Una mente inquieta: la vita di Rohinton Mistry

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Guardian e tradotto dalla Redazione di Altri Animali

Fine maggio 1997, 50 anni dopo l’indipendenza dell’India, undici scrittori indiani si ritrovano a Londra per iniziativa del New Yorker per una fotografia di gruppo che celebri il successo mondiale della letteratura indiana contemporanea. Per gli autori interessati non è troppo semplice posare come l’ultima, freschissima cricca letteraria del subcontinente asiatico visto che molti di loro non si sono mai incontrati prima.

GROUP SHOT The New Yorker , June 23, 1997 P. 118

Bill Buford, l’editor di narrativa del New Yorker, ha la vita dura a cercare di spiegare perché ha selezionato proprio questa top 11, ed è costretto a convenire che «non c’è una generalizzazione che riesca a caratterizzare la narrativa indiana». La maldestra definizione «scrittori dell’Asia del sud» ormai sta per autori originari di India, Sri Lanka, Pakistan o Bangladesh che hanno lasciato il loro paese d’origine. Tanto vale parlare di una sala d’attesa agli imbarchi per scrittori. Tutto quello che li accomuna è la fuga: con l’eccezione di Arundhati Roy, vivono tutti fuori. Rohinton Mistry, cresciuto nella comunità parsi di Bombay, viene da Toronto, Salman Rushdie, anche lui nato a Bombay, è nascosto a Londra per scampare a una fatwa. Anche Romesh Gunesekera, dello Sri Lanka, è a Londra. Amit Chaudhuri, nato a Calcutta come Vikram Seth, sta completando un dottorato a Oxford; Seth vive e scrive in e della California. Chandra, nato a Delhi, sta a Boston.
Sonny Mehta, presidente e editor della Alfred Knopf a New York, nonché editore americano di Mistry, dice: «Hanno alcune cose in comune, ma molte di più sono le differenze. C’è una straordinaria tradizione quanto alla narrazione che è viva e vegeta, e gli scrittori indiani condividono quest’eredità, questo tipo di esperienza narrativa; ma l’India è così immensa, con una tale varietà tra religioni, linguaggi e educazioni – pensiamo solo alle caste –, che ciò che li divide è così forte, specie se le compariamo con le differenze linguistiche in Europa, che è difficile etichettarli come un gruppo coerente».

Mistry, il cui secondo romanzo Un perfetto equilibrio è appena stato pubblicato, non si sente per nulla come un membro di questo gruppo. Già di per sé un letterato solitario per scelta, è sconcertato quando scopre che Amit Chaudhuri è tra i presenti. Sei anni prima, quando ancora Mistry era largamente sconosciuto, Chaudhuri (proveniente da una famiglia indù) aveva scritto a proposito del suo pluripremiato primo romanzo, Un lungo viaggio. La sua recensione sulla London Review of Books cominciava così: «I parsi di Bombay sono pallidi, spesso ingobbiti, ma hanno sempre nasi lunghi. Hanno un look cadaverico che è contraddetto dal più terreno utilizzo, costante fin dalla più tenera età, di parolacce locali; e hanno anche un pessimo carattere, il che si potrebbe far risalire agli incestuosi matrimoni tra consanguinei di una piccola comunità».

All’epoca Mistry, noto per la sua cortesia e riservatezza, non reagì. Ora, proprio mentre gli autori scelti sono incoraggiati a mostrarsi rilassati e amichevoli per la fotografia, ecco che avviene un incidente allarmante e insolito. Ardashir Vakil (un altro parsi) lo ricorda così: «Al principio rimasi impressionato da come Mistry fosse tranquillo e forse anche elegantemente distaccato. La recensione della LRB era uscita sei anni prima e si vedeva che stava facendo uno sforzo sovrumano per far finta di nulla. Amit Chaudhuri mi venne vicino e mi disse: “Ehi ciao, come stai?”. E a quel punto Rohinton si voltò e d’improvviso era davvero infuriato. Disse ad Amit: “Come hai potuto scrivere quel pezzo?”».

