si sarebbero isolati nelle enormi stanze che Aylmer aveva adibito a laboratorio dove, durante la propria laboriosa gioventù, aveva fatto delle scoperte a proposito dei poteri elementari della Natura, che gli erano valsi l’ammirazione di tutte le classi colte d’Europa. Seduto nella tranquillità del suo laboratorio, l’esangue filosofo naturale aveva investigato a fondo nei segreti della più alta regione dei cieli e della più profonda delle miniere; aveva trovato soddisfazione nello scoprire le cause che appiccano il fuoco nei vulcani e lo mantengono vivo; aveva svelato i misteri delle fonti, e aveva fatto luce sui meccanismi che permettevano al getto di fluire: alcune dalle acque limpide e pure, altre ricche di proprietà curative, provenienti dal cuore della Terra. Sempre qui, nei suoi primissimi anni da scienziato, aveva anche studiato le meraviglie della macchina umana e aveva cercato di comprendere il vero processo attraverso il quale la natura assimila le preziose influenze della terra e dell’aria con quelle dello spirito, per modellare e creare un essere umano, il proprio capolavoro. Tuttavia, Aylmer aveva lasciato a lungo da parte quest’ultima attività, riconoscendo a malincuore la verità in cui, presto o tardi, tutti i ricercatori incappano: la nostra immensa e creativa madre pur divertendosi, in apparenza, a funzionare alla luce del sole più lampante, presta una particolare attenzione a tenere per sé i propri segreti e, a dispetto di quella finta sincerità, non ci mostra altro che il risultato finale. In effetti, permette ai nostri corpi di deturparsi ma, spesso, pone anche ammenda a questi danni senza fornire alcuna spiegazione, come un inventore geloso del proprio brevetto. Ora, però, Aylmer riprendeva le fila di quelle indagini finite nel dimenticatoio. Di certo non con le stesse speranze e gli stessi desideri che l’avevano spinto all’inizio quanto, piuttosto, perché nascondevano molti segreti fisiologici e si collocavano proprio nel percorso del trattamento destinato a Georgiana.

Mentre varcavano insieme la soglia del laboratorio, Georgiana tremava ed era infreddolita. Aylmer la guardò in viso con un’espressione allegra, intenzionato a rassicurarla, ma rimase così scioccato dall’intensità con cui si stagliava la voglia contro il candore della sua guancia, da non riuscire a trattenere un violento sussulto. Sua moglie svenne.

«Aminadab! Aminadab!» gridò Aylmer, lanciandosi con violenza sul pavimento.

Prontamente, da una delle stanze lì vicino, sbucò un omino di bassa statura ma di corporatura robusta, i capelli arruffati attorno al viso, sozzo dei vapori emessi dalla fornace. Questo figuro era stato il sottoposto di Aylmer per tutta la sua carriera da scienziato, ed era ammirevolmente perfetto per quell’attività grazie alla straordinaria prontezza fisica e a quelle abilità per le quali, pur non essendo in grado di comprenderne anche solo un principio, riusciva a eseguire gli esperimenti del suo maestro in ogni minimo dettaglio. Con la sua possanza fisica, i capelli scarmigliati, l’aspetto fuligginoso e un’indescrivibile genuinità, egli sembrava rappresentare proprio la natura fisica dell’uomo; Aylmer, dal canto suo, con la sua figura snella, l’aspetto pallido e il viso da intellettuale non era adatto nientemeno che a impersonare l’elemento spirituale.

«Spalanca la porta del boudoir, Aminadab» disse Aylmer, «e brucia una pastiglia.»

«Sì, padrone» rispose Aminadab, fissando il corpo inerme di Georgiana; poi mormorò fra sé e sé: «Se si fosse trattato di mia moglie, non mi sarei mai separato da quella voglia.»