Il ricordo dell’incidente di Mistry è diverso. «È stato Amit a provocarmi. Io gli ho detto: “Se fosse stata una qualunque altra minoranza – gli ebrei, per dire – quello che hai scritto sarebbe stato completamente inaccettabile”. Ma non ero arrabbiato. Scioccato, magari.» Gli animi si raddolcirono in fretta, ma Vakil aggiunge: «Non so se Amit avesse in mente di restare per il pranzo successivo, ma comunque non rimase. Se ne andò e fu l’unico a farlo, a quel che ricordo».

Probabilmente Mistry aveva già incontrato un tale pregiudizio prima, dato che il favore mostrato verso i parsi dai britannici in India continua a essere fonte d’irritazione per molti indù e musulmani. Chaudhuri doveva sapere che le sue osservazioni avrebbero offeso Mistry, la cui famiglia era imbevuta dell’antica religione zoroastriana. Il tempio del fuoco e i suoi rituali lenti e antichi compaiono nei suoi tre romanzi, specialmente nell’ultimo Una questione di famiglia, pubblicato questo mese. Mistry ammette: «Non sono un parsi praticante ma le cerimonie sono davvero belle. Da bambino le osservavo con la stessa attenzione che mettevo nel fare i compiti, anche se non avevano un significato profondo per me. Lo zoroastrismo riguarda l’opposizione di bene e male. Affinché il bene trionfi, dobbiamo fare una scelta. Possiamo arruolarci dalla parte dei buoni prosperando, arricchendoci e usando la nostra ricchezza per aiutare gli altri».

Oggi, i parsi rischiano di estinguersi. Il loro numero è crollato sotto alle centomila unità in tutto il mondo. Di questi circa settantamila vivono in India, dodicimila a Bombay, e tra loro c’è anche il fratello più piccolo di Mistry, Cyrus, uno scrittore e sceneggiatore. Dice: «Se ci dobbiamo fermare al fatto che i romanzi di Rohinton sono a proposito dei parsi, lui non fa che una cronaca di un mondo che sta scomparendo. Il suo è un ritratto accurato». Ma Firdaus Gandavia, un altro scrittore e insegnante parsi anche lui di stanza a Bombay, pensa che Mistry non stia sul pezzo. «È ancora fermo all’atmosfera degli anni ’70 quando lasciò l’India per Toronto. I suoi crucci sembrano lontani a chiunque viva effettivamente a Bombay. Ne è passata di acqua sotto i ponti.»

Mistry controbatte: «Direi che la mia Bombay è radicata nei fatti, ma scrivo pur sempre di una città che è sparita. Nel 1975, quando me ne andai, aveva meno della metà della popolazione che ha oggi, e questo trasforma una città in modi inimmaginabili. Se non me ne fossi mai andato avrei trovato la maniera di ingegnarmi e avrei imparato i meccanismi per adattarmi, così come hanno fatto gli altri quattordici milioni di abitanti. Oggi, quando torno mi sento come un maratoneta che non è più allenato».

Questa reinvenzione del passato, visto con lo sguardo intenso del bambino e poi filtrato attraverso coltri di nostalgia, è comune agli scrittori in esilio. Bruce Westwood, canadese, nonché agente e amico di Mistry, dice: «Rohinton è cittadino canadese e residente a Toronto da ventisette anni ormai. Ha vissuto qui più a lungo di quanto abbia vissuto in India, ma i suoi libri sono ancora ambientati nella Bombay della sua gioventù, ricreata con una memoria pressoché perfetta. Delle volte sembra che l’abbia idealizzata come fosse un paradiso dell’infanzia, come Nabokov ha fatto per la Russia».

La situazione politica e religiosa in India poteva essere turbolenta negli anni ’50 e ’60, ma per un ragazzino felice e al sicuro doveva essere come l’Eden prima della discesa negli inferi. Rohinton Mistry è nato a Bombay il 3 luglio del 1952, secondo di tre fratelli e con una sorella più piccola. Il padre lavorava nella pubblicità, prima come copywriter e poi come funzionario commerciale, mentre la madre si faceva carico del marito e allevava la famiglia. «Era felice di quel ruolo» ricorda Mistry, «faceva i miracoli che fanno tutte le madri nel far sembrare abbondanza quello che era a malapena abbastanza. Non avevamo vestiti e scarpe nuove tanto spesso quanto avremmo desiderato, ma di certo stavamo meglio di buona parte della comunità.»

Il suo primo ricordo è quando ha cominciato ad andare all’asilo, a circa tre anni. «Sentivo una combinazione di paura e attesa. Attorno a me c’erano tutti questi altri bambini per la prima volta, ed erano così tanti. Ci diedero piccoli giocattoli e macchinine con cui giocare. i nostri genitori erano assiepati alla porta e io continuavo a controllare per assicurarmi che restassero lì, e giocavo coscienziosamente, tutto assorto nel mio fare “il bravo bimbo che gioca”. Crescendo, mi trovai a essere un ragazzino normale con le biglie, le trottole e gli aquiloni.» Era un ragazzino vigile? «Penso che tutti i bambini osservino il mondo con quell’intensità. I bambini non giudicano quali siano i dettagli importanti… un bambino li coglie tutti. Nessuno mi è mai venuto a dire: “Oh, guardate come se ne sta buono buono a osservarci” e a quel tempo non ero consapevole dello scrittore in me.» Il suo fratello più piccolo Cyrus conferma: «Nessuno di noi in famiglia aveva idea che sarebbe diventato uno scrittore. Trovo i suoi libri romanzati come quelli di qualsiasi altro scrittore. Usa la sua immaginazione creativa, eppure ci sono delle cose che riconosco».

Mistry riconosce che i suoi primi due libri – una raccolta di racconti chiamata Lezioni di nuoto e il romanzo Un lungo viaggio – derivano in parte da un desiderio di catturare le parole e le frasi del suo passato. «La domanda a proposito della narrativa che si fa sempre è: quanto c’è di autobiografico? C’è sempre qualcosa di speciale nel modo in cui vediamo le cose da bambini.» Fu un bel periodo, quello passato a scuola negli anni ’50. «Sono del tutto certo che per quando cominciai la scuola sapevo già leggere, quindi devo averlo imparato all’asilo. Ricordo i libri di Enid Blyton, prima i Noddy e poi quelli per i ragazzi più grandi. Ci passavo le ore. Ma anche su quelli di Richmal Crompton, l’autore della serie di William. Li trovavo divertentissimi.»

«Lezioni di nuoto», Racconti edizioni, 2016, traduz. Chiara Vatteroni

«Lezioni di nuoto», Racconti edizioni, 2016, traduz. Chiara Vatteroni, illustrazione di Enzo Sferra

Più tardi, nella biblioteca di scuola, trovò Biggles and Bulldog, Agatha Christie e i libri su The Saint di Leslie Charteris. «Mi ricordo come il giorno in cui mi sentii più orgoglioso in vita mia fu quando chiesi al preside, padre de Souza, se potevo prendere in prestito due libri a settimana e lui disse “Va bene”, scrisse due nella mia tessera della biblioteca e la firmò.»

Da queste prime letture apprese l’immagine di un’Inghilterra che al contempo schermava e rendeva glamour la realtà. Un paese in cui bambini sorridenti e fiduciosi condividevano avventure emozionanti con un cane che saltellava e latrava mentre le sorelle più grandi flirtavano languidamente riunite attorno a un tè e i genitori conducevano guerre di posizione con servi e negozianti. Mistry lo sa che quest’Inghilterra innocente e baciata dal sole non è mai esistita, ma come la Bombay dei suoi romanzi è una costruzione letteraria, così lo era quell’Inghilterra: in parte pia illusione, un po’ immaginazione e un po’ verità. Di persona ha buone maniere vecchio stampo ed è curato al limite dell’immacolato, vestito com’è da vecchio gentiluomo di campagna inglese nella sua giacca di tweed e pantaloni di velluto a coste. È affascinante, è spiritoso e ha una voce soave. Ogni frase è cesellata perfettamente senza essere teatrale. Mentre parla, le mani piccole incorniciano gesti precisi. A quel tempo, la maggior parte dei ragazzi indiani frequentava scuole gestite da missionari cristiani. Mistry andava alla St Xavier High School, una fondazione gesuita. Si insegnavano praticamente le stesse cose che si insegnano nelle scuole private inglesi e i professori veneravano i grandi romanzieri e drammaturghi britannici. I ragazzi imparavano a memoria risme di poesia vittoriana, studiavano Dickens e Shakespeare, facevano grammatica almeno due volte alla settimana e analisi grammaticale e logica da passaggi presi da Radiant Readers. («L’analisi ormai non la fa più nessuno» si lamenta.)