Una volta recuperati i sensi, Georgiana si ritrovò a respirare un’aria impregnata di una fragranza penetrante, la cui gentile potenza era riuscita a risvegliarla dal suo svenimento di mortale sembianza. Attorno a lei, appariva tutto come un incantesimo. Aylmer aveva trasformato quelle stanze fumose, cupe e sporche, dove egli aveva trascorso i suoi anni migliori impegnato nelle proprie arcane indagini, in una serie di bellissimi appartamenti degni di essere la dimora di una donna deliziosa. Le pareti erano drappeggiate di splendide tende, che trasmettevano una combinazione di magnificenza e grazia che nessun altro tipo di adornamento avrebbe potuto eguagliare; nel discendere dal soffitto al pavimento, le pesanti e ricche pieghe, che nascondevano ogni angolo e linea, sembrava che chiudessero la scena fuori dallo spazio infinito. Per quel che ne sapeva Georgiana, poteva anche trattarsi di un padiglione fra le nuvole. E Aylmer, avendo chiuso all’esterno la luce del sole, che avrebbe interferito con i processi chimici, l’aveva rimpiazzata con lampade profumate che emanavano bagliori di varie sfumature tutte, però, convergenti al viola. Aylmer ora era in ginocchio al fianco della propria sposa, intento a guardarla con espressione franca ma priva di preoccupazione, poiché confidava nella sua scienza e sentiva che le avrebbe potuto tracciare attorno un cerchio magico che nessun maleficio avrebbe mai potuto oltrepassare.

«Dove sono? Ah, ora ricordo» disse Georgiana, debole. Ciò detto si posò una mano sulla guancia per celare l’orribile marchio agli occhi di suo marito.

«Non aver paura, mia adorata!» esclamò lui. «Non sottrarti al mio sguardo! Credimi, Georgiana, mi rallegro, perfino, di quest’unica imperfezione, poiché sarà una vera e propria estasi rimuoverla.»

«Oh, te ne prego!» rispose sua moglie, mesta. «Ti prego, non guardarla ancora. Non riuscirò mai a dimenticare quel sussulto convulso.»

Per confortare Georgiana e per alleggerirla dal pesante fardello dell’attuale stato delle cose, Aylmer si avvalse della luce e di alcuni trucchetti che gli aveva insegnato la scienza tra le sue leggi più profonde. Figure eteree, idee del tutto prive di contorno, e forme di bellezza sostanziale danzavano dinnanzi agli occhi di Georgiana, imprimendo le proprie temporanee impronte nei fasci di luce. Sebbene avesse qualche indefinita idea a proposito del meccanismo che regolava quei fenomeni ottici, l’illusione era ancora sufficiente ad assicurare la credenza che suo marito fosse in grado di esercitare una certa influenza sul mondo spirituale. Poi, di nuovo, quando provò il desiderio di sbirciare fuori dal suo stato di isolamento, immediatamente, quasi i suoi pensieri avessero trovato una risposta, il corteo della vita esterna sfarfallò attraverso un paravento. L’immagine e le figure della vita reale erano rappresentate alla perfezione, ma con quell’incantevole, seppur indescrivibile, differenza che rende sempre un quadro, un’immagine o un’ombra più affascinante del suo corrispettivo originale. Dopo averla fiaccata così, Aylmer la invitò a posare lo sguardo su un recipiente con una certa quantità di terra. Georgiana obbedì, inizialmente con pochissimo interesse; ma rimase subito sorpresa quando avvertì il seme di una pianta che si faceva strada fuori dal terreno. Poi sbucò il gambo snello, gradualmente si spiegarono le foglie e, nel bel mezzo del recipiente, apparve un fiore grazioso e perfetto.

«Ma è una magia!» strillò Georgiana. «Non oso toccarlo.»

«No, no, coglilo» rispose Aylmer, «coglilo e inalane il profumo per quel poco che potrai. Il fiore appassirà da un momento all’altro e non lascerà alcuna traccia se non i bossoli avvizziti dei suoi semi.»

Ma Georgiana aveva appena toccato il fiore che la pianta intera cominciò a morire, diventando nera come il carbone quasi avesse subito l’effetto di una combustione.

«Lo stimolo ricevuto è stato troppo forte» disse Aylmer, pensieroso.
Per rimediare a quell’esperimento fallito, propose di sottoporre il ritratto di lei a un processo scientifico di propria invenzione. Bisognava esporlo agli effetti dei raggi solari di rimbalzo su un piatto lucido di metallo. Georgiana acconsentì ma, guardando il risultato, fu colta dalla paura di vedere i lineamenti del ritratto confusi e indistinguibili, a differenza della minuta figura di una manina che appariva dove avrebbe dovuto trovarsi la guancia. Aylmer agguantò il piatto di metallo e lo gettò in un vaso contenente dell’acido corrosivo.

Tuttavia, egli dimenticò presto quei frustranti fallimenti. Nelle pause dallo studio e dagli esperimenti chimici, andava da lei accaldato ed esausto, ma pareva rinvigorito dalla sua presenza e parlava in toni brillanti delle risorse della propria arte. Le raccontò la storia della lunga stirpe degli alchimisti, che avevano passato molti anni alla ricerca della soluzione universale per mezzo della quale ricavare l’oro dai materiali più vili e umili. Aylmer sembrava credere che, per la più semplice delle logiche, scoprire questo strumento, oggetto di lunghe indagini, rientrasse fra i limiti delle possibilità; «ma» aggiunse, «un filosofo naturale che vada abbastanza a fondo da acquisirne il potere raggiungerebbe un grado di saggezza troppo elevato per abbassarsi al suo esercizio». Non meno singolari erano le sue opinioni riguardo all’elisir di lunga vita. Era più che convinto di essere in grado di fabbricare un liquido che avrebbe prolungato la propria vita per anni, forse per sempre; ma ciò avrebbe provocato una discordia nella natura che tutto il mondo, e soprattutto chi avrebbe tracannato il distillato dell’immortalità, avrebbero trovato ragione di maledire.

«Aylmer, pensi veramente ciò che dici?» chiese Georgiana, guardandolo con stupore e terrore. «È terribile possedere un simile potere, perfino sognare di possederlo.»

«Oh, non tremare, amor mio» disse suo marito. «Non farei del male né a te né a me stesso provando sulle nostre vite degli effetti così poco gradevoli; ma vorrei che considerassi, a paragone, quanto sia insignificante l’abilità necessaria per rimuovere quella piccola manina.»

Al sentir menzionare la voglia, Georgiana, come al solito, si fece piccola piccola, come se un ferro da stiro bollente le avesse sfiorato la guancia.

Aylmer ritornò alle proprie fatiche. Georgiana riusciva a sentire la voce di suo marito, nella lontana stanza con la fornace, dare ordini ad Aminadab, che rispondeva con i suoi toni duri, rozzi e sgraziati, più simili ai grugniti o ai ruggiti di una bestia che a una voce umana. Dopo ore di assenza, Aylmer riapparve e propose di passare al vaglio la propria riserva di prodotti chimici e tesori naturali della terra. Fra i primi, le mostrò una piccola fiala, all’interno della quale, sottolineò, era contenuta una fragranza delicata seppur estremamente potente, capace di impregnare ogni brezza che soffi in un regno interno. Il contenuto di ciascuna piccola fiala era di valore inestimabile e, nel dir ciò, Aylmer spruzzò un po’ di profumo nell’aria, riempiendo la stanza di un aroma acuto e corroborante.

«E questo cos’è?» chiese Georgiana, indicando una piccola sfera di cristallo che conteneva un liquido color dell’oro. «Ha un aspetto così bello da sembrare l’elisir di lunga vita.»

«In un certo senso lo è» rispose Aylmer; «o, piuttosto, sarebbe il caso di definirlo l’elisir dell’immortalità. È il veleno più prezioso che sia mai stato prodotto al mondo. Con il suo aiuto potrei ridefinire il corso della vita di qualsiasi essere vivente si desideri. È talmente potente da riuscire a prolungare la vita di chiunque o da strappargliela via all’improvviso. Nemmeno un re seduto sul proprio trono potrebbe avere salva la vita qualora io, nella mia postazione privata, dovessi ritenere che il benessere di milioni di persone fosse una buona giustificazione per privarlo della sua vita.»