Non si è mai lagnato di quest’indottrinamento coloniale, forse perché i parsi godevano di uno status speciale. Come spiega Ardashir Vakil: «Erano largamente favoriti dai britannici, che li trovavano una spanna sopra agli altri nativi per via della pelle pallida e della cultura più occidentale». Eppure, dice Mistry, c’erano degli svantaggi: «Parte della tragedia della classe media a Bombay era proprio questa brama per qualcosa di impossibile da ottenere, che arrivava dalle letture che facevano. Quell’idea di un futuro altrove si sarebbe potuta evitare se ci fossimo concentrati su un canone letterario indiano? Non so».

Illustrazione di Enzo Sferra

Illustrazione di Enzo Sferra

Gli adolescenti indiani erano molto più protetti e maturavano più tardi rispetto a quelli occidentali. Mistry ricorda: «A sedici anni avevo la maturità di un tredicenne occidentale. Eravamo più docili nei confronti della disciplina che ci veniva dagli adulti. Non mi ribellavo per niente, eccetto forse, abbastanza cautamente, nel mio ultimo anno a scuola. Per me era stata più semplice, avevo la strada spianata da mio fratello più grande, che aveva già combattuto tutte le battaglie per me. I miei mi lasciarono libero di uscire con le ragazze».

Non ha dovuto combattere nemmeno per il diritto di sposarsi per amore, dato che i parsi non credono nei matrimoni combinati. «Ho incontrato mia moglie quando eravamo entrambi tra i diciannove e i venti anni, a una scuola di musica dove lei studiava canto e pianoforte, mentre io teoria e composizione musicale.» La tentazione è quella di vedere riecheggiare il suo corteggiamento a Freny Elavia in quello di Rustom per Dina, la giovane coppia in Un perfetto equilibrio che si incontra ai concerti e tiene la loro relazione segreta, ma come sempre il grado in cui i suoi libri e la sua vita coincidono è oscuro. Rohinton e Freny hanno entrambi fatto la Bombay University. «Nella società dell’epoca ci si attendeva che i ragazzi studiassero qualcosa di “utile” come Medicina o Ingegneria, oppure si laureassero in Fisica o Chimica; qualcosa che li portasse ad avere una carriera, con cui potessero campare. Fare Lettere poteva andare bene per le ragazze perché comunque poi si sarebbero sposate e avrebbero avuto i figli, ma era pensata come una cosa intrinsecamente frivola. A quel punto non ero ancora consapevole d’essere uno scrittore e sotto questa pressione sottile eppure onnipresente scelsi Matematica. Il mio interesse principale rimaneva la musica: ero in un gruppo folk alla Bob Dylan; facevo concerti e per un po’ la considerai persino come una possibile carriera. Per questo e anche tutte le altre distrazioni ci misi di più a finire l’ultimo anno, così Freny si laureò prima di me. Aveva già deciso di emigrare in Canada. Fu difficile lasciarla partire, ma l’intesa era che io avrei dovuto seguirla l’anno dopo. Aveva dei familiari lì e sapevo che ne avrebbero avuto cura.» Con la famiglia in armonia e vicina, una laurea «utile» e un vasto circolo di amici, perché Mistry se ne è andato? «La ragione più immediata fu Freny. Ma andare all’estero era un’idea potente a cui in molti si attaccavano. Nessuno si fermava a ragionare bene su queste cose come avrebbe dovuto fare, ma più che altro il fattore predominante era che solo in Occidente si potesse trovare un lavoro che soddisfacesse le proprie ambizioni e aspettative. Oggi, l’India ha molto di più da offrire, ma negli anni ’60 e ’70 l’indiano istruito della classe media cresceva con l’idea che per avere successo nella vita dovesse sistemarsi e lavorare all’estero.»