«Perché conservi una sostanza tanto terrificante?» chiese Georgiana, orripilata.

«Non perdere la tua fiducia in me, mia cara» le disse il suo sposo, sorridendo; «le sue virtù benefiche sono di gran lunga più potenti dei danni che può arrecare. Ma guarda! Ecco un potente cosmetico. Aggiungendone due gocce in un vaso pieno d’acqua, le lentiggini possono essere cancellate più in fretta di quanto si impiega per lavarsi le mani. Con una potente infusione si può prosciugare il sangue dalle guance e trasformare la più rosea delle bellezze in un pallore da fantasma.»

«È con questa lozione che hai intenzione di frizionarmi la guancia?» chiese Georgiana, ansiosa.

«Oh, no» si affrettò a rispondere il suo sposo; «questa è solo per un uso superficiale. Il tuo caso richiede un rimedio che vada molto più in profondità.»

Nelle sue conversazioni con Georgiana, Aylmer indagava con discrezione fra le sue sensazioni e cercava di capire se l’isolamento nelle sue stanze e la temperatura dell’atmosfera le andassero a genio. Queste domande prendevano una piega talmente insolita che Georgiana cominciò a congetturare di essere già sotto l’effetto di una certa influenza fisica, che si trattasse dell’aria profumata che inalava o del cibo col quale si nutriva. Allo stesso modo, si immaginava – ma poteva pur sempre essere frutto della propria immaginazione – di essere soggetta a uno sconvolgimento nel corpo: sensazioni strane, indefinibili, le strisciavano nelle vene e una specie di solletico, in parte doloroso e in parte piacevole, al cuore. Eppure, ogni volta che si guardava allo specchio, c’era ancora lei, pallida come una rosa candida e con la voglia color cremisi stampata sulla guancia. Nemmeno Aylmer, ormai, arrivava a odiarla tanto quanto la odiava lei stessa.
Per esorcizzare il tedio di quelle ore che suo marito riteneva necessario dedicare ai processi di combinazione e analisi, Georgiana si immerse nei volumi della sua biblioteca scientifica. In diversi tomi scuri e antichi, si imbatté in capitoli pieni di romanticismo e di poesia. Si trattava di opere di scienziati del medioevo come Alberto Magno, Cornelio Agrippa, Paracelso e il famoso frate che aveva creato la profetica Testa di Bronzo. Tutti questi antichi naturalisti erano dei veri innovatori per i loro tempi, eppure erano imbevuti della loro stessa creduloneria, perciò erano creduti e, forse, immaginavano loro stessi di avere acquisito, indagando la natura, un potere al di sopra della stessa e, grazie alla fisica, un controllo sulla spiritualità che governa il pianeta. Appena meno curiosi e colmi di immaginazione erano i primi volumi delle Transaction of the Royal Society, nella quale i membri, conoscendo molto poco delle possibilità naturali, non facevano che documentarne le meraviglie o proporre dei metodi attraverso i quali tali stupori potessero essere indagati.

Ma per Georgiana, il volume più appassionante era un’ampia edizione in folio di un tomo il cui autore era il suo stesso marito, dove egli aveva annotato ogni esperimento condotto nella propria carriera di scienziato, gli scopi che ne avevano giustificato l’origine, i metodi utilizzati per condurli, nonché, infine, il loro fallimento o il loro successo, specificando le circostanze a cui si doveva l’uno o l’altro. Questo libro, in verità, era la storia e l’emblema della sua intensa, ambiziosa, ingegnosa, per quanto anche pragmatica e faticosa vita. Egli maneggiava ogni singolo dettaglio del mondo fisico come se, per lui, non vi fossero segreti; eppure, ne esaltava sempre la spiritualità, redimendosi dal materialismo grazie alla propria forte e insaziabile spinta verso l’infinito. Nelle sue mani, la più insignificante zolla di terra acquisiva un’anima. La devozione di Georgiana nei confronti di Aylmer, nel corso della lettura, cresceva sempre più, come l’amore che nutriva nei suoi confronti diventava più profondo che mai, seppure con una meno completa dipendenza dal suo giudizio rispetto a come l’aveva avuta fino a quel momento. Nonostante i risultati ottenuti, Georgiana non poté fare a meno di osservare che i suoi più fulgidi successi erano, inevitabilmente, dei fallimenti, se paragonati all’ideale a cui aspirava. I suoi diamanti più sfavillanti erano delle infime pietruzze, che egli stesso reputava come tali, a paragone con le gemme di valore inestimabile che giacevano ben oltre la sua portata. Il volume, ricco di risultati che erano valsi al suo autore fama e notorietà, era, tuttavia, la più malinconica cronaca che fosse mai stata vergata da una creatura umana. Era la triste confessione nonché la continua esemplificazione dei limiti di un uomo articolato, dello spirito appesantito dalla terra e dal lavoro sulla materia, e della disperazione che assale tutti gli animi più nobili nello scoprirsi così miserabilmente ostacolati dalla realtà terrena. Qualsiasi uomo di genio in qualche parte del mondo, probabilmente, avrebbe potuto riconoscersi nel giornale di bordo delle esperienze di Aylmer.
Tali riflessioni appassionarono Georgiana a tal punto da farle posare la guancia sul volume aperto e farla scoppiare in lacrime. E così fu ritrovata da suo marito.

«È pericoloso leggere il libro di uno stregone» disse lui, sorridendo, nonostante il suo volto tradisse un’espressione inquieta e irritata.

«Georgiana, all’interno di questo tomo ci sono pagine che a malapena guardo io stesso e che mi fanno perdere la testa. Prestaci meno attenzione di modo che non ti siano dannose.»

«Hanno solo fatto in modo che io ti adorassi più che mai» disse lei.

«Oh, aspetta che arrivi questo successo» ribatté lui, «poi adorami pure se lo vorrai. Dovrei ritenere me stesso indegno di ciò. Ma vieni, ti ho cercata per l’ammaliante suono della tua voce. Canta per me, mia adorata.»

Così Georgiana versò il liquido suono della propria voce per placare la sete dello spirito di suo marito. Dopodiché, egli la lasciò con un’infantile esuberanza data dalla gioia, assicurandole che la sua reclusione sarebbe durata ancora per poco, e che il risultato era già assicurato. Aylmer era appena andato via, quando Georgiana provò l’irresistibile impulso di seguirlo. Aveva dimenticato di informarlo di un sintomo che, nelle due o tre ore prime, aveva cominciato ad attirare la sua attenzione. Era una sensazione in quel fatale marchio: non si trattava di dolore ma di un sentimento di irrequietezza che le si diffondeva in tutto l’organismo. Affrettandosi a seguire suo marito, Georgiana si introdusse nel laboratorio per la prima volta.

La prima cosa che catturò la sua attenzione fu la fornace, quella rovente e febbricitante lavoratrice, circonfusa dal bagliore intenso delle fiamme che, data la quantità di fuliggine aggrappata al suo interno, sembrava fosse in moto da anni. Un apparato di distillazione era in pieno lavoro. In giro per la stanza c’erano alambicchi, tubi, bombole e altri congegni utilizzati nei processi chimici. Un macchinario elettrico era pronto per l’uso. L’atmosfera risultava opprimente ed era contaminata dagli odori dei gas che erano stati precedentemente sottoposti alla tortura dei processi scientifici. La semplice austerità della stanza, con le pareti spoglie e i pavimenti di mattoni, risultava bizzarra, dato che Georgiana si era ormai abituata alla sublime eleganza del proprio boudoir. Ma ciò che principalmente, per non dire esclusivamente, catturò la sua attenzione fu l’aspetto dello stesso Aylmer.

Era di un pallore mortale, ansioso e completamente assorto, si piegava al di sopra della fornace come se dalla sua massima concentrazione dipendesse la distillazione di un’imperitura miseria o felicità. Com’era diverso dall’atteggiamento appassionato e gioioso che aveva assunto per incoraggiare Georgiana!