Rohinton Mistry e la moglie Freny

Rohinton e Freny si sposarono in Canada nel 1975, non appena lui raggiunse lei. Lei lavorava già come segretaria e più tardi ottenne i requisiti per fare l’insegnante. Insegnava a una piccola scuola elementare a Brampton, il sobborgo anonimo di Toronto dove avevano trovato casa e dove hanno continuato a vivere per circa vent’anni. Guardando indietro, dice: «La vita non era certo dura come lo sarebbe stata a Bombay. Siamo subito riusciti a prendere un appartamento; a Bombay ci sarebbero potuti volere dieci anni anche solo di attesa perché si liberasse qualcosa, e nel frattempo avremmo vissuto con i genitori».

«A livello materiale, il Canada venne incontro a tutte le nostre aspettative. Avevamo tutto quello che la gente può desiderare: un impianto stereo e dischi che probabilmente non ci saremmo potuti permettere a Bombay. Era tutto pulito e in ordine, non c’era immondizia nelle strade e si riusciva sempre a trovare posto su autobus e treni. Per strada non c’era la stessa varietà di persone che si vede oggi. Eri parte di una minoranza ben riconoscibile eppure quasi invisibile per via dei numeri ancora bassi. Non mi rendevo conto del pregiudizio.» Malgrado ciò in una dei suoi primi racconti scriveva: «la società canadese si fonda su un mosaico di culture – questo è il loro termine preferito: mosaico – e non su una miscela uniforme, come il melting pot americano. Se mi chiedete cosa ne penso, mosaico e melting pot sono due sciocchezze ed etnico è un modo educato per dire che uno è un maledetto straniero».

A ogni modo, i primi amici in Canada della giovane coppia erano soprattutto della comunità indiana, sebbene in poco tempo presero a socializzare con colleghi della scuola di Freny e della banca dove lavorava Rohinton. «Trovavo la società canadese abbastanza piacevole, per quanto provinciale, ma dopo il ritmo frenetico di Bombay rappresentava quasi un sollievo. Era una società poco curiosa – il che di certo non mi seccava. Io e mia moglie stavamo bene come unità autosufficiente.» Non hanno mai avuto figli. Trovò presto lavoro come impiegato alla Canadian Imperial Bank of Commerce. «Non fu una scelta cosciente, ma piuttosto una cosa in cui mi ritrovai. Lavorare alla banca non significava nulla; non mi dava soddisfazione, e così nel 1978 per renderci la vita un po’ più interessante ci iscrivemmo entrambi a dei corsi alla University of Toronto. All’epoca erano in molti gli impiegati che si facevano finanziare le tasse universitarie e la banca mi aiutò con le mie. Studiavo Lettere e Filosofia e alla fine ci prendemmo entrambi una seconda laurea.» Continuò a lavorare in banca e nel 1982 scrisse la prima short story. «Stavo saggiando il terreno» dice Mistry, «scrivevo nei fine settimana. Avessi saputo che i racconti sono una delle forme letterarie più difficili probabilmente non ci avrei nemmeno provato.»

Nel 1987 la sua raccolta di racconti, Lezioni di nuoto, fu pubblicata con un successo di critica e finì per vincere una serie di premi letterari. «Allora ero curioso di vedere come me la sarei cavata con il romanzo. L’incidente al centro della trama di Un lungo viaggio era tratto da una conversazione dei miei genitori con gli amici ascoltata a casa nel 1971, più o meno. Un notabile parsi si era appropriato indebitamente di soldi da una banca per finanziare il movimento di resistenza nel Pakistan dell’est. Nella comunità la domanda che ci si faceva era: “Come ha potuto fare questo, un parsi?”.»

Qualche amicizia della prima ora era sopravvissuta ma il crescente successo professionale di Mistry aveva portato con sé una nuova distanza e nuovi amici. Bruce Westwood, il suo agente in Canada, dice: «Rohinton non è un gregario. Toronto ha una vibrante comunità di scrittori di cui fa parte anche lui – ma gli piace tenersi a distanza». Mistry non è d’accordo: «Non credo che esista una cricca letteraria in questa città e se anche fosse non sarei interessato a entrarci».