«Attento adesso, Aminadab; attento, macchina umana; attento, uomo d’argilla!» mormorò Aylmer, più a se stesso che al suo assistente. «Ora, se scappasse anche il più piccolo dei pensieri, sarebbe finita.»

«Oh! Oh!» mormorò Aminadab. «Guardate padrone! Guardate!»

Aylmer sollevò lo sguardo, precipitoso, e sulle prime arrossì, poi diventò più pallido che mai, al vedere Georgiana davanti ai propri occhi. Corse da lei e le afferrò il braccio così forte da lasciarvi impresse le impronte delle dita.

«Cosa ci fai qui, perché sei venuta? Non hai alcuna fiducia in tuo marito?» gridò lui, impetuoso. «Vuoi fare abbattere la rovina di quel marchio fatale su tutto il mio laboratorio? Non ci siamo ancora. Va’ via donna ficcanaso, va’!»

«No, Aylmer» disse Georgiana, con la fermezza per cui possedeva un talento smisurato, «non sei tu quello che ha il diritto di lamentarsi. Sei tu che non hai avuto alcuna fiducia in tua moglie; sei tu che hai celato l’ansia con la quale hai seguito l’andamento di questo esperimento. Non avere un’opinione tanto indegna di me, marito mio. Dimmi tutti i rischi che corriamo e non aver paura ch’io possa ritirarmi; poiché la mia parte, in questo, è nettamente inferiore alla tua.»

«No, no, Georgiana!» disse Aylmer, con impazienza. «Assolutamente no.»

«Mi presterò» ribatté lei, calma. «E, Aylmer, tracannerò qualsiasi distillato mi porterai; ma sarà per lo stesso principio che mi porterebbe ad assumere anche una dose di veleno, se offerta dalle tue mani.»

«Mia nobile moglie» disse Aylmer, profondamente commosso, «non sapevo quanto fosse sublime e profonda la tua natura fino a questo momento. Nulla ti sarà più nascosto. Sappi, dunque, che quella piccola manina color cremisi, per quanto possa sembrare superficiale, si è abbarbicata attorno al tuo essere con una forza di cui non avevo conoscenza. Ho già somministrato degli agenti abbastanza potenti da cambiare il tuo intero apparato fisico. Rimane solo una cosa da tentare. Se dovesse fallire, saremmo rovinati.»

«Perché hai esitato a dirmi ciò?» chiese lei.

«Perché, Georgiana» disse Aylmer, abbassando il tono di voce, «è pericoloso.»

«Pericoloso? Non c’è cosa più pericolosa che lasciare questo orribile stigma sulla mia guancia!» gridò Georgiana. «Rimuovilo, rimuovilo, a qualsiasi costo, oppure impazziremo entrambi!»

«Lo sa il Cielo se le tue parole sono vere» disse Aylmer, mesto. «E ora, mia cara, torna al tuo boudoir. A breve sperimenteremo il tutto.»

Aylmer la ricondusse nella sua stanza e la lasciò con una tenerezza solenne, che esprimeva molto meglio delle parole quanto fosse alta la posta in gioco. Dopo che Aylmer ebbe lasciato la stanza, Georgiana si perse nelle riflessioni. Considerò l’indole di Aylmer e gli rese giustizia, rispetto a qualsiasi altro momento passato. Il suo cuore esultò, pur scosso dai fremiti, per quell’amore così retto, così puro e nobile da non accettare altro all’infuori della perfezione, rifiutando di accontentarsi, miseramente, di una natura più terrena rispetto a quelli che erano stati i suoi sogni. Si rese conto di quanto fosse più prezioso un tale sentimento rispetto a quello più meschino che sarebbe nato con l’imperfezione per il suo bene, colpevole di tradire quel sacro amore degradandone l’idea perfetta per abbassarsi alla realtà; e, con tutta la sua anima, Georgiana pregò che, solo per un istante, potesse soddisfare gli ideali più alti e profondi di suo marito. Passato quell’istante, si rese conto che ciò non sarebbe potuto esistere; poiché lo spirito di Aylmer era sempre in marcia, impegnato in una costante ascesa, e ogni momento chiedeva a se stesso qualcosa che andava oltre lo scopo dell’istante appena trascorso.

Il suono dei passi di suo marito la scosse da quei pensieri. Sorreggeva un calice di cristallo contenente un liquido trasparente come l’acqua, ma abbastanza brillante da poter passare per il distillato dell’immortalità. Aylmer era pallido, ma sembrava più il risultato di un duro lavoro e della tensione dello spirito che della paura o del dubbio.

«La preparazione del distillato è stata perfetta» disse lui, in risposta allo sguardo di Georgiana. «A meno che tutta la mia scienza non mi abbia ingannato, non può fallire.»

«Tienilo da conto, mio carissimo Aylmer» osservò sua moglie, «potrei desiderare di scrollarmi di dosso questo marchio di mortalità cedendo a quest’ultima stessa, piuttosto che in qualsiasi altro modo. La vita non è che una triste possessione per coloro che si attengono con scrupolo al livello di progresso morale al quale mi trovo. Fossi più debole e più cieca, questa potrebbe essere per me la felicità. Se fossi più forte, potrei resistere più a lungo. Tuttavia, poiché sono ciò che sono, ritengo di essere, fra tutti gli esseri mortali, la più adatta per la morte.»

«Tu sei adatta al Paradiso, senza dover sorbire il gusto amaro della morte!» ribatté suo marito. «Ma perché parliamo di morte? Il distillato non può fallire. Ammirane gli effetti su questa pianta.»

Sul davanzale della finestra c’era un geranio rinsecchito dalle chiazze gialle, che aveva perso tutte le foglie. Aylmer versò un’esigua quantità del liquido sul terreno nel quale erano piantate le radici del geranio. In poco tempo, una volta che queste ebbero assimilato la mistura, quelle sgradevoli macchie cominciarono a dissolversi in un verde vivace.

«Non occorreva alcuna prova» disse Georgiana, piano. «Dammi il calice e vi darò fondo, sulla tua parola».

«Bevi, dunque, nobile creatura!» esclamò Aylmer, con una fervida ammirazione. «Non vi è traccia di imperfezione nel tuo spirito. Anche la tua nobile struttura fisica sarà presto perfetta».

Georgiana tracannò il liquido e restituì il calice al suo sposo. «È rinfrancante» disse lei con un placido sorriso. «Penso che sia come l’acqua di una fontana paradisiaca, poiché contiene non so quale tipo di discreta fragranza e squisitezza. Allevia la sete febbrile che mi ha prosciugata in questi giorni. Ora, mio caro, lasciami dormire. I miei sensi si stanno chiudendo attorno al mio spirito come i petali di una rosa attorno al proprio bocciolo nell’ora del tramonto.»

Georgiana pronunciò quelle ultime parole con una dolce riluttanza, quasi come se richiedesse più energia di quella necessaria a pronunciare quelle fioche e languide sillabe. Avevano appena cominciato a vagabondare sulle sue labbra, che si assopì. Aylmer si sedette accanto a lei, osservandone i tratti con le tipiche emozioni di chi ripone il senso della propria intera esistenza nell’esito di quel processo sperimentato. Mischiata a questo umore, tuttavia, c’era l’indagine filosofica tipica di un uomo di scienza. Non gli sfuggiva il minimo sintomo. Un accentuato flusso di sangue alle guance, la minima irregolarità del respiro, il tremolio di una palpebra, un quasi impalpabile tremore dei tratti: tali erano i dettagli che, col passare del tempo, Aylmer annotava sul suo tomo in folio. Un intenso flusso di pensieri aveva impresso il proprio marchio su ogni precedente pagina di quel volume, ma i pensieri di tutti quegli anni si concentrarono tutti sull’ultima.