Il successo non ha reso Mistry arrogante, ma semmai sembra avergli fatto esasperare la sua naturale riservatezza. Mentre tutti ne parlano con affetto e rispetto, non sono in pochi ad ammettere di sentirsi un po’ intimiditi da lui. Sonny Mehta, il suo editore e amico, dice: «Quando passa a New York mi chiama e ci vediamo per un bicchiere e fare quattro chiacchiere in un posto. Non vedo l’ora di incontrarlo ogni volta che posso, ma lui è un tipo indipendente e fa le cose quando decide di farle. Ha un certo contegno, una grazia, e queste sono cose rare che caratterizzano anche la sua scrittura».

La facoltà di Arte di Ottawa ha riconosciuto un dottorato onorario a Mistry nel 1996. È stato David Staines, il preside, a fare il discorso in lode e da allora si può dire che conosca bene Mistry. Dice: «Di persona è assai affettuoso e sa essere davvero divertente, ma non è uno espansivo. Sono stato a cena a casa sua ed è stata una serata meravigliosa. È Freny a tenere le redini della conversazione, è assolutamente complementare a lui: bella, brillante, totalmente estroversa; un’ottima cuoca sia di cucina indiana sia di quella europea. Rohinton accoglie tutto in sé – e deve farlo per scrivere come scrive. Quella sera a cena si limitò a osservare. Ma è anche una gran bella persona, onesta. Non ricerca la fama e le cose fuggevoli».

Si paralizza quando gli chiedono della moglie (ora insegna alla Branksome Hall, una scuola privata a Toronto). La loro vita privata è estremamente privata. Mistry dedica ognuno dei suoi libri a sua moglie con un semplice «Per Freny». Dirà solamente che il contributo di lei alla sua scrittura è cruciale. «Mentre scrivo l’unico giudizio al quale mi rifaccio è il mio: al mio istinto o intuito. Ma quando ho finito la prima a leggerlo è mia moglie e alla sua opinione ci tengo. Magari non abbastanza da fare interventi o alterazioni radicali, ma finora non è mai successo che lei li abbia richiesti.»

John Riley, il suo editor alla Faber, aggiunge: «Potrebbe essere paragonato a Nabokov per come dipende dalla moglie. In tutte le nostre conversazioni non c’è mai spazio per il gossip o la chiacchiera – parliamo sempre e solo del lavoro, delle frasi –, non parla mai di altri argomenti. Ciononostante non è minaccioso, o figuriamoci maleducato: è sempre molto gentile e ponderato, il ritratto di cortesia e premura».

Fin dal principio della sua carriera di scrittore si è attirato su di sé riconoscimenti dalla critica e premi. Ognuno dei suoi libri ha vinto o è stato nominato per premi letterari importanti. Derek Johns, il suo agente londinese, dice: «Rohinton è molto pragmatico riguardo al vincere premi – sa perfettamente che portano con loro più lettori». Forse la prova più rimarchevole di questo si è avuta l’anno scorso quando è stato scelto come «Libro del mese» da Oprah Winfrey su American Tv – un riconoscimento che ha portato Knopf a stampare altre settecentomila copie, di cui sono state vendute mezzo milione. Bruce Westwood va oltre: «Dopo l’undici settembre, con le scelte del suo Book Club, Oprah voleva introdurre i lettori americani all’Oriente: scelse Un perfetto equilibrio, la sua prima scelta non americana dopo A voce alta di Bernhard Schlink». Mistry è stato finalista per Booker Prize con il primo e il secondo romanzo: Un lungo viaggio, nel 1991, e Un perfetto equilibrio, nel 1996. Ci sono concrete speranze che a Questioni di famiglia possa andare anche meglio.

È difficile evitare la sensazione che i suoi libri siano un distillato della sua vita prima che abbandonasse Bombay. «Gli scrittori scrivono meglio di ciò che conoscono» dice. «In un senso più ampio, essendo una rielaborazione di tutto quello che si ascolta o osserva, tutta la narrativa è autobiografica – immaginazione che macina informazioni passando per le forche caudine della memoria. Non si possono separare i due ingredienti.»

È già riuscito a raggiungere le sue ambizioni di vita? Sorride: «Mi ritengo fortunato anche solo di riuscire a fare questo lavoro. Non sono cresciuto con il fuoco sacro di diventare uno scrittore – non l’ho mai nemmeno ritenuta una possibilità. Sembrava una cosa così abnorme, non mi è mai nemmeno venuto in mente che potessi aspirare a diventarlo.