Impegnato in queste attività, Aylmer non mancava di osservare la mano fatale, non senza un fremito. Eppure, per un bizzarro e incontrollabile impulso, egli vi premette le labbra. Tuttavia, nell’atto, il suo spirito venne meno e Georgiana, nel bel mezzo del suo sonno profondo, si mosse nervosamente e mormorò qualcosa come a voler protestare. Aylmer tirò di nuovo fuori il suo orologio. E non invano. La manina color cremisi, che inizialmente spiccava, ben visibile, sulla guancia di candido alabastro di Georgiana, diventava ora sempre più impercettibile. Non era più pallida del solito ma il marchio, per ogni respiro che inalava ed espirava, perdeva un po’ della propria passata nitidezza. La sua presenza era stata orribile; e la sua perdita lo era anche di più. Osservate la macchia dell’arcobaleno svanire nel cielo e saprete come quel misterioso segno scomparve.

«Santo Cielo! È quasi del tutto scomparso!» disse Aylmer fra sé e sé, invaso da un’estasi irreprimibile. «Riesco a malapena a individuarne i contorni, ora. Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta! E ora è di un pallidissimo color rosa. Il minimo afflusso di sangue alle guance riuscirebbe a coprirlo. Ma Georgiana è così pallida!»

Aylmer spalancò le tende e la luce del giorno invase la stanza, andandosi a posare sulla guancia della sposa. In quel momento, egli udì una disgustosa risata roca, che da tempo riconosceva come l’espressione di delizia del suo servo Aminadab.

«Ah, sciocco! Ah, ammasso di terra!» gridò Aylmer, ridendo in preda a una sorta di frenesia. «Sei stato un buon servitore! La materia, lo spirito della terra e il cielo, tutti loro hanno fatto la propria parte in tutto questo! Ridi, creatura dei sensi! Ti sei guadagnato il diritto di ridere.»

Tali esclamazioni infransero il sonno di Georgiana. Lentamente, dischiuse le palpebre e si guardò allo specchio, che suo marito aveva sistemato per quello scopo. Un debole sorriso guizzò sulle sue labbra quando si rese conto che la manina color cremisi era ormai a malapena visibile, quella stessa manina che un tempo brillava in maniera così disastrosa da spaventare a morte tutte la loro felicità. Poi, però, cercò il viso di Aylmer, sul quale indovinò una preoccupazione e un’ansia che non c’erano parole per descrivere.

«Mio povero Aylmer!» mormorò Georgiana.

«Povero? Affatto! Di’ piuttosto il più ricco, il più felice, il più fortunato!» esclamò lui. «Mia incomparabile sposa, ha funzionato! Sei perfetta!»

«Mio povero Aylmer» ripeté lei, con una tenerezza più che mai umana, «hai mirato in alto; ti sei comportato in modo nobile. Non pentirti di aver, con un sentimento così sublime e puro, rifiutato il meglio che la terra potesse offrirti. Aylmer, mio carissimo Aylmer, io sto morendo!»

Ahimè! Era proprio vero! La mano fatale si era abbarbicata al mistero della vita, ed era il legame attraverso il quale l’angelico spirito si reggeva ben saldo alla mortale struttura. Mentre l’ultima nota cremisi del marchio, unico simbolo dell’umana imperfezione, svaniva dalla sua guancia, il respiro di commiato di quella ormai perfetta creatura passò nell’atmosfera, e l’anima di Georgiana, dopo aver esitato per un attimo vicino al proprio marito, spiccò il volo verso il cielo. Poi, di nuovo quel roco ridacchiare! Ed ecco che la disgustosa vittima della terra esulta nel suo immutabile trionfo sull’essenza immortale che, in questa fioca sfera di mezzo, esige la completezza di uno stato più sublime. Tuttavia, Aylmer raggiunse una saggezza più profonda: non avrebbe dovuto gettare via la felicità che avrebbe tessuto la sua vita mortale con la stessa trama di quella celestiale. La fugace circostanza fu troppo forte per lui; aveva fallito a guardare oltre l’indistinto raggio del tempo e, vivendo una volta per tutte per l’eternità, non era riuscito a trovare il perfetto futuro nel presente.

 

Traduzione di Ilaria Lopez